Per la precisione, tre giorni dopo
la vittoria di Beppe Grillo alle elezioni regionali, Pasquale Quagliariello
ebbe una chiamata nefasta dalla moglie, tutta allarmata. Il telefono della
cameretta dove prestava servizio presso il Palazzo Reale di Napoli aveva
squillato e lui si era attivato a rispondere:
“Paquà, tieniti forte.”
La frase in quel modo proferita
aveva paralizzato il povero Pasquale, custode di III livello, ma prossimo per
il IV, ammesso che ci arrivava. Farfugliando, chiese alla moglie:
“Marì, che è? Una nuova
disgrazia?... Una bolletta di Equitalia?”
“Una disgrazia forte…”
“Parla.”
“E’ morto l’amico tuo. Me lo ha
detto poco fa Rosina a’ carpecata di
ritorno da Via Toledo.”
“Chi? chi è morto?”
“Come, non te l’hanno ancora
detto?”
“Marì, io non so niente. Un altro
poco mi facevi pigliare un colpo. Tu mi devi avvertire quando mi devi
comunicare una cosa brutta. Allora chi è morto?”
“Il tuo collega, Ciro o’ scrufuluso. E’ morto stanotte, o ieri
sera tardi. Faranno il funerale oggi pomeriggio.”
“Alle 14.00, esco da qui. Mangio e
vado al funerale. Prepara solo un’insalata e un poco di carne. Marì, non sapevo
che cosa era stato. Tu non devi fare così... mi hai fatto prendere una paura
che un altro poco ci restavo come un fesso.”
“Facevi compagnia al tuo amico, in
viaggio per il purgatorio.”
“E amen.”
“Meglio che fai la visita ai
parenti del defunto alle 15.00 e poi accompagni un poco il morto fino alla
chiesa. Era un tuo vecchio collega e poi anche un vicino di casa. Io non vengo
e tu lo sai...”
Per la cronaca, la moglie si era
bisticciata con la vedova di Ciro o’
scrufuluso per via di un fidanzamento finito male tra la figlia maggiore di
don Ciro e Carminiello, uno dei figli di don Pasquale. La figlia di don Ciro
aveva lasciato di punto in bianco Carminiello e si era fidanzata con un giovane
di Via dei Mille, uno con una buona posizione e serio.
Don Pasquale ci pensò sopra e
preferì andare da solo a salutare la famigliola del defunto, senza dover
restare anche in chiesa. Potevano bastare le condoglianze, visto i precedenti
poco edificanti tra le due famiglie. Alle 16.00, don Pasquale si era vestito
bene, recandosi quatto quatto verso il vicino vicolo di S. Lucia al Monte. Appena
svoltato l’angolo per penetrare nel vicoletto, ad una ventina di passi di
distanza, già udiva le voci di pianto femminili che provenivano dal basso dove
c’era il morto. Ad ogni lato della porta d’entrata, due corone poggiate contro
il muro. Avvicinandosi di più, erano udibili frasi smorzate, frammiste ai
singhiozzi di un pianto pieno di disperazione.
Davanti al basso, sostavano delle
persone col cappello in mano, una di queste era il fratello del defunto a cui
strinse la mano. Gli dissero che don Ciro era spirato verso le quattro del
mattino e che tra poco arrivava il prete. Tutti erano d’accordo sull’agonia di
don Ciro:
“Uno strazio, poveretto.”
Don Pasquale conobbe altre persone
del vicinato che salutò appena, prima di penetrare nell’abitacolo. Data la
semioscurità, dovette adattare gli occhi, entrando. Il letto del morto stava di
fronte all’uscio. Sui comodini a lato, due grossi ceri e sopra la ferrea
spalliera, il crocefisso ed un pallido lume elettrico a forma di fiammella a
rischiarare un vecchio quadretto della Madonna dell’Arco. Avevano stretto una
fascetta bianca attorno alla mandibola del defunto per serrargli la bocca che
nell’agonia e nell’ultimo respiro rantoloso era rimasta spalancata. Don
Pasquale quasi non lo riconosceva con quel vestito elegante, il crocefisso sul
petto, tutto bianco, il petto infossato e quelle orribili occhiaie cadaveriche.
Si avvicinò appena al letto, si fece la croce e diede le condoglianze di rito
alla vedova ed alle due figlie. Quasi, si era commosso per davvero. Chi
piangeva di più era la maggiore, quella che non si era voluta maritare con
Carminiello.
La giovane donna era molto
elegante con un bel vestito di velluto nero e molti bracciali ai polsi e
catenine d’oro al collo. Agitava intorno agli occhi lacrimosi un bianco
fazzoletto merlettato. Di fronte al lei, dall’altra parte del lettone, la
vedova, pallida ed afflitta con un rosario tra le dita.
