martedì 16 gennaio 2018

IL GIARDINIERE di Peppe Murro

Da bambino guardavo incantato le notti stellate, avevo sempre sognato di andare lassù, da qualche parte del cosmo. Ed ora il sogno si era avverato, ma guardavo le mie mani rinsecchite, sentivo su di me il peso di anni indecifrabili. Perché? E dove, da qualche parte, c’era qualcuno con cui poter parlare, magari di quelli che avevo conosciuti… sapevo che erano pensieri sciocchi ed inutili.
Stavo lì, dentro quel globo trasparente a guardare un diverso cielo, ad osservare le due lune che splendevano a distanza, una rossa, l’altra bluastra. Stavo lì, in compagnia di quelli che avevano viaggiato con me: avevo messo i loro cadaveri nelle urne criogeniche se mai qualcuno fosse venuto ed avesse cercato di capire. E di capire pure come mai solo io fossi rimasto lì, a dispetto degli anni e dei raggi cosmici.
In questo gioco ad incastro della gravità, beffardo e misterioso, le albe ed i tramonti si susseguono come a rincorrersi in un balenio continuo di luce e tenebre: ti squassa occhi e pensieri questo balletto parossistico delle lune. Non so quali altri effetti produce su di noi, non l’ho mai saputo né voluto sapere, in fondo io dovevo fare solo il giardiniere, sia pure laureato. Sì, forse è meglio riderci sopra…
La sola cosa che mi pare importante da sottolineare è che questo aspetto del pianeta, dopo appena un mese terrestre che eravamo qui, aveva prodotto effetti devastanti: litigiosità e nervosismo, malesseri improvvisi…fino a quando si è arrivati a chiudersi ognuno nel proprio cubicolo, tralasciando ogni protocollo della missione.
E un giorno, quel giorno…
Ero uscito con grandi sforzi per la solita inutile e faticosa esplorazione della desolazione del pianeta. Quando sono tornato mi ha accolto un silenzio greve, nonostante tutte le luci fossero accese. Avvicinandomi ho visto che la porta stagna era aperta e mi sono subito allarmato; sono entrato e, in un brulicare di luci e qualche pannello fumante, ho visto chiazze di sangue dappertutto: i mie compagni erano tutti in un lago di sangue, Herman brandiva ancora nella mano un grosso tubo di ferro, Jodie era riversa a terra come una bambola spezzata, a testa in giù. In un angolo, con la faccia sfracellata c’era Sid, il più giovane di noi.
Non ricordo bene cosa ho fatto, o forse non voglio ricordare: credo d’aver chiuso la porta stagna e rimesso atmosfera nel locale,
Sì, ogni altra cosa è da dimenticare: qui fuori ci sono tre tumuli impolverati dal vento come sola testimonianza di quanto è successo. E poi ci sono io, da quanto tempo non lo so più. Le trasmissioni verso la terra sono finite da un pezzo, come pure la speranza che venga un aiuto qualsiasi.
Sono solo, Guardo le lune e do un nome alle costellazioni, come facevo da ragazzino, mentre guardavo, sognando il cielo stellato.
Sono qui. Invecchio qui, lungamente. E qui morirò.  
Tra poco aprirò la porta stagna, ed uscirò, da uomo, senza difese…io, “il giardiniere”.
Chissà se muore davvero chi sogna guardando le stelle?

