mercoledì 30 ottobre 2013

LA MADRE DI VETRO di Annalisa Seveso




         Josy diede un’ultima occhiata fuori della finestra. La luce verde stava a indicare che su Plutone mancava meno di mezz’ora al calare della sera e il tramonto avrebbe portato con sé il momento della verità. Un lungo sospiro per cercare di calmare i nervi, ma senza grandi risultati. Presto la ragazza avrebbe sentito il suono della sirena, un suono che avrebbe echeggiato per tutto il palazzetto intergalattico dello sport e avrebbe indicato l’inizio delle gare.
Maya, madre di Josy e sua allenatrice, entrò  nel camerino e le si avvicinò con fare sicuro. Il viso della donna era una maschera arcigna, i suoi occhi erano impenetrabili e fissava la figlia come se fosse una persona qualsiasi e non sangue del suo sangue. Non era mai stata una mamma amorevole, se ne rendeva conto, ma era certa di aver comunque fatto un ottimo lavoro, sapeva che sua figlia aveva bisogno di essere temprata per poter dare il massimo. In questa fase della sua vita la sua Josy aveva bisogno di una guida, di una valida allenatrice. Avrebbero avuto tempo per le smancerie madre e figlia, ma solo dopo che Josy fosse riuscita ad aggiudicarsi la medaglia con il cuore di plutonio. Il trofeo intergalattico di pattinaggio su vetro era una competizione per cui allenava la sua bambina fin da quando Josy aveva compiuto il primo periodo di rivoluzione orbitante attorno al Sole e così, a soli duecentoquarantotto anni le aveva comperato i suoi primi pattini per vetro e glieli aveva infilati di prepotenza ai piedi senza chiederle se fosse una cosa che le piaceva o meno.
Josy non aveva mai avuto scelta, si era sempre sentita intrappolata dai desideri di una madre ambiziosa che aveva fallito il suo sogno e adesso cercava riscatto puntando tutto su di lei.
- Allora? Sei pronta? Hai già fatto i tuoi esercizi di meditazione? Pensi che questo make up sia adeguato? - le domandò la donna corrugando la fronte e mostrandole un’espressione ancor più intransigente.
Josy si limitò ad annuire. Sapeva di aver lavorato sodo, sapeva di essere brava, ma il suo numero era frutto solo del suo impegno, non di una reale attitudine per quello sport. Lei non era uno di quei talenti innati che infilano i pattini e facevano scintille. Diede uno sguardo alla locandina e non poté fare a meno di scuotere il capo mentre guardava le fotografie delle altre concorrenti. Alla gara si erano iscritte Mruska detta la trottola, campionessa degli ultimi mondiali di Venere; Amaranta, conosciuta da tutti come la fata del vetro proveniente da Mercurio. Ma quelle che la impensierivano più di tutte erano le sorelle Cassandra e Jessica da Giove.
- Bene - convenne la mamma prendendo dalla console il pennello da trucco e dandole un ultimo colpo di luce per accentuare il suo bel colorito argenteo. I capelli color porpora erano stati raccolti in un nodo semplice, ma curato e fissati con tanta di quella resina che non si sarebbero mossi neppure se fosse arrivata una tempesta di meteoriti. - Prendi una di queste - disse poi alla figlia allungandole una piccola confezione nera dove due fialette facevano bella mostra di sé. Ognuna conteneva uno strano liquido ambrato molto denso. - Dovrai prendere una di queste circa dieci minuti prima dell’esibizione.
- Di cosa si tratta? - domandò sgranando gli occhi preoccupata. Non poteva credere che sua madre fosse disposta a spingersi tanto in là pur di farle ottenere la vittoria. - Dimmi che non è quello che penso?!
- Oh, avanti, non fare la piagnucolona, Josy. È un prodotto sicuro. Sono mesi che ci sto lavorando e posso garantirti che ho avuto modo di vedere che è davvero un portento. Nessuno riuscirà a batterti, ma soprattutto nessuno sarà in grado di scoprirti quando ti faranno le analisi. Qui dentro c’è una sostanza di tonico mentale per la concentrazione, uno stimolante per aumentare le tue capacità fisiche e un pizzico di equilibrio. La mia laurea in biogenetica ha dato i frutti che ho sempre sognato.
- Oh…io… mamm… - stava per protestare la ragazza, ma la donna sollevò un braccio e con lo sguardo le intimò di tacere.
- C’è troppo in gioco, non lo capisci, razza di stupida che non sei altro! Non vuoi vincere?
- Sì, ma voglio farlo onestamente - rispose lei raddrizzando le spalle e fissando la madre con aria fiera. Lei non era una disonesta.
- Vinci questa gara per me, portami a casa quel dannato trofeo e ti giuro che ti lascerò libera. Una fiala per la gara e l’altra per domani in caso di ex aequo con altre concorrenti. Vinci per me e potrai ritirarti dalle gare anche subito dopo il concorso.
