martedì 12 novembre 2013

IL TERZO GIRO È GRATUITO di Pierre Jean Brouillaud





(Con grande piacere pubblichiamo un altro racconto di Pierre Jean Brouillaud, uno dei più importanti scrittori francesi di genere fantastico; con altrettanto piacere salutiamo il debutto, nell’ambito delle traduzioni letterarie,  di Sauro Nieddu, valido scrittore e assiduo collaboratore di Pegasus Sf)

La ragazzina dagli occhi blu gli sorrise. Montava un cavallo bianco dalle briglie dorate. Léo ebbe appena il tempo di renderle il sorriso; la giostra portò via la bambina e, negli specchi che ornavano il suo asse, l’immagine dell’uomo. Dieci franchi, diceva il cartello, il terzo giro è gratuito.
Léo percorreva la banchina dove i passanti si attardavano tra le vasche di gerani. Una leggera bruma velava l’orizzonte ma lasciava apparire le linee nere dei tre isolotti. La giostra sgranava la sua musica sottile. Sotto i pini, il chiosco Napoleone III della compagnia di navigazione, aveva aperto gli sportelli. Contro l’imbarcadero, il battello-passeggiata, bianco e rosso, aveva fischiato tre volte.
- Visitate la laguna e le sue isole. Offritevi una vera crociera con i suoi scali-sorpresa. Oltre quattro ore di scoperte. Per solo cinquanta franchi. Venti franchi per i minori di 15 anni e per le carte Vermeil. Prossima partenza : ore 14:30.
Una coppia aveva appena preso i biglietti. Léo fece lo stesso.
L’imbonitore piantato sulla banchina gesticolava mentre i primi clienti impegnavano la passerella scricchiolante.
Contro l’impavesata, una bionda slavata dallo sguardo sfocato salutava con un buongiorno monocorde, augurava una buona traversata e strappava l’angolo ai biglietti .
- Quattro ore, disse una signora bruna accompagnata dalla figlia, questo ci porta alle 18:30. Spero che torneremo in tempo per la cena.
- Nessun problema, signora, rispose la bionda sullo stesso tono indifferente.
I passeggieri, nel numero di una ventina, si dispersero tra il salone, i corridoi e il ponte superiore. Léo si diresse verso la prua e si sistemò sopra la postazione di pilotaggio.
Ore quattordici e trentadue. La sirena lanciò di nuovo tre colpi di fischietto. La bionda levò gli ormeggi e il battello iniziò la manovra per lasciare l’attracco, superare il molo ed entrare nelle acque della laguna.
I motori, piuttosto in affanno, ansimavano. L’altoparlante cominciò a crepitare :
- Benvenuti a bordo del Griffon. La laguna si apre davanti a voi. La sua superficie è di 5000 ettari e la sua profondità media di 80 metri. Risalente all’ultima glaciazione, è chiusa dai cordoni litorali formati dai depositi alluvionali dei tre fiumi. Essa tende a colmarsi e, presto o tardi, sparirà. Ma, come potete giudicare, oggi è ben viva. Andiamo a scoprirne l’incantesimo e il mistero.
Léo prese la corsia di tribordo.
Un gruppo di gabbiani volteggiava a poppa, dove avevano preso posto, tra gli altri, la donna bruna e la sua monella come anche un personaggio tracagnotto, vestito con una tuta gialla, che portava al collo una macchina fotografica e un enorme binocolo. I passeggeri lanciavano frammenti di biscotti da sopra l’impavesata. Ma gli uccelli, senza dubbio sazi, virarono di bordo e si allontanarono a gran colpi d’ala.
Il Griffon aveva guadagnato il largo. Gli echi della giostra provenienti dalla banchina si percepivano ancora, flebilmente, ma furono presto coperti dagli accenti di un’orchestra.
La donna bruna, gli occhi socchiusi, lasciava che il vento giocasse con i suoi capelli. L’uomo in giallo fece scorrere il binocolo sulla superfice d’acqua, poi li puntò sulla linea che cresceva all’orizzonte.
- Non si vede granché, borbottò. Sembra deserto.
- Ci avviciniamo al nostro primo scalo, fece l’altoparlante. Scoprirete presto la vostra prima sorpresa.
Non era infatti che un isolotto. Non doveva avere più di 500 metri di larghezza, almeno da quest’angolazione. Da lì venivano gli accordi di un concerto romantico in cui dominava il piano. Di Chopin, forse. Un Notturno, disse un vecchio signore dal cranio lucente che sembrava conoscerlo.
Effettivamente, la riva era deserta.
Ore quindici. Il Griffon accosta a un approdo di legno annerito. Una barca tarlata beccheggiava tirando sulla sua catena.
- Benvenuti sull’isola incantata, tubò l’altoparlante di bordo. State per visitarla in tutta libertà. Per questo disponete di un’ora. È sufficiente. Non c’è il rischio che vi perdiate. Un cammino circolare, detto Sentiero dei doganieri, conduce al solo imbarcadero, quello in cui ci troviamo. E, da ogni punto dell’isola, sentirete il nostro appello. Alle 16 precise. Regolate i vostri orologi: sono le 15:04. Se prendete il viale che si apre di fronte a voi, in cinque minuti raggiungerete il maniero conosciuto sotto il nome di Château des Corneilles. Di per sé, vale la visita. Quando vi presenterete al cancello, direte: “Veniamo dal Griffon.” E vi sarà aperto. Vi auguriamo una buona passeggiata.
- Non c’è alcuna guida ? Fece la signora bruna con la fronte che si corrugava.
- È più divertente così, disse l’uomo col binocolo.
In un primo momento un po’ disorientati, i venti passeggeri, lasciando il cammino dei doganieri, presero il viale che portava verso l’interno, tra boschetti invasi dai rosai che nella fioritura avanzata iniziavano a perdere i loro petali. Qualche albero rado e rachitico stagliava contro il cielo la sua sagoma piegata ad angolo retto dal vento.
La musica era morta.
La strada saliva per raggiungere un terrapieno da cui si scorgeva il maniero, piccola costruzione in falso gotico.
Il viale ora si ornava d’una doppia fila di statue di fattura abbastanza maldestra che dovevano rappresentare le stagioni. I visitatori identificarono abbastanza facilmente le giovani donne dalle forme opulente cariche di fiori e di frutti, i vegliardi nodosi che legavano fascine di rami secchi.
All’ingresso del cortile, due donne di pietre, drappeggiate, velate, senza età, un dito posato sulle labbra, celavano un sorriso.
La pesante porta a cassettoni era chiusa. Il fotografo annunciò :
- Buongiorno. Veniamo dal Griffon.
La porta si aprì senza rumore.
Una voce sfrigolò:
- Benvenuti. Per non turbare l’armonia di questi luoghi, vogliate infilare le pattine messe a vostra disposizione nell’ingresso.
Un corridoio stretto, dal soffitto basso, vagamente policromo, portava a un’anticamera pannellata. Una panca di legno scuro correva tutt’attorno alla stanza.
La ragazzina piangeva. Perdette le pattine. Sua madre gliele dovette rinfilare due volte.
Tre o quattro persone stavano per approfittare delle sedie per riposare quando echeggiò qualche nota curiosamente metallica.
Il gruppo varcò la porta a due battenti, entrò sotto la volta di una sala da musica col parquet intarsiato a borchie d’ebano, un arredamento molto kitsch. Sotto i pesanti tendaggi di velluto granato, tra gli sgabelli intagliati, le poltroncine, i piedistalli degli abat-jour di perline multicolori, un piano meccanico scandiva alcune misure di una mazurka.
- Affascinante, fece una vecchia dama abbozzando dei passi di danza, vacillò. Ebbe un capogiro.
- Mi scusi !
Si aggrappò al braccio del fotografo.
La bambina aveva smesso di piangere, ebbe perfino un sorriso fugace.
Ben presto, il piano rallentò, si arrestò, la molla rilasciata.
Il melomane si accostò all’apparecchio, ricaricò la manovella. Sotto gli applausi del gruppo, la musica ripartì, prima d’imballarsi e slittare, provocando qualche breve risata.
I visitatori andavano e venivano, esitanti. Due o tre di loro si posarono sulle poltrone, le natiche sul bordo del cuscino.
Sopra una mensola era appeso uno specchio molato, punteggiato dall’umidità. La signora bruna ha voluto, di passaggio, guardarsi dentro. Emise un grido, poi scoppiò in una risata convulsa. L’uomo giallo si piantò a sua volta davanti allo specchio, scosse il capo, fece una smorfia, avanzò, retrocesse, prese una foto, soffiò sul vetro che si appannò, prese un secondo scatto. Poi, con la mano, fece per cancellare l’alone. Ma non ne ebbe il tempo. Era evaporato. Proseguì allora l’esame del luogo.
Léo si avvicinò. Lo specchio non restituiva le loro immagini. Rifletteva solo l’ambiente.
I visitatori sfilarono uno dopo l’altro. Alcuni si divertivano al fenomeno. Altri si allontanavano, a disagio. La ragazzina chiese alla madre di sollevarla per permetterle di guardare nello specchio.
- No! No! Non c’è niente da vedere, disse la madre.
- Voglio soffiare, disse la bambina.
L’uomo giallo si offrì di aiutare la bambina.
- No! Ve ne prego! Fece la donna.
La ragazzina si rimise a piangere.
La sirena del Griffon risuonò. Léo guardò il suo orologio : 16:00.
- Già ! Sospirò la vecchia signora.
La maggior parte dei visitatori, dopo aver tolto le pattine, si era già avviata, in silenzio, sulla strada del ritorno. Alcune ventate di musica romantica, fuggite dal maniero, li accompagnarono per un istante.
Speriamo che questo intermezzo vi sia piaciuto, disse l’altoparlante. Ma non aveva altro scopo che mettervi appetito. Il meglio deve ancora venire. Vi ricordiamo che un bar è a vostra disposizione nell’interponte. Vi offre un’ampia scelta di consumazioni oltre alla ristorazione calda e fredda.
Una decina di visitatori approfittò dell’occasione.
Léo comprò una birra e risalì subito sul ponte.
Stavolta, c’erano dei ritornelli che il vento portava dallo scalo successivo.
- Mi piace così tanto, disse la signora bruna che sembrava turbata e si aggrappava alla ringhiera. Sua figlia si stringeva a lei.
- Che cos’è ? Chiese la bambina.
- Un luna park.
- Ci saranno le giostre ?
- Forse. Se non piangi.
- Qui, almeno, è abitato, disse l’uomo regolando gli oculari. Si direbbero delle costruzioni.
- Cosa vedete ? Chiese Léo finendo la sua birra.
- Un villaggio di pescatori. Piuttosto piacevole. Case strette a picco sul porto. Reti che asciugano.
Sul pontile, ad aspettarli. Una fanfara. Ottoni e grancassa. I musicisti vestiti di nero portavano delle bizzarre bombette.
La musica esplose.
- L’Entrata dei gladiatori, disse il melomane. L’apertura abituale degli spettacoli da circo.
Allineati ai due lati della strada, i musicisti salutarono così i loro visitatori.
Dietro di loro si accalcavano gruppi di sfaccendati vestiti alla moda del 1900, le donne in corpetti di pizzo con maniche a sbuffo, sottane a grembiule, scialletti e scialli ricamati, gli uomini in bluse, giacche e berretti.
Poi la fanfara si ricompose in ranghi da quattro e risalì la via che si arrampicava verso il centro. Che altro fare ? I visitatori seguirono. I bambini del villaggio gli andarono dietro.
Man mano che i musicisti salivano la rampa, la musica cambiava carattere, i ritornelli si deformavano, si stiravano fino a somigliare a inni religiosi.
L’entrata di una piazza triangolare era sbarrata da uno striscione annunciante IL GIORNO DEL GIUDIZIO FINALE.
Nel mezzo della folla, un oratore, appollaiato su una cassa, urlava in un megafono :
- Pentitevi  !
La musica trascinante, piagnucolosa era sovrastata di colpo dal rombo della grancassa, straziata da stridenti richiami di tromba.
Negli intervalli, il predicatore ripeteva :
- Pentitevi  ! Presto, sarà troppo tardi. Pentitevi  !
Oppure… Léo credette, nel baccano, di aver sentito :
- Rallegratevi  !
La folla riprendeva in coro :
- Presto, sarà troppo tardi.
In mezzo ai visitatori sconcertati, la vecchia signora si mise ad applaudire. Senza dubbio aveva preso lo spettacolo per un’attrazione offerta dagli organizzatori della crociera.
Il fotografo mitragliava.
Esasperato dall’abbaiare del predicatore e da tutta quella mascherata, Léo svoltò in una stradina laterale che appariva deserta fino al momento in cui incrociò un personaggio coperto dai piedi alla testa di pellicce di sfumature diverse, bianche, nere, ruggine e brune. Il volto s’intravvedeva appena, a sufficienza per distinguere uno sfregio che gli segnava la guancia sinistra. Lanciava sempre lo stesso appello su poche note :
Pelli  Pelli  Pelli
Pelli di coniglio
Chi vuole delle pelli pelli pelli
Pelli di coniglio 
Notando Léo, si fermò, e gli si avventò :
- Una pelle di coniglio, signore ? Niente di meglio contro i reumatismi, i raffreddori, le congestioni polmonari che si portano via l’uomo più robusto ancor prima che abbia avuto il tempo di confessare i suoi peccati. Comprare una pelliccia, è prendere un’assicurazione sulla vita. Il suo alito che si mischiava all’odore delle pelli puzzava di gin.
E suonò una specie di campanello. Poi si guardò attorno, come se si aspettasse di veder apparire dei curiosi, dei testimoni, o dei complici.
- No, grazie ! Fece Léo con un gesto impaziente della mano per scostare il buonuomo.
- Viene un giorno in cui ci si pente… brontolò il mercante… le occasioni perse.
E finì di attraversare la strada.