domenica 7 gennaio 2018

PUBBLICO IMPIEGO di Fabio Calabrese

Enrico non riusciva a reprimere un crescente senso di irritazione. Il direttore l'aveva spedito in archivio a cercare una pratica, ma invece di essere un affare di pochi minuti, la faccenda si stava prolungando. Qualcuno doveva averla classificata in maniera erronea, e ora era introvabile come se fosse sprofondata nel fondo dell'oceano.
Guardò con impazienza l'orologio, erano le undici e cinquantacinque. Dappertutto le pareti dell'ufficio erano state tappezzate di avvisi che spiegavano che per quel giorno il servizio al pubblico terminava a mezzogiorno, perché il personale era convocato per un'assemblea di formazione/aggiornamento.Si guardò attorno con disperazione: era incredibile che nell'era dell'elettronica ci fossero ancora tanti scartafacci cartacei che se ne stavano sugli scaffali a ingiallire e a ricoprirsi di polvere, ma forse la loro funzione era ecologica, quella di offrire agli acari e agli allergeni della polvere un ambiente favorevole dove prosperare e riprodursi.
Guardò l'orologio una seconda volta: ora era mezzogiorno e tre minuti. Non c'era alternativa: doveva mollare la ricerca della pratica e correre all'assemblea. Uscì dall'archivio e si diresse a grandi passi verso la sala riunioni.
I corridoi dell'ufficio erano deserti. Enrico giunse sulla porta della sala riunioni da cui non proveniva nemmeno un brusio.
La spalancò e rimase sorpreso. La sala era completamente al buio, le tapparelle erano state ermeticamente abbassate.
Fece alcuni passi in avanti incerto.
“Tanti auguri!”
Il grido squarciò le tenebre seguito da un fragoroso applauso. Subito dopo, qualcuno accese la luce.
I suoi colleghi erano tutti lì, e su un tavolo era stata piazzata una grossa torta.
“Alberti”, gli disse il direttore, “Non si preoccupi per quella pratica, non esiste, era solo una scusa per tenerla fuori ancora un po' intanto che le preparavamo la sorpresa”.
Sul tavolo accanto alla torta erano stati collocati dei bicchieri di plastica, e ora era comparsa una bottiglia di spumante che qualcuno si stava affrettando a stappare.
“Auguri, vecchio mio, congratulazioni!”, stavano dicendo i colleghi mentre gli massacravano le spalle a forza di pacche amichevoli almeno nelle intenzioni dichiarate.
Nel frattempo, sia pure lentamente, i neuroni di Enrico Alberti avevano ripreso a funzionare.
No, quel giorno, lo sapeva bene, non era il suo compleanno ma quello di suo nonno. Un momento dopo realizzò che fin allora, tranne pochi amici intimi, i colleghi non si erano mai ricordati del “suo” compleanno o si erano al più limitati a rivolgergli qualche breve rase di augurio.
Possibile che gli fosse sfuggita? Quella doveva essere una ricorrenza particolarmente importante. Infatti, gli venne in mente subito dopo, quel giorno se fosse stato ancora in vita, suo nonno avrebbe toccato il secolo.
“Buon compleanno, Enrico Alberti, ma quell'Enrico Alberti si era dipartito da questa valle di lacrime già da alcune decine d'anni.
Lo sapevano tutti, e tutti facevano finta di non saperne niente. Era iniziato naturalmente in sordina verso la fine del XX secolo, quando i governi avevano cominciato ad alzare l'età pensionabile. La scusa era l'aumento dell'aspettativa di vita della popolazione, ma la ragione vera era il crescente indebitamento degli enti previdenziali, infatti, quando fu chiaro che l'aspettativa di vita non si stava per nulla allungando, ma stava anzi incominciando a scendere a causa dei cattivi stili di vita, sedentarietà ed eccessi alimentari, la tendenza a innalzare sempre più l'età della pensione non si era affatto invertita.
Gli anziani erano costretti a rimanere al lavoro sempre più a lungo, e questo faceva diventare ancor più aleatoria la speranza dei giovani di trovare un impiego.
Nessuno sapeva di preciso dove e quando la cosa era iniziata, ma un giorno qualcuno, un anziano che anelava a godersi gli ultimi anni in santa pace, con un figlio che ambiva a entrare nel mondo del lavoro, si era fatto sostituire dal figlio truccato da anziano, un tipo di travestimento che poi il trascorrere del tempo rendeva sempre meno necessario.
Ovviamente l'esempio si era diffuso dando luogo a una sorta di feudalesimo non dichiarato. Tutti gli impiegati del ministero lo erano di seconda o terza generazione, anche perché erano decenni che non si facevano più concorsi pubblici.
Il problema apparentemente più difficile era quello di cosa fare quando la persona sostituita da un familiare sul posto di lavoro veniva a mancare, perché non risultasse ufficialmente deceduta, ma per quello c'era una soluzione relativamente semplice: bastava rivolgersi ai cinesi, e di solito c'era una colonia cinese in ogni città di una qualche importanza. Costoro avevano pratica di come far sparire cadaveri. Da molto tempo ormai, quando uno di loro moriva, il suo corpo veniva fatto sparire e i suoi documenti servivano per regolarizzare la posizione di qualche altro suo connazionale immigrato.
Versando una congrua mancia, erano disponibili a occuparsi anche dei corpi dei nativi. Cosa ne facessero, era qualcosa che Enrico preferiva non indagare, anche se per la verità il fatto che nei ristoranti cinesi fossero sempre disponibili piatti come il maiale in agrodolce e il vitello con bambù, che di fatto consistevano in coriandoli di carne staccata dall'osso sulle cui origini nessuno avrebbe potuto giurare, gli faceva nascere inquietanti sospetti. Da quel tipo di locali, a ogni modo, cercava sempre di tenersi lontano.
Qualcuno mise in mano a Enrico un piatto di plastica con una fetta di torta, e un bicchiere, sempre di plastica, riempito di spumante.
“Alla sua salute, caro Alberti”, disse il direttore, “Cento anni portati splendidamente!”
Enrico alzò il bicchiere nel gesto del brindisi, subito imitato dai colleghi.
“Per questa ricorrenza”, proseguì il direttore in tono trionfale, “Noi tutti abbiamo pensato di farle un regalo”.
Porse a Enrico un astuccio.
Enrico lacerò la carta del pacchetto e aprì la scatoletta.
Guardò l'oggetto stupito: era un orologio placcato oro. Strano, gli venne da pensare, sembrava il tipo di regalo più adatto a un pensionamento che a un compleanno. Fu in quel momento che realizzo: cento anni significavano per l'appunto il raggiungimento dell'età pensionabile, una meta che ormai toccava a pochi se non per interposti discendenti. C'era solo un piccolo particolare: lui in realtà di anni ne aveva quarantasei.
Enrico si avvicinò “alla signora” Martini bisbigliando:
“Sistemati, hai un seno storto”.
“Martini” (quello non era il suo cognome, ma quello da nubile della madre) non aveva avuto molta fortuna, aveva ereditato il posto non dal padre ma dalla genitrice, e così gli toccava venire al lavoro in gonna, parrucca e seno finto. Tutti sapevano che non era una donna, e tutti fingevano di non accorgersene.
“In questo non è stato solerte, Alberti”, stava dicendo il direttore, “Non si è preoccupato per nulla del suo imminente pensionamento, si direbbe quasi che se ne fosse dimenticato. Ma non si preoccupi, abbiamo pensato a tutto noi. Basta che lei venga domattina a ritirare le sue cose e a firmare un paio di moduli”.
 
