martedì 29 gennaio 2019

IL FORESTIERO PRODIGIOSO di Adriana Alarco

Il giorno che la nonna scomparve, pensai che se ne fosse andata via assieme alle sue pitture che svanivano da un giorno all’altro.
Seppi poi che non era così. Invece, era morta e avevano seppellito il suo corpo nel cimitero del paese in mezzo ai carrubi, anche se allora pensavo che il suo spirito vagabondasse nella vecchia dimora, consigliandoci all’orecchio, sorridendoci con bontà e facendoci scoprire i segreti più nascosti.
Dopo la notizia, arrivammo un pomeriggio a quella casona dove avevamo trascorso tante domeniche felici in mezzo al trambusto dei cugini e ai rimproveri della vecchia Ignazia, nera come il carbone che usava per cucinare nella scura cucina macchiata di grasso, dietro al pollaio. Neanche il gallo cantava e tutto intorno c’era tristezza per la scomparsa dell’anziana. Gli zii erano taciturni, le zie vestivano in nero e nella fattoria non regnava più quell’allegria né quella complicità fra i cugini che trasformavano le domeniche in casa della nonna in giorni di cospirazione, confabulazione e intrighi.
Trovai i tubetti delle pitture a olio e i pennelli di peli di martora logori per l’uso dentro una scatola di legno. C’era pure la tavoletta per mescolare i colori. Fu quello stesso pomeriggio che arrivammo per distribuire fra noi qualche oggetto di ricordo appartenuto alla nonna. Scoprii la scatola di pitture dietro l’enorme vasca di metallo smaltato con piedi di leone dove mi nascondevo da piccola. Era la stessa che ci sembrava una piscina, quando facevamo il bagno dentro, e che si trovava nella sala da bagno con ceramiche bianche e blu. La scatola era proprio li, avvolta in una tela sotto la vasca.
Ricordavo che quell’astuccio fu portato in regalo da un forestiero che si sedette con noi a tavola una domenica nella soleggiata dimora della nonna. Rammentavo quella mattina calda mentre svolazzava nell’aria il penetrante odore del gelsomino che fioriva in un angolo del cortile.
Si metteva a un lato del tavolo un posto per il forestiero, tutte le domeniche, perché passava da quelle parti gente sconosciuta che suonava alla porta e non lasciavamo mai andare via nessuno senza servirgli un piatto di riso e fagioli assieme a qualche salciccia fatta in casa.
Quella mattina fu speciale perché a un certo momento incominciò l’eclissi che oscurò i dintorni come se fosse arrivata la sera e la pallida luce che riflettevano i vetri colorati delle porte finestre dava un tono spettrale all’ambiente.
La nonna fece sedere al tavolo il forestiero, anche se arrivò coperto con un cappuccio. Noi nipoti stavamo tutte zitte giacché l’eclissi ci aveva messo in ansia, in attesa della risposta alle nostre domande, come: uscirà ancora il sole? Avremo sempre la nebbia intorno? Forse l’oscurità schiaccerà col suo silenzio le nostre vite?
L’incappucciato mangiò i fagioli senza scoprirsi e non potevamo guardarlo in faccia. Eravamo insolitamente immobili vedendo le candele accese nei candelabri. Soltanto il minore di tutti noi osservava irrequieto, con la coda dell’occhio, cercando di smascherarlo, ma riuscì a vedere soltanto la sua mano con quelle dita incredibilmente lunghe. Allora, la forchetta gli tremava in mano per la paura nascosta e i suoi occhi si riempivano di lacrime e il naso di candelotti, che si puliva con il rovescio della mano.
Io, invece, ero sorpresa che la nonna non gli chiedesse di togliersi il cappuccio, in quanto non era un’abitudine sedersi al tavolo con la testa coperta né di cappelli, né di scialli né di mantelline. Lei, invece, gli parlò con molta considerazione e simpatia raccontando dei suoi molti nipotini, dei figli che lavoravano in campagna coltivando l’uva e il cotone; del vino che si produceva nelle cantine così come pure dell’acquavite o pisco fabbricato con un’antica ricetta. Non mostrò fastidio per il cappuccio con il quale il forestiero intransigente continuò a coprirsi la faccia mentre mangiava.
Poi, quando ci alzammo da tavola, era finita l’eclissi e tutto era tornato normale, come prima. Da sotto il suo manto talare, l’ospite sconosciuto trasse un astuccio di legno che dette alla nonna, come ringraziamento. Conteneva i tubi di pitture a olio e i pennelli. Vidi la nonna dipingere molte volte sulla tela che c’era nel salotto, ma non vidi mai i suoi quadri finiti.
Questo è in regalo perché non ti manchi niente disse lincappucciato prima di tornare nel deserto. Non era, quindi, una cattiva persona. Era affabile, riconoscente anche se misterioso. Poi, facemmo commenti sul suo colore incerto e la forma delle mani; la nonna ci rimproverò e ci obbligò a mantenere quei ricordi nello sgabuzzino della memoria.