Josy non poté credere alle sue orecchie. Sarebbe stata libera, finalmente libera dopo tanti anni di lavoro, sgridate, inflessibilità. Avrebbe finalmente avuto del tempo per se stessa, anzi meglio, si sarebbe iscritta al college più lontano che conosceva e se ne sarebbe andata di casa una volta per tutte.
- Lo farò, ma a una condizione.
Maya la fissò senza parlare. Stava aspettando di conoscere le condizioni della figlia, ma le sapevano entrambe che le avrebbe concesso qualsiasi cosa in cambio della vittoria.
- Devi promettermi che non ti rimangerai la parola e che mi lascerai libera di riprendere gli studi.
- E sia! - confermò allungandole la mano e stringendola con energia. Le due donne si studiarono ancora per qualche istante, poi Maya si avviò all’area riservata agli allenatori, mentre Josy restava in camerino e fissava la sua immagine allo specchio. Quando si sarebbe rivista non sarebbe stata più la stessa, sarebbe diventata una bugiarda arrivista, ma sarebbe anche stata libera.
Senza rimuginare ancora prese entrambe le fiale e le infilò nello scollo del costume, poi si avviò ai monitor per osservare le esibizioni delle sue colleghe. Erano tutte davvero molto brave, ma lei avrebbe vinto. Era determinata a portare a casa quel maledetto premio. Uno sguardo all’orologio. Mancavano poco meno di dieci minuti prima della sua esibizione.
Stando attenta a non farsi vedere prese una fila e ne bevve il contenuto. Era viscido e dal sapore ripugnante eppure a lei parve buono, forse perché era la chiave per la salvezza.
Entrò in pista Amaranta, con quella sua grazia innata. Scivolava sul vetro mentre le lame di diamante dei suoi pattini facevano vorticare attorno a lei una delicata polverina scintillante. Era stata data come favoriva e Josy non ne era affatto sorpresa, quella mercuriana era davvero favolosa. Forse aveva sopravvalutato le gemelle di Giove, forse era Amaranta il nemico da battere. Chissà se fosse riuscita a vincere subito quel giorno? No, niente spareggio, niente sconfitte si disse Josy afferrando anche l’altra fiala e bevendone il contenuto. La sua felicità valeva più di qualsiasi coppa, medaglia o regola e lei voleva afferrarla quel giorno stesso.
Pochi istanti e toccò a lei. Entrò in pista e iniziò a pattinare con una grinta e una lucidità che non aveva mai avuto prima. Tutto era semplice e chiaro. Aveva una coordinazione, una leggiadria, una lucidità sconvolgenti, proprio come le aveva detto sua madre. Stava per terminare la sua esibizione con una serie di due Salchow e avrebbe chiuso con un quadruplo Axel quando avvertì una terribile fitta che dallo stomaco le risalì fino alla gola. Sopraffatta dal dolore Josy si accasciò a terra e iniziò a urlare e a contorcersi sotto lo sguardo sgomento del pubblico.
Le sue braccia iniziarono ad allungarsi e ad assottigliarsi, mentre sentiva le lame del pattini che le si conficcavano nei piedi incorporandoli come se fossero improvvisamente diventati parte del suo corpo. Anche il costume di scena iniziò a fondersi con la sua pelle. Il dolore era insopportabile, il suo respiro sempre più stentato e davanti ai suoi tutto stava diventato sfuocato e confuso.
Sua madre le fu accanto in pochi istanti.
- Che hai fatto? Cosa hai fatto, stupida che non sei altro? Hai preso entrambe le fiale non è vero? - urlò schiaffeggiandola. Non provava nessun dolore per sua figlia, solo furia, rabbia. - Ora dovrò ricominciare tutto daccapo! - Strillò. Quando si voltò vide che molte persone si erano avvicinate a lei a alla figlia, inclusi i medici e la polizia. Maya si scostò per farli passare così che potessero visitare la ragazza, ma anche perché doveva trovare il modo di mescolarsi alla confusione per lasciare il palazzetto e scomparire dalla circolazione. Avrebbe trovato altrove un’altra ragazza da allenare, pensò mentre si tirava il cappuccio della tuta fin sopra la testa e lo chiudeva. A testa bassa camminò fino all’uscita, salì su un taxi e diede al conducente l’indirizzo dello spazioporto, partenze intergalattiche.
Josy venne trasportata d’urgenza all’ospedale per mutanti. Dopo diversi giorni venne dichiarata fuori pericolo e trasportata in una stanza comune dove si trovò davanti tre ragazze dall’aspetto e le menomazioni simili alle sue.
Una di loro le si avvicinò, le sorrise e le porse la mano.
- Ciao, sono Selena. A quanto pare Maya ha colpito ancora - disse mesta scuotendo il capo in segno di disapprovazione. - Anche tu sei stata reclutata dopo una serie interminabile di prove e competizioni?
- No, io ero semplicemente sua figlia. Piacere, sono ciò che è rimasto di Josy.