Enrico Alberti s'incamminò sentendosi mortalmente triste: il giorno prima aveva regolarmente concluso l'orario di lavoro che era terminato con la festa di pensionamento. Naturalmente, ed era stata la cosa più difficile, aveva raccontato della questione a casa.
Marta aveva cercato di tranquillizzarlo.
“Non ti preoccupare”, gli aveva detto, “Abbiamo abbastanza soldi da parte per vivere tranquillamente finché non trovi un altro lavoro”.
Enrico tuttavia era tutt'altro che tranquillo: trovare lavoro non era per nulla facile, soprattutto per chi avesse passato i quarant'anni. La pensione, sufficiente appena per un anziano che non avesse particolari problemi di salute, era del tutto insufficiente per una famiglia di quattro persone con due figli agli studi. La liquidazione, quando fosse arrivata, avrebbe dato un po' di sollievo, ma fino a quando?
Riportò l'attenzione sullo scatolone che teneva fra le mani: era quasi vuoto. Tutto quel che gli rimaneva di decenni di lavoro era un po' di cancelleria e un portaritratti che era rimasto nel fondo di un cassetto: conteneva due foto, in una c'era la sua povera mamma, nell'altra lui da bambino. Era stato di suo padre quando era succeduto al nonno e prima di passare la mano a lui.
Si guardò in giro fissando i muri della città e le persone che gli passavano accanto formando un'indistinta entità anonima, la folla, sconosciuti ciascuno con i propri problemi, e che di certo non si preoccupavano dei suoi. Provò un profondo senso di scoramento.
 
Il tempo passava, era un susseguirsi di giornate vuote e di ricerche frenetiche. Enrico aveva mandato in giro e più spesso portato curricoli un po' dappertutto, parlato con tantissime persone, tutto senza risultato. Intanto, il conto in banca si assottigliava sempre di più.
Quel giorno Enrico era tornato dai Mercati Generali. Fin allora la sua attività lavorativa era stata sedentaria di tipo impiegatizio, ma era disposto a fare qualunque cosa, anche lo scaricatore o il facchino, ma con grande delusione si era dovuto accorgere che quel tipo di lavoro non esisteva praticamente più, sostituito dai carrelli robotizzati.
Rientrando in casa, vide una busta nella cassetta della posta: era una busta formato A4 di quel colore giallo spento che solo i ministeri continuavano a usare.
Non poteva essere una comunicazione riguardante la liquidazione, era ancora troppo presto, e poi...Vide che il mittente era il ministero dei Beni Culturali.
Una speranza folle s'impadronì del suo animo...e se fosse stata una lettera di assunzione...uno dei tanti concorsi che suo padre o suo nonno avevano fatto nei decenni precedenti, magari classificandosi agli ultimi posti di lunghe graduatorie che però ora si avvicinavano al loro esaurimento?
Resistette alla tentazione di aprire subito la busta, voleva farlo di fronte a Marta.
Fece i gradini delle scale a quattro per volta.
Il Signore dà, il Signore toglie, sia benedetto il nome del Signore, ma se torna a dare di nuovo, che sia due volte benedetto!
Si precipitò nel salotto di casa dove lo attendeva Marta.
Lacerò la busta e scorse la lettera che gli ballava davanti agli occhi per l'eccitazione.
Era veramente una lettera di assunzione. I Beni Culturali...però l'idea di lavorare con qualcosa di artistico, la trovava allettante. In quel momento gli sembrò che il cuore gli scoppiasse dalla gioia.
Marta gli prese la lettera dalle mani e cominciò a leggerla a sua volta.
“No”, disse, “Non è un concorso che ha fatto tuo padre, ma tua madre. E' meglio che cominci ad allenarti a camminare coi tacchi alti”.

 

lunedì 1 gennaio 2018

LA FOGLIA di Teresa Regna

Mi hanno rinchiuso in questa struttura fin dal giorno in cui cadde la foglia. Dicono che sono matto, ma io so di aver ragione. Non so come dimostrarlo, però, quindi sono stato condannato ed etichettato.
Da quando hanno chiuso i manicomi, le persone ‘fuori di testa’ vengono internate in posti a metà strada tra gli ospedali e le case-famiglia. Non si sta troppo male, se si riesce a fare l’abitudine ai comportamenti allucinati o strambi degli altri ‘ospiti’.
C’è chi urla, chi si strappa i vestiti di dosso, chi mangia di continuo e chi non sa nemmeno tenere in mano il cucchiaio. E poi ci sono quelli come me: hanno assistito a un fenomeno inspiegabile e hanno avuto la malaugurata idea di raccontarlo in giro.
Sono vivo per miracolo, ma questo particolare non interessa a nessuno, dato che non ho parenti prossimi o amici intimi. Ero già considerato un tipo strambo, al quale era stata appiccicata l’etichetta ‘solitario’. Stare bene con se stessi è considerato un po’ folle, nella nostra frenetica società. Tutti si affannano a riempire il tempo da trascorrere da soli con telefonate, impegni mondani, secondi lavori o amori a perdere. Io non l’ho mai fatto.
Lei mi chiede cosa mi ha portato qui, dottore. La capisco: è ancora giovane e idealista, e probabilmente sta pensando che riuscirà a guarirmi. Non può, però, perché io non sono affatto malato. Mi è successo un evento inspiegabile, tutto qui.
Vuole che glielo racconti? Bene. Si tenga forte, perché stiamo per decollare verso il regno dell’impossibile.
Qualche mese fa stavo andando a trovare un mio conoscente, in un paesino di campagna, e percorrevo una stradina costeggiata da alberi di ogni tipo e dimensione, quando è accaduto.
 