Pelli di coniglio
Pelli  Pelli  Pelli

Il personaggio era appena scomparso oltre l’angolo di una casa. Da un portico sorse un uomo che portava un berrettino con visiera e un foulard sangue di bue annodato intorno al collo. Con un balzo, fu davanti a Léo che s’irrigidì.
L’uomo si toccò il berretto :
- Scusate, borghese. Non siamo dello stesso mondo...
Dal fondo della strada si poteva ancora sentire :
Pelli  Pelli  Pelli
 - Ebbene, borghese, proseguì il tipaccio, giacché si deve crepare...
Levò un coltello.
Léo era paralizzato dalla sorpresa. L’uomo sogghignò :    
- Fintanto che qualcuno ne trae vantaggio. Io, per esempio.
E, mirando al petto di Léo, piantò il suo coltello… nel vuoto.
Il tipaccio ebbe un sussulto. I suoi occhi si spalancarono. Alzò i tacchi e fuggì.
Léo non ha capito che gli è capitato. Porta la mano al petto. Sente il suo cuore che batte. Perché non ha fatto niente per difendersi, parare il colpo ?
Inebetito riprende il suo cammino. Gli tremano le gambe.
Una sirena fischia. Ah sì ! Che ora ? 17:45.
Sembra che, di colpo, il baccano sia cessato nella piazza.
Léo raggiunge il gruppo che si sforza di battere in ritirata. Preparandosi a discendere la strada declinante per riguadagnare il porto. È tallonato dai musicisti che ora suonano arie ricche di contrasti, con glissando minacciosi.
Schiacciati gli uni sugli altri, i visitatori si spintonano, alcuni incespicano.
Quando i musicisti serrano il gruppo troppo da vicino, il fotografo si volta, li fronteggia e fa scattare il flash, questo sembra costringere gli inseguitori a tenere una certa distanza.
Li tiene così rispettosi fino all’imbarcadero. E, intanto che i passeggeri salgono a bordo, la fanfara, allineata sotto le reti che puzzano di marea, li gratifica di nuovo con ritornelli da luna park.
Tra i venti passeggeri, apparentemente, non manca nessuno.
La bionda molla gli ormeggi.        
Un viaggiatore furioso minaccia di salire a lamentarsi fino alla postazione del pilota di cui si distinguono le spalle massicce. La sua donna e altri passeggeri lo dissuadono.
- Che volete  ! È un viaggio-sorpresa.
- E noi siamo tutti indenni.
Il fotografo cambia pellicola.
È allora che scatta l’altoparlante :
- Signore, signori, non serbateci rancore. Avete vissuto qualche istante d’emozione. Sono i casi dei viaggi-sorpresa. Per farci perdonare, vi offriamo una consumazione gratuita.
La maggior parte dei viaggiatori si trovava ancora nell’interponte, quando l’altoparlante risuonò di nuovo :
- Signore, signori, siamo ora nel cuore della laguna. Il terzo scalo vi riserva la più bella sorpresa della nostra appassionante crociera. Tra qualche istante, visiteremo la grotta rossa. Uno stupefacente spettacolo offerto dalla natura. Sono i più belli.
La signora bruna, sempre nervosa, guardò il suo orologio :
- Sono già le 18:30. La sera sta calando. Non si vedrà granché. Mi chiedo a che ora ci riaccompagneranno.
- La cena sarà servita nella grotta, disse l’uomo giallo, con aria beffarda. Sarà l’ultima sorpresa.
Un isolotto in cui affiora la roccia. Di qua, di là, rari ciuffi d’erba si sdraiano sotto il vento dal largo.
Il Griffon raschia un pontile dalle assi marce. Le signore che sbarcano saltellano maldestramente per evitare i vuoti.
Stavolta, li attende una guida. Un personaggio lungo dalla carnagione scura che tiene all’estremità di un’asta metallica un triangolo di tessuto cremisi.
La signora bruna pone di nuovo il quesito che la preoccupa :
- Sapete che ore sono. Quando ci riaccompagnerete ?
- È tutto previsto, signora. Non inquietatevi.
La guida ha uno strano accento :
- Se volete seguirmi, visiteremo una curiosità della natura che non vedrete da nessun’altra parte, la grotta rossa. Questo colore, che sarebbe più giusto chiamare rossastro, è dovuto a un fenomeno di riflessione della luce sulle pareti di granito.
Mentre il cielo impallidisce, il corteo, seguendo il triangolo di tessuto, scende i gradini che portano al fondo di una fenditura, sprofonda nelle fondamenta rocciose.
Di già, i flutti urtano contro le pareti della grotta. Alla flebile chiarezza del cielo crepuscolare si sostituisce un lucore erubescente che pare salire dalle acque.
- Sembra un incendio.
- Un effetto di luce e suono.
- Avanzate, signori-signore, avanzate  ! Fa la guida.
I visitatori si tengono per mano. Camminano uno dietro l’altro, saggiando il suolo che scende, che scende.
La guida si volta verso il gruppo. I suoi occhi sono rossi.
I turisti si stringono su una stretta piattaforma rocciosa, sotto la volta fiammeggiante. Sul fondo della grotta s’indovina un’imboccatura dove l’acqua si vaporizza. Si delinea una forma. La forma si precisa. Una lunga barca marrone, sorta di chiatta, uscita dalla strettoia, scivola verso i visitatori. Un uomo la muove con l’aiuto di una gaffa. Si tiene in piedi, un po’ curvo, sulla poppa.
- Signore e signori, dice la guida, siamo un po’ in ritardo. La compagnia vi prega di perdonarla.
Mormorii:
- Sono quasi le 19...
- La compagnia ha previsto tutto. Il barcaiolo ci farà attraversare la grotta. Dall’altra parte, troveremo uno stabilimento, il Poseidone, dove potrete riposarvi e ristorarvi prima di terminare il viaggio.
Si solleva qualche protesta.
- Tutto questo a spese della compagnia, precisa la guida.
Dopotutto l’aria del largo ha stimolato gli appetiti.
- Un viaggio-sorpresa, ripete l’uomo giallo che scuote le spalle sotto il suo armamentario. E aggiunge :
- Poseidone. Mi ricorda qualcosa. In Spagna, le posadas, sono una specie di locande.
- Avete detto Poseidone, fa il vecchio signore calvo. Il nome che gli antichi greci davano al dio...
- Del mare, interrompe la guida.
La chiatta si affianca al crinale roccioso.
- Signore e signori, se volete imbarcarvi.
       …….

