lunedì 20 novembre 2017

UOMINI E ROBOT


 
UOMINI E ROBOT è un’antologia piuttosto snella, agile, di fantascienza italiana e straniera. Essa comprende tredici racconti dei seguenti autori: Paolo Durando, Paolo Secondini, Pierre Jean Brouillaud, Danilo Concas, Fabio Lastrucci, Peppe Murro; racconti piacevoli, interessanti per stile narrativo, per tematiche affrontate.

 

venerdì 17 novembre 2017

L’ALTRO PAESE di Paolo Durando

Sono passati molti anni da allora. Se è davvero questione di anni.
In certi momenti di fissazione, la Remigia del negozio di alimentari ripete ancora: “Era un uomo. Io l’avevo visto bene.”
Ma anche questo non è veritiero. Se prova a domandarsi chi avrebbe potuto essere, in alternativa, si accorge del dubbio. Una donna? O forse dei bambini? Che tutte e tre le eventualità siano pertinenti lo sanno bene lei, Remigia, e ogni altro abitante del paese, pur non volendolo mai ammettere.
L’unica cosa certa è che quella era stata la prima volta in cui si era visto qualcuno la cui incongruenza con la nostra comunità era, per così dire, tangibile. Non sconosciuti qualsiasi, come un parente o un amico in visita, ma proprio dei veri  estranei, con altri orizzonti e altre storie.
E dopo così tanto tempo, tutto si confonde ulteriormente. La memoria slabbra i contorni, conferma l’incertezza di allora e di sempre.
Fatto sta che, quando i carabinieri circondarono la casa, e dopo tutto quello che era accaduto, le grida, i botti, alcuni avrebbero riferito al vicino di casa, al benzinaio, che effettivamente erano dei bambini. Ma altri avrebbero giurato che era un “lui”. Quinto, il nerd che non usciva quasi mai dalla stessa cameretta sudata dell'infanzia, lo descrisse: un uomo lungo che  “pareva il conte Dracula,” osò con Flavio il barbiere, accostando la mano vicino alla bocca, come se gli facesse una confidenza speciale, mentre Oreste, il giornalaio all'angolo di via Gramsci, avendolo saputo, rivelò ad alcuni clienti, con una certa sorpresa, di non ricordare alcun presunto conte Dracula, ma semmai, una signora straordinariamente avvenente.
“Di un’eleganza incredibile. Ha degnato appena di uno sguardo i carabinieri e si è lasciata portare via senza alcuna protesta.” Su questo ci fu la conferma dell’assessore alla cultura, che comprava sempre il giornale a quell’edicola.
“Un’eleganza demodée. Non aveva forse un cappellino?”
“Il cappellino non lo ricordo,” ammise Oreste. “Ma era vestita di scuro. Un tailleur. E scarpe col tacco alto.”
“I capelli erano biondi, arricciati come negli anni ’30.”
“Dici?” Il giornalaio si smarriva un attimo, perché forse stava per dire qualcosa di diverso in merito ai capelli. Ma rinunciò.
Per Clara, la studentessa, che ogni sera tornava a casa dall’università carica di libri e di speranze, non ci fu mai un vero dubbio sul fatto che fossero dei bambini. Lo disse subito, con estrema naturalezza. Allora, del resto, era una bambina anche lei (o non lo era?) e ancora adesso, se capita di parlarne, ricorda un maschietto, un po’ più grande, e la sorellina che camminava appena, che furono portati via dai carabinieri con delicatezza e premura. Di fatto, a parlare dei bambini era una minoranza, ma nel paese, ogni tanto, ne sbucava fuori qualcuno che di quella versione aveva fatto una certezza.
Nessuno di noi si aspettava fatti strani. A maggior ragione a quel tempo, quando non era stata completata l’autostrada e le donne, in maggioranza, facevano ancora la pasta in casa. Allora c’era un patto di ferro tra cose e persone, sguardo e memoria. La realtà atavica della provincia italiana forniva a ciascuno una protezione che, nel rotolio degli anni, delle vicissitudini individuali e collettive, rendeva stabili psicologie, abitudini, radici. E così avremmo voluto che continuasse.
Va detto, però,  che qualcosa era già avvenuto, da tempo. Quella casa aveva iniziato a sottrarsi alla nostra strenua difesa dello status quo, e questo era stato fonte di occasionale stupore. 
In via Sturzo, tra le palazzine d’inizio novecento,  di tre o quattro piani, essa era di per sé, con i suoi soli due piani, una stonatura. C’era chi criticava l’anomalia  che, col suo sdrucito giardinetto davanti, costituiva nell’insieme della via. Altri sostenevano che si dovesse senz’altro abbatterla. Vi aveva abitato la vedova Decca al pianterreno e suo figlio, quasi sempre in viaggio, stava al piano superiore. Morta la madre, l’uomo si era definitivamente trasferito altrove. Per anni gli appartamenti erano stati disabitati. La facciata scrostata dalle persiane chiuse era un monito sull’incombere della solitudine, dell’abbandono. Si credeva spesso di indovinare ancora, dietro le ante, la vedova Decca che preparava una delle sue tisane mentre la televisione era accesa, a tutto volume, su qualche varietà dozzinale. Un’occasione ghiotta per meditare sulle miserie della provincia. Ma poi si tirava diritti, verso una vita che si dava per scontato essere migliore, più evoluta e magari proiettata altrove, nella metropoli a trenta chilometri di distanza, vicina e remota al contempo, invitante e inquietante come tutte le esperienze tentatrici.