Era autunno, e sui rami protesi verso il cielo terso le foglie avevano dei colori magnifici, che andavano dal giallo chiaro al marrone intenso. Procedevo quasi a passo d’uomo, incantato dallo stupendo spettacolo che la natura mi regalava.
All’improvviso una foglia si è staccata da un ramo altissimo ed è caduta sul cofano della mia auto.
Capita spesso, dice? Guardi che non ho ancora terminato.
Man mano che cadeva, la foglia diventava sempre più grande, come se una forza al suo interno la spingesse a dilatarsi. Quando ha colpito il cofano era ormai lunga più di un metro e pesante quanto un piccolo tronco. Appena mi sono reso conto di quello che stava accadendo, ho sterzato nel tentativo di evitarla, finendo fuori strada, anche se di poco.
Non l’ho evitata, comunque. Mi ha ammaccato il cofano, rotto il parabrezza e danneggiato il motore.
Ho chiamato il carro attrezzi, e raccontato quello che era successo. Avrei dovuto immaginare che mi avrebbero tolto dalla circolazione, in tutti i sensi: mi hanno ritirato la patente, interrogato miriadi di volte, e poi rinchiuso qui. Se fossi stato meno sincero, sarei ancora lì fuori, nel mondo reale.
E anche se mentissi a lei, potrei tornare a casa, ammesso che io abbia ancora una casa. Ma non ho intenzione di mentire: ho visto una foglia ingigantirsi in pochi secondi, colpire la mia auto e poi tornare pian piano alle sue dimensioni normali.
Uscirò di qui soltanto quando qualcuno crederà alla storia che le ho appena raccontato, riabilitando il mio buon nome e garantendo sulla mia salute mentale.
Come dice, dottore? Devo rassegnarmi…
Sì, lo so: chi non si conforma è perduto.

 

  

sabato 30 dicembre 2017

IL GIORNO CHE INCENDIARONO LA SCUOLA di Paolo Secondini

Il giorno che incendiarono la scuola è un romanzo breve, incentrato sulle esperienze di un insegnante di italiano e storia alle prese, quotidianamente, con i propri alunni.
Quest’ultimi appaiono poco disposti (salvo eccezioni, ovviamente) allo studio e al lavoro scolastico, poco motivati ad ascoltare le lezioni e a trarne profitto; molto propensi, invece, a interessi a volte bizzarri, stravaganti, ma certamente più veri e consoni al loro animo.
Ispirato a fatti del tutto veri, accaduti in vari istituti di istruzione secondaria di II grado (nei quali l’autore ha insegnato per anni), il romanzo narra vicende ora drammatiche, ora allegre, ora tristi, ora assurde, ora bizzarre, ora impossibili… ma sempre soffuse di una sottile ironia; vicende che hanno unicamente come scenario la scuola e, in particolare, l’aula con i banchi, le carte geografiche, la cattedra e, soprattutto, le pareti imbrattate di scritte, disegni, graffiti.
I nomi degli alunni sono fittizi; reali, invece, i loro comportamenti, le loro manie, il loro modo di essere… le loro piccole grandi storie.

http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/il-giorno-che-incendiarono-la-scuola/paperback/product-23469978.html
 