Su una parete attigua, troneggiava
un grosso quadro della Madonna del Carmine che, insieme con la Madonna dell’Arco
a capo letto, osservavano impassibili la scena. La gente preferiva affollare la
soglia senza penetrare nell’abitacolo per non asfissiare ancor di più la triste
atmosfera. Don Pasquale era uscito anche lui fuori, riposizionandosi il
cappello in testa. Poco dopo era arrivato il prete con due chierichetti ed un
massiccio crocefisso d’argento. Camminavano piano sul basalto scivoloso per via
di una breve pioggia mattutina. Dopo la breve benedizione e gli estremi baci
dei familiari, gli addetti alle pompe funebri avevano sigillato la bara,
portata in spalla, perché l’automobile del trasporto funerario non poteva
manovrare nell’angusto vicolo. Alto e grosso, don Pasquale anche se anziano, si
era commosso e si era offerto per il trasloco su spalla della bara.
A dire il vero, c’erano pochi
uomini validi per la nobile mansione e don Pasquale non potette tirarsi
indietro. Con il giovane prete davanti a tutti, i ragazzini chierici con il
crocefisso e la campanella, il piccolo corteo funebre risalì per poche diecine
di metri il vicoletto di S. Lucia al Monte, svoltò a sinistra per altri trenta
metri e poi ridiscese verso la chiesa dell’Immacolata Concezione e
Purificazione. Più giù in uno slargo, c’era l’auto dei trasporti funebri che sostava
per il definitivo viaggio al cimitero di Poggioreale. All’ultimo momento, Don
Pasquale ci aveva pensato sopra e per scrupolo, era entrato anche lui in
chiesa, deponendo la bara portata a spalla sul nero catafalco, davanti all’altare
maggiore.
Se lo sentiva che l’amico non
sarebbe tornato più a lavoro. Però, non si aspettava una morte così veloce.
Dopo la messa, don Pasquale
ridiede le condoglianze alla vedova ed alle figlie. Quatto, quatto se ne andò a
casa, mentre il corteo funebre proseguiva per altri cinquanta metri, scendendo
verso lo slargo a poca distanza da Via Toledo, dove si trovava l’auto su cui
caricare la bara.
Quella precisa notte, Don Pasquale
ebbe gli incubi. Forse aveva mangiato un poco pesante, forse la stanchezza,
fatto sta che sognò del defunto amico, di Ciro o’ scrufuluso che lo chiamava. Nel sogno, il morto lo guardava con
occhi fissi, come un pazzo. Stava seduto su una panca, tra due ceri ardenti che
accrescevano l’affossamento delle guance, la sporgenza del naso adunco, le
orbite cupe e tenebrose. Dunque, don Ciro o
‘ scrufuluso lo fissava come uno zombi e gli diceva:
“Amico mio, preparati. Preparati
senza fare il fesso. La fine del mondo s’avvicina. Guerra, morte e carestia.
Guerra morte e carestia .... guerra, morte e carestia.”
L’anima trapassata asportava dalla
parete il quadretto della Madonna dell’Arco, a cui don Pasquale era devoto per
una specie di grazia ricevuta in gioventù. Prendeva in mano il sacro quadretto
della Vergine, l’ostentava in alto come un libro sacro e diceva con più forza:
“Guerra, morte, e carestia.”
Fatto ciò, la buonanima di don
Ciro o‘ scrufuluso si alzava e
cercava di abbracciarlo. La morsa si stringeva intorno al costato di don
Pasquale che invocava aiuto. Invece, don Ciro o’ scrufuluso gridava come un forsennato, sempre più forte cercando
di convincere l’amico vivente:
“Guerra, morte e carestia. Amen.”
Maria, la moglie che gli dormiva
accanto, lo aveva svegliato con uno strattone. Gli aveva detto: “Ma che hai?
Gridi nel sonno?”
Don Pasquale aveva il respiro
affannoso. Disse alla moglie: “Mamma mia ro’ Carmine.”
“Ma che hai?”
“Un incubo. Ho avuto un incubo. Ho
sognato il morto che mi parlava. Mi diceva guerra, morte e carestia.”
Tra veglia e sonno la moglie disse
amen. Disse anche: “La paura fa 90, la guerra 75 e la carestia 21. C’è poi il
morto che parla che fa 47. Pasquà, giocati la quaterna sulla ruota di Napoli ed
adesso, dormi. Dormi in santa pace e non scocciare più.”
(Per gentile
concessione dell’Autore)
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