Nella notte che cade, il Griffon, tutte le luci spente, molla gli ormeggi, vira di bordo e, liberato del suo carico, riguadagna il largo.
          …….

(Traduzione dal francese di Sauro Nieddu)


sabato 9 novembre 2013

IL BUIO DELLE STELLE di Paolo Secondini



(Il presente racconto, scritto nel 1996, è stato pubblicato per la prima volta nel marzo 2012, sul numero dodici di Short Stories – Rivista illustrata di letteratura fantastica, Edizioni Scudo.)

 Le cinque stelle del gruppo dell’Odissa tremolavano vistosamente, come quando Okikono le vide la terribile notte del sogno premonitore. Rimase a guardarle attratto dalla loro lucentezza e provando una strana sensazione di fastidio, come di torpore in tutto il corpo.
Sebbene cercasse di chiudere gli occhi o di volgere altrove il proprio sguardo,  una forza invincibile e sconosciuta dominava la sua mente.
Fu costretto a osservare le stelle per lungo tempo, finché tornarono a essere dei punti fermi nel cielo nero. Solo allora Okikono si avviò verso il proprio rifugio scavato nella roccia del pianeta Luton.
Appena lo raggiunse, si slacciò il cinturone con la pistola a proiettili esplosivi, si tolse il casco e la tuta refrigerante: uniche difese dalle micidiali radiazioni AXA, molto diffuse sulla superficie e nell’atmosfera lutoniane.
Con cura li appese in un armadietto addossato alla parete. Infine, esausto, si distese sul letto e chiuse gli occhi.
Allorché si immerse nel sonno, una voce virile irruppe stentorea nella sua mente.
«Kasoram foret kir… impol ikoana laset… olak dakar kusomet… Kumor kasonak.»
Era una voce amorfa, priva di ogni modulazione. Si esprimeva in lingua kalitica, che Okikono conosceva perfettamente.
«Foret impol laset… kum ikoana lemet. Dakar ikam sulotek.»
Vi erano, in quelle parole, terribili minacce, tanto che egli ne ebbe paura e tentò ma invano di scuotersi dal sonno. Sebbene dormisse, sentiva il cuore pulsargli all'impazzata e un freddo sudore imperlargli la fronte.
Appena la voce si accrebbe di tono, a Okikono sembrò che la testa gli scoppiasse.
«Per pietà, non questo!» gridò, allora, disperatamente. «Non sottopormi a un supplizio così atroce.»
«Kasonak ikoana… olak Kron… kasonak Luton foret impol.»
«Non è mia la colpa. Non sono io il responsabile della guerra contro i kroniani, né il popolo di Luton ha violato le leggi del Consiglio Galattico.»
«Kasumek foret impol… onofek sima… olak derma selek laset.»   
   «
Ti prego,» insisté il lutoniano, «non puoi accusarmi di un crimine che non ho commesso.»
«Forek maer rean… olak kasumek sumet… olak ikoana pelan.»
Ora Okikono si agitava convulsamente. Gli pareva che mani artigliate gli straziassero il corpo, e che bocche fameliche digrignassero intorno alla sua testa.
«Ti scongiuro!» supplicò. «Io stesso sono vittima delle circostanze. Il dovere mi impone di difendere il mio mondo dagli attacchi dei nemici. Non è un delitto proteggere la propria patria, la propria vita e quella di milioni di persone innocenti.»
«Ramer impol lean… olak sever… olak kir… kasumek donor.»
«La guerra ci trascina nel suo vortice impetuoso, ci rende folli e privi di qualsiasi scrupolo; ci trasforma in esseri abietti che antepongono l’istinto alla ragione, in esseri truci, spietati, mossi da sentimenti di odio e di vendetta.»
«Olak ikoana… olak pelan… Sever impol suit dakar. Olak emper.»
«No! Devi credermi! Altrove è la causa del massacro che si compie su Luton. È là che si trama il brutale sterminio dei popoli, lontano da ogni pericolo, senza il rischio di essere direttamente coinvolti, e col desiderio di trarre grossi vantaggi da una guerra insensata.»
«Kimper kuros… olak ikoana pelan… Dakar surat kasonak.»
«Ti prego!» gridò Okikono al culmine del parossismo. «Se mai mi si possa accusare di qualcosa, è di avere reagito agli attacchi kroniani con qualsiasi mezzo. Non lo nego. La situazione, d’altronde, richiedeva che fossi spietato quanto loro. Non c’erano altre soluzioni. Che cosa potevo fare? Assistere inerme o indifferente all’annientamento del popolo di Luton?»
D’un tratto la voce si mutò in sonore vibrazioni, acute e indistinguibili, che aumentarono d’intensità per cessare di colpo.
Ci fu silenzio, poi di nuovo la voce che si espresse in lingua lutoniana:
«I confini del Tempo sono stati varcati. Le razze vivono l’ultima era della Grande Esistenza. Già Huro, il feroce assassino, si avventa sulla preda per farne scempio. Voi lutoniani avete infranto, con i vostri esperimenti militari, le leggi del Consiglio Galattico, suscitando emulazione in quanti, kroniani, geriani, mirtisiani e altri popoli noti per il loro spirito bellicoso, si sono avventurati nella stessa iniquità, inseguendo un insano desiderio di conquista. Tu, Okikono, più di chiunque, ti sei servito della scienza, schiava della tua ambizione, per costruire terribili ordigni distruttivi. Il mostro racchiuso nelle viscere di Luton è il frutto della tua mente, è l’inizio e la fine dell’Immane Catastrofe.» Improvvisamente, la voce divenne calma, pacata. «Non a questo mirava Ulan quando, nella sua infinita bontà, creò gli spazi siderali, dove mondi diversi avrebbero accolto la vita in molteplici forme e secondo pacifiche manifestazioni… Olak ikoana surek… olak ikoana pelan… rean dakam suret impol… Ricada su te il peso del Grande Vuoto, su te che brami la gloria sopra ogni cosa.»
La voce tacque di colpo, e il sonno del lutoniano fu avvolto dal silenzio più assoluto.