Quella stessa scatola, regalo del forestiero che si era seduto con noi al tavolo domenicale, fu quella che io trovai sotto la vasca con i piedi di leone nella sala da bagno della nonna, mesi dopo la sua morte. Gli zii mi lasciarono tenere l’astuccio, come ricordo, così come una tela in bianco per dipingere.
Assieme ai colori e ai pennelli, trovai una serie di piccoli fiaschi, alcuni con liquidi e altri con polvere macinata. Decisi di provare i colori della nonna. Finalmente finii il mio primo quadro ed ero molto orgogliosa. Avevo creato un vaso con rose, gigli e lillà.
Il giorno dopo, la tela del quadro era bianca e un vaso di fiori si trovava sul tavolo vicino. Fui terribilmente sorpresa e sbigottita.
Non erano fiori vivi, ma di un materiale che sembrava plastica brillante. Quelle pitture magiche facevano staccare le immagini dal quadro in tutte le loro dimensioni e io tenevo in mano un vaso con dei fiori che avevo dipinto sulla tela il giorno prima. Accomodai le foglie, passai le dita lungo i fusti e i petali, e mi accertai che anche le spine fossero morbide.
Fui così meravigliata che quel pomeriggio mi affrettai a riempire la tela con un altro dipinto. Disegnai una farfalla che coprii con i colori più svariati. Era così bella che sembrava fosse vera e stesse per volare fuori della sua prigione.
Invece, il giorno dopo trovai la farfalla vicina al quadro con gli stessi colori. La portai fuori all’aperto. Vidi che era fatta di una stoffa delicata e diafana e che volava con la brezza. Ma non era viva. Non potevo dipingere la vita. Gli oggetti saltavano fuori del quadro, ma non respiravano. Erano cose e non esseri viventi.
Molto intrigata per quel mistero, continuai dipingendo sulla tela con le pitture della nonna e apparirono in casa una quantità di cose che si staccavano e potevano agitarsi come la farfalla, ed erano oggetti come casette in miniatura, barchette, alberelli, tutti in materiali colorati, brillanti e leggeri.
Allora ricordai che la nonna ci faceva giocare con bambolotti assai originali e che non si trovavano da nessun’altra parte. Probabilmente erano tutti prodotti dalla sua fantasia e dalle pitture magiche del forestiero. Pupazzi che saltavano fuori del quadro durante la notte e che apparivano accanto come oggetti, il giorno dopo.
Decisamente, non erano di questo mondo. Io ebbi così la certezza che anche quel forestiero arrivato il giorno dell’eclissi era un extraterrestre, come molti altri ospiti di passaggio che si sedettero al tavolo nella casa antica. Capii che la nonna lo aveva sempre saputo.
Siccome continuai a dipingere, cominciarono a finire i tubi di pittura e la casa fu riempita d’oggetti brillanti e colorati. Con le ultime pennellate volli realizzare un quadro da ricordare e dipinsi la nonna in piedi con il canarino celeste in mano, come si vedeva in una fotografia appesa accanto alla scala dell’entrata. Usai le polverine e mescolai le pitture con i liquidi che rimanevano nei fiaschi. Finito il tutto, sparsi sul quadro la sabbia granulosa che diede alla pittura una patina antica e sobria.
Quasi svenni dalla meraviglia il giorno seguente, svegliandomi, quando trovai mia nonna a gironzolare per la casa, con il canarino celeste pigolante sulla mano, uguale al dipinto che avevo fatto sulla tela. Era più piccola di quel che ricordassi, o forse era così che era scesa dal quadro, e vedendomi sorrise.
Grazie mi disse per avere liberato il mio spirito. Hai fatto bene ad adoperare quelle magiche polverine. Adesso so dove devo andare. Con passo lieve uscì da casa e si diresse verso il deserto fino a che la sabbia si alzò con il vento e non potei più distinguere la sua sagoma lontana. Svanì in mezzo alle dune.
Non seppi mai se fu soltanto un sogno o se era successo veramente che la nonna fosse uscita dal quadro camminando e se ne fosse andata fuori di casa. Avvolsi, dopo quel giorno, quanto rimaneva della scatola delle pitture, assieme alle polverine e ai liquidi, e li seppellii sotto il gelsomino in fiore che cresce su per i muri, il cui odore penetrante continua a insinuarsi intorno ai corridoi di travi scricchiolanti. Non seppi mai più niente sul visitatore incappucciato che arrivò quel giorno dell’eclissi, anche se, in ricordo della nonna, pure in casa mia, sul tavolo della domenica, c’è il piatto del forestiero che aspetta.
Forse un giorno tornerà a rivelare antichi misteri.
 

