martedì 28 gennaio 2014

IL COBRA E LA TIGRE di Annalisa Seveso



Un fruscio appena percettibile. Rapidi movimenti in mezzo ai cespugli. Pochi istanti e fu di nuovo silenzio.
Dal folto della foresta le movenze flessuose del grande serpente di giada raggiunsero il ruscello. L’animale vi si immerse e, al pallore della luna, ecco fuoriuscire l’imperatrice Wu della dinastia T’ang.
La donna aveva barattato l’anima in cambio del potere e, per tutti i demoni, lei era la donna più potente e temuta di sempre. Sotto la sua guida la Cina aveva raggiunto lo splendore, la gloria e non avrebbe consentito a nessuno di fermarla. Da diversi mesi però qualche incubo era giunto a tormentarla. Inizialmente aveva pensato che fosse solo frutto della sua eccessiva prudenza, o forse sarebbe stato meglio dire diffidenza. Lei non si fidava di nessuno, chiunque poteva rappresentare un nemico a corte. Anziché calmarsi, col trascorrere dei giorni aveva sentito l’ansia crescerle dentro e scavare come un topo che cerca di costruirsi la tana. Dalle sue visioni notturne aveva compreso che il nemico sarebbe arrivato presto, troppo presto. Era uscita a caccia, poiché la sua parte demoniaca aveva bisogno di essere rigenerata, nutrita e rinvigorita. Non riusciva ancora a capacitarsi di come tutto fosse cambiato nel giro di pochi giorni, e non poteva credere che la sua sorte stava per compiersi a causa della scelleratezza della sua stessa carne e del suo stesso sangue.
Quel rammollito di suo nipote Liu Sheng aveva annunciato di aver finalmente scelto una moglie.  Quello stesso giorno, una giovane donna dall’aspetto innocente, dallo sguardo candido come quello di un cerbiatto, ma dall’espressione intensa della tigre, era stata condotta a corte e presentata all’imperatrice madre.
Non appena Wu aveva sentito il nome della ragazza, Yung-T’ai, cioè pace, aveva iniziato a tremare in maniera impercettibile, poi aveva posato lo sguardo su di lei e tutto era stato chiaro: lei era la ragazza della leggenda, quella venuta per distruggerla e strapparle il trono.
Contravvenendo a tutte le regole di corte, Wu si era immediatamente alzata, non aveva detto nemmeno una parola a quella ragazza e si era ritirata nei suoi appartamenti. Aveva passato il tempo a pregare, a meditare, aveva invocato il demone serpente e alla fine era giunta la risposta ai suoi tormenti; doveva condurre la giovane nel bosco e, dopo aver assunto le sembianze del cobra di giada doveva strangolare la ragazza e immergere il suo cadavere nell’aceto per impedire alla sua anima di uscire dal corpo e passare a un altro essere umano. Nessun problema, pensò Wu passandosi la lingua sulle labbra tese. Non era la prima volta che uccideva per non perdere il trono, e probabilmente non sarebbe stata l’ultima.