Ed erano cominciate le luci. Chi adesso si sofferma a ricordare la vicenda, magari nella fase postprandiale della domenica, concedendosi una sigaretta, è facilmente portato ad amplificare il fatto. Racconta di  guizzi vario colore, lampeggi nelle stanze. Alfredo dell’associazione Buongiorno, il pittore, aveva visto una luce dello stesso colore del cielo al crepuscolo, in un’onda vibrante, estenuata, che stentava ad emanciparsi dal buio. Aveva provato a dipingerla. Tipi più spicci, di indole pratica, parlavano semplicemente di effetti di ciò che restava dell’impianto elettrico. Ma sul fatto che la casa fosse davvero disabitata, erano cominciati proprio allora i primi dubbi. Sempre più persone, soprattutto bambini (e da qui la presenza di bambini, prima e dopo i fatti, iniziò a farsi insistente) dicevano di vedere una sagoma dietro i vetri, un uomo incappucciato, ma su questo punto, altri erano stati quanto mai decisi: c’era anche una donna, e nessuno dei due era incappucciato. Doveva trattarsi di una coppia di amanti, che si intrufolavano in qualche modo, nottetempo, nella casa, per fare i loro porci comodi.  La stessa Remigia degli alimentari confermava, in parte, ma precisava che erano tutti e due uomini.
“Due froci” concludeva, tornando a tagliare il prosciutto.
Una volta l’anziana maestra Ventre, sua fedele cliente, l'aveva guardata scandalizzata: “Ma quali froci? La casa è stata comprata. E’ una coppia sposata di amici di mia figlia. Hanno cominciato a metterla a posto.” Per un po’ di tempo la maestra era stata subissata di richieste di informazione e anche sua figlia, invano, non solo perché la casa riappariva rigorosamente disabitata, ma perché entrambe parevano intenzionate a non dire nulla di più di quanto già avevano detto. Poi le cose erano di nuovo cambiate. Non si era trattato più di luci, di ombre più o meno ricche di dettagli, ma di rumori, di lamenti, di schiocchi come di sconosciuti animali.
Un gruppo di uomini della via, all’insaputa delle mogli, si era appostato un pomeriggio oltre la cancellata, e dopo avere inutilmente atteso un segnale dell’infestazione, avevano sfondato la porta, solo per scoprire che dentro era tutto morto, freddo, inutile. La porta era restata a lungo così, aperta, senza che nessuno la aggiustasse. Qualcuno si era impadronito dei mobili, delle suppellettili, senza conseguenze.
Poi c'era stato il gruppo degli ufologi. Si era già, a quel punto, nei primi anni di Internet, e la notizia di una casa frequentata dagli extraterrestri si era diffusa in modo insolitamente virale per quei tempi. Erano stati organizzati curiosi raduni, veglie movimentate da canti e grigliate improvvisate, con grande fastidio degli abitanti della via. Ma gli incontri ravvicinati sperati non si erano verificati e anche gli ufologi si erano stancati.
Tutto così era tornato silenzioso e inerte.
Fino alla frattura di quel giorno memorabile. 
Ci sono dei momenti, nella vita di un piccolo centro, in cui si intuisce che esiste davvero qualcos’altro, di più, oltre alle quattro palizzate dell’abituale comprendonio in cui ci imbozzoliamo. E da questo, è ovvio, si tende ad allontanarsi, disturbati. Non che manchino le giustificazioni, in questo atteggiamento, ma se è vero che l’esperienza è necessaria, è indubbio che questa esperienza in particolare ci abbia insegnato qualcosa e, soprattutto, segnato.
Dopo le grida, l’acqua che stillava dagli stipiti lungo i gradini, e le sacche membranose squarciate che furono trovate dappertutto nella casa, sia al piano inferiore che superiore, si pensò di essere arrivati a un punto di non ritorno. 
Vennero chiamati i carabinieri subito dopo le prima grida strazianti e chi lo avesse fatto nessuno lo avrebbe mai saputo. E così lui o lei, o chi altro, fu preso nel pieno di un torrenziale e incomprensibile delirio e portato via sotto gli occhi dei numerosi che erano scesi in strada, allibiti e spaventati. I suoi occhi balenavano scintille, si disse. Erano quelli di un uomo alto e magro che assomigliava al conte Dracula, o di una bellissima giovane signora dall’eleganza antica o della coppia di bambini.