domenica 24 dicembre 2017

QUEI GIORNI DEL MESE di Laura Silvestri

Carlo accostò meglio i lembi del cappotto: il freddo di novembre iniziava a farsi pungente e, tanto per cambiare, Gianni si stava facendo aspettare. Era già da venti minuti che l’uomo se ne stava immobile sul marciapiede ad attendere il collega, sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio. “Che carrierista”, pensò infilando le mani nelle tasche, ma non c’era asprezza in quella considerazione: dopotutto Gianni era giovane e scapolo, e aveva tutto il diritto di preoccuparsi solo del lavoro e delle ragazze. Quella notte, però, sarebbe stata fra uomini: soltanto tre amici, qualche birra e la partita di campionato… sempre che il loro ospite si fosse deciso a staccare la lingua dal fondoschiena del capo.
Le macchine sfrecciavano accanto ai marciapiedi di Trastevere, i fari illuminavano per un istante il buio della sera e si allontanavano nel traffico romano. Mentre fissava la pallida luna piena che faceva capolino oltre il profilo di alberi e palazzi, una voce che chiamava il suo nome lo fece voltare. Eccolo lì, il terzo invitato alla serata sportiva: Duilio, anche lui impiegato nella società pubblicitaria per cui lavorava Carlo, anch’egli deciso a sfuggire alla routine familiare.
“Ehilà!”, Duilio lo apostrofò, battendogli una pacca sulla spalla. “Tutto a posto per stasera? Il padrone di casa dove si è cacciato?”
“E dove vuoi che sia? Impelagato in qualche riunione che ci farà perdere l’inizio della partita”.
“Se anche fosse, non mi lamenterei”, Duilio sghignazzò. “Mi basta non stare a casa mia stasera. Hai presente cosa intendo, no?”, concluse con uno sguardo allusivo.
Carlo lo sapeva eccome. Del resto, sebbene non lo avessero mai detto a Gianni, lui e Duilio si organizzavano ormai da un anno a quella parte per passare in compagnia dell’amico scapolo, nel suo bell’appartamento tranquillo, proprio certe serate del mese. “E come potrei non capirti? Lo sai che anche mia moglie è in quei giorni, e Dio solo sa se non sia meglio starsene da un’altra parte. Senza contare che da poco anche mia figlia maggiore è diventata… be’, ci siamo capiti. E due insieme proprio non si sopportano”.
“Già, le ragazzine sono tremende”. Duilio si strinse nelle spalle.  “Intrattabili, comunicano a ringhi. E non si può dire che odorino di fiori”.
“Ah, le adolescenti sono il supplizio di ogni padre”. Carlo scosse la testa. “E da quando anche Mia è tutta un subbuglio di ormoni, Linda non risulta certo più piacevole. Sarà che si stuzzicano a vicenda,  con questa cosa che poi finiscono per sincronizzarsi. Davvero, beati gli scapoli.”
“Hai proprio ragione. Chissà perché, poi, se la prendono sempre con noi poveracci che le abbiamo sposate”. Duilio si passò una mano sul cranio calvo, sentendo la prima goccia di pioggia bagnargli la testa. “Ah, a proposito di scapoli, guarda là.”
Gianni faceva in quel momento la sua comparsa fuori del massiccio portone di bronzo, scendendo i gradini in gran fretta, con la ventiquattrore stretta fra le mani e l’aria mortificata. I due lo videro avanzare con lunghi passi atletici nella loro direzione. “Scusatemi, non sono riuscito a liberarmi prima!”, li apostrofò sistemando il ciuffo di capelli neri sulla fronte. “Accidenti, che giornata. Sono veramente a pezzi”.
Carlo si lasciò scappare un sorriso. “Ti stressi troppo. Fra lavoro e ragazze, tra un po’ non ti reggerai più in piedi!”
Duilio salutò a sua volta l’ultimo arrivato. “Non dargli retta. È invidioso perché lui ormai è dimenticato nello stanzino delle fotocopie e ha una moglie che lo comanda a bacchetta!”
“Ah, che vitaccia”, Gianni concordò con una risata. “Avanti, andiamo. La mia macchina è qui dietro, e fra un quarto d’ora dovrebbe arrivare il ragazzo delle consegne con la pizza.”
Il tragitto fu breve, immerso in un confortevole silenzio, e Carlo iniziò a rilassarsi. Abituato com’era alle cene in famiglia, quelle due o tre serate fuori lo aiutavano a sopravvivere alla routine. Prima di scendere dall’auto, si affrettò a controllare che non vi fossero chiamate di sua moglie sul cellulare: per fortuna, tutto taceva. In verità, aveva fatto in modo di prendersi uno stacco considerevole dalla famiglia, e lo aveva fatto con una piccola bugia: aveva detto che sarebbe stato in trasferta a Firenze per un paio di giorni. Non aveva avuto molta scelta: Linda mal tollerava che si assentasse di proposito, proprio in certi giorni. A dirla tutta, la cosa la mandava in bestia. TuttaviaCarlo si sentiva compreso e spalleggiato in quelle serate fra uomini: anche un padre di famiglia aveva bisogno dei suoi spazi, e dopotutto non facevano niente di male.
Gianni lo scorse rimettere il cellulare in tasca e gli rivolse uno sguardo malandrino, intanto che si avviavano verso il portone. “Sei in pensiero che la tua signora si faccia viva, eh?”
“No, ma che vai a pensare”, Carlo si schernì con un sorriso imbarazzato.
Attraversarono un immacolato pianerottolo e raggiunsero l’appartamento di Gianni che, oramai, si poteva dire conoscessero come le proprie tasche.  “Fai presto a canzonare tu”, Carlo non resistette all’impulso di precisare, prima che il ragazzo li facesse accomodare oltre il portoncino di legno restaurato ad arte. “Le donne le frequenti… quanto? Un paio di sere, prima di scaricarle? Ti godi solo il bello del genere femminile”.
“Puoi dirlo forte”, Gianni rispose con un sorriso. “Ed è una buona abitudine che non voglio certo abbandonare”.
L’appartamento era tirato a lucido, segno che quel mattino fosse passata la signora delle pulizie: ci si poteva specchiare nel mobile all’ingresso, il divano di pelle profumava di nuovo e neppure una traccia di polvere adombrava il televisore. Una punta di invidia si affacciava ogni volta nella testa di Carlo, quando metteva piede in quel paradiso di pace, ma si affrettava a scacciarla via. Anche la sua vita aveva molti aspetti positivi: solamente, era più difficile ricordarli in settimane come quella. Un lieve brivido gli corse per la schiena al pensiero di quanto detestasse mentire a Linda, ma tutto sommato non era il primo al mondo a fare una cosa del genere.
Intanto che lasciava il cappotto sull’appendiabiti, lanciò un’occhiata al cielo ormai nero e alla bellissima luna, sferica e bianca, che rischiarava la via antistante il palazzo. Doveva smetterla di angosciarsi, si ripeté, e godersi quella notte.
