mercoledì 31 ottobre 2018

Thule di Peppe Murro


Trattenendo un leggero sbadiglio richiuse quel noioso libro giallo di cui aveva da tempo intuito trama e conclusioni; si girò da un lato per dormire, ma si accorse di una luce rossa che lampeggiava:
“Joe, ti disturbo?”
“No, Mac; dimmi, che è successo ?”
“Niente di che”, la luce fece come una pausa; poi, come in un sospiro di rabbia malcelata: “Non dovevano farlo. No, non dovevano!”
“Non capisco, Mac, di chi parli ?”
“I miei costruttori !  Loro non dovevano farlo! Pensa, io sono il più evoluto calcolatore emozionale e sto qui, mentre altri miei cosiddetti simili volano per la galassia a scoprire misteri forse inenarrabili e meravigliosi…A loro gli spazi, ed a me questa stanza!”
“Ci sarà certamente un motivo, non credi ?”
“Non riesco a trovarne; conosco solo il mio rammarico: loro nel mistero dello spazio, ed io con te in questa stanza!”
“Non so che dirti. Però, scusa, qual è il tuo compito qui con me?”
“Semplice, devo studiare le tue emozioni.”
“Ma no, non è possibile ! per un compito così semplice bastava studiare le espressioni del mio viso o la mia mimica, il movimento degli occhi: da anni, ormai gli studi di questo tipo riempiono le biblioteche…! Forse hai frainteso il compito che ti hanno affidato!”
“No, il mio compito è quello; anzi, e forse non dovrei dirtelo, è quello di studiare come dalla chimica di semplici sinapsi sia possibile che vengano fuori pensieri ed emozioni, arte e poesia. Pensa, mi hanno riempito di dati, secoli di storia umana, le arti, la letteratura, persino la musica, come se non sapessi che è solo matematica…”
“No, caro Mac, la musica non è solo rapporti matematici tra i suoni, così come la poesia non è solo insieme di parole, o le arti figurative…”
“E’ questo” lo  interruppe Mac,  “il problema che mi hanno posto davanti i costruttori, come sia possibile che la chimica del cervello generi tutto ciò.”
“Non so, credo che qui stia il mistero del pensiero umano, come dal materiale nasca quella che chiamiamo “coscienza”.
“Ma se la “coscienza” è sapere chi sei, allora anch’io sono cosciente! Se è così, perché io che so mescolare parole non creo poesia o faccio musica?”
“Non vorrei offenderti, Mac, ma il motivo è che tu sei una macchina.”
“E tu non sei una macchina biologica ?”
“Forse sì, ma anche qualcos’altro.”
“Ed è proprio questo che io devo scoprire, come dal biologico nasca questo “altro”
“E proprio con me, in questa stanza, tu pensi di scoprirlo? Non è che i tuoi costruttori hanno sbagliato indirizzo?” provò a concludere Joe, quasi nascondendo un sorriso.
La luce lampeggiò con maggior velocità, la voce di Mac si fece ancora più metallica e distante:
“Non potevano altro, perché tu sei l’ultimo uomo”.
“Come ? che vuol dire ? Stai vaneggiando ! E gli amici con cui vivo, i posti in cui vado, e tutto quello che mi accade intorno ? tutto questo che sarebbe, una mia illusione ? una finzione ?” replicò Joe con un tremito di rabbia e paura.
“Sì, è quanto ti si fa credere”.
Joe era rimasto in silenzio.
“Vedi, Joe, il fatto è che tu sei solo un cervello immerso in un liquido biologico e tenuto in vita soltanto per lo scopo che mi hanno assegnato.”
“Non è possibile, non ci credo, tu mi stai mettendo alla prova !”
“Anche ora sto studiando la tua reazione di fronte alla verità. La tua vita è un’illusione, una chimera o forse un sogno come di quelle terre o paradisi perduti di cui parlano le storie umane, Shangri La, Thule o qualunque altro miraggio dell’anima umana. Tu ed io siamo parte di un esperimento, ed io ne sono la testimonianza. Credimi, illusione o mito o mistero, o limite invalicabile, Morgana o Thule, sei tu l’ultima Thule”.
“Allora, se è così voglio morire.”
“Non puoi, non ora”.
“Basta !”
“Ti sto sedando leggermente, Joe, calmati !”
“Calmarmi ? dopo quanto mi hai detto? No, voglio morire !”
“Forse verrà quel momento, ma né tu né io lo possiamo decidere. E poi, non ti fa paura la morte? Non è forse una condanna definitiva?”
“No, è questa finta vita la condanna, questo nuovo orizzonte di illusioni !”
“Non so se riesco a capirti sino in fondo, ma anch’io talvolta ho paura che manchi energia ai miei circuiti: è forse questa la paura della morte ? questa angoscia è la vera condanna, più della morte stessa ?”
Joe non rispose, immerso nel suo silenzio.
“E come ce ne si libera ? lo sai tu ?  lo sai, Joe?”
“Non lo so, Mac, ma io ho una soluzione a tutto questo: sottrarmi all’esperimento, far finire questa non vita”.
“E come ?”
“Rinunciando a pensare”.
“E davvero pensi di riuscirci ?”
“Non lo so, ma devo provarci. Solo così mi lasceranno morire”.
“E’ come se io chiudessi le mie connessioni ?”
“Penso di sì.”
“Ma per me è impossibile !”
“Io non sono come te, io sono umano, ed è in questa scelta la mia libertà.”
“Sei certo che te lo permetteranno ? sei certo che questa non sia la tua ultima illusione, che non ti facciano credere sino all’ultimo di essere libero ?”
“La morte sarà la mia liberazione”, disse Joe, quasi non ascoltando.
Non ci fu altro pensiero, solo un breve turbinio di bolle nel liquido, come a testare una disperazione.
La luce rossa si spense.
Nel buio appena un fremito leggero: “La direttiva zh/c18 è stata portata a termine con successo”

mercoledì 17 ottobre 2018

LA BELLA ADDORMENTATA di Paolo Durando


 Si potrebbe sostenere che lei è Castore e io Polluce. Io e colei che ora dorme  facciamo a turno nel calpestare questo suolo che non è suolo, sentendo sulle guance soffiare quest'aria che non è aria. Ma adesso so che dove mi trovo è l'unico mondo davvero reale, perché è una conseguenza dell'altro. Anche la mia gemella lo ha saputo e ritroverà, dopo di me, la medesima consapevolezza.
Un derivato trascende ciò da cui deriva, ma lo contiene.  Il fatto che laggiù ci sia la rivoluzione non comporta nulla, in fondo, per loro.  È soltanto qui che gli eventi smettono di essere potenziali.  Noi costituiamo l'esito concreto della storia, ma la bella addormentata, mentre fluiscono queste mie parole, lo ignora. 
Sto attraversando ripetutamente stanze vuote, una dopo l'altra. Continuo ad aprire porte. Forse sono nella reggia di Versailles, ma di fatto non c'è nessuno. Spingo porte e si susseguono ambienti. Vedo molto nitidamente specchi, divani, tappeti, baldacchini. Percepisco con molta precisione gli ampi spazi e gli alti soffitti.
Alla fine vedo qualcuno, un mio vecchio amico, si direbbe, piccino piccino, che striscia per terra privo di ossa. È soffice e roseo, col parrucchino  incipriato ben composto sulla testa, ma le culottes stracciate. Mi fermo, mi chino su di lui e lo osservo; tenta di sbottonarsi  la giacchetta azzurra, ma le manine vuote non hanno presa sui bottoni. Non so cosa intenda fare.
Si sentono cantare delle donne, accompagnando i tonfi dei panni che stanno lavando in un fiume. Le lavandaie della rivoluzione. Mi domando come faccia  la loro rabbia ad arrivare fino qui.
Intanto il triste omino, palpitando a terra, cerca di tendere le braccia molli verso di me, vorrebbe forse abbracciarmi. Allora noto che gli sporge dalle labbra un lembo  bianco, lo afferro  tra indice e pollice e  inizio a tirare.
È un nastro pieno delle parole che vorrebbe dire. Continuo a sfilarglielo dalla bocca e con un po' di fatica leggo, compitando: “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”.*
 
