sabato 17 agosto 2013

NEL LUOGO E NEL POSTO SBAGLIATI di Antonio Ognibene

                              
L'oggetto volante ruotava su di un lato, era bombato nella parte superiore e piatto sotto, privo di giunture, sembrava fosse stato modellato come un vaso di creta. Nel perimetro attorno al disco arancione c'era una striscia di luci colorate e intermittenti che emettevano un suono tipo i canti delle balene.
Duyenoh era solo a bordo, un esploratore cymruiano alla ricerca di nuovi mondi, una specie di apripista per i coloni.
Entrò nell'orbita di un pianeta dalle caratteristiche simili a quelle stabilite dalla delibera del Gran Consiglio di Espansione e Sviluppo.
Duyenoh aveva già visionato altri tre pianeti prima, ma erano risultati inadeguati alle caratteristiche fisiche del suo popolo. Questo invece aveva tutte le caratteristiche per essere abitato: un'atmosfera adeguata, gravità alta e forte campo magnetico, proprio come su Cymru.
- Vediamo un po' gli abitanti. - disse fra sé l'alieno.
Il computer biologico di bordo rivelò che la razza dominatrice era di fisionomia molto simile agli abitanti di Cymru, ma di tecnologia molto meno evoluta, quasi nulla a dire il vero. Il computer rivelò inoltre, che la popolazione era composta da circa un miliardo e duecentomila individui.
- Non dovrebbero esserci troppi problemi a sottometterli, sono ancora abbastanza primitivi.
Duyenoh comunicò i dati alla nave madre in orbita attorno a Stramuss 24.
Con la navicella percorse un giro attorno alla traiettoria del pianeta, poi scese con l'intenzione di prelevare dei campioni d'aria.
Poco dopo l'ingresso nella Termosfera, una vibrazione fece tremare l'intero cockpit. Il computer emise forti segnali acustici intermittenti, segnalando sul display un problema al sistema di propulsione ad antimateria. Il cyber-elmo non rispondeva ai comandi encefalici, e nemmeno quelli manuali sembravano funzionare. La gravità del pianeta iniziò ad attirare a sé il veicolo spaziale.
- Per Ylifu! - imprecò.
Il disco volante entrò nell'atmosfera e per l'attrito con l'aria si surriscaldò, trascinandosi dietro una scia di fuoco e fumo scuro. Lo pancia dello scafo arrivò a toccare anche millecinquecento gradi centigradi e oltre. Il disco aveva preso una traiettoria di discesa molto ripida e precipitava come un sasso.
Con il dispositivo anti-accelerazione messo fuori uso, il corpo di Duyenoh fu soggetto a un terribile aumento di velocità. Anche la tuta anti-G faticava a impedire alla pressione del sangue di venire spinto dal cervello verso le parti basse.
L'alieno era schiacciato sul proprio sedile con la pelle del volto che gli si increspava. Nei pugni che stringevano le due cloche avvertì delle scosse. Forse c'era ancora la speranza che i due joystick avessero ripreso a comandare il sistema manuale.
Aveva ancora qualche possibilità di poter rallentare il veicolo e portarlo nel giusto percorso per tentare un atterraggio di fortuna. Uno dei due propulsori funzionava ancora, anche se a regime limitato.
Sul KY4.4, il tipo di disco in dotazione ai perlustratori cymruniani, non c'erano vetri, come del resto in nessun'altra nave cosmica di quarta generazione del pianeta Cymru. I materiali speciali del disco riproducevano una realtà virtuale immersiva, per cui il pilota aveva una visione a trecentosessanta gradi dell'esterno, ed era al tempo stesso protetto dal solido involucro del mezzo contro i meteoriti.
La sotto tuta di Duyenoh era umida per la tensione. I muscoli contratti del volto gli provocavano dolore e affaticamento e stringeva i denti tanto da sentirli scricchiolare.
Aveva ormai attraversato quasi tutti gli strati dell'atmosfera del pianeta e adesso poteva vedere il mare e la costa, sempre più vicini.
L'altimetro era preciso e inesorabile: 9,8 chilometri all'impatto.
Duyenoh tirò indietro entrambe le leve. Un fumo rossastro fuoriuscì da delle fessure poste sotto la pancia del velivolo. Il disco entrò in vite un paio di volte, poi alzò il muso.
L'alto carico a cui era stata sottoposta la tuta anti-G ruppe lo strato inferiore dello speciale indumento, permettendo al liquido di fuoriuscire. Al pilota gli si oscurò la vista e avvertì uno strano sapore di amaro in bocca. I muscoli contratti si rilassarono, le mani lasciarono le leve e caddero sui fianchi del corpo, la testa gli si piegò in avanti con il mento appoggiato al petto.