Anche Duilio non pareva mai del tutto a proprio agio durante i primi minuti di quelle occasioni, ma poi finiva per rilassarsi alla svelta. Aveva una decina d’anni più di Carlo, e sapeva prendere le cose con filosofia.
Come avevano temuto, la partita era cominciata ormai da una decina di minuti. Il campanello annunciò l’arrivo del ragazzo delle consegne. Mentre Gianni si affrettava ad andargli ad aprire, Carlo e Duilio si davano da fare per sistemare il salotto: mentre il primo serrava la finestra sulla strada con il blocco di sicurezza, l’altro ricontrollava quelle della cucina e del piccolo bagno di servizio. “Ricordati di mettere il catenaccio al portone”, Carlo rammentò per l’ennesima volta al giovane collega, quando lo sentì ritornare con i cartoni della cena. La prudenza, lo sapeva bene, non era mai troppa.
“Fatto, paparino”, Gianni ribatté con un ghigno. “E’ tutto sotto controllo”.
Questa volta, Duilio si inserì nel discorso con un’espressione grave. “Non prendere le cose troppo alla leggera, giovincello”, sentenziò prendendo posto alla sinistra del divano, come da sua abitudine. “Con quella tua testa fra le nuvole… hai chiuso bene anche la camera da letto?”
Il ragazzoannuì con noncuranza, sistemando la pizza sul basso tavolo davanti alla tv e impugnando il telecomando per regolare il volume. “Fatela finita, voi due. È fatta. Diamo inizio alla serata sportiva”.
Il tintinnare dei bicchieri suggellò quell’accordo. Mentre Duilio sprofondava al suo posto, e Gianni iniziava a borbottare la sua personale telecronaca, Carlo si sforzò di rilassarsi. Affondò i denti in una fetta di pizza, avendo cura di non sporcare gli eleganti pantaloni del completo, e lasciò cadere la testa contro il cuscino di pelle. Forse avrebbe dovuto fare una telefonata a casa, giusto per controllare che Linda e Mia non avessero bisogno di niente. In fondo sarebbe stato il suo dovere di capofamiglia. “Oh, ma a chi vuoi darla a bere”, lo ammonì la voce della coscienza, “ti stai solo cacando sotto al pensiero che scoprano la tua bravata”.
Ma non sarebbe accaduto, si rassicurò. Dopotutto, era quasi un anno che si concedeva serate fra uomini tutti i mesi. Rimuginarci su così a lungo era poco dignitoso. Non passavano forse, tutti gli ammogliati del mondo, le sue stesse tribolazioni? Però, non tutti avevano una figlia appena adolescente che trasudava aggressività da ogni poro ed era in aperta ribellione con la figura paterna. Erano cose che potevano togliere il sangue freddo anche al più equilibrato dei padri. Un nuovo brivido gli attraversò la schiena, mentre la fronte si imperlava di sudore. Carlo si concesse una lunga sorsata di birra. Aveva smesso di piovere.
La notte, fuori dalla finestra, gli pareva cupa, vuota di stelle, e la figura della luna rifulgeva quasi sinistra, spuntando fra rade nubi che il vento stava portando via. “Linda è a casa”, ripeté per l’ennesima volta a se stesso, come uno sciocco mantra. “Non mi verrà a cercare”.
La loro squadra stava perdendo. Duilio borbottava qualcosa fra un boccone e l’altro, mentre Gianni inveiva contro il televisore. Carlo sentiva il battito del proprio cuore farsi sempre più forte, come l’eco di un presentimento. Riguardò la finestra, che aveva serrato soltanto pochi minuti prima, e si costrinse a respirare.
Il tonfo che riecheggiò contro il portoncino d’ingresso lo fece sobbalzare con tale violenza da fargli rovesciare la birra sul divano. Gianni imprecò, e Duilio gli lanciò subito un’occhiata preoccupata.
“Hai chiuso bene, vero? Anche la catenella?”, Carlo si ritrovò a domandare con un filo di voce, ma conosceva già la risposta. Non avrebbe fatto differenza se l’altro avesse preso sul serio le sue raccomandazioni. Non se lei fosse stata davvero arrabbiata.
Seguì un secondo tonfo, più forte, seguito da un altro ancora che fece tremare il cristallo del tavolino. Carlo si alzò dal divano, le gambe che lo reggevano a malapena. “Merda, lo sapevo”, ripeté nella sua testa. Avrebbe dovuto fare quella telefonata, tranquillizzare le sue donne prima che potessero fare qualcosa di irrazionale, ma adesso era troppo tardi.
Se non voleva perdere la faccia davanti ai suoi colleghi, non gli restava che affrontare la situazione da uomo.
E da solo.
Si avviò per il corridoio, mentre Duilio e Gianni ben si guardavano dal seguirlo. Il portone d’epoca dell’appartamento iniziava a scricchiolare, mentre una nuova sequenza di colpi lo scuoteva. “Linda, amore, sei tu?”, Carlo chiese con quel poco fiato che gli restava in gola.
Gli rispose soltanto un verso rabbioso, mentre il colpo successivo faceva venire giù polvere d’intonaco dal muro. L’uomo chiuse gli occhi, cercando di recuperare il sangue freddo.
“Tesoro, posso spiegarti tutto. Perché adesso non torni a casa? Ne parliamo domattina a mente fredda”. Nessuna risposta, a parte un tonfo furioso e un altro ringhio, più acuto del precedente.  Carlo dovette appoggiarsi al mobile per non cadere. “C’è anche Mia lì con te? Avanti, siate ragionevoli. Tornate a casa”.
Ma come poteva sperare che due donne in pieno ciclo gli dessero retta?
Fu forse una spallata a far cedere il portoncino: la catenella saltò, divelta, e il battente si spalancò di netto, andando a cozzare contro la parete e spargendo ovunque schegge di legno pregiato. Carlo si ritrovò a indietreggiare suo malgrado.
Le fauci spalancate e sbavanti di sua moglie, gli occhi rossi e il fitto pelo fulvo lo investirono in pochi secondi. Dietro di leila sagoma più minuta, ma altrettanto animalesca, di Mia, col manto irto e nero dall’odore acre di giovinetta e i lunghi artigli tesi nella propria, personale, dimostrazione di ribellione adolescenziale.
“Linda, andiamo amore. Lasciami spiegare…”, provò a farfugliare, mentre cadeva in terra e lacrime di terrore iniziavano a rigargli il viso. Ma non c’era più nulla che potesse fare: il muso di sua moglie era ormai al suo collo, mentre gli occhi rosseggiavano del furore di donna tradita. E come si poteva ragionare, in quelle condizioni? Erano così irrazionali, le donne. Incomprensibili.
Carlo chiuse gli occhi e si preparò all’inevitabile. La luna, bianca e distante, da sempre simbolo del mondo femminile, pareva sbeffeggiarlo, fuori dalla finestra.
“Dannazione”, fu il suo ultimo pensiero.
Per quanto l’avesse sempre amata, detestava davvero Linda in quei giorni del mese.