Yung-T’ai era salita sul terrazzo più alto del palazzo. Da lì poteva osservare la valle in cui era nata e cresciuta e dove suo nonno Man-chi, una volta guerriero di palazzo, l’aveva addestrata per combattere e uccidere la malefica Wu.
Suo nonno era stato un uomo saggio, una guida per le truppe e un uomo d’onore. Anche adesso che non c’era più, verso di lui tutti provavano un rispetto reverenziale. Man-chi era stato anche una delle poche persone in grado di resistere al potere ipnotico della regina. La donna non era riuscita a piegarlo ai suoi comandi, né a scalfire la sua anima pura di guerriero.
Considerandolo comunque troppo vecchio per rappresentare una vera minaccia, Wu gli aveva risparmiato la vita e si era limitata a cacciarlo dalla corte. Erano passati diversi anni, il figlio di Man-chi era partito per la guerra e lui stava perdendo ogni speranza di poter distruggere la regina immortale. Solo quando aveva visto nascere sua nipote Yung-T’ai, aveva compreso che lei sarebbe riuscita a spezzare la maledizione e a uccidere l’imperatrice, così aveva trascorso il resto della vita a renderla una guerriera saggia e forte.
Pochi giorni prima Yung-T’ai, andando al mercato con la madre, aveva incontrato il giovane principe Liu Sheng, tanto timido quanto bello. Era bastato uno sguardo per capire che avrebbero passato la vita insieme, ma quello per Yung-T’ai era anche il segnale; il suo momento era arrivato e, tra lei e la felicità c’era Wu da uccidere. 
Dalla terrazza Yung-T’ai aveva anche potuto vedere Wu mentre cacciava, studiare le sue mosse. Sapeva che la battaglia era imminente e che la vecchia regina avrebbe cercato di colpirla quando meno se l’aspettava, ma lei avrebbe tenuto gli occhi ben aperti e l’avrebbe presa in contropiede quella notte stessa. La leggenda narrava che il boa avrebbe dovuto nutrirsi per cinque notti prima di sconfiggere la tigre, ma Yung-T’ai sapeva già che una delle due creature non avrebbe visto il sorgere del sole. Aveva paura, ma sapeva che quello era il suo dovere e non sarebbe venuta meno alla promessa fatta alla sua famiglia.
- Che fai qui fuori? – le domandò Liu Sheng posandole sulle spalle la sua mantella.
- Stavo solo ammirando il panorama – mentì. Non poteva certo dirgli chi era realmente, non ancora.
Lui le sfiorò la fronte con la punta dell’indice, scese lungo il naso e le disegnò il contorno delle labbra e del collo. Fu in quell’istante che notò il ciondolo d’avorio intagliato che la fidanzata portava al collo. Aveva la forma di una piccola lancia. Il gancio aveva la forma di un cuore ed era di oro purissimo, con una giada incastonata nel mezzo.
- È un dono di mio nonno – lo precedette lei e subito sul viso le si dipinse il dolore. – Mio padre è morto quando ero piccola, anzi è più giusto dire che non mi ha neppure mai visto. Era un soldato ed è stato ucciso durante una battaglia contro l’esercito del califfo Muawyya. Io non ero ancora nata quando è partito per il fronte. Aveva promesso a mia mamma che sarebbe tornato presto, ma la vita non va’ mai come uno si aspetta – sussurrò asciugandosi una lacrima. Poi tornò a guardare il fidanzato con aria più serena. -  Mia madre e mio nonno erano tutto il mio mondo, fino a quando sei arrivato tu.
Rientrarono e si augurarono la buona notte.
Quando Liu Sheng le disse: - A domani – lei si limitò a sorridergli. Non sapeva ancora se ci sarebbe stato un domani, anche se era quello che sperava con tutta se stessa.
Una volta nella sua stanza Yung-T’ai si spogliò, si immerse nella tinozza d’acqua tiepida e dopo essersi lavata accuratamente si cosparse di olio alla peonia. Raccolse i lunghi capelli, indossò il kimono nero di suo nonno, quello con i cinque kamon sul petto e si truccò il viso. Strinse forte il medaglione e pregò gli antenati di andare in suo aiuto.
La foschia del mattino stava salendo e Wu, dopo aver mangiato era pronta a fare ritorno alla reggia, ma lei non glielo avrebbe permesso.
Con passo rapido e sicuro raggiunse l’inizio della foresta. Il cuore le batteva come un tamburo, ma doveva riuscire a tenere la paura sotto controllo, poiché sapeva che Wu era in grado di fiutarla.
Non appena Wu la vide piegò il capo e diede il via alla trasformazione. Yung-T’ai corse a perdifiato impugnando saldamente l’amuleto. All’interno c’era un piccolo pugnale costruito con le ossa della leggendaria tigre dell’arcobaleno. La ragazza sapeva di non avere tempo da perdere, Wu doveva essere colpita a morte in un preciso attimo della trasformazione o tutto sarebbe stato perduto. Aveva un solo colpo e non poteva sbagliare.
Wu si innalzò maestosa, il suo volto era ancora umano, ma il corpo aveva già assunto quasi del tutto le sembianze del grande serpente. Una frazione di secondo e Yung-T’ai riuscì a piante il pugnale all’altezza del cuore. Un urlo assordante!
Wu si contrasse bruscamente sbalzando la giovane a terra. Il pugnale non era penetrato abbastanza in profondità e adesso l’imperatrice, ancora metà donna e metà boa, stava scattando con ferocia verso Yung-T’ai. Non aveva tempo per pensare, istintivamente Yung-T’ai prese la mira, allungò la gamba e quando Wu le fu quasi addosso, con violenza diede un calcio al pugnale facendolo penetrare nella carne della regina. Il corpo esanime di Wu le crollò sopra. Yung-T’ai tentava di liberarsi dal peso del mostro, mentre il sangue iniziava a fuoriuscire copioso e si mescolava a un liquido bianco e viscido. Yung-T’ai aveva il viso, i capelli, gli indumenti impregnati dal sangue del mostro.
Quando orami pensava che non sarebbe riuscita a liberarsi sentì il peso diminuire. Wu era tornata ad essere la piccola ed esile donna che era stata prima di vendere la sua anima al demone, mentre la sagoma del serpente volteggiava sopra di lei. I suoi occhi si incrociarono con quelli del mostro e Yung-T’ai comprese che era perduta.
Si tolse velocemente gli indumenti e corse verso il ruscello sperando di riuscire a lavare via la maledizione, ma quando ne emerse si stava già trasformando in un boa di giada.
Ebbe appena il tempo di guardare un’ultima volta verso la reggia. Sentì una lacrima che le scendeva lungo la guancia ormai ricoperta di squame prima di scappare verso il folto del bosco per non fare mai più ritorno. Aveva vinto la sua battaglia, ma aveva perso tutto.

9 commenti:

  1. Racconto avvincente, quello di Annalisa, di ispirazione orientale: una bella fiaba di "sapore" antico. Scritto molto bene. Bravissima.

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  2. Un bel racconto. Complimenti all'autrice.
    G.S.

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  3. Come dico sempre Annalisa non è banale, difficilmente si riesce a capire in anticipo le mosse e persaggi e qui abbiamo un finale incredibile.

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  4. mahmoud ismail28 gennaio 2014 18:43

    Sono rari quelli che riescono portare il lettore dentro i loro romanzi , come lei
    dal racconto ,lei supera quegli scrittori d'Oriente ...
    bravissima !

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  5. Grazie mille a tutti. Alla prossima.

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  6. Piaciuto Molto! Si potrebbe dire qualcosa sull'ineluttibilità del destino... bella fiaba fantasy, adulta e tutt'altro che banale.

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  7. Grazie mille Antonio e Sauro, davvero molto gentili.

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  8. Bel racconto fantasy dal sapore orientaleggiante, narrato bene e venato di poesia. Cattura l'attenzione e porta il lettore verso un finale sorprendente e malinconico. Unico appunto: essendo di ambientazione vagamente asiatica, io avrei chiamato il serpente pitone, cioè il corrispettivo asiatico del boa che, a quanto mi risulta, popola le foreste dell'America meridionale. Ma forse sbaglio. Poco conta, comunque... al fantasy si concede questo e altro. Brava!

    Giuseppe Novellino

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