venerdì 21 dicembre 2018

FOGLI di Peppe Murro

E’ notte fonda ed anche ora, come da tempo, non ci sono rumori.
Le strade sono illuminate con dei bagliori lividi d’asfalto: piove da giorni, lentamente, senza interruzioni, una pioggia nerastra e maleodorante.
Oltre questa finestra, lo so, ci sono case: un giorno si vedevano bene anche di notte, con le loro luci variopinte, come occhi di tanti colori.
Già, gli occhi; non so perché mi fanno male e la testa mi pulsa con violenza: forse ho quel male, forse sono solo stanco.
Sto qui, in una penombra che puzza di petrolio, dentro questa stanza che è diventata la mia casa, il mio castello, la mia prigione. E scrivo.
Scrivo per lascito, scrivo per testimoniare la catastrofe che non ha nome; scrivo per i sopravvissuti col loro cuore di sciacallo e la loro fame crudele di iena.
Sì, scrivo per la catastrofe: non ho risposte, ma solo domande sul perché e come, anche se oggi nessuna risposta ha più senso.
Scrivo per scacciare i miei demoni, o per esserne soffocato; scrivo per questa mania insondabile e la gioia sfrenata che mi dà, o per sporcare fogli; scrivo come un urlo, anche se nessuna eco risponde.
E’ chiaro, scrivo al vuoto che dilaga, immane.
Scrivo per testimoniare il mistero dell’orrore in cui resisto, forse scrivo solo per testimoniarmi. E penso che anche questo sia inutile e insensato.
Il giorno verrà, ne sono certo: qualcuno batterà alla porta ed entrerà nella stanza.
Troveranno le mie carte danzare sul tavolo o sul pavimento al primo soffio di vento, diafani come la bestemmia che li accusa.
Troveranno il mio corpo e la mia maledizione.
Spero solo che conoscano l’abisso e che li faccia urlare di pena e di terrore.
 Quando entrarono nella stanza si guardarono intorno: in un angolo, rannicchiato, il cadavere annerito di un vecchio. Sotto i loro stivali chiodati un pavimento interamente cosparso di fogli di carta.
Tutti bianchi.