* * *

Rattlesnake Town, Mississippi. 1849.

Il vecchio Morlee Bisset, un uomo dai lineamenti del viso forti e ben marcati, vide una sfera infuocata lasciarsi dietro una scia obliqua, che tagliava quasi in due la notte stellata. L'oggetto precipitò nel bosco dei Pappert, dietro il Big Black River.
- Dannazione, che il diavolo ti porti!
Aveva ancora la patta della ruvida calzamaglia aperta. Mentre osservava quella traccia luminosa cadere dal cielo, non si era accorto di essersi bagnato di urina la parte inferiore dell'indumento.
Fece un gesto di stizza con la mano, prese il vecchio fucile Kentucky e tornò a dormire nella baracca di legno sulla collina.


* * *

Poco prima di perdere conoscenza, Duyenoh era riuscito ad attivare il sistema autofrenante e la schermatura anticollisione che aveva permesso al disco di “schiantarsi con grazia.” Una speciale bolla aveva protetto l'abitacolo e il pilota dalle violente scosse causate dall'impatto. Era un sistema di sicurezza adottato dai caccia incursori e, per fortuna, da poco installati anche sui veicoli esploratori.
Il disco aveva lasciato un solco lungo un centinaio di metri, abbattendo parecchi alberi e finendo la corsa contro un Salice a pochi metri dalla sponda destra del Big Black River.
Le luci perimetrali erano spente, la parte anteriore dell'esploratore era coperta di terriccio e foglie. Una condensa saliva dalla parte superiore del guscio ancora bollente.
Del vapore bianco sfiatò da sopra la parte centrale e convessa dell'oggetto venuto dallo spazio. Le lamelle disposte a raggiera del portellone d'ingresso si ritirarono, mostrando un'apertura circolare e buia.
Un essere alto e dinoccolato uscì dall'abitacolo toccandosi la nuca.
- Per Ylifu e Tehutel, che botta.
Si tastò il fianco destro ed estrasse un'arma simile a un tirapugno. Lo rimise nella custodia.
- Sono precipitato su un pianeta abitato dalle caratteristiche di tipo 8. - disse, parlando da un auricolare trasparente.
- Lascio accesa la connessione affinché possiate localizzarmi. - Lo sguardo gli cadde sull'asta curva appoggiata alla guancia sinistra.
- Oh, no!
Il congegno di comunicazione non era illuminato di azzurro come al solito.
- Si dev'essere danneggiato durante lo schianto. - mormorò con sgomento.
Si portò le mani sui capelli a spazzola e fissò il buio davanti a sé.
- E adesso?
La prima cosa da fare che gli venne in mente era nascondere il disco. Per metà era già interrato, ma dovette impiegare un paio d'ore per coprire il resto.
Mentre finì di occultare la parte inferiore con le ultime fronde, udì delle grida in lontananza mescolate a latrati di cani.
Si avvicinò al Salice e iniziò ad arrampicarsi. Durante la salita gli cadde l'arma.
- Perfetto!
Il gruppo di persone emettevano forti grida di eccitazione e passarono a circa una ventina di metri da lui sparendo poi nella fitta boscaglia senza luce. Erano sagome scure di esseri piuttosto bassi e con strani copricapi.
- Devono essere proprio in uno stato tecnologico poco evoluto. - osservò Duyenoh dopo aver visto che per illuminare il sentiero si servivano di lanterne a olio.
Scese dall'albero facendo più fatica di quando vi era salito.
Una volta a terra, si mise a carponi e cercò la sua arma tra l'erba alta.
- Dove diavolo sei? - ringhiò - Saranno anche primitivi, ma averlo adesso uno di quegli aggeggi luminosi.
Si arrestò con lo sguardo fisso su un paio di stivali infangati. Alzò la testa con prudenza. Man mano che spostava il capo verso l'alto, vide in successione un paio di calzoni logori color castano chiaro e una camicia giallastra dalle maniche strappate. Poi distinse solo una fila di denti bianchi immersi nel buio.
- Aaahhh! - gridò gettandosi di lato.
Ma anche l'essere di fronte a lui, quasi più alto dell'alieno, gridò di paura e corse via verso l'argine.
- Ehi, aspetta. - urlò Duyenoh.
Si alzò e lo rincorse.
- Anche l'altro gridava, ma erano frasi incomprensibili per Duyenoh.
L'extraterrestre arrivò a un metro dall'uomo. Quello si voltò con un lamento, coprendosi il volto con le braccia.
- Calma, calma. - ripeteva Duyenoh, ma l'altro sentiva solo dei suoni senza senso: - Auoaee, Auoaee.
L'uomo indietreggiò con le spalle rivolte al fiume, e mise un piede in una parte di terreno friabile che smottò sotto il suo peso.