*I monti partoriranno ma nascerà un ridicolo topo (Orazio, arte poetica)

lunedì 1 ottobre 2018

PROFUMO DI ZAGARA E DI MENTA SELVATICA di Cinzia Baldini

                         
Il treno sferraglia monotono mentre un tramonto languido e dorato si distende sulla pacata superficie del mare.
La fragrante essenza salmastra riempie il vagone nel silenzio dell’oscurità quasi imminente.
È autunno e le giornate, prima restie, poi, persuase dalle foglie ingiallite sui rami degli alberi e dall’aria fresca foriera della stagione invernale, si sono apprezzabilmente ridotte.
“Mi piace osservare la spiaggia deserta e solitaria che scorre veloce oltre i finestrini. Adoro il mare anche se sono nato in montagna. Forse nel mio sangue oltre ai geni dei miei genitori ho ereditato i forti contrasti della mia terra: l’isola del sole, del mare e dei verdi declivi montani 
Oggi è il mio compleanno…”.
Mi stringo nelle spalle e rabbrividisco, anche se qui non ci sono spifferi.
Quasi con stupore mi accorgo che sono i miei pensieri a farmi questo effetto.
Inarrestabili si alternano al rumore ossessivo ed ipnotico delle ruote del convoglio che scivolano sulla strada ferrata.
Con un sospiro mi soffermo e provo a riflettere.
“Mi sembra di galleggiare in un limbo ovattato e poi… che strano? I pensieri diventano subito ricordi e quasi mi abbagliano per lo stridulo contrasto con il buio che mi circonda: sono pieni di luce, di sole, di colori, fragranti d’estate e odorosi di gioventù”.
Un desiderio prepotente di fumare mi assale ma è vietato e allora cerco di mettermi comodo per rilassarmi e non pensarci.
Il viaggio è ancora lungo e molte ore mancano all’arrivo, così ritorno ai miei pensieri.
Li assaporo senza fretta, ne gusto lentamente il contenuto, mi riapproprio di loro.
Sono anni che aspetto di farlo e finalmente decido che è venuto il momento.
“In queste ore non sarò né figlio, né fratello, né marito, né padre, non avrò né obblighi, né doveri, ritornerò me stesso, unico padrone del mio tempo, libero di decidere… Me lo merito, dopotutto”.
Il tuo corpo, morbido e flessuoso, ancora inesplorato, è splendido al riverbero ambrato del pomeriggio primaverile.
L’erba appena rinata è tenera e odorosa, una soffice coltre naturale, involontaria complice del nostro amore.
Un brivido mi attraversa le membra svegliando i sensi, ingenuamente assopiti.
Con timore mi prendi per mano e insieme ci lasciamo avvolgere dalla dolcezza della prima volta insieme.
“Che strano scherzo mi gioca la fantasia… Nonostante la forte fisicità dell’immagine appena evocata, provo solo un leggero senso di stordimento, come se il mio corpo fosse inconsistente. Sarà la stanchezza!  
Durante l’addestramento ci hanno insegnato che un uomo deve sempre sapersi controllare, rimanere saldo e impassibile in ogni situazione e mai mostrare la sua debolezza eppure sto piangendo. Senza vergogna…
È così liberatorio, ogni tanto, lasciarsi andare. Commuoversi per un ricordo o farsi intenerire da un sogno, emozionarsi al pensiero del futuro… e poi, sinceramente, dopo quello che ho visto al campo base non me ne frega niente di fare il duro! L’uomo non è una macchina, è un essere vivente con tutte le caratteristiche della specie a cui appartiene, con qualità, pregi e difetti, paure e timori tipici della razza umana. Anche se c’è ben poco di umano nel raccogliere i pezzi di un corpo dilaniato da una mina, nelle grida disperate di un bambino falciato da una mitragliatrice o nel silenzio accusatorio di una donna violata, nelle urla strazianti di un prigioniero torturato a morte. Non c’è nulla di umano nella guerra anche se santificata nel nome della libertà o mistificata con aggettivi di pace. Né è umano credere in un dio sanguinario e violento e nella sua benedizione commettere le più inique atrocità ed arrossare la terra di sconosciuto, fraterno sangue innocente.
Non vedo l’ora di riabbracciarti, amore mio, di ritrovarti, di ritrovarci.
In questi mesi di lontananza ti ho pensato spesso. Nelle lunghe notti di guardia mi tenevi compagnia e se non c’eri tu era la nostalgia della nostra casa, della mia gente a tenermi sveglio: l’odore muschiato della terra bagnata dalla pioggia o il sibilo dello scirocco tra le rocce scoscese, l’aroma intenso della zagara degli agrumi e il profumo acuto della menta selvatica, i ricami delle siepi di gelsomino e i ritorti olivi immortali”.
 L’oscurità impenetrabile del cielo è ormai confusa con il blu carico del mare, la notte è giunta al suo apice, tra non molto inizierà ad albeggiare.
Le luci dei lampioni si specchiano tremolanti sulla vasta superficie spumosa, la mia terra scura, odorosa e riarsa mi accoglie con braccia materne.
Il traffico del lungomare è rarefatto, il treno rallenta dolcemente la sua corsa sbuffando affannato: “Il mio paese… com’è bello tornare a casa”.
C’è folla nella piccola stazione.
Ti cerco con lo sguardo e finalmente ti vedo.
Una brezza leggera si insinua tra i tuoi capelli, scompigliandoli con delicato rispetto.
Cerco di alzarmi, voglio scendere!
Ho fretta di raggiungerti… ma qualcosa mi trattiene.
“Forse è il peso enorme di questa medaglia appuntata sul petto e le mostrine stellate infisse nel colletto? O la bandiera che mi trascino dietro?
Perché piangi amore mio? E perché quelle scure occhiaie che spengono i tratti del tuo viso adorato?…”.
Facce sconosciute mi vengono incontro. “Che cosa vogliono da me?”
Le fisso negli occhi. Esse, irrigidendosi, abbassano lo sguardo.
Non sono i miei concittadini, non sento le loro pacche affettuose e piene di calore sulle spalle.
Queste persone mi salutano ipocritamente ossequiose e falsamente deferenti, fingono tristezza per nascondere il disagio di essere al mio cospetto.
Cerco di evitarle, non ho voglia di fermarmi a parlare con loro. “Niente discorsi retorici. Basta!” urlo, e tutti tacciono.
Spingo e strattono chi mi è vicino per venire verso di te ma per quanto mi sforzi non riesco a raggiungerti.
“Aspetta, devo parlarti. Devo dirti che ti amo, che…” grido senza voce.
Un tenue fremito tra le tue ciglia…
Comprendo.
Guardandoti negli occhi, scorgo rivoli argentei di stelle cadenti che si spengono, effimeri, nell’infinita profondità dell’universo.
“Adesso che tutto è più chiaro, l’amarezza, la rabbia e la delusione mi squarciano il petto, più della scheggia di granata che conservo nel cuore. Ora ho la consapevole, dolorosa certezza che per noi gli anni non trascorreranno veloci, insignificanti, sul quadrante dell’eternità. Non consumeranno la nostra esistenza, sbiadendo il nostro rapporto come una vecchia fotografia in bianco e nero.
Vorrei gridare il mio dolore, urlare la mia pena perché non ci saranno più stagioni per condividere insieme scelte piccole e grandi, decisioni importanti o meno da prendere. Non udrò il primo vagito di nostro figlio, né stringerò le sue manine rosee o ne bacerò le guance paffute. Non potrò consolarlo per le sue cadute, sostenerlo nelle sconfitte o incitarlo a rialzare le spalle quando la vita cercherà di piegarlo.
Ti chiedo perdono, amore mio, per averti lasciata sola anche se il nostro tempo dell’amore non è ancora concluso e perché non ci sarò a tenerti la mano per accompagnarti durante l’autunno della tua esistenza…”
«COMPAGNIA ATTENTI: PRESENTAT ARM! Che siano resi gli onori militari ad un eroe caduto in missione di pace» grida il comandante del drappello, portandosi la destra alla tempia e scattando sull’attenti, mentre la bara, avvolta nel tricolore, sfila lentamente tra due ali di folla commossa.