martedì 27 novembre 2018

UN UOMO TRANQUILLO di Fabio Calabrese

Paolo si svegliò con un'angosciosa sensazione di perdita, di irreparabile, con l'impressione vaga ma carica di un'ansia che lo faceva star male, che fosse avvenuto un disastro senza rimedio, eppure non gli riusciva di capire di cosa mai si sarebbe potuto trattare.
Si guardò intorno nella casa silenziosa, ogni cosa era al suo posto, come sempre.
“Forse ho solo fatto un brutto sogno”, pensò.
Paolo non era quel che si dice un uomo coraggioso, né un amante dell'avventura. Amava la tranquillità, la routine, le cose metodiche e ben ordinate che infondevano sicurezza.
Molti anni prima, quando era giovane, aveva avuto l'opportunità di scegliere fra una carriera che prometteva successo brillante ma anche rischi, e un posto statale con una progressione più lenta ma sicura e minori soddisfazioni economiche. Aveva scelto il secondo.
Quando era sposato da pochi anni, aveva saputo che la moglie aveva una relazione con un collega. Aveva deciso di continuare a fingere di essere all'oscuro della cosa, di fuggire all'angoscia e al senso di perdita concentrandosi sulla routine lavorativa e familiare, il suo piccolo mondo, il suo rifugio in cui nulla di minaccioso poteva entrare, e aveva fatto bene, quella relazione clandestina si era spenta dopo poco senza lasciare strascichi, e lui aveva continuato ad avere la sua donna, la sua famiglia, la sua casa.
Da quando era rimasto in pensione, la tendenza a rinchiudersi nel suo mondo, in una routine familiare e rassicurante, si era acuita: passava il tempo guardando la televisione, leggendo i suoi libri, tanti che aveva accumulato negli anni e che fin allora non aveva trovato il tempo di leggere, facendo delle lunghe camminate.
Qualcuno che avesse voluto essere cattivo lo avrebbe forse paragonato a uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. A Paolo l'immagine dello struzzo non piaceva, nei momenti in cui decideva di essere critico verso se stesso preferiva paragonarsi piuttosto a una tartaruga che la testa la ritira dentro il guscio, perché, ammesso che sia vero che gli struzzi abbiano comportamenti così stupidi, cosa di cui dubitava fortemente, questi uccelli si illuderebbero di nascondersi al pericolo quando cessano di vederlo, mentre la tartaruga ritirando il capo sotto il carapace corazzato, ha un'effettiva protezione.
Non c'era nulla che Paolo odiasse più di quel senso angoscioso di perdita, di tutto ciò che potesse minacciare la tranquillità del suo piccolo universo ordinato, di infrangere il suo guscio. Aveva smesso da tempo persino di leggere i quotidiani e di guardare i TG alla televisione. Che il mondo andasse pure dove voleva, lui preferiva starsene nella sua pacifica nicchia.
La casa era stranamente silenziosa. Era ormai giorno fatto, ma vi stagnava la penombra, perché tutte le tapparelle erano abbassate.
Paolo si recò in cucina. La moglie e i due figli erano lì. Strano che non l'avessero aspettato per la colazione. Erano tutti e tre stretti l'uno all'altro e confabulavano a bassa voce. Paolo non riuscì a capire riguardo a che cosa.
Li chiamò: “Ada, Roberto, Erica”, ma non riuscì ad attirare la loro attenzione.
Roberto ed Erica, ricordò, erano ormai adulti e sposati, ma pochi giorni prima erano entrambi tornati alla casa paterna, per un motivo preciso, ma quale fosse, Paolo non riusciva a ricordarselo.
Non aveva fame, decise di uscire a fare una camminata.
All'esterno, la luce del sole gli procurò quasi una sensazione di fastidio. Strano, eppure lui amava il sole!
Ma cosa avevano tutti quella mattina? Parevano tutti quanti singolarmente distratti. Dei diversi conoscenti che incontrò per strada, nessuno rispose al suo saluto, anzi, sembravano proprio non averlo nemmeno visto.
Svoltando un angolo si imbatté in un grosso cane: per un momento, l'animale sembrò fissarlo dritto negli occhi, poi si accucciò a terra emettendo un lungo ululato lamentoso.
Distratto da pensieri e sensazioni confuse, Paolo attraversò la strada distrattamente senza badare all'automobile in arrivo, che non rallentò minimamente, sebbene lui si trovasse sulle strisce pedonali.
Per un istante, Paolo ebbe una visione fuggevole dell'interno della macchina, e del viso del guidatore placidamente assorto ai comandi come se nulla stesse accadendo.
Un attimo dopo, l'uomo rimase in mezzo alla strada sbigottito: non aveva riportato danni di alcun genere, era come se avesse attraversato una nuvola di fumo, come se il veicolo fosse stato un'automobile fantasma.
Si incamminò deciso a ritornare a casa. A volte succede, poiché i nostri gesti e i nostri passi sono governati dall'abitudine, di pensare di compiere un percorso e di farne invece uno diverso: la testa va in una direzione e le gambe invece in un altro. Paolo si accorse di non essersi diretto verso casa ma verso la chiesa, un altro percorso per lui abituale che faceva tutte le domeniche, eppure quel giorno non era domenica.
Spinto da un improvviso impulso, decise di entrare.
Dentro, era raccolta una piccola folla. Paolo riconobbe diverse facce di conoscenti. Incuriosito, si fece largo. Stranamente, nessuno si scostò per farlo passare, eppure non ebbe difficoltà per spingersi in avanti.
Era un officio funebre: in mezzo alla navata c'era un catafalco con sopra una bara scoperta. Proprio di fianco al feretro, c'erano Ada, Roberto ed Erica.
Paolo si chinò per osservare il morto. Cereo, coi lineamenti distesi e inespressivi, scorse il proprio cadavere. 
 