Di lì a pochi giorni, tutte le reti televisive parlarono di una tragedia senza nomi. Si trattava di due bambini violentati e uccisi in una cittadina piuttosto lontana da lì. In base alle foto, alcuni testimoni di quella notte furono certi di riconoscerli. Quinto il nerd dichiarò di sapere, dopo appassionate ricerche in Rete, che anche il signore draculeo e la dama fatale corrispondevano a personaggi reali. All'inizio del secolo scorso, il primo era morto sulle Dolomiti precipitando in un dirupo, forse suicida,  la seconda, raffinata frequentatrice di certi salotti della capitale, accoltellata da un marito geloso. Inutile aggiungere che i carabinieri e gli addetti all'obitorio, a riguardo, non ebbero nulla da smentire o confermare. Loro avevano fatto solamente il loro dovere.
E dopo quella notte, nel corso degli anni (sono davvero anni?), si  moltiplicarono le comparse.
Mirca, la pazza solitaria, appariva galvanizzata. I suoi occhi accesi bucavano le ciocche spioventi dei capelli grigi, incontravano i consueti sguardi perplessi, ma anche insolitamente solidali.
Pareva consentire a quanto stava accadendo, agitava le braccia e sorrideva a labbra strette, con aria saputa, a chi incrociava per la strada o nei bar dove da sempre si sedeva a sproloquiare. C'erano coloro che non si soffermavano, andò ripetendo, e altri che invece dovevano essere aiutati. Lei avrebbe potuto passare oltre, ma si intratteneva perché l'amore è libertà.
Nessuno capiva di cosa stesse parlando finché, all'approssimarsi di un inverno, scomparve dalla circolazione e fu dimenticata in fretta.
Non era più coinvolta soltanto  la casa.
Uomini in doppiopetto e signore ingioiellate sbucavano all’improvviso dai sentieri che si perdevano nella campagna, dai tombini o dalle canne fumarie. E non mancavano, ancora, i bambini, a due, a tre, riversi ai piedi delle saracinesche o sulle panchine dei giardinetti. 
Le forze dell'ordine accorrevano sempre al momento giusto, quando i malcapitati sbattevano gli occhi nel più totale smarrimento. Secondo alcuni testimoni i carabinieri avevano, a guardarli bene, una divisa assai insolita, di una luminescenza impossibile. La maggioranza, tuttavia, non aveva avuto la stessa impressione. E solo alcuni ricordarono, a loro volta, che uomini biancovestiti apparivano ai margini del paese, lungo le rogge, dell’umidità delle nebbie mattutine, come sentinelle silenziose. Il gruppo degli ufologi tornò a scambiarsi post trionfanti. Del resto, altri fatti strani si aggiungevano ai nuovi arrivi. Era una crepa che si stava estendendo sempre di più. Certi vedevano talvolta apparire sul bordo della strada strane bisce, con piccole antenne retrattili. Altri furono sicuri del volo di un Serafino oltre la rotonda del Centro Commerciale. Vennero organizzati incontri di preghiera e meditazione per dirimere le energie positive. Ancora di più, oggi, c’è chi individua nelle pozzanghere il riflesso di volti grifagni o sente melodie scaturire dalle fontanelle pubbliche. Ognuno si crogiola nelle proprie certezze.
Ma esiste un’altra possibilità, che insieme rinnega e supera le percezioni soggettive. Quella che Clara, la studentessa carica di libri e speranze, ha confidato a qualcuno, in un tramonto di primaverile sollievo, in cui la bellezza e semplicità della vita parevano una conquista definitiva. Una possibilità che lei, a dire il vero, pur continuando a parlare dei due bambini della prima volta, e di strani effluvi che salivano dalle pagine stesse che studiava, aveva coltivato tra le sue personali, esclusive intuizioni. Era questione di punti di vista, ancora una volta, ma in un altro senso.
Se n’era accorta prendendo il treno per andare all’università, quando, a un certo punto, questo si era arenato in piena campagna, nel più profondo silenzio.  Non era la prima volta che accadeva. Clara fu quasi convinta che, da quando tutta la storia era cominciata, non aveva mai potuto raggiungere l’università. I binari svanivano in un biancore stanco, oltre il quale, dopo un decorso sospeso di tempo, si delineavano case, chiese, strade.
Erano di nuovo quelle, del tutto familiari.
Le case, chiese e strade del loro paese.
Un paese in apparenza identico a quello che lei, e Remigia, Quinto, Alfredo, la maestra Ventre e tutti gli altri avevano ricreato a proprio uso e consumo. Quel treno non poteva tornare che dove era partito.
Fu così che Clara iniziò a raccontarci, obbedendo al richiamo del passato e della nostalgia, che forse stava trovando una risposta in se stessa.
O magari, chissà, più di una.
 