* * *
Quando il mattino seguente Okikono si svegliò, istintivamente ripensò al sogno. Un senso di angoscia lo invase in tutte le fibre del suo essere.
Dopo un poco si alzò, indossò il casco e la tuta refrigerante, si allacciò il cinturone con la pistola a proiettili esplosivi. 
«Maledetta guerra!» imprecò con furore.
Una volta all’aperto, volse lo sguardo al cielo: era di un rosso vermiglio. L’osservò con sgomento, come tutte le volte che lasciava il rifugio per recarsi al laboratorio scientifico.
Stentava a ricordare il colore turchese che un tempo quel cielo aveva avuto, come anche la fragranza dell’aria, rinfrescata dal soffio di venti leggeri.
«Maledetta guerra!» esclamò nuovamente.
Intanto avanzava fra cumuli informi di macerie: tutto ciò che restava della splendida Fèrimor, la più grande città del pianeta.
«Siamo stati capaci di tanto,» disse tra sé, volgendo lo sguardo in ogni direzione. «Il nostro stupido orgoglio!... Abbiamo lasciato che la guerra cancellasse ogni traccia della nostra storia, ogni segno di un’antica e gloriosa civiltà. Si sarebbe potuto evitare tutto questo se solo l’avessimo voluto. Invece…»
Si interruppe per un rumore improvviso.
Si voltò e vide, nel bagliore purpureo del mattino, un essere orrendo che scendeva a una ventina di metri lungo un dirupo di pietre e detriti. A ogni passo sollevava una nube di polvere giallastra, che restava per un istante sospesa nell’aria, prima di ricadere sul terreno.
Si trattava di un lutoniano come lui ma, al tempo stesso, diverso da lui.
Era gracile, curvo, le membra contorte e la pelle coperta di pustole scure. Sulla sua testa non c’erano capelli, ma chiazze di un rosso acceso. Gli occhi, piccoli e bianchi, erano profondamente infossati nelle orbite e davano al viso un’espressione raggelante.
Benché Okikono vedesse ogni giorno – tra la sua gente – simili mostri, non si era ancora abituato al loro aspetto, che continuava a suscitargli, contemporaneamente, un senso di pietà e di ribrezzo.
L’essere non indossava né casco né tuta che lo proteggessero dalle radiazioni AXA, che ne avevano irrimediabilmente minato l’organismo.
Si avvicinava con molta lentezza, traballando sulle gambe scheletriche, su cui brandelli di pelle oscillavano miseramente come foglie avvizzite.
La sua bocca, spalancata e priva di denti, pareva una buia cavità da cui scaturivano suoni convulsi, inarticolati.
Quando l’essere fu a breve distanza da Okikono, tese le braccia tremanti.
«La tuta… presto… Dammi la tuta,» disse convulsamente, «prima che sia… troppo tardi.»
Filamenti di bava verdastra gli colavano agli angoli della bocca, gli si avvinghiavano al petto e alle braccia come tentacoli gelatinosi.
Okikono non rispose, restò fermo a guardarlo, cercando di reprimere un senso profondo di repulsione. 
«La tuta… presto… dammi la tuta,» ripeté quell’essere orrendo.  
«A che cosa ti servirebbe?» disse alla fine Okikono attraverso l’amplificatore della voce, di cui il casco era munito proprio all’altezza della bocca. «Diverrei anch’io come te… se mi privassi della tuta.»
A quelle parole l’essere avanzò di qualche passo con aria minacciosa, mandando dagli occhi lampi di un odio smisurato.
«Presto… presto… dammi la tuta,» ripeté in modo ostinato.
Okikono, che neppure per un istante aveva pensato di servirsi della propria pistola, girò su se stesso e si diede a una fuga precipitosa, con il rischio di cadere e compromettere l’integrità della tuta.
Corse per lungo tratto, cercando di porre la più grande distanza tra sé e quel povero lutoniano.
Esausto, si fermò respirando con affanno e si volse a guardare indietro. Non vide nessuno. Si sentì sollevato.
Quanti altri individui in quel momento, sprovvisti di tuta o altro, avevano bisogno di aiuto?
Da ogni luogo, da ogni pietra, da ogni cumulo di macerie di quella città desolata, pareva levarsi il grido straziante di dolore di un popolo intero, giunto alla fine della propria esistenza.

* * *
Come il rifugio, anche il laboratorio era stato scavato nella roccia. L’ingresso era chiuso con un pesante pannello di metallo, che Okikono rimosse azionando un piccolo dispositivo portatile. Entrò in un ascensore che rapidamente lo trasportò a decine di metri al di sotto della superficie lutoniana.
«A che cosa siamo costretti!» esclamò, mentre, più tardi, percorreva uno stretto corridoio. «Rintanarci come animali spauriti, braccati. Finirà tutto questo?»
Il robot assegnato al controllo dei vari strumenti scientifici era affaccendato nelle proprie incombenze. Preciso e solerte, si spostava agilmente, malgrado la mole, da un congegno all’altro, scivolando su piccoli rulli propulsori.
«Tutto in ordine, mio costruttore!» disse, accorgendosi della presenza di Okikono.
La sua voce era acuta, metallica, accompagnata dal lieve tremolio di una luce opalescente.
Immerso nei propri pensieri, il lutoniano non rispose né volse lo sguardo verso l’automa. La testa china sul petto, traversava il locale a passi lenti.
«Tutto in ordine, mio costruttore,» disse ancora il robot, programmato a ripetere le stesse parole finché non si fosse mostrato di averle recepite.
«Molto bene, Ombra!» rispose Okikono, scuotendosi dai propri pensieri.
«Ogni cosa è stata eseguita in base ai comandi ricevuti,» aggiunse l’automa. «Spero che il mio costruttore sia soddisfatto.»
«Certamente, Ombra! Torna pure al lavoro. Oggi stesso metteremo in funzione la macchina. Non c’è tempo da perdere.»
«Come desidera il mio costruttore.»
Okikono restò a osservare il robot mentre s’allontanava silenziosamente. Lo vide dirigersi verso un congegno di controllo, poggiare l’estremità del suo braccio meccanico sul pulsante di un quadro di comandi e pigiarlo con delicatezza. Subito un piccolo schermo, illuminandosi, mostrò l’immagine di alcuni diagrammi di programmazione.
Il lutoniano volse lo sguardo al centro del laboratorio, dov’era situata la macchina HABER-X-MQ, l’arma più micidiale concepita da mente intelligente.
Quanti anni aveva impiegato per costruirla? Lo ignorava egli stesso. Sapeva soltanto che essa avrebbe  garantito il trionfo di Luton su tutti i pianeti della Galassia, riuscendo da sola a distruggere ogni nemico, a qualunque distanza, con l’emissione di potentissimi raggi di calore.
Il trionfo di Luton!
Improvvisamente gli tornarono in mente le parole del sogno:
Ricada su te il peso del Grande Vuoto, su te che brami la gloria sopra ogni cosa.
«Già, perché negarlo?» si disse Okikono. «Che cosa può ambire uno scienziato se non la gloria? Questa soltanto anima e sublima l’intelletto.»
 Lavorarono alacremente per molto tempo, il robot vicino ad alcuni congegni elettronici, Okikono attorno alla macchina HABER-X-MQ, che a tratti si fermava a contemplare compiacendosi del proprio ingegno.
All’improvviso, un tremendo boato provenne dalla superficie del pianeta. Okikono restò sbigottito, come sempre gli accadeva dopo quei rombi repentini.
«Maledetti kroniani!» imprecò con furore. «Dannati assassini!» Rimase in ascolto per un po’. «Nessun perdono bisognava accordarvi quando la pace crollò nel Sistema di Bolin per colpa vostra. Trovaste negli incauti ezeniani, popolo mite per natura, i vostri generosi difensori, i soli a intercedere in vostro favore presso il Consiglio Galattico; quegli stessi ezeniani che in seguito avete colpito vigliaccamente, per soddisfare una sete smodata di conquista.» Crollò più volte la testa, fremette, respirò profondamente. «Ombra!» chiamò, il viso stravolto dall’ira.   
«Eccomi, mio costruttore,» rispose il robot, avvicinandosi rapidamente.
Ci fu un altro boato, più spaventoso del primo, e violente vibrazioni scossero le strutture del laboratorio. Un grave turbamento trapelò dallo sguardo del lutoniano, il quale temeva che quelle vibrazioni potessero danneggiare gli elementi della macchina.
«Maledetti kroniani!» imprecò nuovamente, agitando le braccia verso l’alto. «Ci siete andati vicini questa volta.»
Effettuò un attento controllo sul computer centrale, e poté assicurarsi che tutto era integro e funzionante.
«Eccomi, mio costruttore,» ripeté impassibile il robot.
«Ombra, credo sia giunto il momento che da tempo aspettavamo. Dobbiamo troncare ogni indugio, se non vogliamo che i kroniani, con i loro continui bombardamenti, mettano fuori uso la macchina HABER-X-MQ. Occorre dar loro la prova della nostra efficienza agendo al più presto, perché cessino i loro attacchi.» Tacque un istante, sospirò, poi: «Ora, Ombra! Senza esitare.»
«Come desidera il mio costruttore,» rispose il robot in una più intensa effusione di luce.
«Muoviti, dunque,» lo spronò Okikono. «Disponi ogni cosa per una immediata reazione da parte nostra.»
«Subito, mio costruttore.»
Immediatamente il robot si portò presso la macchina HABER-X-MQ, mentre Okikono si diresse verso quello che ne era il posto di comando. Quando lo raggiunse, sollevò delle leve, premette dei pulsanti, girò delle chiavi e, rivolto all’automa:
«Sei pronto, Ombra?»
«Sì, mio costruttore.»
«Bene!» esclamò Okikono, sospirando. «L’esistenza di Luton mi sta a cuore. Nessuno, meglio di me, può difendere questo pianeta… Quanti anni ho impiegato a studiare i migliori sistemi di difesa… e di offesa? La macchina! La nostra unica speranza! Non c’è altro rimedio: la distruzione per la salvezza di Luton. Tu sai, Ombra, quanto la cosa mi ripugni.» Fece una pausa, quindi, con voce vibrante: «Scoprire le leggi dell’Universo e mediante la loro conoscenza pervenire alla conquista di verità incontrastabili; congiungere la nostra mente con quella di Ulan, il Supremo Creatore, e ridurre in termini matematici i moti segreti dell’Anima Universale, perché fossero a tutti comprensibili il senso e il mistero della vita… Erano questi gli scopi delle nostre ricerche. Ma la scienza ci usa, ci domina. Non abbiamo su essa alcun potere, nessun controllo. L’inganno della scienza! Le sue false lusinghe!... E stolti siamo noi che seguiamo il corso degli istinti e dei turpi pregiudizi, lasciandoci cadere nell’abisso del Grande Vuoto… Kasoram foret lasan… kir ikoana sumet… impol ikoana pelan… kasorat leal impol dasert.»
Si sorprese Okikono a ripetere alcune parole del sogno; poi tacque, scrollando la testa lentamente.
Quando la macchina fu messa in funzione, il lutoniano seguì sullo schermo gli effetti dei raggi di calore sul pianeta Kron.
«Ci siamo, Ombra, ci siamo!» disse d’un tratto, ma senza gioire.
Fremette, stringendo i pugni nervosamente. Sebbene il suo sguardo fosse attratto dallo schermo, i suoi pensieri erano rivolti a quanto, in quel momento, si stava compiendo su Kron.