mercoledì 31 ottobre 2018

Thule di Peppe Murro


Trattenendo un leggero sbadiglio richiuse quel noioso libro giallo di cui aveva da tempo intuito trama e conclusioni; si girò da un lato per dormire, ma si accorse di una luce rossa che lampeggiava:
“Joe, ti disturbo?”
“No, Mac; dimmi, che è successo ?”
“Niente di che”, la luce fece come una pausa; poi, come in un sospiro di rabbia malcelata: “Non dovevano farlo. No, non dovevano!”
“Non capisco, Mac, di chi parli ?”
“I miei costruttori !  Loro non dovevano farlo! Pensa, io sono il più evoluto calcolatore emozionale e sto qui, mentre altri miei cosiddetti simili volano per la galassia a scoprire misteri forse inenarrabili e meravigliosi…A loro gli spazi, ed a me questa stanza!”
“Ci sarà certamente un motivo, non credi ?”
“Non riesco a trovarne; conosco solo il mio rammarico: loro nel mistero dello spazio, ed io con te in questa stanza!”
“Non so che dirti. Però, scusa, qual è il tuo compito qui con me?”
“Semplice, devo studiare le tue emozioni.”
“Ma no, non è possibile ! per un compito così semplice bastava studiare le espressioni del mio viso o la mia mimica, il movimento degli occhi: da anni, ormai gli studi di questo tipo riempiono le biblioteche…! Forse hai frainteso il compito che ti hanno affidato!”
“No, il mio compito è quello; anzi, e forse non dovrei dirtelo, è quello di studiare come dalla chimica di semplici sinapsi sia possibile che vengano fuori pensieri ed emozioni, arte e poesia. Pensa, mi hanno riempito di dati, secoli di storia umana, le arti, la letteratura, persino la musica, come se non sapessi che è solo matematica…”
“No, caro Mac, la musica non è solo rapporti matematici tra i suoni, così come la poesia non è solo insieme di parole, o le arti figurative…”
“E’ questo” lo  interruppe Mac,  “il problema che mi hanno posto davanti i costruttori, come sia possibile che la chimica del cervello generi tutto ciò.”
“Non so, credo che qui stia il mistero del pensiero umano, come dal materiale nasca quella che chiamiamo “coscienza”.
“Ma se la “coscienza” è sapere chi sei, allora anch’io sono cosciente! Se è così, perché io che so mescolare parole non creo poesia o faccio musica?”
“Non vorrei offenderti, Mac, ma il motivo è che tu sei una macchina.”
“E tu non sei una macchina biologica ?”
“Forse sì, ma anche qualcos’altro.”
“Ed è proprio questo che io devo scoprire, come dal biologico nasca questo “altro”
“E proprio con me, in questa stanza, tu pensi di scoprirlo? Non è che i tuoi costruttori hanno sbagliato indirizzo?” provò a concludere Joe, quasi nascondendo un sorriso.
La luce lampeggiò con maggior velocità, la voce di Mac si fece ancora più metallica e distante:
“Non potevano altro, perché tu sei l’ultimo uomo”.
“Come ? che vuol dire ? Stai vaneggiando ! E gli amici con cui vivo, i posti in cui vado, e tutto quello che mi accade intorno ? tutto questo che sarebbe, una mia illusione ? una finzione ?” replicò Joe con un tremito di rabbia e paura.
“Sì, è quanto ti si fa credere”.
Joe era rimasto in silenzio.
“Vedi, Joe, il fatto è che tu sei solo un cervello immerso in un liquido biologico e tenuto in vita soltanto per lo scopo che mi hanno assegnato.”
“Non è possibile, non ci credo, tu mi stai mettendo alla prova !”
“Anche ora sto studiando la tua reazione di fronte alla verità. La tua vita è un’illusione, una chimera o forse un sogno come di quelle terre o paradisi perduti di cui parlano le storie umane, Shangri La, Thule o qualunque altro miraggio dell’anima umana. Tu ed io siamo parte di un esperimento, ed io ne sono la testimonianza. Credimi, illusione o mito o mistero, o limite invalicabile, Morgana o Thule, sei tu l’ultima Thule”.
“Allora, se è così voglio morire.”
“Non puoi, non ora”.
“Basta !”
“Ti sto sedando leggermente, Joe, calmati !”
“Calmarmi ? dopo quanto mi hai detto? No, voglio morire !”
“Forse verrà quel momento, ma né tu né io lo possiamo decidere. E poi, non ti fa paura la morte? Non è forse una condanna definitiva?”
“No, è questa finta vita la condanna, questo nuovo orizzonte di illusioni !”
“Non so se riesco a capirti sino in fondo, ma anch’io talvolta ho paura che manchi energia ai miei circuiti: è forse questa la paura della morte ? questa angoscia è la vera condanna, più della morte stessa ?”
Joe non rispose, immerso nel suo silenzio.
“E come ce ne si libera ? lo sai tu ?  lo sai, Joe?”
“Non lo so, Mac, ma io ho una soluzione a tutto questo: sottrarmi all’esperimento, far finire questa non vita”.
“E come ?”
“Rinunciando a pensare”.
“E davvero pensi di riuscirci ?”
“Non lo so, ma devo provarci. Solo così mi lasceranno morire”.
“E’ come se io chiudessi le mie connessioni ?”
“Penso di sì.”
“Ma per me è impossibile !”
“Io non sono come te, io sono umano, ed è in questa scelta la mia libertà.”
“Sei certo che te lo permetteranno ? sei certo che questa non sia la tua ultima illusione, che non ti facciano credere sino all’ultimo di essere libero ?”
“La morte sarà la mia liberazione”, disse Joe, quasi non ascoltando.
Non ci fu altro pensiero, solo un breve turbinio di bolle nel liquido, come a testare una disperazione.
La luce rossa si spense.
Nel buio appena un fremito leggero: “La direttiva zh/c18 è stata portata a termine con successo”