 

venerdì 10 novembre 2017

DELLO SPAZIO DEI MONDI

La presente antologia di fantascienza, DELLO SPAZIO, DEI MONDI, contiene racconti – brevi e lunghi – dei seguenti autori: Pierre Jean Brouillaud, Fernando Sorrentino, Donato Altomare, Fabio Calabrese, Paolo Secondini, Enrico Teodorani, Annalisa Seveso, Sergio Gaut vel Hartman, Adriana Alarco de Zadra, Teresa Regna, Francesca Paolucci, Damiano Lotto, Laura Silvestri, Eduardo Poggi, Carlos M. Federici, Andrea Teodorani; racconti piacevoli e suggestivi, che denotano una vivace e originale creatività, uno stile narrativo fluido e accattivante.
http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/dello-spazio-dei-mondi/paperback/product-23403277.html

giovedì 9 novembre 2017



L’antologia FANTE GIALLO REGINA NERA comprende ventisette racconti gialli, noir e thriller dei seguenti autori: Francesca Paolucci, Teresa Regna, Annalisa Seveso, Enrico Teodorani, Sergio Gaut vel Hartman, Paolo Secondini, Michel Deforty, Andrea Teodorani. Un grazie a tutti e, soprattutto, alla loro sincera passione per la scrittura, senza la quale quest’antologia non si sarebbe potuto realizzare.

http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/fante-giallo-regina-nera/21831158

lunedì 6 novembre 2017

VERRANNO di Peppe Murro

Stava di fronte al mare, ad occhi chiusi: intuiva le sfumature del tramonto in questo novembre pigro che faceva scivolare nuvole d’ardesia sulle acque abbrunite.
Non c’erano profumi nell’aria e qualcosa di cupo ristagnava anche dentro i suoi pensieri. Aveva 90 anni, si diceva, ed era giunto il tempo. Ma sapeva che non poteva morire prima che arrivassero, non voleva.
Non contava più gli anni dell’attesa, sapeva solo che aveva più capelli, e mani più forti quando era cominciata. Sarebbero venuti, questo gli era stato detto: non avevano rivelato né da dove né quando.
Gli avevano solo ordinato di aspettare.
Ordinato, forse, non era il termine esatto; aveva sentito dentro di sé come una profezia, un consiglio, un impulso incoercibile e dolce.
Aveva abbandonato ogni cosa; si era seduto lì, aspettando. 
L’isola, non si era mai occupato di scoprirla, di sapere se altri c’erano, e se da qualche parte qualcuno stesse come lui ad aspettare.
Stava lì, di fronte a quel mare, grigio di ovatta e di silenzio: no, non era il suo Atlantico! Da bambino sedeva sul punto più alto della scogliera, a picco sulle onde, ed ascoltava le parole dell’oceano, respirando a pieni polmoni echi di naufragi e profumo di salsedine e turbolenze di tempesta, mentre la madre gli ingiungeva implorante di togliersi da quel pericolo.
Non c’era pericolo, nessun mare lo aveva mai tradito. Neppure quel mare di oggi, scuro e silenzioso che ondulava appena l’ultimo bagliore del giorno.
Sarebbero venuti!
Si accucciò nel suo nido di roccia, respirò profondamente: avrebbe voluto vento e vento, come a volare.
Respirò quasi ad allargare mente e polmoni: sentì di colpo spezzarglisi dentro qualcosa: si piegò in avanti, goffamente, come una marionetta dai fili tagliati.
Non sentì più nulla; non vide, nel suo buio di morte, una luce squarciare le nubi e posarsi dolcemente al limite dell’onda.
 