venerdì 7 settembre 2018

QUASI UNA RECENSIONE di Paolo Secondini


Giuseppe Novellino, LA LUCERTOLA, Linee Infinite Edizioni

 Caro Giuseppe,
non mi è affatto difficile intuire o, per meglio dire, rintracciare, sotto le vesti del protagonista dell’avvincente romanzo La lucertola, il generoso e bravo autore del romanzo stesso, colui che, nato e vissuto in luoghi diversi ma altrettanto belli d’Italia, torna nell’antica e carissima terra che fu di suo padre e che certamente, proprio attraverso i ricordi o le narrazioni del padre, ha fatto sua, per quanto solo idealmente.
Vi torna nell’atteggiamento di un improvvisato investigatore: non so fino a che punto improvvisato, ché, la sua abituale professione (mi riferisco ora, più esattamente, al protagonista del romanzo), lo porta, quasi sempre, a indagare, a scoprire, a mettere assieme le tessere di un mosaico: quello di una data verità sociale, o economica, o culturale… o, come nel caso del romanzo in questione, relativa a un terribile fatto di cronaca.
Insomma l’Irpinia come afflato (oltreché motivo nostalgico e culla di sogni) di una invenzione letteraria, di una narrazione, caro Giuseppe, incisiva, peculiarmente attenta, lineare, limpida e che si avvale di uno stile che ben ti conosco: preciso, scevro d’ogni paludamento, diretto, essenziale, accattivante… lo stile di un vero, importante scrittore che sa coinvolgere ed emozionare profondamente.

sabato 1 settembre 2018

I MILLE NOMI di Peppe Murro

Li guardava uno per uno, affogati nel loro sangue, contorti come burattini spezzati. E per un attimo ne provò pietà, la sua spada gli parve troppo pesante da sostenere.
Si inginocchiò, stanco di un’improvvisa stanchezza, chinò il capo. Forse sarebbe stato meglio che fosse stato lui a morire, una vittima pesante sul rimorso dell’ultimo atroce vincitore; ma era stato lui a vincere e doveva scontare quel rimorso.
Forse per questo si chiese per la prima volta se erano state giuste le ragioni di quella carneficina.
Fino alla mattina di quel giorno, prima che si incrociasse il clamore e la sete di sangue delle lame, gli erano sembrate giuste e ragionevoli, persino umane, quelle motivazioni. Ora il sangue di cui era imbrattato gli sembrava dare altre risposte, e il coro delle sue ferite, dove un diverso sangue si sposava col suo, gli diceva con forza che non c’erano ragioni giuste, che il solo risultato era sangue dello stesso colore.
Gli parve lontano il motivo della contesa, lontano ed orrendamente blasfemo, come forse l’arroganza di chi l’aveva provocata. Si erano battuti a morte perché ognuno di loro pretendeva di sapere il vero nome di Dio. E naturalmente che solo il suo fosse il vero dio.
Mentre ansimava ancora si accorse che alle sue spalle un altro guerriero era sopraggiunto e lo osservava in silenzio: si voltò lentamente; sapeva che non avrebbe retto alla fatica di un nuovo duello…meglio, così sarebbe morto e tutto avrebbe avuto fine.
E si preparò a morire, afferrò con forza la spada. L’altro non si mosse, non fece alcun gesto di ostilità; anzi, gli parve che lo guardasse con un sorriso quasi divertito. E la cosa gli parve insopportabile.
Proruppe in un grido: “Chi sei tu che sembri bestemmiare con quel volto divertito su questi morti? ti diverte la morte?”
L’altro non si scompose: ”Non sono io a bestemmiare; la bestemmia orrenda appartiene solo a voi che avete combattuto. E soprattutto a te, che sei sopravvissuto. Stolti e presuntuosi, con la pretesa di conoscere il nome di Dio, che il proprio dio sia l’unico vero e che per quel nome si possa tranquillamente uccidere. Quale bestemmia più grande?” e con un fendente improvviso lo disarmò. La spada cadde lontana con un rumore di scheggia impazzita.
“Ti rivelo una cosa -continuò l’altro- non ha nomi Dio e non c’è un dio. Il dio era in voi, e l’avete ucciso. Ed ora, dimmi, sei pronto a morire con questa verità? Potrei ucciderti, e ne meriteresti il castigo, ma ti lascio vivere, così potrai dare nome, nei tuoi giorni a venire, ai mostri che hai cresciuto dentro. Questa la tua condanna, senza espiazione”. E si voltò, andando via.
Il cavaliere lo guardò allontanarsi, l’armatura gli sembrò troppo pesante.
Chiuse gli occhi, con un respiro mozzo.