Duyenoh protese un braccio in avanti per cercare di afferrarlo, ma quello era già caduto nelle acque scure. La corrente non era forte ma l'uomo si dimenava, andava sott'acqua, risaliva sputando e gorgogliando frasi incomprensibili e finiva ancora sott'acqua, fintanto che i flutti lo inghiottirono.
L'alieno si sedette, ansimava e sudava. Non aveva mai visto morire nessuno prima d'ora. Anche se si trattava di un essere di un pianeta diverso dal proprio, era sempre una vita umana.
Corse verso il disco, deciso a farlo funzionare, ma poi si fermò.
Aveva la testa abbassata e la mani sui fianchi.
- Non sono un tecnico, non ci capisco niente di fissione spontanea, di acceleratori, di... Sono un esploratore, dannazione!
Raccolse una zolla di terriccio e la lanciò contro un tronco.
- Voglio andare via da qui! - gridò.
Il bosco iniziò ad assumere una tinta arancio-giallo oro.
Duyenoh aveva un piano. Di fisionomia era uguale a quella dei terrestri, forse era un tantino più alto ma le eccezioni esistono dappertutto. Perciò avrebbe dovuto procurarsi degli abiti di quella gente per mescolarsi tra loro e non destare sospetti. Per ovviare il problema della la lingua, si sarebbe fatto passare per sordomuto. La sua attuale priorità era cibarsi per sopravvivere in attesa dei soccorsi. Il disco era comunque fatto di un metallo inesistente nella natura di questo pianeta. Prima o poi lo avrebbero localizzato. Sarebbe stata solo questione di tempo.
Fece quasi un chilometro nascosto nella boscaglia, ma tenendo sempre d'occhio il fiume. Ne seguiva la corrente.
Si fermò attratto da qualcosa che spuntava da un canneto immerso nell'acqua torbida. Si avvicinò fino a immergere i piedi nella fanghiglia. Con una mano si reggeva a un arbusto secco per evitare di finire in acqua.
- Per Ylifu! È il tizio di stanotte.
Impigliato nelle canne, giaceva il cadavere dell'uomo che Duyenoh aveva visto annegare.
L'alieno strinse la mano libera al mento per riflettere. Osservava il corpo inerte, metà sommerso.
Uscì un paio d'ore dopo dal fitto bosco con indosso i vestiti del morto, li aveva asciugati al sole prima di indossarli. Adesso sembrava uno di loro.
Una stradina sterrata divideva la vegetazione da una piana di terreno incolto. Si deterse il sudore che gli colava sulla fronte e, non sapendo quale direzione prendere, andò a destra.
Durante il tragitto incrociò un calesse con due anziani signori, forse erano marito e moglie. Duyenoh sorrise e li salutò con la mano.
- Mio Dio, che schifo. - mormorò la donna.
Il marito frustò il cavallo in modo che accelerasse la corsa.
L'alieno notò lo sguardo ostile di quei due nei suoi confronti, e si era pure accorto che portavano abiti più belli e più puliti dei suoi.
Annusò il colletto della camicia e fece una smorfia.
- Puzza di pelo bagnato di Osupabe.
Era un pezzo che camminava, i piedi gli facevano male dentro quelle scomode calzature. Aveva marciato su quel percorso sconnesso ormai da due ore. Si passava la mano sulla fronte madida di sudore e sui capelli fradici.
Arrivò davanti a un cartello. Si fermò e tentò di leggere. Ma erano solo brutti sgorbi incomprensibili per lui e lo oltrepassò.
Il cartello diceva: «Benvenuti nello Stato del Mississippi. Benvenuti a Rattlesnake Town.» E a un centinaio di metri notò delle abitazioni.
A pochi passi da lui vide una ragazzina che stava attingendo acqua da una pompa, riempiendo un secchio di legno.
Duyenoh si avvicinò e le fece segno di aver sete.
La ragazza si mise a strillare come se avesse visto il Demonio e fuggì verso la città.
Non riesco proprio a capire.” Pensò Duyenoh.
Si specchiò nell'acqua del secchio e apprese di aver commesso un grave errore.
- I miei capelli. - gridò. - L'uomo di stanotte li aveva bianchi, quei due su quello strano mezzo li avevano uno giallo e l'altra neri. Questa femmina li aveva marroni. Per forza sto dando nell'occhio, i miei sono metà azzurri e metà verdi.
Su Cymru le mostrine che contraddistinguono i reparti militari di volo interplanetario sono i colori dei capelli.
I piloti di caccia li hanno blu, quelli degli intercettori, rossi con una croce nera e via dicendo. I piloti esploratori li tingono di azzurro con una ics verde. E lo stesso discorso valeva per le sopracciglia.
Devo esserle sembrato un mostro.” Pensò.
Mentre rimuginava su come poter rimediare, la ragazzina tornò accompagnata da alcuni uomini armati e dalle intenzioni poco amichevoli. Non si trattava certo di un comitato di accoglienza.