9 commenti:

  1. È con grande piacere che pubblichiamo il presente racconto. Innanzitutto perché è molto avvincente; secondariamente poiché è opera di una scrittrice. Finalmente una voce femminile (oltre a quella di Giuliana Acanfora) nel mondo della fantascienza di Pegasus SF. Annalisa è, soprattutto, una valida scrittrice di genere fantasy, ma quando si cimenta con la fantascienza la sua bravura non è da meno. Spero che ci invii altri racconti di science-fiction, in particolare – come il presente – di space opera.

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  2. Nella sua breve descrizione ci ha trasportato in un mondo che sembra conosciamo già perfettamente, come se avessimo letto capitoli precedenti. Incredibile nella descrizione dei sentimenti di Josy e di come Maya sia il vero mostro.

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  3. Grazie a Paolo che, benché io non sia molto ferrata in questo genere, ha deciso di darmi fiducia e di pubblicare questo mio secondo racconto fantascientifico e grazie anche ad Anonimo per il bel commento.

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  4. In effetti, dal punto di vista strettamente fantascientifico, il racconto è un po' forzato. Nel senso che gli elementi in esso contenuti non giustificano appieno l'ambientazione.
    Per il resto però si tratta di un racconto molto interessante, scritto bene, con una struttura fluida. Il punto di forza però, a mio avviso, è il realismo dell'analisi psicologica, col suo riferimento a un certo atteggiamento genitoriale che raramente (per fortuna) raggiunge i livelli mostruosi della narrazione, ma che è decisamente più frequente di quanto non possa apparire a uno sguardo distratto.

    Sauro Nieddu

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  5. Racconto pieno di brio, bene impostato nello scavo psicologico dei personaggi. E' scritto molto bene e si legge con molto piacere.

    Giuseppe Novellino

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  6. quando inizio a leggere q.sa scritto da te mi sembra di trattenere il respiro e leggerlo tutto d'un fiato perchè con te non si legge le cose scritte si vivono, i personaggi si identificano...sei una magica scrittrice !!

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  7. Un racconto interessante, vivace e molto piacevole da leggere.

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  8. Grazie mille a tutti e, dato che sono ancora molto inesperta in questo genere di narrazione, volevo ringraziare Sauro per i preziosi consigli.
    A presto
    Annalisa

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