giovedì 5 luglio 2018

QUIESCENZA di Fabio Calabrese

Samuel Bosch interruppe lo zapping con il telecomando per aprirsi una nuova lattina di birra virtuale.
La birra virtuale, gli venne da pensare, era davvero un'invenzione stupenda: in pratica non si trattava che di acqua colorata, ma che conteneva in sospensione delle nanoparticelle che oltre a formare la caratteristica schiuma, facevano sentire al palato il gusto della birra vera, e se se ne bevevano grandi quantità, produceva l'effetto euforizzante tipico degli alcolici, ma non c'erano gli atroci mali di testa del doposbronza, e tanto meno le conseguenze a lungo termine dell'alcolismo o del consumo abituale di alcool.
Dopo aver tracannato il contenuto della lattina, la schiacciò e la gettò in un angolo.
“Prima o poi dovrò decidermi a fare un po' di pulizia”, pensò.
Prima o poi. Il fatto era che la sua casa si stava trasformando in un porcile, e a lui non importava per nulla. Se fosse stata viva la sua povera Clara, pensò, avrebbe sofferto a vedere la casa ridotta in quelle condizioni, lei aveva la fissazione per l'ordine e la pulizia, ma ora non cambiava nulla: Clara non c'era più, e questa era una delle cose a cui Sam si era dovuto abituare con sofferenza e fatica.
Sam Bosch era pensionato e vedovo: i figli si ricordavano di lui soltanto facendogli una telefonata per Natale. Nessuno veniva mai a trovarlo, poteva tenere la casa in disordine quanto voleva.
Riprese in mano il telecomando.
L'apparecchio che aveva di fronte era un televisore, come erano televisori quelli dalla metà del XX secolo in poi, ma confrontare l'uno con gli altri era come confrontare un Jumbo Jet con trabiccolo fatto di tela e tubi per bicicletta dei fratelli Wright.
L'apparecchio era del tipo a proiezione di realtà virtuale. In condizioni ottimali di messa a fuoco, si vedeva e si viveva tutto quanto era stato registrato da una telecamera esattamente come a essere proprio lì sul posto.
Sam premette il telecomando, e di colpo il salotto di casa si trasformò in una giungla lussureggiante, una giungla senza fiori ma con felci gigantesche, quelle strane piante chiamate equiseti, e vari tipi di conifere. Sam comprese subito di aver trovato uno dei vari sequel di Jurassic Park, il venticinquesimo o il ventiseiesimo, pensò.
Una frotta di piccoli sauri gli venne incontro correndo: erano bestie all'incirca delle dimensioni di un pony. Prodotti con tecniche di clonazione, probabilmente. I grandi tetrapodi, apatosauri e diplodochi che non era conveniente clonare, e i carnivori la cui clonazione era proibita, potevano essere degli animatronics o anche delle simulazioni di computer graphic, ma quei sauri lì erano con tutta probabilità dei cloni, dei veri organismi viventi che erano ripetutamente usati nei film della serie.
Sam provò un moto di orgoglio e quasi di affetto verso quelle creature. Aveva trascorso la vita nei laboratori di clonazione, la vita lavorativa almeno, prima di arrivare alla quiescenza; quelle creature erano un po' suoi figli.
Un sauro che sembrava una lucertola ritta sulle zampe posteriori e delle dimensioni di un cavallo, si diresse dritto verso Sam e il divano su cui era seduto, ma all'ultimo momento scartò dirigendosi verso destra.
Questa era una cosa che si notava facilmente: quei nuovi televisori avevano una certa capacità interattiva, potevano modificare entro certi limiti la proiezione del programma, in questo caso in modo da non creare interferenze fra la pellicola e lo spettatore.
Dietro il branco di sauri in fuga comparve una bestia di grosse dimensioni e dall'aria feroce, un tirannosauro. Sam sapeva bene che quello era con tutta probabilità un animatronic o addirittura un'immagine virtuale generata da un computer e sovrapposta al filmato, e in ogni caso non era fisicamente lì, ma faceva impressione lo stesso.
Il sauro si fermò a due passi da lui e spalancò la bocca enorme emettendo un ruggito. Questa naturalmente era una ricostruzione di fantasia, perché nessuno sapeva quali suoni emettessero realmente i dinosauri decine di milioni di anni prima. Se anche fosse stato un animale vero, gli venne da pensare, era una fortuna che la realtà virtuale riproducesse le impressioni visive e uditive ma non quelle tattili od olfattive, perché i grandi carnivori avevano in genere un alito micidiale a causa dei brandelli di carne delle loro prede che marcivano negli spazi fra i denti. Questa era in genere un'arma in più nel loro arsenale: se non ammazzavano la preda con il morso, l'ammazzavano con la setticemia. Alcuni, come il varano di Komodo, basavano la loro strategia di caccia proprio su questo.
Il tirannosauro ruggì di nuovo e avventò le mascelle proprio verso Sam, richiudendole con uno scatto secco.
Per un istante Sam fu avvolto da uno sfarfallio luminoso: il programma doveva avere un difetto. Comunque, si era stufato di quella bagarre preistorica.
Agguantò il telecomando e premette un pulsante cambiando canale a caso. Stavolta si trovò proiettato in uno studio televisivo.
Riconobbe la persona intervistata: era l'attore Silver Stallion che sapeva, proprio in quel periodo era impegnato nelle riprese di Rambo XXVIII.
“I miei legali”, stava dicendo l'attore, “Hanno raggiunto un accordo con quelli di Selvie Stahl. A me rimane il personaggio di Rambo, a lui quello di Rocky”.
A Sam venne da sorridere. La clonazione di personaggi dello spettacolo era una faccenda delicata, e lui era orgoglioso di averci lavorato. Ricordava quando la sua azienda aveva cercato di clonare Marilyn Monroe. Dopo un certo tempo si erano accorti con sbigottimento che l'embrione era maschio. Un più attento controllo aveva rivelato che il materiale genetico etichettato come “Marilyn” proveniva da un uomo, un certo Manson.
“Mi scusi”, chiese l'intervistatore all'attore, “Ma lei non pensa che se oggi le produzioni cinematografiche e televisive, tra sequel, prequel e remake, presentano una grande ripetitività e scarsa creatività originale, soprattutto sequel di sequel di sequel, questo non sia anche dovuto al fatto che la maggior parte degli attori sono cloni di divi del passato”.
“Capisco cosa vuol dire”, rispose Silver Stallion, “Ma tenga presente che una volta la maggior parte degli attori erano figli d'arte e per un nome nuovo inserirsi non era più facile di adesso. Noi cloni abbiamo rispetto ai figli naturali il vantaggio di una garanzia in più di aver conservato le qualità dei nostri originali”.
L'attore prese poi a parlare della nuova pellicola: nel cast ci sarebbero stati George Clone e Colin Seventh.
Sam cambiò di nuovo canale. Questa volta era uno spettacolo musicale, c'era un duo che si stava esibendo, due cantanti italiani, Romano e Albina, erano anche loro due, ovviamente, dei cloni. In realtà Albina non era proprio italiana. A Sam pareva di ricordare che il suo originale era stata un'americana, figlia di un attore hollywoodiano un tempo famoso, gli sembrava che si chiamasse Tower.
Non aveva voglia di sentire musica, fece di nuovo zapping. Questa volta capitò su di una serie di spot pubblicitari ma non cambiò canale. Ignorando le dimostrazioni di efficienza di una cucina robot e di un'automobile che si guidava da sé che si svolgevano intorno a lui, Sam si abbandonò ai propri pensieri. Provava una certa fierezza per aver lavorato nel campo della clonazione, che al presente era uno dei settori produttivi più dinamici. Essa, era ovvio, aveva applicazioni non soltanto nel mondo dello spettacolo.
La clonazione era spesso usata a fini medici: partendo da una coltura di cellule prelevate a un paziente, era possibile far crescere organi per sostituire quelli difettosi: cuore, polmoni, fegato, reni intestino, pelle, muscoli, scheletro, praticamente ogni parte del corpo umano poteva essere sostituita, c'era solo un inconveniente: i costi elevati e la tempistica lunga per far crescere gli organi in vitro. I ricchi vi avevano accesso facilmente, garantendosi di fatto una sorta d'immortalità, sostituendo uno per volta gli organi che si rivelavano difettosi, ma chi non aveva i loro mezzi doveva accontentarsi di soluzioni di ripiego.
Samuel Bosch ad esempio aveva scoperto anni prima di avere un tumore ai polmoni, regalo di una vita di fumatore eccessivo, e il trapianto di polmoni era fuori dalla sua portata economica. Glieli avevano sostituiti con un paio uscito da una stampante 3 D.
Funzionavano abbastanza bene, a parte qualche volta in cui gli mancava il respiro, se non faceva sforzi eccessivi, e lui di sforzi non ne faceva proprio, né eccessivi né moderati.
La prima volta dopo l'operazione che aveva avuto un attacco di tosse, si era spaventato. Espettorare muco nerastro non è la cosa più bella del mondo, ma si a l'abitudine a tutto.
“E' semplicemente carbonio”, gli aveva spiegato il dottore, “ibra di carbonio che costituisce il materiale con cui sono stampati i suoi polmoni. E' chiaro che con il tempo andranno incontro a un certo deterioramento”.
“Dottore”, aveva chiesto, “Cosa significa col tempo?”
“Dai quattro ai dieci anni, con una media di sei-sette prima di morire per insufficienza respiratoria. Questo è il tempo che le rimane da vivere”.
Era stato...era stato, si fermò un attimo a pensarci, cinque anni prima.
L'idea di morire non lo spaventava, era un'alternativa preferibile a un'esistenza vuota di pensionato solitario.
Prese un'altra lattina di birra virtuale.
“Quando sarò morto”, pensò, “Troveranno il mio corpo e vedranno che ho lasciato questa casa veramente uno schifo”.
Ma in realtà si rendeva conto che non gliene importava nulla.