domenica 17 dicembre 2017

AMORE INCONFESSATO di Paolo Secondini


«Non mi ha mai dimostrato la sua simpatia, né la sua benevolenza, signorina Luisa. E pensare che io l’amavo immensamente, seppure in segreto… Non ha mai compreso il mio sentimento inconfessato; né dal mio sguardo, dalla mia compostezza, dalla mia attenzione, dal mio silenzio ha colto quello che in ogni momento provavo per lei. Oh, l’amavo! Sì! Io l’amavo! Non so dirle con esattezza che cosa di lei mi avesse colpito: se gli occhi azzurri, grandi, se le labbra rosse e carnose, se i lunghi capelli sciolti sulle spalle. Può darsi sia stato l’insieme del suo aspetto grazioso, gentile, ad avere esercitato su di me un fascino irresistibile… Pendevo dalle sue labbra quando, seduta dietro la cattedra, lei parlava di letteratura, di storia, di geografia. Le sue lezioni erano interessanti, piacevoli, rese tali anche dalla sua voce calda e vellutata – appena un sussurro –, che lambiva il mio cuore come una dolce carezza… Oh, signorina Luisa! Che bei ricordi e che nostalgia delle sue ore di lezione! Sedevo in fondo alla classe – ricorda? –, da solo nel banco. Ero il più alto e grande perché ripetente. Avevo quindici anni, allora: pochi, purtroppo, per dichiararle il mio amore – sognavo di farlo stringendo la sua mano tra le mie –, per sposarla, per abbracciarla, per baciarla… Saremmo stati felici insieme, ne sono sicuro… Ma lei, ripeto, non ha mai compreso i miei sentimenti nei suoi confronti o, probabilmente, li ha sempre ignorati in modo deliberato. A volte pensavo che mi detestasse – non so per quale ragione –, che mi odiasse. Sì, sì, non poteva essere diversamente, specie quando mi guardava con un’espressione un po’ dura, arcigna, che non le era abituale… Sono io, ora, che detesto lei, che la odio dal profondo del cuore; ora che sono un uomo di più di trent’anni e lei una donna di oltre sessanta. La detesto, sì, la odio, per avermi lasciato soffrire… Spero che adesso, guardando i miei occhi, mentre stringo con le mie mani il suo collo sottile, lei comprenda il male che le voglio... E dire che l’amavo, signorina Luisa! Sì, l’amav… Ma che succede? Come è possibile? Il suo collo resiste alla pressione delle mie dita robuste, si ingrossa, si indurisce… Non riesco a stringerlo, per quanto mi sforzi. Non ce la faccio. Ma… ma… chi è lei? Che cos’è? Non un essere umano. No, no… Non può esserlo. Le sue fattezze sono di colpo mutate… sono terribili, spaventose, irreali… Un mostro… un mostro… Lei… lei è un mostro raccapricciante…»
«Un mostro? No! Mi considero semplicemente un hectoniano sotto mentite spoglie,» disse infine l’anziana Luisa, interrompendo il soliloquio dell’ex alunno, «venuto su Terra per conoscere i suoi abitanti, per studiarli, per capirli… E capivo perfettamente che provavi per me quello che voi terrestri chiamate amore. L’ho provato anch’io per te – dovevo sperimentare ogni cosa: pensare, sentire, agire… calarmi completamente in voi, per sembrare in tutto e per tutto simile a voi – ma non potevo dimostrartelo. No! Per diversi motivi: innanzitutto – e questo è già di per sé sufficiente – perché ero la tua insegnante… Ma l’ho provato, e abbastanza forte, credo, tanto è vero che, contrariamente ad alcuni ragazzi scomparsi nella tua città e dintorni, ti ho risparmiato.»
Un’espressione stupita sostituì quella di orrore sul viso dell’uomo.
«Che cosa vuol dire che mi ha risparmiato?» domandò.
«Non ti ho ucciso, non ti ho fatto a pezzi, non ti ho divorato, come avrei dovuto per un impellente bisogno naturale, e come mi accingo a fare adesso.»
«No, no, no! Non può, signorina Luisa. Lei… lei ha detto… di amarmi…»
«Un tempo, certo! Cose del tutto passate, mio caro! Ma ora basta parlare. Basta!» urlò con voce stentorea, gracchiante, del tutto inumana.
Poi l’anziana Luisa emise una risata sonora, terribile. Si avvinghiò, con le braccia lunghe e nere come tentacoli, al corpo tremante dell’uomo, che non tentò alcuna difesa di se stesso. Infine, con un morso della sua bocca enorme e irta di denti acuminati, gli staccò la testa dal busto.
Per un po’ si udì solamente il sinistro rumore di ossa maciullate.
 