* * *
La macchina HABER-X-MQ aveva funzionato in modo confacente a ogni aspettativa. Non era stato necessario tenerla in azione per molto tempo, dal momento che i raggi di calore esprimevano in pochi minuti la più terrificante potenza distruttiva.
I sensori specifici e tutti i sistemi di controllo del laboratorio non avevano più rivelato notevoli manifestazioni di vita o attività sul pianeta Kron. La popolazione era stata decimata; distrutti del tutto i centri di comando, gli apparati industriali e le molte postazioni militari.
Kron era in ginocchio, ridotto allo stato di un pianeta moribondo e, cosa importante, non più in grado di nuocere a nessuno.
Quando Okikono risalì sulla superficie del pianeta, poté constatare che i bombardamenti da parte dei kroniani erano cessati. Ciò nonostante era impensabile, a causa della diffusa radioattività e della distruzione subita, che Luton tornasse vivibile in pochi anni.
Bisognava comunque da subito cominciare a ricostruire apparati e strutture necessari alla vita.
Ma a chi spettava questo compito? Quali uomini sarebbero stati i promotori della rinascita lutoniana?
«Sono stato capace di odiare e distruggere,» si disse Okikono, scuotendo la testa mestamente. «Non è in me il seme che possa generare un mondo migliore. Cosa lascio in retaggio a coloro che verranno? Solo morte e rovine.» Il suo sguardo spaziò tutt’intorno, per il paesaggio deserto e silenzioso. «Il mio tempo volge alla fine,» riprese Okikono. «Ed è giusto uscire di scena. Altri verranno dopo di me, altri uomini intrepidi e intelligenti, che con migliori propositi ricostruiranno ogni cosa. Possa il magnanimo Ulan illuminare le loro menti, perché quanto è accaduto non si ripeta mai più.» Rimase un momento in silenzio, la testa reclina, quindi, dopo un lungo sospiro: «Troppo grande è il male causato dalla mia stoltezza perché mi si possa perdonare. E se pure qualcuno fosse disposto a farlo, come potrei non provare rimorso per le mie azioni?... Niente potrà cancellare l’empietà della mia mente, né l’arroganza del mio orgoglio, né la sciocca ostinazione dei miei pregiudizi. Soltanto reprimendo me stesso potrò espiare la colpa che grava la mia coscienza. Non c’è altro modo per rendere giustizia al sangue di milioni di innocenti.» Tacque ancora, poi, con voce vibrante: «Che la mia morte possa riscattare una dignità sacrificata alla cieca ambizione.»
Ciò detto, estrasse la pistola dalla fondina con mano che tremava. Esitò per un attimo… se la puntò al cuore.
Una cupa esplosione echeggiò nelle lande deserte e solitarie di Luton.

giovedì 7 novembre 2013

PULP di Claudio Biondino




L’avventuriero spaziale, veterano delle terribili Guerre della Polpa, si sente soddisfatto degli ultimi cambiamenti fatti sulla sua nave: ha eliminato tutti gli specchi e gli schermi interni. Da tempo, gli rimandavano solo l’immagine di un tizio vecchio e pelato, con l’uniforme sbiadita, che portava delle pistolette giocattolo ai lati della pancia debordante.
Ma non è il momento di soffermarsi su queste trivialità, pensa l’avventuriero. Il suo arci-nemico, il gigantesco mostro verde di Plutone, gli ha dato appuntamento per parlare. È l'occasione che cercava per costringerlo ad accettare uno scambio di prigionieri.
Le due navi si trovano una di fronte all’altra, con gli anelli di Saturno a fare da sfondo. La olocomunicazione, inaspettatamente, è amichevole; come tra due vecchi colleghi, che da tempo non si prendevano un momento per parlare delle cose della vita. Il mostro verde, forse con troppa facilità, annuncia infine la sua resa incondizionata e il suo ritiro al ricovero delle minacce spaziali, oltre la nube di Oort. I prigionieri, afferma, sono già liberi di andare dove vogliono.
L'avventuriero spaziale, con le lacrime agli occhi, non dice niente. Si limita a girarsi di spalle e a puntare la nave verso la sua vecchia patria azzurra. Anche se il terribile mostro non glielo ha detto, l’avventuriero capisce che la sua amica, la ragazza delle stelle – che non è più una ragazza ma continua a essere il suo unico amore - ha scelto di fermarsi sulla nave del suo eterno rivale.