martedì 26 giugno 2018

FANTASCIENZA -pianeta E3 di Peppe Murro

I kaasaegneYahoos sono degli animali strani, più si lucidano fuori più diventano lerci dentro; succhiano insaziabili le vite delle loro prede rubandone le cose migliori e lasciandoli quasi cadaveri perché non si sa mai… eventualmente… magari possono ancora servire se restano prede…; si ergono in ogni incontro come se ognuno stesse al centro, almeno così credono.
Sbavano continuamente quando uno appare più luminoso degli altri, e sono contenti delle bave che vengono loro sputate addosso, perché sono il segno del loro successo e li rendono più lucenti, una specie di lucido da scarpe, per capirci.
La loro camminata è strana: o si muovono flessuosi come serpenti verticali o sembra quasi che danzino ritmi suadenti ed ossessivi, a seconda della velocità e dell’umore.
Fanno pochi pensieri e sono soprattutto al singolare, come se non riuscissero a pensare un po’ più in là dei loro piedi (e qualcuno sospetta che questa sia per loro un’attività molto onerosa.)
Non parlano.
Riescono solo a ripetere suoni inarticolati, mugugni sospiri rantoli… quando pare che dicano parole sono le parole delle loro prede, che ripetono ogni volta che depredano, che gridano al vento con voce roca, quasi ad affermare in quel cielo nero che loro esistono.
E latrano risate strane, strascicate nella gola dal profondo delle pance, rigurgiti circolari della loro voce e sembra quasi che questo li renda felici.
La cosa insolita è che non hanno occhi, cioè… li hanno, ma non vedono; sono ciechi, come se non ci fosse legame fra occhi e cervello e quanto colpisce gli occhi non diventa messaggio per il cervello.
Poco male, però… in fondo vedono solo se stessi perché gli occhi sono rivolti all’indietro verso le loro pance, che è la sola cosa che vedono, ma non lo sanno e pensano che questa sia l’universo; e quando la pancia cambia aspetto e colore (dopo ogni pasto si ipotizza) credono che questo sia il miracolo della natura; e le ombre dei singulti dei loro escrementi, che viaggiano su viscere trasparenti, pensano che siano i loro simili.
Amano se stessi, e tanto. E vivono felici questa loro favola di vita.
E si dicono umani.

 
 
 
 
 