Sotto uno Stetson nero c'era la fronte ampia dello sceriffo Barret. Dietro di lui camminavano Joshua Hammer, maniscalco dal fisico massiccio e sgraziato, Dwayne “Crazy” Murray, l'addetto alla sepoltura dei morti e Tearley Widman, il proprietario del saloon, che reggeva una corda col cappio.
La ragazza indicò Duyenoh e poi cose via verso il paese.
Il gruppo avanzava, l'alieno sospettò un'azione ostile e cercò la sua arma tastandosi l'anca.
- Dannazione! - ricordò di averla smarrita nel bosco.
Gli uomini si misero in cerchio attorno a lui.
- Ne hai di fegato a far rivedere il tuo sporco muso in paese, sporca carogna.
- Spariamogli adesso, sceriffo. - disse Murray.
- No - fece Hammer - voglio vederlo soffocare attaccato a un cappio.
Duyenoh non capiva nulla di quello che si stavano dicendo quelli, decise di tralasciare l'idea di fingersi sordomuto e provare a spiegarsi in qualche modo, sia a parole che a gesti.
- Sentite, possiamo risolvere la faccenda da persone civili. - disse.
Ma a quegli uomini le sue parole risultavano incomprensibili frasi tipo: “Auouo, euaoaee. Ouooa.” Proprio come se gli mancasse davvero la lingua.
- È inutile che cerchi d'impietosirci, canaglia. - disse Hammer.
Widman sputò un grumo di tabacco ai piedi dell'alieno. - Impicchiamolo subito, allora.
Il gruppo afferrò Duyenoh e gli legarono i polsi.
- Toglietemi le mani di dosso, selvaggi primitivi! - urlò l'alieno.
Gli uomini lo portarono di fretta giù in paese.
- Devono vederti tutti appeso a una corda. - disse lo sceriffo.
- Ma perché diavolo si è tinto i capelli a quel modo? - chiese Murray ad Hammer.
- Non lo so e non m'interessa saperlo. - rispose.
- A me però non sembra mica quello di stanotte. - fece notare Murray.
- Che importanza ha? - rispose brusco Hammer.
Attraversarono la via principale del paese, tutti imprecavano contro Duyenoh e lo insultavano.
L'alieno continuava ad agitarsi e gridare nella sua lingua frasi incomprensibili a quei terrestri.
- Ti è piaciuto quando ti hanno tagliato la lingua, eh? - gli disse Hammer mentre camminavano nella polverosa Main Street. Gli parlava vicino all'orecchio, alitandogli in faccia tutto il puzzo di whisky.
Duyenoh si guardava intorno disorientato e sbigottito. Quegli edifici gli sembravano costruzioni grottesche di un incubo, e quelle persone esseri primordiali e selvaggi privi di qualsiasi etica.
Rattlesnake Town era stata edificata in poco tempo lungo i binari della ferrovia da uomini rudi e senza pretese.
L’Hotel Garraway era l'edificio principale della città, un fabbricato a due piani costruito con grosse tavole di legno e dotato di molte finestre. Si affacciava sulla polverosa strada principale. Sul retro dell'albergo stavano alcune latrine a cielo aperto.
- Cavategli gli occhi, prima. - urlò un vecchio sdentato dietro un barile vuoto, brandendo un coltello.
Accanto all'hotel stava il saloon con sopra il bordello, e di fronte l'ufficio dello sceriffo e l'emporio di Frank Goose, con padelle, lardo, pale, picconi, sacchi di patate, barili di sottaceti e merce di tutti i generi ammonticchiata alla rinfusa qua e là.
Lo stesso Goose guardava la scena divertito, tormentandosi il lobo dell'orecchio destro.
Sempre dal lato dell'albergo stavano l'officina del maniscalco Joshua Hammer e l'impresa di pompe funebri del vecchio Rufus Cunningham che se la godeva.