lunedì 30 ottobre 2017

ARIA di Giuseppe Novellino

-  Domani devo andare a Tirano, con il carro – annunciò Giacomo.
- In te, non ci andrei – disse Dino.
- Perché?
- Perché domani passa il Pippo.
- Ma è passato ieri.
- No, ti sbagli: l’altro ieri.
Giacomo divenne pensieroso, estrasse dalla logora giacca un sacchetto di tabacco e le cartine. Silenziosamente si preparò una sigaretta, mentre l’amico guardava nel bicchiere semivuoto che teneva fra le mani. Solo due lampadine illuminavano il locale. Nella piccola osteria, quella sera di novembre, non c’erano che loro due, come avventori.
La Carla, una ragazzetta di dodici o tredici anni, stava al banco e asciugava pigramente dei bicchieri. Dopo l’ora di cena ci sarebbe stato più movimento. Il coprifuoco non interessava un paesino come Stazzona. 
- Ma! – fece Giacomo, dopo avere acceso la sigaretta. – A pensarci bene, che cosa me ne frega del Pippo?
Dino vuotò il fondo del bicchiere, fece schioccare la lingua e disse:
- Ah, certo, non sei un obiettivo militare, ma con quello non si può mai sapere.
Giacomo scrollò il capo. - Un carro trainato da un cavallo che sta in piedi per pietà e misericordia…
- Ma il Pippo mitraglia tutto quello che si muove.
- Solo quando gli gira, però.
Dino strinse le labbra, dubbioso.
- La settimana scorsa – disse ancora Giacomo dopo un prolungato silenzio, - è passato e ripassato sopra il treno, dalle parti di Chiuro, ma… niente.
- Forse non aveva più munizioni.
- O si è limitato a fotografare.
- Beh, può essere. Infatti dicono che è un ricognitore.
- Parte dalla Toscana, o giù di lì. E viene a rompere le scatole qui da noi.
- Probabilmente deve tenere sotto controllo questa zona di confine
- E all'occasione dare man forte ai partigiani del Mortirolo.
Giacomo portò alle labbra il suo bicchiere che non era stato ancora intaccato. Mandò giù un sorso di vinello e aspirò un’avida boccata di fumo.
 - Io a Tirano ci devo proprio andare – disse. – È un bel carico di legna che devo consegnare ai due vecchi Gosatti, altrimenti moriranno di freddo, quest’inverno. È già bella e pronta per essere messa nel fuoco. E i soldi che mi daranno in cambio servono per il vestiario, a me, alla mia Maria e alle mie figlie.
 - Gosatti, il professore? – volle sapere l’amico.
- Sì, è il Gosatti Pietro, professore alle Magistrali, in pensione. Adesso scrive libri, dei bei libroni sulla storia di Bormio e di Tirano.
- Ah, sì, un cervellone! – sentenzia Dino.
- Conosce mia moglie, perché anche lei è di Tirano… ed è una sua lontana parente.
- E tu gli fornisci la legna.
- Della mia selva lungo l'Adda. Poca roba, ma buona – assicurò Giacomo.
- Ah, ti credo: robinie e castagni.
Giacomo spense il mozzicone nel logoro portacenere e si mise le mani in tasca.
Sbuffò.
Dino si era messo a giocherellare con il bicchiere vuoto.
***
Il mattino dopo, faceva un freddo cane. La brina imbiancava i prati. Dai tetti delle case uscivano pennacchi di fumo azzurrognolo. Un sottile banco di nebbia avvolgeva il paesello.
- Ti ho preparato il chiscio - disse Maria, vedendo entrare il marito nell'ampio locale affumicato che faceva da cucina e da soggiorno. Nell'angolo c'era un vecchio e nero camino, con un fuoco che scoppiettava allegramente.
Giacomo si sfregava le mani, stringendosi nelle spalle, tutto infreddolito. - Brava, Maria, sento l'odore.
- Tutto a posto?
- Sì, ho attaccato il cavallo. Fra mezz'ora, al più tardi, mi metterò sulla strada.   
Maria stava scodellando la tonda frittella di grano saraceno, cotta nel grasso di maiale. Mandava un buon odore, grazie alle croste di formaggio che si erano abbrustolite in superficie.
- Mi ci vuole, questa mattina - fece Giacomo, sedendosi. Dedicò a Maria uno sguardo di riconoscenza.
Sua moglie era diventata magra come una saracca, ma possedeva due gambe muscolose che reggevano un corpo ancora flessuoso. Le era affezionato, la chiamava scherzosamente "la mia vecchia ciabatta"; e se lei fingeva di offendersi, la prendeva per un braccio e le appioppava una bella pacca sul culo ancora sodo.
Giacomo cominciò a mangiare il chiscio, rompendolo a pezzettini con la forchetta. Era buono e lui masticava con gusto.
- Elisabetta dorme ancora? – domandò con la bocca piena. Era la figlia preferita, una graziosa ragazza di diciassette anni, la più piccola.
- Sì - rispose Maria. – È ancora a letto con la nonna.
L'altra, Gabriella, una ventenne già fidanzata, si era alzata da un pezzo. Lui l'aveva vista nel pollaio, pochi minuti prima. Gli aveva sempre fatto una certa soggezione, con quel suo fare serio e scontroso. Non vedeva l'ora che si maritasse.
- È buono questo chiscio.
- L'ho fatto con la farina avanzata nel sacco bianco - disse lei, aprendo il rubinetto del lavandino.
Lui smise di masticare e rimase con il boccone in bocca. - Non avrai preso quella farina di segale andata a male, spero. È in un sacco bianco, appunto.
Maria non rispose subito. Guidava con il palmo della mano il getto d'acqua per sciacquare il lavandino. Poi si girò - No, stai tranquillo, ho preso la farina giusta. - Ma a lui parve di vedere sul volto della donna un'ombra di dubbio, subito fugata.