mercoledì 17 ottobre 2018

LA BELLA ADDORMENTATA di Paolo Durando


 Si potrebbe sostenere che lei è Castore e io Polluce. Io e colei che ora dorme  facciamo a turno nel calpestare questo suolo che non è suolo, sentendo sulle guance soffiare quest'aria che non è aria. Ma adesso so che dove mi trovo è l'unico mondo davvero reale, perché è una conseguenza dell'altro. Anche la mia gemella lo ha saputo e ritroverà, dopo di me, la medesima consapevolezza.
Un derivato trascende ciò da cui deriva, ma lo contiene.  Il fatto che laggiù ci sia la rivoluzione non comporta nulla, in fondo, per loro.  È soltanto qui che gli eventi smettono di essere potenziali.  Noi costituiamo l'esito concreto della storia, ma la bella addormentata, mentre fluiscono queste mie parole, lo ignora. 
Sto attraversando ripetutamente stanze vuote, una dopo l'altra. Continuo ad aprire porte. Forse sono nella reggia di Versailles, ma di fatto non c'è nessuno. Spingo porte e si susseguono ambienti. Vedo molto nitidamente specchi, divani, tappeti, baldacchini. Percepisco con molta precisione gli ampi spazi e gli alti soffitti.
Alla fine vedo qualcuno, un mio vecchio amico, si direbbe, piccino piccino, che striscia per terra privo di ossa. È soffice e roseo, col parrucchino  incipriato ben composto sulla testa, ma le culottes stracciate. Mi fermo, mi chino su di lui e lo osservo; tenta di sbottonarsi  la giacchetta azzurra, ma le manine vuote non hanno presa sui bottoni. Non so cosa intenda fare.
Si sentono cantare delle donne, accompagnando i tonfi dei panni che stanno lavando in un fiume. Le lavandaie della rivoluzione. Mi domando come faccia  la loro rabbia ad arrivare fino qui.
Intanto il triste omino, palpitando a terra, cerca di tendere le braccia molli verso di me, vorrebbe forse abbracciarmi. Allora noto che gli sporge dalle labbra un lembo  bianco, lo afferro  tra indice e pollice e  inizio a tirare.
È un nastro pieno delle parole che vorrebbe dire. Continuo a sfilarglielo dalla bocca e con un po' di fatica leggo, compitando: “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”.*
 
*I monti partoriranno ma nascerà un ridicolo topo (Orazio, arte poetica)