(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

lunedì 4 novembre 2013

L’INDICIBILE SEGRETO di Fabio Calabrese



 Io non so se faccio bene a raccontare questa storia. La persona, il caro amico che me l'ha rivelata in strettissima confidenza, mi ha raccomandato il segreto, ma io non sono persuaso che tenerla nascosta sia la cosa migliore, anche perché è qualcosa che potrebbe permetterci di gettare una nuova luce sul modo in cui consideriamo “la vita, l'universo e tutto quanto”, per dirla con il compianto Douglas Adams.
Poiché non sono ancora riuscito a dissipare i dubbi che opprimono il mio animo, ho deciso di ricorrere a un compromesso: racconterò questa storia, si, ma sotto forma di racconto fantastico, e chiunque sarà liberissimo di non crederla, anzi sono più che certo che la stragrande maggioranza la riterrà una pura invenzione speculativa.
La persona di cui vi voglio raccontare la storia, oltre ad essere un mio caro amico da moltissimi anni, è un personaggio piuttosto noto fra gli appassionati di fantascienza, anche se non al grosso pubblico: Donato Altamura nativo di Moffetta in provincia di Bari.
Parecchi anni fa, Donato stava per convolare a giuste nozze con la sua prima moglie, Annamaria Altamura detta Mariella, quando facendo le pratiche per il matrimonio, saltò fuori un impedimento. I due non avevano solo lo stesso cognome, ma condividevano anche un qualche grado di parentela, erano cugini di terzo o quarto grado.
Per la legge civile, la cosa non costituiva un problema, ma al riguardo la Chiesa è notevolmente più rigida, e poiché i due intendevano sposarsi con rito religioso, occorreva la dispensa della curia. 
Donato presentò per tempo la prescritta richiesta ma, a quanto pareva, la curia non aveva nessuna fretta di rispondere, e così lui fu costretto a posticipare la data del matrimonio. Figuratevi la situazione: voi sapete che nel nostro meridione c'è l'usanza che i matrimoni siano piuttosto sfarzosi e impegnativi: era stato prenotato un ristorante di lusso per il pranzo di nozze, erano stati spediti centinaia di inviti ad amici e parenti vari sparsi un po' dappertutto, e ora occorreva far slittare la cosa.
Quando, sempre in attesa della dispensa della curia, cominciava a profilarsi un secondo rinvio, Donato non ne poté più, e dovendo recarsi a Bari per lavoro, decise di andare alla curia e cercare di parlare direttamente col vescovo.
Chi conosce Donato sa che è un tipo fisicamente di una certa imponenza e caratterialmente irruento. Una volta arrivato in curia, si trovò davanti un segretario, un pretino minuto e azzimato che tentò inutilmente di rabbonirlo.
“Niente da fare”, disse il mio amico, “Finché non mi date in mano la dispensa o non parlo di persona con il vescovo, io da qui non mi muovo”.
“Va bene”, sospirò il segretario, “vedrò cosa posso fare”.
Si fece seguire da Donato attraverso una serie di uffici, stanze, corridoi, in alcuni dei quali il mio amico notò impalcature e ponteggi.
“Dovete avere pazienza”, disse il pretino, “stiamo facendo alcuni lavori di ristrutturazione”.
Alla fine, il segretario aveva portato Donato in una stanza arredata con una certa pretenziosità, dove c'erano un lungo tavolo e tutt'attorno due file di sedie imbottite. Aveva tutta l'aria di essere una sala da pranzo.
“Siamo negli appartamenti privati di sua eminenza”, disse l'uomo, “se ha la bontà di attendermi, vedrò se può riceverla”.
Mentre il pretino si allontanava, Donato prese posto su una sedia rassegnato ad attendere e facendo appello a tutta la sua pazienza.
Passò un'ora, ne passarono forse due, e non accadde nulla. Conosco Donato abbastanza bene per sapere che anche se se ne stava pazientemente seduto in attesa, dentro di sé doveva ruggire come un leone ferito.
Infine tornò il segretario che gli disse con tono placido:
“Mi dispiace molto, ma sua eminenza è impegnato, per ora non può riceverla”.
In quel momento il mio amico dovette aver raggiunto il culmine dell'esasperazione. Mi ha confessato di non aver capito lui stesso cosa gli fosse frullato per la testa in quel momento.
Al lato opposto all'ingresso per il quale era entrato nella sala, c'era una porticina semiaperta attraverso la quale si scorgeva un locale che aveva tutta l'aria di essere una cucina dove, ben visibile si scorgeva un capiente frigorifero.
Fece un salto in quella direzione.
“Vorrà dire”, gridò, “che se non posso avere la dispensa, mi accontenterò del frigorifero!”
“Si fermi!”, gridò il segretario, “altrimenti chiamo la polizia”.
Donato non se ne diede per inteso, e cominciò a vuotare il frigo degli alimenti che conteneva.
Nella ghiacciaia, sotto i surgelati, gli capitò fra le mani qualcosa. Avvolta in uno spesso strato di cellofan per proteggerla dall'umidità del frigo, c'era quella che aveva tutta l'aria di essere una cartella per documenti.
D'un tratto capì. Ma certo! Se si volesse nascondere qualcosa veramente al sicuro, dove la si potrebbe mettere? Non in una cassaforte che potrebbe sempre essere svaligiata, ma là dove nessuno si sognerebbe mai di cercarla.
“Bene, vediamo cosa c'è qui”, disse.
Il segretario era impallidito.
Bisbigliò quasi senza voce: “Non la tocchi, per carità”.
Donato tolse l'involucro di cellofan e aprì la cartella: conteneva dei fogli, dei documenti, erano pagine fotocopiate. Le scorse, alcune sembravano la fotocopia di un documento molto antico, un rotolo pergamenaceo che, data la lunghezza dell'originale era stato fotocopiato con tre copie in sequenza; una scrittura molto antica e illeggibile, gli parve ebraico, poi c'erano alcuni documenti scritti, gli parve, in una specie di dialetto pugliese strano e arcaico, difficile da comprendere, e in un francese anch'esso poco leggibile, o forse era provenzale.
“E' meglio che li metta giù”.
L'uomo che aveva parlato era arrivato silenziosamente alle spalle del segretario: era un uomo anziano dall'aria mite. Donato lo riconobbe subito, era sua eminenza il vescovo.
“Eminenza”, rispose, “con tutto il rispetto, non ci penso nemmeno!”
“E cosa pensa di farne, cosa crede di poterne fare?”, chiede di rimando il vescovo con aria serafica.
“Questi”, rispose il mio amico che all'improvviso si sentiva stranamente audace, “devono essere documenti importanti che non desiderate siano divulgati. Li posso far arrivare alla stampa. Io non conosco l'ebraico, ma ci sarà senz'altro qualche specialista in grado di tradurli. Ho l'impressione che si tratti qualcosa di simile ai rotoli del Mar Morto, ma quella che voglio è solo la dispensa per potermi sposare. Me la faccia avere e mi spieghi cosa sono questi documenti, e glieli restituirò e terrò la bocca cucita finché vivo”.
“Vedo”, rispose il vescovo con grande calma, “che vuole passare notti insonni torturandosi con dubbi angosciosi sul significato della sua fede, come faccio io ormai da molti anni. Mi segua”.
Fece strada a Donato verso uno studiolo privato, lasciando da solo il segretario sempre più allibito.
Questo nuovo ambiente era molto semplice, spoglio: conteneva solo un tavolo, due sedie, una libreria alla parete e nient'altro.
Dopo aver preso posto, l'ecclesiastico fece cenno a Donato di sedersi.
“Quei documenti nella cartella che lei tiene sottobraccio”, disse, “sono la prova di un mio peccato. Molti anni fa fui chiamato dal Vaticano per tradurre dei documenti che erano stati trovati nella Francia meridionale: una parte di essi è in una sorta di dialetto pugliese risalente ai primi secoli del Medio Evo. Avrei dovuto mantenere il più assoluto riserbo, ma non ho resistito alla tentazione di fare delle fotocopie. Gli originali sono ora in Vaticano, ben custoditi, ma non è questo che mi preoccupa, è il loro contenuto”.
Si interruppe un attimo come per raccogliere le idee, poi proseguì:
“Le dice qualcosa il nome di Otto Rahn?”
“Francamente no”, rispose Donato, “Il nome mi sembra tedesco”.
Molto più tardi, quando il mio amico mi ha raccontato questa storia, mi ha detto che era un peccato che all'epoca Dan Brown non avesse ancora pubblicato Il codice Da Vinci, altrimenti quel nome e la vicenda che stava per ascoltare gli sarebbero stati subito molto più familiari.
“Esatto”, proseguì il prelato, “Otto Rahn era un esoterista tedesco che fra le due guerre mondiali pubblicò un libro che fu un bestseller dell'epoca, Crociata contro il Graal, nel quale raccontava questa storia che io le espongo in estrema sintesi: durante le crociate i cavalieri templari avrebbero trovato in Terrasanta la reliquia nota come Santo Graal, il calice dell'Ultima Cena, o quello dove sarebbe stato raccolto il sangue colato dalla ferita del costato di Nostro Signore. A questa reliquia sarebbero legate la grande potenza raggiunta dall'ordine templare e la sua distruzione. Dopo la fine dell'ordine templare, il Graal sarebbe stato portato da alcuni templari superstiti in Linguadoca presso i Catari, un movimento ereticale dove i superstiti dell'ordine avrebbero trovato rifugio. La crociata bandita nel XII secolo contro i Catari dal papato e dal regno di Francia, avrebbe avuto lo scopo di recuperare la reliquia.