- Quella può essere segale cornuta… fa male - disse lui - devo  ricordarmi di buttarla via.
Maria si strinse nelle spalle. - Mia nonna diceva che fa solo vedere cose che non ci sono.
Lui inforcò un altro boccone. Lo rigirò sulla forchetta, poi se lo ficcò in bocca.
- Comunque è una delizia… e con questo freddo è un buon mangiare.
- Tornerai per mezzogiorno? – volle sapere Maria.
- Penso proprio di sì. Devo consegnare la legna al Gosatti e… via, me ne torno subito a casa.
- Di questi tempi non è bello stare troppo in giro.
- Puoi ben dirlo, Maria.
- Magari passano i fascisti e ti scambiano per un partigiano.
- Con il carretto?
- Quelli non vanno tanto per il sottile e se vedono uno che non gli va a genio…
- Ma io ti sembro uno sospetto?
La donna sorrise. - No, tu no. Ma torna a casa subito, hai capito?
- Ho capito, ho capito.
Giacomo addentò l'ultimo boccone.
***
- Giornata fredda, eh! - lo apostrofò Pino, un vecchietto che abitava nell'ultima casa del paese. Portava un secchio con del mangime per le galline.
- Ormai stiamo andando verso il peggio - rispose Giacomo dal carro. Teneva le redini in mano e cercava di spronare il suo ronzino, che quella mattina sembrava più pigro del solito. - Le giornate si stanno accorciando e la brina non ci lascerà più.
- Vai a Tirano? – domandò l’anziano.
- Sì, devo consegnare questo carico di legna.
- Buona, a quanto vedo.
- Sicuro: robinia e castagno.
Pino gli fece un gesto di saluto.
- Buona giornata anche a te.
Solo quattro chilometri e mezzo, ma con quel carretto era sempre una bella passeggiata, andata e ritorno. Ma ce l'avrebbe fatta in mattinata. Lo aveva promesso alla sua Maria.
Si mise sulla stretta carreggiata in terra battuta che costeggiava l'Adda. Il carro procedeva lentamente, traballando qua e là su ciottoli e avvallamenti del terreno. Ogni tanto sembrava scivolare di lato per avere messo le ruote nei solchi induriti, prodotti dai traini del giorno prima. Su quella stradicciola non passavano automobili, solo carretti, persone a piedi o qualche animale. Alcuni giorni prima, in quel punto, era transitata una motocicletta della Tot. Il soldato tedesco che la montava aveva occhialoni scuri e sembrava divertirsi a correre sul terreno accidentato.
Giacomo procedeva lentamente da circa dieci minuti, quando si accorse di provare una strana sonnolenza. Forse era il ritmo monotono dell’andatura, o forse l'ondeggiare della coda dell'animale che produceva una specie di ipnosi; fatto sta che lui si trovò ben presto a lottare contro una voglia impellente di chiudere gli occhi.
Eppure quella notte aveva dormito bene, otto ore filate.
La testa gli cadde sulle spalle. Subito si riscosse, rendendosi conto che non riusciva più a resistere al sonno.
Cullato dal monotono cigolio del carro, pensò che forse era tutta colpa del chiscio che gli aveva preparato la sua Maria. Qualcuno poteva non digerire, di buon mattino, quella tipica frittela di grano saraceno con croste di formaggio, fritta nello strutto. Ma lui era abituato.
Stava proprio per arrendersi alla sonnolenza, quando udì, alle sue spalle, un rumore assordante. Sembrava il ruggito di un grosso animale delle foreste africane.
Si riscosse dal torpore. Tenendo le redini con una mano sola si girò e guardò in alto, nel cielo.
Un enorme uccello stava planando su di lui. Sembrava una creatura uscita dalle pagine di una storia fantastica, l'orrida bestia volante creata dalla mente di uno scrittore pazzo.
Passò veloce sopra di lui, sibilando. Poi riprese quota, sopra le prime case di Tirano.  Per un momento Giacomo, impietrito, ebbe la sensazione che l'uccello virasse di lato per riabbassarsi su di lui, ghermirlo con quegli artigli terrificanti che riverberavano al sole. Ma fu solo una fuggevole impressione. Il mostro, sbattendo due enormi ali di pipistrello, continuava a prendere quota verso il massiccio del Mortirolo.
- Ehi, del carro!
La voce veniva dal greto del fiume. Apparve una figura di uomo con un cappellaccio a larghe tese. In mano teneva quella che sembrava una canna da pesca. Era apparso da dietro un cespuglio di sambuco.
Il carro intanto si era arrestato. Il pescatore si avvicinò.
- Per un momento ho avuto paura, sapete? – disse il pescatore.
Giacomo era ancora stordito. Emise una specie di grugnito. - Cos’era?
- Il Pippo. L'ho visto arrivare, d’improvviso. Ho pensato che mitragliasse. Dicono che a volte tira su tutto quello che si muove.
- Ma siete sicuro… Era proprio il P-Pippo?
- E cosa se no.
- Sbatteva le ali…
Come un uccello… Avete le traveggole?
- Chi, io?
- Siete bianco come un morto. E lo credo! L'avete scampata bella. Sapete cosa vi dico?
- Che cosa?
- Toglietevi dalla strada – lo consigliò il pescatore. - Quello può tornare, e magari…
- Avete ragione.
 Spinto da una nuova energia spronò il ronzino e cercò di percorrere il più velocemente possibile il tratto che gli rimaneva prima di entrare nella cittadina. Nello stomaco gli danzavano i resti mal digeriti del chiscio.
Che la moglie avesse usato farina guasta? La segale cornuta?
Scacciò il pensiero e si concentrò sulla strada.