Alcune baracche di legno e il cimitero affollato di lapidi e croci, completavano il piccolo agglomerato urbano.
Duyenoh, stremato, venne meno. Hammer e Murray lo trascinarono a forza mentre lui balbettava frasi incomprensibili anche per se stesso.
I suoi occhi vagavano tra la gente e gli edifici con i loro strani, buffi segni dipinti sul legno: “Goose General Store, Saloon, Cunningham wheelwright & undertaker, Sheriff's Office...”
- Soneyua... Dumeso... Ogawaku... dove siete?. - sussurrava tra sé.
Widman prese la corda di Murray e la lanciò su un robusto ramo di una quercia di fronte alle pompe funebri.
C'erano anche un paio di messicani, osservavano la scena contenti di non essere loro a essere presi di mira quel giorno.
Lo sceriffo aveva lasciato il gruppo a preparare la forca. Il tutore della legge andò verso una stalla, slegò uno dei due cavalli e lo portò alla quercia, sotto l'ombra del fogliame.
Minnie Carter, una delle lucciole e ballerine del saloon corse verso lo sceriffo con uno sgabello in mano e lo appoggiò proprio sotto il ramo dove pendeva il capestro.
Tutto era pronto per l'esecuzione con la folla che urlava a squarciagola tra indignazione e divertimento.
Il reverendo Gray si avvicinò a Duyenoh con una bibbia.
- Lasci perdere, questa sporca carogna non ne ha bisogno. - disse Hammer, allontanando il sacerdote con una mano.
Gli occhi dell'alieno frugarono in quelli del reverendo metodista.
- Auoaa, aaauo... - esalò in un grido soffocato Duyenoh.
- Mi dispiace figliolo. - Si passò l'indice su un occhio, cercando di reprimere una lacrima. O forse gli era solo entrato un moscerino.
La parte di corda vicina al cappio venne unta di grasso, l'altra estremità venne legata alla sella del cavallo.
Duyenoh aveva abbandonato ogni tipo di resistenza. Guardava in alto, sperando di vedere arrivare i suoi compagni a liberarlo. Il cielo era lucente, il sole alto e giallo.
Venne fatto salire senza mezzi termini sullo sgabello, lo sceriffo tirò il cavallo per la briglia e la corda si tese. Duyenoh vomitò qualcosa di giallo. Si reggeva a stento sulle punte degli stivali.
Per colpa del colore dei miei capelli.” fu il suo ultimo pensiero.
Hammer diede un paio di calci allo sgabello.
Il corpo dell'alieno rimase sospeso a contorcersi a quasi un metro e mezzo da terra.
La folla gridò entusiasta.
L'uomo venuto dallo spazio, l'esploratore cymruiano, l'apripista per i coloni del suo pianeta, penzolava con gli occhi barrati appeso a una corda scricchiolante.
La vetrata del negozio di Rufus Cunningham rifletteva il lento moto ondulatorio dell'alieno dai capelli azzurri e verdi e dalla pelle nera.

3 commenti:

  1. Brutta avventura di un alieno capitato in un selvaggio paese del Farwest.
    Bel racconto quello di Antonio: avvincente, scritto bene.

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  2. Ricco di atmosfera e interessante. Azzeccata la commistione fantascienza-western. E', infatti, tempo di contaminazioni di generi e questo mi sembra un ottimo esempio. Scritto bene e avvincente.

    Giuseppe Novellino

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  3. Grazie Paolo e Giuseppe.

    Antonio Ognibene

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