lunedì 11 dicembre 2017

CAPRICCI di Teresa Regna


“Non mi piace!”, urlò il bambino, sbattendo con forza il cucchiaio sulla tovaglietta di plastica a righe.
Uno schizzo di minestra brodosa raggiunse la donna china sul tavolo, la cui espressione benevola si trasformò, nel giro di un istante, in un ghigno. “Guarda cosa hai combinato!”, esclamò, indicando la macchia verdastra che spiccava sul golfino di lana beige. “Ora dovrò cambiarmi. E pensare che l’avevo lavato proprio ieri”.
“Non mi piace la minestra”, ribadì, a voce più bassa, Billy. “Perciò non ho intenzione di mangiarla”.
La mamma, che si stava dirigendo verso la camera matrimoniale, si voltò a metà. “Appena tornerà, lo dirò a tuo padre”.
Il bambino riavviò il ciuffo biondo che gli copriva la fronte, e fece spallucce.
Il suo gesto noncurante non passò inosservato. Mary, indispettita, tornò indietro un attimo prima di varcare la soglia della camera da letto. “Ne ho abbastanza dei tuoi capricci”, sentenziò. “Se non finirai la minestra, per punizione non ti farò vedere la TV”.
“Sai quanto me ne importa!”, replicò Billy, mettendo il broncio.
“Va’ immediatamente in camera tua a meditare sul tuo comportamento!”, ordinò la donna. Il limite della sua pazienza era stato superato da un pezzo.
Il bambino ritenne più prudente obbedire, e si avviò, borbottando qualcosa di inintelligibile, verso la stanza accanto a quella dei genitori.
Dopo qualche minuto, si udì il rumore della porta di ingresso che si apriva. “Sono a casa”, annunciò la voce tenorile dell’uomo che si stava togliendo la giacca.
“Ciao, caro”. La moglie si precipitò nell’atrio, accogliendolo con un lieve bacio su una guancia. “Purtroppo anche stasera Billy ha fatto i capricci”.
John appese la giacca all’attaccapanni, posò la valigetta sulla cassapanca accanto a esso, e commentò “Cerca di capirlo: la nostra situazione lo indispettisce”.     
“Ci sto provando, credimi”, replicò la donna. “Ma il suo atteggiamento intransigente mi esaspera”. 
“Vado a parlargli”, concesse l’uomo. “Tienimi la cena in caldo”.
Il bambino era seduto sul letto, a gambe incrociate, e fissava la parete di fronte a lui. La sua espressione era tanto seria che sembrava molto più vecchio dei suoi sette anni.
Dopo essersi seduto accanto a lui, John gli scompigliò i capelli con affetto, e sciorinò il discorso che gli propinava ogni volta che faceva arrabbiare la mamma, aggiungendo qualche altro concetto. Anche se le varianti non lo rendevano meno noioso, Billy finse di ascoltarlo con la dovuta attenzione.
“O.K!”, disse, quando il padre ebbe terminato la lunga esposizione. “Prometto che ce la metterò tutta per obbedire alla mamma”.
“E mangerai qualsiasi cosa abbia cucinato per noi”, aggiunse l’uomo.
Billy annuì, pensieroso. “Dammi solo un minuto”.
“Te ne dò cinque”, acconsentì John. “Ti aspettiamo a tavola”.
Appena l’uomo fu uscito, il bambino aprì l’anta dell’armadio, si piazzò davanti allo specchio ed esaminò il suo aspetto. “Davvero crede che siamo più belli con questa forma?”, borbottò, a bassa voce. Un’immagine balenò nella sua mente: grossi esseri simili a lombrichi che brucavano l’erba blu elettrico sotto un cielo giallo paglierino. “Ho capito che siamo esploratori, ma stare sulla terra non mi piace”.
Sforzandosi di esibire un sorriso sull’espressione rassegnata che aveva sul viso, aprì la porta. Mentre sedeva a tavola, davanti alla minestra riscaldata, rifletté che anche i bambini avrebbero dovuto avere diritto di voto, quando si trattava di trasferirsi su un altro pianeta.