Heinrich Himmler, il temuto capo delle SS hitleriane era un patito di esoterismo, e ammirava Rahn al punto da nominarlo maggiore delle SS. A un certo punto però, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, Rahn scomparve misteriosamente. Lei immagina come?”
“Francamente non lo so”, rispose Donato.
“Glielo dico io”, rispose il vescovo, “Lo facemmo sparire noi, la Chiesa cattolica, voglio dire. Rahn non era un nazista e chiese il nostro aiuto: la possibilità di concludere i suoi giorni in santa pace in un luogo segreto e con una falsa identità in cambio dell'impegno a non divulgare quella parte della storia di cui era venuto a conoscenza che non aveva reso pubblica, quella veramente pericolosa per la fede cristiana”.
“Ahhh!”, fece Donato.
“E immagino”, proseguì il vescovo, “che non le dica nulla nemmeno il nome di Berenger Sauniere”.
“Infatti”, ammise Donato.
“Era un religioso vissuto nell'ottocento”, proseguì il vescovo, “Fu nominato parroco di Rennes Le Chateau, un paesino alle pendici dei Pirenei, una parrocchia molto povera con nulla di speciale tranne il fatto di trovarsi a due passi da Montsegur, l'ultima e quasi imprendibile fortezza dei Catari che le forze del re di Francia riuscirono a espugnare solo dopo un durissimo assedio. Al tempo della sua nomina, lo stesso Sauniere non aveva in tasca, come si suol dire, un soldo bucato.
A un certo punto, Sauniere si mise a fare dei lavori di restauro nella sua chiesa; da solo, credo, perché non aveva di che pagare maestranze. In un incavo sotto l'altare maggiore, trovò dei documenti, credo fossero gli stessi che si trovano nella cartella che lei tiene in braccio, voglio dire gli originali, non le copie che ho fatto io. A questo punto, tutto cambiò: Sauniere si trovò all'improvviso ad avere una grande disponibilità di denaro: si fece costruire una lussuosa villa, Villa Betania, e cominciò a fare frequenti viaggi a Parigi, frequentando salotti ed ambienti non proprio consoni per un ecclesiastico. Quando giunse in punto di morte, si confessò dal curato della vicina Rennes Les Bains, che rifiutò di dargli l'assoluzione”.
Il prelato s'interruppe nuovamente, come soppesando con attenzione ciò che stava per dire ancora.
“Pensi ai catari”, esclamò con una certa foga, “e ancora di più ai templari prima di loro! I catari erano un movimento ereticale uno dei tanti che pullulavano nell'Europa medievale, e quasi all'improvviso diventano una potenza tale che il re di Francia se ne sente minacciato e la Chiesa è costretta a bandire una crociata contro di loro. I templari, è una storia ancora più incredibile: Uno sconosciuto cavaliere che di certo non appartiene a una casata di prestigio, Ugo di Payns, che è come dire Pinco Pallino, si presenta alle autorità ecclesiastiche e dice di voler costituire un ordine per difendere dagli infedeli la Terrasanta liberata dalle crociate. Non solo viene preso sul serio, ma il compito di stendere la regola del nuovo ordine viene affidato a Bernardo di Clairvaux, il più insigne teologo dell'epoca. Ugo si presenta al re di Gerusalemme con undici compagni, e questo di botto gli affida il compito di proteggere le vie dei pellegrini e gli assegna come sede il tempio di Salomone, da cui viene poi il nome dell'ordine. In poco tempo i templari diventano un ordine potentissimo e ricco, una vera forza politica da cui la stessa corona francese è arrivata a sentirsi minacciata. Tenga presente che a Payns da cui era originario Ugo nei primi secoli del Medio Evo si era insediata una colonia di monaci provenienti dall'Italia meridionale, probabilmente pugliesi. Cosa le dice tutto questo?”
“Francamente non lo so”, ammise Donato.
“Che santa madre Chiesa è sciaguratamente ricattabile, che Ugo di Payns, Bernger Sauniere, gli stessi catari sono riusciti a estorcerle grandi quantità di denaro, minacciando la divulgazione di un segreto che potrebbe distruggere la religione cristiana. Lei immagina di cosa potrebbe trattarsi?”
“Beh, il Santo Graal, immagino”, rispose il mio amico.
Il vescovo ebbe uno strano sorriso.
“Il Santo Graal?”, commentò. “Quella è solo una copertura. Guardi, nel XIII secolo i crociati hanno portato in Europa la Sacra Sindone, si tratta di una reliquia della stessa importanza di quella che potrebbe avere il Graal, se esistesse, le sembra che abbia messo in qualche modo in pericolo la fede cristiana? No, si tratta di un segreto che potrebbe far vacillare il cristianesimo dalle fondamenta. E' sicuro di volerlo conoscere, non pensa che potrebbe gettarla nella disperazione?”
Non attese la risposta del mio amico, e chiese:
“Lei cosa ne sa di teologia o filosofia?”
“Non molto”, rispose Donato, “ho un altro tipo di cultura, sono un ingegnere”.
“Bene”, disse il prelato, “Cercherò di essere più semplice che posso. Uno dei più accaniti atei dell'ottocento è stato il filosofo James Mill, padre del più noto John Stuart Mill. Egli pose una domanda provocatoria: “Chi ha creato Dio?” Se si risponde che qualcuno l'ha creato, si va ad un regressus ad infinitum di divinità di grado man mano superiore, se si risponde che Dio esiste di per sé, allora perché Dio si e l'universo no? Le faccio notare che questo argomento è stato ripreso pari pari da Richard Dawkins, uno dei più accaniti atei della nostra epoca”.
“In realtà”, proseguì il vescovo dopo essersi umettato le labbra, “una risposta ce l'abbiamo e in parte si trova proprio in quei documenti, ma non la possiamo divulgare”
“Perché?”, chiede Donato.
“Perché metterebbe in crisi il concetto di peccato originale e con esso quello del significato dell'incarnazione. Meglio sopportare l'animosità di pochi atei che mettere in crisi la fede delle masse cristiane.
Le faccio notare che il concetto di auto-creazione non è logicamente inconcepibile. Le faccio un esempio tratto dalla matematica lei sa che qualsiasi numero – zero compreso – elevato alla potenza di zero, equivale a uno: zero, cioè nulla, la base, zero la potenza, ma il risultato è uno, cioè qualcosa. Naturalmente, non ha senso parlare di qualcosa posto prima o al di fuori di Dio e dell'universo da lui creato, perché è con Dio che hanno cominciato a esistere il tempo e lo spazio. Capisce ora che cos'è che ha tra le mani?”
“No”, ammise Donato che si trovava nella confusione più completa.
“Si tratta di una pagina mancante della Bibbia, una pagina CENSURATA della Genesi. Tenga a mente il concetto che le ho esposto. Vi deve essere un luogo dove è cominciato tutto, un luogo che potremmo in un certo senso considerare il luogo d'origine di Dio, un luogo che potrebbe trovarsi su questo stesso pianeta, e questo metterebbe in crisi anche il copernicanesimo, e io credo che possa trattarsi proprio della nostra Puglia”.
“Che cosa?”, Donato sobbalzò.
“Ha notato che in vari punti del Vangelo Gesù viene chiamato Il figlio dell'Uomo. Non le è mai sembrato strano, dal momento che il dogma dell'incarnazione ci dice precisamente che Nostro Signore NON ERA figlio di un uomo?”
“Non ci avevo mai pensato”, ammise Donato.
“Si tratta probabilmente”, proseguì il presule, “di un errore della traduzione greca. In greco “uomo” è “ANER”, genitivo “ANDROS”, è probabile che in realtà dovesse significare “figlio di Andria”.
“Cosa, ma allora...”
“Allora”, rispose quietamente il vescovo, “noi siamo i paesani di Dio”.
“Ma”, replicò Donato, “gli ebrei, il popolo eletto...”.
“Lo sa”, rispose il vescovo, “come è stata scritta la Bibbia? Per successive aggiunte al Pentateuco, i primi cinque libri scritti da Mosè che cominciano con la Genesi, il libro delle origini. Mosè pare fosse in corrispondenza con Pitagora, e Pitagora e i pitagorici hanno bazzicato parecchio da queste parti”.
“Straordinario”, commentò Donato, “ma ancora non capisco perché questo sarebbe un pericolo per la fede cristiana”.
“Gliel'ho detto, perché rimette in discussione il concetto di Peccato Originale. Guardi, io non voglio dire che Dio parlasse pugliese, ma diciamo che nella parlata della nostra gente si è conservato qualcosa del modo di esprimersi divino e, come racconta quella pagina censurata della Genesi, la storia del Peccato Originale potrebbe essere stata tutta un malinteso. Dio avrebbe detto agli angeli di tenere Adamo ed Eva lontani “dal méle”, e costoro avrebbero capito “dalle mele”.
Rendendosi conto di essere stato frainteso, l'Altissimo avrebbe precisato:
“Ma no, ma no, possono mangiare tutta la frutta che gli pére”.
E a questo punto gli angeli sarebbero andati del tutto nel pallone.
Come sono andate poi le cose, lo sappiamo tutti”, aggiunse il vescovo con aria sconsolata.