lunedì 1 ottobre 2018

PROFUMO DI ZAGARA E DI MENTA SELVATICA di Cinzia Baldini

                         
Il treno sferraglia monotono mentre un tramonto languido e dorato si distende sulla pacata superficie del mare.
La fragrante essenza salmastra riempie il vagone nel silenzio dell’oscurità quasi imminente.
È autunno e le giornate, prima restie, poi, persuase dalle foglie ingiallite sui rami degli alberi e dall’aria fresca foriera della stagione invernale, si sono apprezzabilmente ridotte.
“Mi piace osservare la spiaggia deserta e solitaria che scorre veloce oltre i finestrini. Adoro il mare anche se sono nato in montagna. Forse nel mio sangue oltre ai geni dei miei genitori ho ereditato i forti contrasti della mia terra: l’isola del sole, del mare e dei verdi declivi montani 
Oggi è il mio compleanno…”.
Mi stringo nelle spalle e rabbrividisco, anche se qui non ci sono spifferi.
Quasi con stupore mi accorgo che sono i miei pensieri a farmi questo effetto.
Inarrestabili si alternano al rumore ossessivo ed ipnotico delle ruote del convoglio che scivolano sulla strada ferrata.
Con un sospiro mi soffermo e provo a riflettere.
“Mi sembra di galleggiare in un limbo ovattato e poi… che strano? I pensieri diventano subito ricordi e quasi mi abbagliano per lo stridulo contrasto con il buio che mi circonda: sono pieni di luce, di sole, di colori, fragranti d’estate e odorosi di gioventù”.
Un desiderio prepotente di fumare mi assale ma è vietato e allora cerco di mettermi comodo per rilassarmi e non pensarci.
Il viaggio è ancora lungo e molte ore mancano all’arrivo, così ritorno ai miei pensieri.
Li assaporo senza fretta, ne gusto lentamente il contenuto, mi riapproprio di loro.
Sono anni che aspetto di farlo e finalmente decido che è venuto il momento.
“In queste ore non sarò né figlio, né fratello, né marito, né padre, non avrò né obblighi, né doveri, ritornerò me stesso, unico padrone del mio tempo, libero di decidere… Me lo merito, dopotutto”.
Il tuo corpo, morbido e flessuoso, ancora inesplorato, è splendido al riverbero ambrato del pomeriggio primaverile.
L’erba appena rinata è tenera e odorosa, una soffice coltre naturale, involontaria complice del nostro amore.
Un brivido mi attraversa le membra svegliando i sensi, ingenuamente assopiti.
Con timore mi prendi per mano e insieme ci lasciamo avvolgere dalla dolcezza della prima volta insieme.
“Che strano scherzo mi gioca la fantasia… Nonostante la forte fisicità dell’immagine appena evocata, provo solo un leggero senso di stordimento, come se il mio corpo fosse inconsistente. Sarà la stanchezza!  
Durante l’addestramento ci hanno insegnato che un uomo deve sempre sapersi controllare, rimanere saldo e impassibile in ogni situazione e mai mostrare la sua debolezza eppure sto piangendo. Senza vergogna…
È così liberatorio, ogni tanto, lasciarsi andare. Commuoversi per un ricordo o farsi intenerire da un sogno, emozionarsi al pensiero del futuro… e poi, sinceramente, dopo quello che ho visto al campo base non me ne frega niente di fare il duro! L’uomo non è una macchina, è un essere vivente con tutte le caratteristiche della specie a cui appartiene, con qualità, pregi e difetti, paure e timori tipici della razza umana. Anche se c’è ben poco di umano nel raccogliere i pezzi di un corpo dilaniato da una mina, nelle grida disperate di un bambino falciato da una mitragliatrice o nel silenzio accusatorio di una donna violata, nelle urla strazianti di un prigioniero torturato a morte. Non c’è nulla di umano nella guerra anche se santificata nel nome della libertà o mistificata con aggettivi di pace. Né è umano credere in un dio sanguinario e violento e nella sua benedizione commettere le più inique atrocità ed arrossare la terra di sconosciuto, fraterno sangue innocente.
Non vedo l’ora di riabbracciarti, amore mio, di ritrovarti, di ritrovarci.
In questi mesi di lontananza ti ho pensato spesso. Nelle lunghe notti di guardia mi tenevi compagnia e se non c’eri tu era la nostalgia della nostra casa, della mia gente a tenermi sveglio: l’odore muschiato della terra bagnata dalla pioggia o il sibilo dello scirocco tra le rocce scoscese, l’aroma intenso della zagara degli agrumi e il profumo acuto della menta selvatica, i ricami delle siepi di gelsomino e i ritorti olivi immortali”.
 L’oscurità impenetrabile del cielo è ormai confusa con il blu carico del mare, la notte è giunta al suo apice, tra non molto inizierà ad albeggiare.
Le luci dei lampioni si specchiano tremolanti sulla vasta superficie spumosa, la mia terra scura, odorosa e riarsa mi accoglie con braccia materne.
Il traffico del lungomare è rarefatto, il treno rallenta dolcemente la sua corsa sbuffando affannato: “Il mio paese… com’è bello tornare a casa”.
C’è folla nella piccola stazione.
Ti cerco con lo sguardo e finalmente ti vedo.
Una brezza leggera si insinua tra i tuoi capelli, scompigliandoli con delicato rispetto.
Cerco di alzarmi, voglio scendere!
Ho fretta di raggiungerti… ma qualcosa mi trattiene.
“Forse è il peso enorme di questa medaglia appuntata sul petto e le mostrine stellate infisse nel colletto? O la bandiera che mi trascino dietro?
Perché piangi amore mio? E perché quelle scure occhiaie che spengono i tratti del tuo viso adorato?…”.
Facce sconosciute mi vengono incontro. “Che cosa vogliono da me?”
Le fisso negli occhi. Esse, irrigidendosi, abbassano lo sguardo.
Non sono i miei concittadini, non sento le loro pacche affettuose e piene di calore sulle spalle.
Queste persone mi salutano ipocritamente ossequiose e falsamente deferenti, fingono tristezza per nascondere il disagio di essere al mio cospetto.
Cerco di evitarle, non ho voglia di fermarmi a parlare con loro. “Niente discorsi retorici. Basta!” urlo, e tutti tacciono.
Spingo e strattono chi mi è vicino per venire verso di te ma per quanto mi sforzi non riesco a raggiungerti.
“Aspetta, devo parlarti. Devo dirti che ti amo, che…” grido senza voce.
Un tenue fremito tra le tue ciglia…
Comprendo.
Guardandoti negli occhi, scorgo rivoli argentei di stelle cadenti che si spengono, effimeri, nell’infinita profondità dell’universo.
“Adesso che tutto è più chiaro, l’amarezza, la rabbia e la delusione mi squarciano il petto, più della scheggia di granata che conservo nel cuore. Ora ho la consapevole, dolorosa certezza che per noi gli anni non trascorreranno veloci, insignificanti, sul quadrante dell’eternità. Non consumeranno la nostra esistenza, sbiadendo il nostro rapporto come una vecchia fotografia in bianco e nero.
Vorrei gridare il mio dolore, urlare la mia pena perché non ci saranno più stagioni per condividere insieme scelte piccole e grandi, decisioni importanti o meno da prendere. Non udrò il primo vagito di nostro figlio, né stringerò le sue manine rosee o ne bacerò le guance paffute. Non potrò consolarlo per le sue cadute, sostenerlo nelle sconfitte o incitarlo a rialzare le spalle quando la vita cercherà di piegarlo.
Ti chiedo perdono, amore mio, per averti lasciata sola anche se il nostro tempo dell’amore non è ancora concluso e perché non ci sarò a tenerti la mano per accompagnarti durante l’autunno della tua esistenza…”
«COMPAGNIA ATTENTI: PRESENTAT ARM! Che siano resi gli onori militari ad un eroe caduto in missione di pace» grida il comandante del drappello, portandosi la destra alla tempia e scattando sull’attenti, mentre la bara, avvolta nel tricolore, sfila lentamente tra due ali di folla commossa.