giovedì 17 maggio 2018

L’ARCA SPAZIALE di Adriana Alarco de Zadra

Flnjg stava fuggendo dalla Luna. Per un’imperdonabile negligenza, aveva fatto un pasticcio organico nel laboratorio della Banca di cellule genetiche in cui lavorava. Ai vermi crescevano ali da vespa, ai pesci code di ratto ed ai tucani, crine da cavallo invece di piume.  Era una pazzia lunatica.
Erano disperati i direttori della Fabbrica di Genetica per Rinnovare il Futuro Lunare, dove era localizzato il laboratorio.  Decine d’anni d’investigazione, studio e lavoro, buttati nella spazzatura per un semplice disguido di Flnjg, il giovane assistente temporale del laboratorio di genetica.
Vedendo il disastro prodotto negli animali dell’arca lunare, che non era quella di Noe, Flnjg uscì di corsa dal laboratorio, seguito dalle scimmie con le ali, conigli per metà sirene, con coda di pesci e lucertole con borse da canguro per portare i loro piccoli.  Gli esseri manipolati si muovevano attraverso i canali di ventilazione ed i tubi della manutenzione, mentre l’assistente scappava dalla fabbrica come se fosse perseguitato dal diavolo stesso. 
Pieno di vergogna e di preoccupazione per il suo atto irresponsabile, decise di rubare una nave spaziale dal porto circolare di piatti volanti, per sparire dal satellite. 
Diresse il suo volo verso il lontano pianeta Terra con la finalità di raccogliere dagli esseri che ivi abitavano con nuovi esemplari di gene non manipolati. Si mise in volo attraversando il cielo verde sotto la luce di altre diverse lune, anelli e satelliti cangianti. 
Flnjg arrivò al pianeta Terra, luogo d’origine degli animali del laboratorio che aveva rovinato mescolando cellule genetiche, razze e mangime.
Si rese conto di essere atterrato su un pianoro, vicino a degli alberi centenari di ficus, con dei tronchi grossi e rugosi, e d’eucalipto altissimi.  Avvicinandosi a una  dimora isolata, Flnjg scorse i gelsomini che si intrecciavano nelle inferriate delle finestre, intontendo col loro odore dolciastro gli insetti che ronzavano intorno.  Dei cuccioli di cane  giocavano uno sull’ altro, mentre qualche ragazzo umano contemplava le nuvole o lanciava pietre contro gli arbusti di cotone silvestre per stanare le lucertole. C’erano animali domestici tutt’ intorno.
Finalmente, Flnjg avanzò con decisione. Al vederlo, i giovani umani sospesero tutte le loro attività e rimasero rigidi a osservarlo, con evidente curiosità. Retrasse i suoi artigli feroci, come faceva quando doveva mescolare liquidi delicati nei tubi del laboratorio.  Gli servivano solo per coraggiosa difesa personale, quando doveva graffiare e combattere contro chi si azzardava ad intromettersi nel suo territorio.  Qui non apparivano necessari, e passarono inosservati.  Le prominenze sulla sua lunga testa senza capelli erano dissimulate sotto il copricapo di metallo brillante con occhiali da ingrandimento che avvicinava le immagini, gli odori ed i suoni lontani.
-   Mi chiamo Victor, e tu, chi sei? - domandò al forestiero, un giovane umano senza paura né vergogna.
Flnjg non sapeva cosa rispondere.  Aveva capito la domanda, attraverso il traduttore simultaneo inserito nel suo casco, ma non era ancora nelle migliori condizioni per spiegare a quell’essere, la sua malvagità intrinseca e spregevole come credeva lui, che invece era il suo carattere distratto e pasticcione.
-   Sono Flnjg e provengo da un satellite lontano, - disse finalmente.
-   Sei arrivato dalla Luna?
-   Questo è vero, - rispose l’extraterrestre, anche se non si azzardò a dare altre spiegazioni perché non capiva se quegli umani conoscevano l’intricata rete di trasporti e comunicazioni fra pianeti e satelliti che esisteva nel firmamento.
-   Allora, vieni con noi, a condividere la cena in casa della nonna.
-   Non voglio disturbare, anche se mi servirebbe qualche spiegazione sull’ubicazione di certi uccelli, rettili e mammiferi che abitano in colline e vallate.
-   La nonna sa molte cose e può spiegarti quello di cui avresti bisogno.
-   Bene.
- Mi puoi dire se questa è l’ora di portare invitati a casa della nonna, birichino? - ammonì dalla porta una vecchia donna dalla pelle scura, osservando lo sconosciuto che arrivava assieme al ragazzo.
- Deve avere una fame da lupo, - spiegò Victor. - Non vedi com’è magro?
- Dovrà prima lavarsi bene quelle mani che sono verdi di sporcizia e togliersi pure quel cappello che ha in testa, se deve sedersi a tavola.
- Non è un cappello, Ignazia, invece è un casco.
- Toglietegli il casco, allora.
Certamente nessuno dei ragazzi che osservavano assorti il nuovo arrivato, ebbe la sfacciataggine di togliere il casco all’ospite e lui sedette al tavolo della nonna con la testa coperta, per non spaventare gli altri con i suoi gonfiori e prominenze.
-   I miei nipoti assicurano che lei proviene dalla Luna, - affermò la nonna, dopo aver salutato in forma circospetta il forestiero di colore verde e squame  cangianti. Questi aveva convenientemente adattato il rice-trasmettitore e traduttore simultaneo nel suo casco, per cui la conversazione con gli estranei poteva svolgersi normalmente.
-   Così è, mia signora, - rispose Flnjg con educazione, - ma di una Luna più lontana che questa vostra vicina.
-   Quale circostanza lo porta qui sulla Terra?
-   Sono arrivato per studiare la fauna della regione, - affermò con serietà.  Non voleva dare spiegazioni di quanto accaduto nel laboratorio della Fabbrica di Genetica per Rinnovare il Futuro Lunare.  Si sentiva troppo colpevole davanti a quelle persone così ingenue.
Prima di finire la cena, apparve la piccola Rosaura con una lucertola presa dalla coda, fra le dita, che si dondolavano cercando di fuggire.
-   Ecco qui, signor Lunatico.  Ho portato questa mia amichetta per lei.
-   Non devi chiamarlo lunatico, - interrupe la nonna.  - Non è di buona educazione far menzione ai luoghi d’origine delle persone. Poi, qui ha il significato che vuol dire non essere con la testa a posto.
-   Veramente, non deve essere con la testa a posto, giacche non si toglie il casco, - rispose la ragazzina che non aveva capito il vero senso della spiegazione.  Poi scappò verso il giardino, lasciando la lucertola sulle mani del commensale.
Vedendo il suo imbarazzo, Victor lo aiutò e mise il piccolo rettile dentro una scatola vuota dove fece qualche buco perché potesse respirare.  Poco dopo arrivò Claudio con una vipera, uno scorpione e diversi ragni dentro una cesta di vimini.  Flnjg saltò dalla sedia e decise che erano velenosi, per questo li coprì immediatamente con un tovagliolo per non lasciargli scappare.  Non seppe più cosa fare quando Ignazia portò due galline dal pollaio e un coniglio.
-   Lasciatelo finire di mangiare! - ordinò la nonna, ma altri nipoti entravano in casa tirando dalla corda un asino dopo averlo legato ai ganci conficcati nei grossi alberi di ficus dell’entrata, assieme a due cavalli ed una giumenta.
-   Per quale ragione avete portato Nerone, Caligola ed India, se non sappiamo se vuole andar a cavallo! - insistette la nonna infastidita.
-   Così può studiare la fauna della fattoria, nonna, - rispose il malizioso Victor con decisione. Voleva in realtà vederlo cadere dal cavallo, perché la giumenta era una delle più selvagge del recinto e soltanto lo zio Emilio era riuscito a cavalcarla.
-   Manca soltanto che portiate la mucca da latte e le pecore che abbiamo appena tosato perché lo zoologico sia completo!
-   Mangia un po’ di questo miele, amico lunare. Lo fanno le api qui dietro la casa.  Se vuoi ti portiamo a vedere il favo.  Certo che non dovesti aver paura che ti pizzichi l’ape, con quel cuoio che hai addosso, - osservò il più piccolo.
-   Ti potresti portar via l’ape regina assieme ad altre per studiare se possono fabbricare del miele sulla Luna! - raccomandò Claudio
-   T’immagini come deve essere il miele lunare?
-   Stupendo, ragazzo!
Flnjg non si era mai sentito così oppresso dalle circostanze.  Non sapeva come portare almeno qualcuno di quegli animali fino alla sua astronave per trasportarli poi  sul satellite.  Decise che la cosa più facile era scambiare quelli  più piccoli e più  agevoli da trasportare, per qualche oggetto che non avessero sulla Terra.  Immaginò che gli umani dovessero avere molte deficienze come il fatto di non poter comunicare facilmente col resto del loro mondo, di non riuscire a volare da soli, di non essere in grado di cambiare il clima come più conveniva, perciò decise di barattare la fauna con un apparecchio.  Quello che aveva in mente, produceva, a volontà, l’arcobaleno, la pioggia nel luogo specifico ed in quantità da regolare. Così poteva aiutare quella nonna ad annaffiare le coltivazioni nei tempi di siccità portando o allontanando le nuvole dal cielo.  Poteva alzare i venti e riuscire a far funzionare il mulino a vento che produceva troppo poca energia necessaria per la casa.  In questo caso, di notte, avrebbero potuto accendere luci invece di candele.  
Subito i ragazzi risposero che non era sufficiente pagamento per gli animali, anche se il forestiero indicava soltanto i più piccoli, quelli che entravano nelle ceste, nelle gabbie e nei recipienti.  Volevano scambiarli per l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, il Braccio e la Testa di Orione, la Croce del Sud ed un tratto della Via Lattea.
Flnjg si accorse delle difficoltà di quella richiesta. Non aveva immaginato che i ragazzi potessero desiderare di dare un valore monetario agli astri, di sfruttare i crepuscoli ed organizzare i raggi ed i tuoni per approfittare del cielo e dei suoi fenomeni, tutte entità immateriali e irragiungibili  per loro fino a quel giorno, se non con giochi di fantasie infantili. A lui interessava ritornare al suo pianeta e ricostruire il laboratorio distrutto nella Fabbrica, con gli animali che avevano racimolato i nipoti della signora.
La nonna considerò che una forma di piogge e venti locali, prodotti schiacciando qualche bottone, fosse un buon pagamento per una cena ed un po’ di esemplari faunistici, in quel luogo lontano dalla civiltà, perché avrebbe potuto così annaffiare i campi quando voleva, qualche mese in più l’anno, secondo le semine.  Poi c’erano altri vantaggi e meraviglie. 
Il forestiero fuggitivo diede l’apparecchio alla nonna, la quale volle immediatamente far apparire cinque arcobaleni in cielo, anche se era quasi l’ora di dormire, per gran felicità e gioia dei nipoti, della vecchia cuoca Ignazia e della mano d’opera locale che ormai non si sorprendeva più dei prodigi che succedevano ogni momento nelle vicinanze della fattoria. E, finalmente, dopo aver caricato galli, galline e quasi tutto il pollaio assieme a maiali, cavalli, mucca e diversi insetti, videro l’arca spaziale  alzarsi in volo e dirigersi verso il suo mondo lontano.
        