sabato 2 novembre 2013

HOTEL ZEPELIO di Adriana Alarco de Zadra




      Ho deciso di avventurarmi in una delle Vacanze da Sogno offerte dai nuovi Hotel Volanti Zepelio, che girano attorno al pianeta con le pareti piene di immagini della galassia, avvicinandoci a stelle, satelliti e asteroidi, che mai prima avremmo pensato di vedere tanto da vicino. Quelli che fluttuano sotto la superficie degli oceani mostrano il mondo degli abissi e degli animali che popolano tali territori acquatici. Ci sono Hotel Volanti che transitano sopra le montagne e le cime innevate delle catene montuose più alte del mondo, regalando la sensazione di vivere in mezzo ai ghiacciai perenni.
Io ho scelto di visitare la foresta. Il capitano dello Zepelio ci illustra la meraviglia tecnologica che è questa nuova invenzione e le sue caratteristiche di estrema sicurezza, mentre lo ascoltiamo comodamente seduti. Copio sul mio diario le sue parole:
Qui, come in tutti gli altri luoghi, lo Zepelio è sorretto da un dirigibile che utilizza un nuovo tipo di combustibile gassoso, il Blaugas 15M, non infiammabile, leggero come l'aria e che permette una navigazione a quota costante in condizioni di clima sereno. Ci informa anche che viaggiamo a un’altezza sufficientemente sicura dai pericoli circostanti, come possono essere animali selvaggi e luoghi occupati da una vegetazione debordante. Pertanto spero che non ci imbatteremo in giaguari, puma, tapiri, leopardi, boa e altre creature feroci.
Questo dirigibile ha un sollevamento statico e attraversa territori ancora disabitati, dove si può trovare bellezza, tranquillità e riposo ammirando paesaggi inusuali e totalmente fuori portata dalla mano distruttrice dell’uomo.”
Siamo contenti. La struttura quasi rigida dello scafo del dirigibile Z.R.S. 4/5, secondo il capitano, è indeformabile. La potenza motrice e la sua estrema stabilità ne fanno il più moderno tra gli hotel volanti. Le sue porte e finestre si manovrano in modo dinamico, aprendosi e chiudendosi con pulsanti comandati dall’energia solare.
Attraverso le pareti trasparenti vediamo orchidee meravigliose che si arrampicano sugli alberi e vivono sui rami più alti, cercando la luce. Scopriamo le cime di alberi altissimi come la caoba dal legno rosso, che si alza più di cinquanta metri sopra il suolo, cedri color ocra, castagni e cataguas dal tronco bianco.
Attraversano il cielo, come macchie variopinte di nuvole infiammate, i pappagalli a stormo, cocorite, parrocchetti, are dai colori vivaci, mot mot, martin pescatore verdi, hoatzin, fringuelli, tanagra e trombettieri. Più in alto, volano lenti ed eleganti i condor reali della foresta.
I vetri ingrandiscono la visuale perciò osserviamo farfalle enormi e insetti incredibili e possiamo studiare le loro abitudini, comodamente seduti su poltrone gonfiabili.
Nelle ore notturne, le lucciole e altri insetti luminosi compaiono in cielo come milioni di stelline e lampioni che si accendono e si spengono nell’oscurità della foresta. A tratti si accende l’interfono e il capitano ci permette di ascoltare il suono che produce la foresta, il vento, le grida i canti e i lamenti dei mille animali che ci circondano. È un luogo meraviglioso, con questo fiume immenso di acque impetuose, che si snoda in mezzo della vegetazione come un serpente gigantesco. Ho osato aprire la porta di sicurezza al mio fianco per sentire l’odore di questo mondo e sta piovigginando. Chiudo rapidamente quando il pilota ci dice che è vietato aprire le porte e che dobbiamo stare tranquilli. Tuttavia, la pioggerellina si sta convertendo in un acquazzone e dopo poche ore si ascoltano venti rabbiosi ruggire fuori dall’hotel. Nonostante questa zona sia colpita da frequenti cicloni, non sono previste perturbazioni atmosferiche di estrema violenza. Lo Zepelio è sceso quasi a livello dell'acqua in mezzo alla laguna e vediamo sulla riva alcuni caimani neri che aprono le fauci affamate, serpenti che si intrecciano nella boscaglia, pesci enormi che affacciano la testa tra le acque.
Fuori, il vento agita la vegetazione e con apprensione vediamo passare vicino alle finestre rami e tronchi spezzati, trasportati dalla corrente d’aria.
Attraverso la sottile fessura della porta, entra una fila che si trasforma poi in una macchia scura. Sono formiche. Il temporale infuria e la comunicazione è interrotta.
Il pilota ci informa che le formiche del luogo sono particolarmente carnivore, aggressive e predatrici. Fanno spedizioni di caccia sotto la pioggia superando tutti gli ostacoli, anche acquatici, formando con i loro corpi una catena che funziona come ponte. Questo non è tranquillizzante, ma non ci spaventeremo per un po’ di formiche.
Tuttavia il capitano ripete che le formiche attaccano mordendo, dissanguando e spezzando qualunque essere vivente attraversi il loro cammino. Penso che stia delirando. Avrà qualche problema psicologico contro gli insetti? Cerco di arrivare alla cabina del pilota, per pregarlo di sollevare l’hotel volante - perché siamo molto vicini al suolo e ci colpiscono i rami degli alberi - o di chiedere aiuto alla Centrale degli Hotel Zepelio, e cammino pestando le formiche che sono entrate nel perimetro.
Sentiamo un grido terrificante. Non riusciamo a capire cosa stia accadendo però, all’aprire la porta di comunicazione, esce il capitano muovendo le braccia in preda alla disperazione, coperto totalmente di formiche che lo stanno divorando. Ora sì, corriamo verso la porta di sicurezza del Z.R.S.  4/5, ma non possiamo aprirla. Siamo prigionieri di questo posto e l’uscita è bloccata. Non posso scrivere di più perché mi si arrampicano le formiche su per le gambe e da tutte le parti...

Nota giornalistica:
Un ciclone con eccezionali raffiche di vento ha spazzato la zona della Laguna Sacra lo scorso fine settimana. Finora non si sono trovate impronte né tracce di superstiti. L’Hotel Zepelio era interamente ricoperto e abitato da enormi formiche rosse, alate, cacciatrici, guerriere, “proiettile”, e carnivore. La Centrale degli Hotel Volanti ha intrapreso la disinfezione e la fumigazione dei locali. Si presume che i turisti e il pilota abbiano abbandonato il luogo. Si contina a cercarli nei dintorni.
Interrogata, un’abitante del luogo ha affermato che Madre Natura castiga i turisti che osano violare il Sacrosanto Spazio Aereo della Cattedrale Medioambientale e che se non ci sono sopravvissuti probabilmente è perché sono stati presi dalle formiche giganti. Queste fantasie non ci impediscono di sperare in un pronto salvataggio dei coraggiosi turisti che si sono avventurati pochi giorni fa nella foresta, per le loro Vacanze da Sogno nell’Hotel Zepelio. Tra gli oggetti dei passeggeri è stato ritrovato un diario molto danneggiato, il cui testo le autorità stanno cercando di decifrare, per sollevare il velo di mistero che circonda questo episodio.

(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

venerdì 1 novembre 2013

AVATAR di Sergio Bissoli





L’universo spirituale vibra di scintille e di colori. L’Oltremondo è percorso da correnti di luci variegate, fluttuanti, pulsanti, apportatrici di conoscenza e di bellezza.
Qui la pace è dinamismo, gioia, creatività, potenzialità. Qui hanno origine molte cause in un armonioso susseguirsi di onde attraverso le dimensioni.
E dimensioni misteriose e sublimi si profilano ancora più in alto, ancora più aldilà della mia capacità di comprensione e intuizione.
Sopra tutto e dentro tutto si riflette l’Energia Primordiale vivificatrice e tessitrice di questo multiforme schema.
I pensieri degli altri interlocutori fluiscono attraverso me apportando scambi di informazioni e di esperienze. Uno fra gli altri, che mi ha accompagnato e guidato durante il percorso dell’evoluzione, adesso mi parla:
“Tu hai completato il lungo e doloroso ciclo delle incarnazioni. Un cammino di luce si stende ora davanti a te in dimensioni spirituali sempre più sottili e perfezionate. Questa è l’ultima possibilità che hai di ridiscendere nella materia, non più come uomo ma come avatar, oppure di abbandonare la materia per sempre. Che cosa scegli?”
Una parola si irraggia vibrante dal mio essere:
“Avatar. Sarà un piacere diventarlo, poiché ora sceglierò di nascere nella ricchezza”.
“Sarebbe una incarnazione sprecata! Per poter vivere intensamente la tua incarnazione, per avere più sensazioni, più esperienze, ti conviene rinascere nella povertà. Perché vuoi discendere ancora una volta fra la miseria, l’ignoranza, le malattie?”
“La compassione per gli incarnati, per tutti gli incarnati, mi spinge a farlo”.
“Gli incarnati non ti riconosceranno. Se insegni a loro, essi non ti crederanno. Se acceleri la loro evoluzione essi ti ostacoleranno. Se li guarisci essi ti odieranno. Solo dopo la tua morte, solo molto tempo dopo, alcuni incarnati godranno dei tuoi doni e ti riconosceranno. Vuoi tu dunque?...”
“Avatar. Poiché adesso ho la certezza che tutta la materia è solamente illusione”.
“Ma per poter vivere intensamente l’incarnazione nella materia tu dovrai credere ciecamente nella materia. Così durante l’incarnazione tu perderai la conoscenza dell’Oltremondo, ti sarà oscurata la memoria delle tue vite passate e di tutte le tue esperienze. Vuoi tu ancora?...”
“Perderò momentaneamente queste consapevolezze, ma la vita è così breve, è solo un lampo e poi tornerò di nuovo qui”.
“60 anni di vita ti sembreranno lunghi e insopportabili. Sarai tormentato dai dubbi, dall’angoscia e da una inguaribile nostalgia che è l’eco del ricordo di questo Oltremondo. Vuoi tu ancora?...”
“Sì. Ci sarai sempre tu, Spirito Guida, insieme a me”.
“Io ti seguirò nella discesa nella materia. Ti proteggerò, ti ispirerò se me lo chiederai. Ma tu non mi vedrai e dunque non crederai in me. Vuoi tu?...”
“Avatar”.
“Allora programma la tua incarnazione e poniti delle tendenze per raggiungere i tuoi scopi e dei limiti che ti impediscano di allontanarti da questi scopi. Attento adesso a non sopravvalutare le tue forze. Sei pronto?”
“Sono pronto”.
Un turbine; un vortice che mi trascina giù, giù, sempre più in giù, dentro l’oscurità, dentro la pesantezza, giù dentro l’incoscienza di una nuova incarnazione.