mercoledì 8 maggio 2013

BUON NATALE, TESORO! di Paolo Secondini




La strada, rischiarata dai raggi argentati della luna, risuonava delle note di Jingle Bells, mentre l’uomo, le braccia distese lungo i fianchi, la percorreva a passi lenti, vacillando vistosamente sulle gambe.
Pareva ubriaco.
Dai suoi indumenti emanava un odore acre e pungente, che avrebbe destato in chiunque un senso di disgusto. E tale fu il senso che provò un tizio vestito da babbo natale: si tappò il naso e la bocca al passaggio dell’uomo.
Questi salì sul marciapiede e, compiuti all’incirca dieci passi, svoltò in una viuzza laterale. Vi si inoltrò con molta sicurezza dando l’impressione di conoscerla perfettamente.
Giunto dinanzi alla porta di una casa, bassa e dai muri scrostati, esitò qualche istante prima di suonare il campanello.
Dopo alcuni secondi l’uscio si aprì e comparve una donna robusta, avvolta in una vestaglia consunta, di colore amaranto. Aveva la faccia paonazza, flaccida, interamente cosparsa di lentiggini, i capelli in disordine.
Alla vista dell’uomo ebbe un sobbalzo. Sbiancò in viso, gli occhi sbarrati dal terrore.
«Ma… ma… come è possibile?» balbettò portandosi al volto le mani tremanti. «Un… fantasma?»
Inghiottì con fatica la propria saliva.
L’uomo rimase in silenzio, immobile, gli occhi del tutto inespressivi. Dopo pochi momenti la donna riprese:
«Sei… sei un fantasma?» Scosse il capo e strinse con forza le palpebre. Le riaprì poco dopo, lentamente. «No, no, no!» esclamò. «Che idiota! Ci sono cascata. È uno scherzo… uno stupido scherzo!»
L’uomo piegò la testa di lato atteggiando la bocca a una espressione beffarda.
«È… è uno scherzo?» chiese di nuovo la donna, non molto convinta che lo fosse davvero.
Nemmeno stavolta l’uomo rispose.
All’improvviso, con movimenti misurati, si sbottonò la giacca, poi la camicia. L’aprì sul petto mostrando una carne corrosa e putrefatta, di un colore livido, a tratti verdastro, dalle cui piaghe uscirono a frotte vermi e scarafaggi.
A quell’orribile vista solo per poco la donna non svenne. Indietreggiò di istinto con una espressione di ribrezzo, le mani sul petto a stringere convulsamente i lembi della sua logora vestaglia.
«Chi… chi sei?» balbettò debolmente. «Chi diavolo sei… Si può sapere?»
«Credevo che tu l’avessi capito,» rispose l’uomo alla fine con voce profonda, cavernosa. «Non sono un fantasma, ma il tuo caro marito in carne e ossa, sebbene defunto da più di un anno. Devo ammettere onestamente che la morte, trasfigurandomi, ha nociuto al mio aspetto. Sono molto cambiato, è vero, ma ciò non potrà impedirti, se guardi con attenzione, di ravvisare in me fattezze assai familiari.» Fece una pausa; aggiunse: «Sono venuto questa sera, ventiquattro dicembre, ad augurarti buon Natale. L’idea mi è parsa carina.»
La donna restò con la bocca semiaperta, quasi senza respiro, mentre un forte tremore invadeva ogni fibra del suo corpo. Alzò lentamente una mano.
«Ma tu… tu… tu sei…»
«Uno zombie, mia cara! Sono un morto vivente o comunque ti piaccia chiamarmi: un non morto; un mezzo vivo; un mezzo vivo e un mezzo morto. Scegli tu. Sei sempre stata precisa, anzi pignola, in certe cose.» 
La donna barcollò sulle gambe, tanto da doversi appoggiare con le mani allo stipite della porta.
«Che… che cosa vuoi da me?» domandò, con un filo di voce. «Per quale motivo sei qui?»
«Ma te l’ho detto… Voglio solo augurarti buon Natale,» esclamò ed emise una risata malvagia che fece rizzare i capelli della donna. Poi si calmò e, con asprezza: «Strega maledetta!... Finalmente da morto, o da quello che sono, posso vendicarmi delle tue prepotenze, della tua cattiveria, della vita di inferno che ho vissuto per causa tua. Sei stata il mio grande tormento, la mia ossessione per anni.» Scrollò il capo, ansimò, fremette. «Ancora adesso mi chiedo perché ti ho sposata. Non eri graziosa, né ricca, né di animo mite o gentile… Ma ormai non ha alcuna importanza. Tra un po’ ti avrò nella pancia… Sarà un vero piacere divorarti.»
Rise ancora. Quindi, le mani protese in avanti, fece per avventarsi sulla donna, ma questa, inaspettatamente, si avvinghiò al corpo dell’ex marito.
Con la forza delle braccia lo immobilizzò e, in modo fulmineo, lo morse ferocemente alla gola. Restò per un pezzo a succhiarne il sangue dalla carotide, senza che l’altro potesse liberarsi.
Alla fine lo zombie cadde pesantemente per terra e vi rimase, inerte.
La donna, le labbra e il mento sporchi di un sangue nerastro, emise un urlo raccapricciante, rivelando orribili canini. Quindi, il respiro affannoso, stette a fissare il putrido corpo ai suoi piedi.
«Mio caro,» esclamò scrollando la testa, «molte cose sono cambiate da quando sei morto. Molte cose davvero!… Buon Natale, tesoro!» 


3 commenti:

  1. Se qualcuno crede che il tema dello zombie sia ormai frusto e sfruttato, leggendo questo racconto dovrà ricredersi. Il morto vivente travestito da babbo natale che va a divorare la moglie il 24 dicembre è un'idea a dir poco infernale. Ma non è finita lì. La sorpresa conduce a un'altra sorpresa, un vero colpo di scena che dimostra come anche il tema del vampiro non si può considerare affatto esaurito.
    Bel racconto, coinvolgente, scritto con semplicità molto opportuna, al puro servizio dell'idea. Bravo Paolo!

    Giuseppe Novellino

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  2. Terrificante! Storia spettacolare.
    Mi son solo incartanto un attimo in un paio di punti per via del punto di vista.
    Ma davvero malsano come racconto, complimenti.

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