lunedì 14 ottobre 2013

CIÒ CHE È PROFONDO di Paolo Secondini




Quando il giovane Tino, senza un motivo apparente, diede un calcio a Briri, il gatto di casa, sua madre lo redarguì, sebbene bonariamente.
«Tesoro, perché lo tratti in quel modo? È il nostro gatto!»
«Ma mamma, » si difese il ragazzo, «è soltanto un robot! E poi lo odio, lo odio, lo odio!... Odio anche Buck, il nostro cane, e Ciuffetto, il canarino. Anch’essi sono robot.»
La mamma incrociò le braccia sul petto. Si appoggiò col fianco al tavolo della cucina.
«Tuo padre li ha acquistati per te, perché diventassero tuoi amici… Da quando un terribile virus causò la morte di tutti gli animali, piccoli e grandi, non si possono avere gatti, cani e uccelli veri. Lo sai bene, Tino. Non esistono più da tanto tempo. Devi accontentarti di quelli prodotti dalle Grandi Industrie H.E.R.M.E.S di…»
«Non li voglio,» la interruppe il ragazzo bruscamente. «Preferisco stare da solo piuttosto che avere per amici animali robot.»
La donna non rispose, si limitò a osservare suo figlio per un po’. Poi tese la mano e, dolcemente, gli accarezzò i capelli ricciuti.
«Ti comprendo, sai?» disse alla fine. «Ma vorrei tu capissi che la colpa non è dei robot, se le cose sono andate in questa maniera… Essi non possono essere, né comportarsi come animali veri, dal momento che sono molto diversi da loro. Ma non fanno alcun male. Ne sono incapaci.»
Tino fece un gesto di stizza, poi sbuffò con veemenza. La donna si ritrasse quando lo sentì gridare:
«Ti ho detto che li odio! Non c’è niente che possa farmeli amare. Niente!»
Prese un lungo coltello dal tavolo della cucina e, con rabbia, lo conficcò nel dorso di Briri il quale, come se nulla fosse accaduto, continuò ad andare di qua e di là nella stanza.
«Ecco, vedi?» esclamò il ragazzo. «Non ha miagolato per il dolore, né esce una goccia di sangue dalla ferita. Non mi piace un gatto che non miagoli, che non sanguini. È falso, falso, falso!»
«Hai ragione,» convenne la mamma, prendendo Briri tra le braccia, «il nostro gatto è solo un robot. Ma ciò non giustifica in nessun modo il tuo gesto di rabbia. Mi hai fatto paura.»
Nel tentativo di levare il coltello dal dorso di Briri, la donna si procurò alla mano una lunga ferita da taglio.
Il ragazzo vide, ebbe un sussulto, restò per un attimo senza respiro, gli occhi sbarrati. Poi, con un senso di vuoto allo stomaco:
«Mamma,» disse, «ma tu… tu… non  sanguini, non gridi dal dolore… proprio come Briri… Perché, mamma… Perché?» Scosse più volte la testa, desolato. «Non capisco… Questo vuol dire, forse… Oh no, no, no!... Anche tu… anche tu un robot?»
La donna rimase in silenzio. Poi sospirò. Infine, con un filo di voce:
«Sì,» disse, senza guardare suo figlio, «sono un robot!… In questi anni, tuo padre e io ti abbiamo nascosto la verità, ma a fin di bene… Quel virus, di cui ti ho sempre parlato, fu molto letale, più di quanto tu possa immaginare. Esso annientò non solo gli animali, per una loro disposizione naturale, ma anche parecchi esseri umani, i più esposti e deboli fisicamente. Tra questi, la tua povera mamma… Tu eri appena nato, Tino, e il tuo papà non volle privarti della presenza affettuosa di una madre. Ne avevi bisogno. Per questo motivo decise…»
«Di acquistare te, un robot,» la interruppe il ragazzo con disprezzo.
La donna alzò leggermente le spalle, come a scusarsi.
«È così!... Ora odierai anche me, come odi Briri, Buck e Ciuffetto. Mi odierai con tutte le forze, con tutto te stesso… Oh, non posso biasimarti per questo!» Fece una pausa. «Tuo padre preferì comprare un robot, piuttosto che risposarsi con una donna in carne e ossa, per timore che anche lei, per un motivo o un altro, potesse un giorno lasciarti. Spero che tu lo comprenda, Tino.» Crollò il capo. «Mi dispiace davvero di essere stata per te, in questo momento, motivo di grande amarezza e delusione.»
«Dispiacerti?» esclamò il ragazzo con rabbia, stringendo i piccoli pugni. «Dispiacerti?... Non sei che un maledetto, odioso…»
Si interruppe, sbuffò di nuovo, poi trasse alcuni respiri profondi.
All’improvviso parve calmarsi.
Non disse altro.
Chinò affranto la testa sul petto e rimase immobile in quella posizione.
Respirava con affanno.
Quando alzò nuovamente il capo, alcune lacrime gli rigavano le guance.
Fissò gli occhi in quelli della donna-robot, ferma dinanzi a lui.
Nessuno dei due parlò per lungo tempo, poi:
«Mamma!» Tino sussurrò. Quindi, con più decisione: «Oh, mamma, mamma, mamma!»
Convulsamente le strinse la vita con le braccia e premette il viso contro il suo petto.

5 commenti:

  1. Non mi capitava di leggere un racconto così intenso e struggente dai tempi di A.I. di Spielberg. Bravo Paolo, sei riuscito a descrivere perfettamente i sentimenti del ragazzo e la situazione in cui si ritrova, cosa non di certo facile in un racconto di fantascienza.
    Danilo Concas

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  2. Il tema dei robot, soprattutto sulla loro proprietà di mimetizzarsi fra gli esserr viventi, è ben rappresentato da questo racconto. In poche righe si concentra l'inganno, la sorpresa finale, l'aspetto psicologico e lo scenario apocalittico planetario. Direi che è una prova ben riuscita. Il testo si legge con piacere e scioltezza. Oltre a Spielberg, ci vedrei, come fonte di ispirazione, anche Schekley.

    Giuseppe Novellino

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  3. ... senza contare che gli androidi forse sognano pecore elettriche!
    Ma quello che ho apprezzato davvero del racconto, è il finale, estremamente sottile. Si presta alla lettura; "la mamma è sempre la mamma" ma volendo scavare più a fondo, anche a una riflessione su ciò che siamo o non siamo in grado di accettare, a seconda di quanto ci tocchi da vicino.

    Sauro Nieddu

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  4. Anche a me é piaciuto molto il finale.
    Un bel racconto scritto in maniera intelligente.

    Antonio Ognibene

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  5. Ringrazio Danilo, Giuseppe, Sauro e Antonio dei loro commenti e giudizi lusinghieri: non possono che far piacere.

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