 

lunedì 23 ottobre 2017

NEL PAESE DEGLI URSO SAPIENS E DEI CANGUINI di Pierre Jean Brouillaud


Del sorbetto alla fragola. Il sole nascente arrossava la banchisa, i ghiacci, i crepacci e le cime del pianeta.
Cinque figure impacciate ci attendevano. Parevano esitare o, almeno, prepararsi all’incontro.
Uno di loro si staccò dal gruppo, avanzò ondeggiando. Paffuto, piuttosto panciuto, un po’ pesante, ma comunque piacevole. Ancora tutto rosa. Tutti e cinque indossavano un perizoma, o piuttosto una sorta di gonna, su una “pelliccia” che subito virava verso il color miele, mentre tutt’intorno il pianeta riacquistava il suo candore polare.
Un orsacchiotto. L’immagine, che subito mi si impose. Un orsacchiotto sintetico trovato dalla mia prozia in un locale situato sotto il tetto e da lei chiamato “soffitta”. Un giocattolo che, a giudicare dal suo stato, aveva recato gioia a molte generazioni di bambini.
Il mio secondo, Walker, ha sentito o creduto di sentire che avevo ceduto ad una sorta di tenerezza, una di quelle debolezze che può suscitare il ricordo: «Ha un bel faccino, ma attenzione comunque.»
L’orso è venuto da me mentre i suoi quattro compari facevano un passo avanti. L’orso si fermò a pochi metri da noi, dondolando di nuovo, sul posto. Il suo modo di salutarci? O avvertirci? Nel mio “interlocutore” nessun segno di aggressività. A mala pena, nei suoi occhi giallastri, un po’ glauchi, come un interrogativo.
I cinque personaggi bruscamente caddero in ginocchio. D’una sola voce sorprendentemente sottile per esseri così massicci avevano iniziato a salmodiare... qualcosa.
Abner mi ha suggerito di usare il TC, il Transcosm. Ed è ciò che ho fatto. Con mia grande sorpresa, questa nuova attrezzatura, spesso capricciosa e inaffidabile, ha dato una versione comprensibile della frase rituale che l’“orso” ripeteva come una litania:
«Onore agli inviati del Grande Orecchio che ci ascolta e giudica, giorno e notte, onore agli inviati del Grande Occhio che ci osserva e giudica, giorno e notte.» Questo è quello che ho capito.
Dunque ci siamo inchinati, a braccia aperte. Le cinque figure scattarono in piedi come per il rilascio di una molla.L’“orso si avvicinò ancora. Eravamo distanziati solo dalla lunghezza di un braccio.Sospettavo che Abner sarebbe divenuto un po nervoso.Il nostro compagno, il professor Boris Paradine, non perdeva mai un momento di battezzare ogni “nuova” creatura. Li aveva quindi già “classificati”, gli Urso Sapiens.
Arrivò un gruppo di loro compagni in piedi su una slitta trainata da animali potenti che avevano qualcosa del pinguino e del canide. Per spostarsi approfittano di una colata di ghiaccio bluastro tra le rocce. Ci fecero cenno di prender posto, di sederci sulla slitta che, appena ci fummo sistemati, prese il volo, sostenuta dalle potenti ali di queste creature che Boris, molto eccitato, aveva subito battezzato Canguini.
Ecco gli astronauti trattati come turisti ai quali gli autoctoni offrirebbero un battesimo dell’aria. Comico. Voliamo tra i pennacchi sibilanti dei geyser che formano come una guardia d’onore.
Il Professore, felice, comodamente seduto, ne approfitta per disegnare sul suo taccuino (ha ancora un debole per la carta) la sagoma di un canguino. Sorvolammo così un paesaggio di ghiaccio e fuoco. Fino ad una grotta nella quale venimmo depositati.
Era la casa dei nostri ospiti.
Stalattiti sontuose offrivano tutte le sfumature del rosso e marrone a causa dell’acqua che filtrava attraverso gli strati del terreno. Abbracciavano il letto d’un fiume dalle acque leggermente fosforescenti dove apparivano lampi argentei che in verità erano pesci.
Allora si attivarono le loro “donne” che non si distinguono che per il rosa chiaro e bruno dei loro capezzoli. Ci accolsero con una sorta di riverenza.