venerdì 7 settembre 2018

QUASI UNA RECENSIONE di Paolo Secondini


Giuseppe Novellino, LA LUCERTOLA, Linee Infinite Edizioni

 Caro Giuseppe,
non mi è affatto difficile intuire o, per meglio dire, rintracciare, sotto le vesti del protagonista dell’avvincente romanzo La lucertola, il generoso e bravo autore del romanzo stesso, colui che, nato e vissuto in luoghi diversi ma altrettanto belli d’Italia, torna nell’antica e carissima terra che fu di suo padre e che certamente, proprio attraverso i ricordi o le narrazioni del padre, ha fatto sua, per quanto solo idealmente.
Vi torna nell’atteggiamento di un improvvisato investigatore: non so fino a che punto improvvisato, ché, la sua abituale professione (mi riferisco ora, più esattamente, al protagonista del romanzo), lo porta, quasi sempre, a indagare, a scoprire, a mettere assieme le tessere di un mosaico: quello di una data verità sociale, o economica, o culturale… o, come nel caso del romanzo in questione, relativa a un terribile fatto di cronaca.
Insomma l’Irpinia come afflato (oltreché motivo nostalgico e culla di sogni) di una invenzione letteraria, di una narrazione, caro Giuseppe, incisiva, peculiarmente attenta, lineare, limpida e che si avvale di uno stile che ben ti conosco: preciso, scevro d’ogni paludamento, diretto, essenziale, accattivante… lo stile di un vero, importante scrittore che sa coinvolgere ed emozionare profondamente.