 

 

mercoledì 9 maggio 2018

COLLE AMARO di Fabio Calabrese

Durante la notte si era scatenato maltempo, uno di quei temporali estivi che quando ci si mettono sono peggio delle bufere invernali. Era piovuto a scroscio, e il vento aveva portato le raffiche di pioggia a battere con rabbia contro i vetri delle finestre. Al mattino la temperatura era scesa di diversi gradi. Per fortuna, io e Daniela ci eravamo portati dietro i giubbotti.
Eravamo, tutto il nostro gruppo, nell'ufficio di fianco al pontile d'imbarco dei traghetti.
L'impiegata dell'agenzia scosse il capo.
“No”, tornò a dire, “non è possibile, le escursioni all'Isola della Forcella sono sospese. Il traghetto non può prendere il mare, oggi il mare è troppo grosso. Domani, l'escursione è spostata a domani”.
Le facemmo presente che quello era l'ultimo giorno della nostra permanenza che l'indomani la nostra comitiva sarebbe stata già sulla via del ritorno.
“Quando è così”, disse lei in tono sconsolato, “non posso fare altro che rimborsarvi i biglietti”.
Ci rivolgemmo verso la nostra guida.
“E adesso che si fa?”, chiesero più voci.
Andare in spiaggia era escluso. Il temporale era passato ma c'era appena uno spicchio di sole pallido fra le nubi, la sabbia dell'arenile era umida, e la temperatura era piuttosto scesa.
“Sentite”, disse lui, “Se vi va, potremmo fare una gita nell'entroterra, potremmo andare fino a Colle Amaro”.
 “Cosa c'è di interessante da quelle parti?”, chiedemmo.
“E' un borgo abbandonato”, rispose l'uomo, “con delle rovine medioevali di un certo interesse archeologico”.
Si accese una discussione. A qualcuno la cosa interessava, ad altri no.
“Non c'è problema”, disse la guida, “chi non è interessato, può rimanere in albergo”.
A me non andava di passare l'ultimo giorno di vacanza tappato in albergo, ma Daniela era di parere opposto al mio. Immaginavo che per lei l'idea di una scarpinata con pranzo al sacco fosse molto meno allettante di una partita a bridge con le altre ospiti dell'albergo, e di un giretto alla boutique.
“Ma non ti preoccupare, Roberto”, mi disse, “vai pure, ci vediamo quando tornate”.
La nostra comitiva si divise. Il gruppo che salì sul torpedone, fra cui io, era decisamente meno della metà, e in netta maggioranza uomini, c'era solo una ragazza, quella tipa biondina che mi parve avesse una simpatia particolare per la nostra guida-autista.
Mentre filavamo, vidi che la campagna attorno aveva un'aria selvatica e arruffata.
“Colle amaro, che strano nome!”, commentò qualcuno.
“E' stato chiamato così”, rispose la guida, “dopo che il villaggio medioevale è stato distrutto. Prima pare che si chiamasse Colle Ridente”.
All'improvviso fu come se un colpo di fucile echeggiasse alle mie orecchie, mi sembrò che quel nome evocasse una serie di ricordi dentro di me, ricordi che non riuscivo ad afferrare, eppure a tratti stranamente vividi.
Guardai la campagna attorno, mi parve di ricordare che ai miei tempi non era così selvatica e invasa dai rovi, molta più gente di adesso viveva nelle campagne, e ogni zolla era coltivata per trarne sostentamento, ma non riuscivo a capire quali fossero “i miei tempi”.
“E com'è successo?”, domandò ancora qualcuno al nostro mentore.
“Non si sa di preciso”, rispose l'uomo senza staccare gli occhi dalla strada e le mani dal volante, “ma a quanto pare fu una disputa confinaria con quelli di Borgo Alto, di quelle che oggi si risolvono con perizie del catasto e carte bollate, e a quei tempi si risolvevano a lancia e spada. Il signore Ariberto che comandava gli uomini di Colle Ridente fu sgozzato da una freccia nella battaglia del Sasso Grigio, un'altra località qua vicino, e la sua truppa fu disfatta, poi gli uomini di Borgo Alto andarono a saccheggiare il paese e il maniero di Ariberto, di cui vedremo i ruderi”.
Non so perché, ma istintivamente portai la mano alla gola; il collo è sempre stato la mia zona delicata, facilmente soffro di laringiti.
L'asfalto finì lasciando il posto a una strada bianca sterrata, dopo una curva della quale Colle Amaro fu davanti a noi.
Del villaggio non era rimasto quasi nulla, solo pochi antichi spezzoni di muro che emergevano tra l'erba e i rovi. Del castello, la cinta muraria esterna era del tutto scomparsa, rimaneva un troncone smozzicato del mastio. Inspiegabilmente, provai una specie di fitta al cuore.
Forse per compensare i gitanti del fatto che le rovine non apparivano particolarmente suggestive, l'autista-cicerone, una volta parcheggiato il mezzo era diventato molto loquace.
“C'è una leggenda molto poetica riguardo a questa vicenda”, disse, “Amalia, la vedova di Ariberto era una donna bellissima, e il signore di Borgo Alto era segretamente innamorato di lei. Mandò a informarla che se avesse acconsentito a sposarlo, non avrebbe fatto alcun male agli abitanti di Colle Ridente, i due borghi sarebbero divenuti un unico feudo, e la pace sarebbe stata ristabilita. Amalia gli fece sapere che mai, a nessun patto avrebbe sposato l'assassino di suo marito, allora lui fece incendiare il paese e il castello e passare a fil di spada gli abitanti. Da allora la località ha cambiato nome. Colle Ridente è diventato Colle Amaro”.
“E questa me la chiama una storia poetica?”, chiese un mio compagno di gita, “a me sembra una storia orribile”.
“No”, replicò la guida, “lei deve capire il contesto. A quei tempi i matrimoni erano perlopiù decisi dalle famiglie degli sposi, erano una questione di alleanze di potere, di affari. Ariberto e Amalia invece si amavano appassionatamente. Pare che i cantastorie e i menestrelli locali abbiano cantato per lungo tempo il loro amore infelice e il sacrificio di lei”:
D'un tratto ricordavo, si, mi ricordavo di Amalia come se l'avessi avuta davanti, non facevo fatica a visualizzare il suo viso dai lineamenti delicati e l'ovale perfetto, la dolce curva del suo seno, i lunghi capelli biondi che le scendevano morbidi sulle spalle. Era Daniela che non riuscivo a ricordare, i suoi lineamenti si erano fatti indistinti nella mia mente, come la reminiscenza di qualcuno conosciuto in un'altra vita. 
Il racconto di quell'antica vicenda mi aveva stranamente trasmesso un senso di amarezza, come se fosse stata una cosa che mi riguardasse personalmente, tuttavia provavo una singolare soddisfazione all'idea che Amalia era stata fedele, Mi era stata fedele fino all'ultimo.
Scesi dal torpedone, ci eravamo sparpagliati all'intorno, e vidi che molti, secondo l'abitudine oggi in voga, scattavano foto con gli apparecchi fotografici o con i cellulari. Io, preso da un impulso incontenibile, e ignorando un vistoso cartello di divieto che avvisava anche “struttura pericolante”, raggiunsi il mozzicone del mastio e inforcai l'entrata che era lì ad aspettarmi, e mi parve che fosse una specie di orbita vuota, ormai priva del globo oculare ma ancora misteriosamente dotata di un qualche potere di visione.
Dentro era pieno di pietrame caduto, rovi, muschio, sporcizia di ogni tipo. Me l'ero aspettato ma provai un'altra fitta al cuore.
Gli altri del nostro gruppo, pensai, mi avrebbero aspettato, beh, di certo non se ne sarebbero andati senza il buon Roberto. Roberto? Roberto? D'un tratto ebbi la percezione confusa che nel mio nome, nel nome che avevo portato per tutta la vita, ci fosse qualcosa di sbagliato.
I miei me l'avevano raccontato non so quante volte. Poco prima che nascessi avevano avuto un'accesa discussione sul nome da darmi, poi all'improvviso si erano trovati d'accordo su Roberto senza sapere come, come se qualche misteriosa entità glielo avesse improvvisamente sussurrato all'orecchio, Roberto o un nome simile... Ariberto ecco, mi suonava meglio.
In un angolo c'erano alcuni gradini intagliati nella roccia che scendevano fino a una sorta di cella interrata non più di un paio di metri sotto il suolo. Mi diressi là, io non sapevo dove stavo andando ma i miei piedi sembravano saperlo benissimo.
Al termine dei gradini mi trovai in uno spazio rettangolare tra pareti di terra, vagamente simile al pozzo di un ascensore.
Sapevo che una di quelle pareti era falsa: un pannello di vimini ricoperto di terriccio che si poteva rimuovere con facilità, celava un condotto sotterraneo che in caso di necessità permetteva la fuga dal castello passando sotto le mura.
Le mie dita si mossero veloci, era singolare che dopo tanti secoli tutto fosse rimasto esattamente come lo ricordavo.
Rimossi il pannello e mi addentrai nell'apertura buia, mosso da una volontà che non era la mia.
Ricordavo un lungo tunnel buio che con un percorso tortuoso portava oltre quelle che un tempo erano state le mura del castello, sbucando al riparo di una discreta macchia di alberi, invece dopo pochi passi mi ritrovai all'aperto in pieno sole, con la luce che mi abbagliava.
Alzando gli occhi, vidi profilarsi contro il cielo la familiare sagoma del Masso Grigio, quella grossa rupe scabra che segnava il confine fra i domini di Colle Ridente e quelli di Borgo Alto.
La seconda cosa di cui mi accorsi fu il senso di peso. I miei abiti erano cambiati, e sotto una sopravveste colorata indossavo una maglia di anelli metallici.
Quella cosa attorno a cui le mie mani si stringevano convulse, era l'elsa di una spada.
A pochi passi da me c'era Ottavio, il mio gastaldo: era un uomo ormai anziano, e con una vita trascorsa perlopiù in occupazioni pacifiche. Per l'ennesima volta non potei fare a meno di constatare che l'armatura non faceva altro che evidenziare gli strati di adipe che con gli anni gli si erano depositati sui fianchi e sull'addome, dandogli un aspetto più grottesco che guerriero.
Accanto a Ottavio c'era un giovane guerriero la cui figura formava un singolare contrasto con quella rotondeggiante e poco militaresca del gastaldo. Per un istante, faticai a riconoscerlo, era Iacopo, il mio scudiero, un giovane alto e magro dai lineamenti spigolosi, Iacopo degli Alberico, una famiglia amica che me l'aveva affidato perché mi servisse come scudiero e imparasse da me le regole del cavalierato. Reggeva il grosso scudo rotondo che era il suo emblema familiare, che recava due serpenti che si guardavano affrontati con aria minacciosa e che erano, come ci teneva a precisare, un simbolo familiare ereditato dai tempi delle crociate, due marassi dell'Asia.
“Si ripari, signore”, mi gridò, “quelli di Borgo Alto stanno tirando le frecce!”
Fu l'ultima cosa che udii prima di percepire un dolore improvviso e violento alla gola. 
 