Sul fondo di quella che ricordava la conchiglia di una capansanta ci si offrì una “cucchiaiata” di qualcosa che aveva il gusto e l’aspetto del miele. E che è pertanto dello stesso colore del pelo dei nostri ospiti.
Non siamo riusciti a pronunciare correttamente il nome locale del nostro ospite. Così tra di noi, l’abbiamo chiamato Teddy in ricordo di come noi anglosassoni chiamavamo l’orsacchiotto, Teddy Bear.
Mentre oziavamo nella grotta, im- provvisamente, Teddy tuffò la mano, acchiappò un pesce e con un colpo di denti, gli staccò la testa che poi degustò, prima di ributtare il resto del corpo nei flutti dove venne subito divorato dai suoi simili. Ci invitò ad imitarlo. Cortesemente, declinammo la sua offerta. Sembrò sorpreso.
Una delle loro specialità è quella di sgranocchiare un grande “gambero” che pescano in bacini d’acqua fumante e assaporano senza lasciarlo raffreddare. La sostanza che ha il sapore di miele proviene, come da noi la resina, da un albero che cresce nelle regioni più temperate del pianeta. È perciò raro e apprezzato.
Vedemmo presto che il miele ceb’nol tende, soprattutto in quelli che non sono preparati, a disturbare un po’ la psiche. Sembra abbassare le difese. Vi porta a considerare che niente sia davvero importante, a lasciarvi andare. Questo potrebbe spiegare il comportamento dei nostri ospiti. È così che presso questo popolo, già buono per natura, la nostra presenza sembrava essere già entrata nell’ordine delle cose.
Certo, gli Ursi Sapiens ci avevano adottato.
Abbiamo avuto anche un sacco di successo con le loro donne. Sono pronte a tutte le esperienze e attente ad ogni nostro capriccio. Hanno un temperamento tranquillo. Poca passione, molta dedizione.
Una di loro ha detto di aspettare un bambino per me.
Quale creatura più o meno mostruosa potremmo generare? Non mi sembra sia possibile. Ma resta da vedere. E se dovessimo tornare? Infine, se tornassimo.... Naturalmente, glie l’ho promesso. Ho mentito.
Ma se questo ritorno fosse possibile, sarei pronto. Non dimenticherò mai l’emozione della sua pelliccia, come la seta sotto la mia mano.
Da quanto tempo eravamo ospiti degli Urso Sapiens? Conquistati dall’atmosfera, ci eravamo lasciati andare.
Le indagini condotte all’inizio del nostro soggiorno avevano dimostrato che gli altri due continenti del pianeta sono coperti da una specie di permafrost ed ospitano alcuni animali curiosi e probabilmente amichevoli come i Canguini. Ma, per la disperazione di Boris, le nostre istruzioni non ci impongono di esplorare ulteriormente questi territori. E noi non ci proponiamo di condurre ulteriori ricerche.
Senza remore, ci lasciammo semplicemente vivere fino al momento in cui Raimon dalla nostra nave Omega ci richiamò all’ordine: «Ma cosa state facendo laggiù, in mezzo dei vostri orsacchiotti e cani volanti? Siete ritornati bambini? Preparatevi per la nuova missione! Vi invierò istruzioni.»
Così sapemmo già la nostra nuova destinazione. Ma che mi stava succedendo? Abbiamo un’intera galassia da esplorare metodicamente e poco tempo da perdere.
«Perché dovete andar via? Restate con noi,» dissero i nostri ospiti. «Dove starete meglio che qui? Cosa state cercando? Un posto ove vivere bene. Quale posto migliore di questo?» Abbiamo faticato per condurli ad accettare che avremmo dovuto partire. In realtà, non l’hanno mai capito.
Come veri amici, ci siamo abbracciati. Gli Urso Sapiens odoravano di miele. Un profumo che indugiava nei nostri caschi.
I reattori erano accesi...
Un pianeta che rimarrà per i bambini cresciuti che siamo “la terra degli orsacchiotti”... Gli orsacchiotti? Hum! Beh, perché no?
(Traduzione e adattamentodi Giorgio Sangiorgi)