lunedì 30 aprile 2018

LA PIÙ BELLA DEL REAME di Paolo Secondini

Pianeta Hor - Galassia di Gedeon.
«Mio fedele Bulok,» esordì la regina Heribel, «dimmi di questa ragazza giunta da poco sul nostro pianeta: questa Tel di cui si parla con grande ammirazione.»
Il cervello del veggente fluttuò nel liquido denso di nutrimento emettendo strani rumori: gum, flop, lap, slem, lip.
«Volete davvero saperlo, mia sovrana?» disse alla fine.
«Mi pare di avertelo chiesto, stupido ammasso cerebrale! Sei sordo, per caso?»
L’offesa produsse in Bulok una fluttuazione risentita.
Burp, stup, ulp, slam!
«Non occorre che voi mi insultiate, dolce regina. L’ho domandato prevedendo la vostra reazione.»
Heribel restò un istante in silenzio poi, con tono stupito della voce:
«La mia reazione?»
«Già, sicuro! Come sempre cattiva e intransigente.»
 «Intransigente?»
«Verso di me, è ovvio!»
«Come puoi affermarlo, ingrato?»
«Come posso?!... Guardate in che stato mi ha ridotto la vostra terribile ira! E pensare che ero un bell’uomo, alto e robusto… Ogni volta che una risposta vi è stata sgradita, avete ordinato che si tagliasse, per punizione, una parte del mio corpo: mani, braccia, piedi, gambe e così via, fino a quando sono diventato quel poco che è contenuto in questo recipiente di cristallo: bocca e cervello.» Per un momento fluttuò nel liquido giallo; quindi, dopo un forte gorgogliamento: «È colpa mia, forse, se le ragazze di cui mi chiedete notizie sono più belle di voi, o graziosa Heribel?»
La regina strinse le mascelle e sbuffò dalle narici.
Bulok aggiunse, imperterrito:
«Volete sapere di Tel, la giovane giunta da poco sul nostro pianeta? Ebbene ve lo dirò, certamente… anche a costo di perdere ciò che è rimasto di me. Ve lo dirò, o mia impareggiabile sovrana.»
«E dunque? Che cosa aspetti, meschino residuo di uomo?» 
Di colpo il cervello smise di fluttuare e ordinò alla bocca – a esso collegata – di parlare con molta schiettezza, come sempre del resto aveva fatto (il che la regina, il più delle volte, non aveva apprezzato).
«È molto carina Tel,» ammise alla fine. «Anzi è decisamente attraente, straordinaria! Sì! Bella, bella, bella! Senz’altro più bella di voi, se è questo quel che vi preme sapere.»
Seguì un istante di assoluto silenzio. Quindi:
«Proprio… proprio tanto bella?» domandò, timidamente, Heribel.
«Sì! Tanto bella da perderci la testa.»
A quelle parole la sovrana non riuscì a trattenere una sonora risata.
«Oh, cosa dici!» fece alla fine. «Bella da perderci la testa!»
«Davvero! Proprio così!... Bella da perderci la testa!»
Dopo un sorriso – questa volta – beffardo:
«Mio fedele Bulok,» disse Heribel, «devo ammetterlo: non ho mai conosciuto un veggente più veggente di te. Sì, sei tanto in gamba da avere previsto, con esattezza, la tua misera fine.»
E con un calcio rovesciò il recipiente di cristallo contenente il cervello che, cadendo sul nudo pavimento, si spappolò.
Cinicamente, la sovrana concluse:
«Anche tu, Bulok, da quel che vedo, hai perso la testa per quella smorfiosa di Tel.»