lunedì 21 ottobre 2013

IL GOLEM di Giorgio Sangiorgi

La sciagura e l’ossessione

Yosseph Barouch non era certo una persona dal cuore leggero. Per lungo tempo aveva covato un odio soffocato nei riguardi dei suoi simili, e le ragioni di questo rancore erano ormai perdute nei meandri della sua infanzia.
I capelli di Yosseph erano precocemente incanutiti ed ognuno di essi pareva andare un po’ per conto suo, dando alla sua testa l’aspetto irto e spinoso di un roveto. Le sue mani erano lunghe e ben curate, anche se non potevano nascondere un tremito, che però lui preferiva imputare ai troppi caffè piuttosto che all’età avanzata.
Con lui c’era il suo amico Avraham, un ometto pingue e calvo. Essendo piccolo, Yosseph lo sovrastava di tutta la testa.
La stanza in cui erano rivelava, in ogni suo particolare, le origini ebraiche del proprietario. Simboli arcaici appesi alle pareti, un grandissimo candelabro d’oro a sei braccia sul caminetto. E sulla parete di fronte una libreria malinconica, ricolma di tomi polverosi, dai colori sbiaditi, sicuramente molto antichi e dai titoli inquietanti come Talmud, Sefer yetzirà o Zohar.
I due uomini erano seduti su due poltrone, sicuramente vecchie e logore quanto loro.
Avraham si guardava intorno nervoso. Da sempre impressionato dall’aspetto tetro di quella stanza e di quella casa, rigirava tra le mani un bicchiere ormai vuoto.
«Quello che vuoi fare è orribile, Yosseph,» trovò finalmente il coraggio di dire. «In tutti questi anni ho sempre cercato di esserti amico, anche se ora comincio a sospettare che da parte tua ci fosse solo dell’interesse… Tu mi stavi vicino solo perché volevi che ti cedessi il pezzo più raro della mia collezione di pergamene. Non l’avrei mai fatto e lo sai, perché anche tu hai un poco lo spirito del collezionista. Ma ora mi trovo in cattive acque…
«Me ne dispiace…» disse freddamente Yosseph.
«Non essere ipocrita…» lo fermò Avraham, che si stava infervorando. «Non posso provarlo, ma ora credo che dietro le mie attuali difficoltà economiche ci fossi proprio tu…»
L’altro non mosse un ciglio e Avraham continuò: «Prima di venire qui, ero anche rassegnato a cederti. Con la somma che mi offri potrei ripianare i miei bilanci e rimettere in sesto i miei affari… Ma ora, ora vedo cose che prima mi sfuggivano. Questi libri che prima consideravo solo una sorta di palcoscenico sullo sfondo del quale tu ti muovevi, ora mi parlano. E tutti insieme bisbigliano una sola cosa, un nome perduto che non dovrebbe mai più essere pronunciato: Golem!»
Detto questo Avraham si accasciò, come sfinito, sulla sua poltrona.
Yosseph, invece, con calma, si alzò dalla sua e si diresse alla libreria per estrarne un volume, che non doveva essere molto antico, al massimo dei primi dell’ottocento. Con pacatezza tornò al suo posto e glie ne mostrò la copertina che riportava un titolo inequivocabile: Golem.
«Una bella edizione, ormai introvabile,» disse sfogliandone qualche pagina. Poi ammise: «Hai ragione. Quella che ti chiedo di darmi non è solo il capriccio di un collezionista, un manoscritto ingiallito dal tempo… Come ora avrai certamente capito, su di essa è segnato uno dei nomi di Dio. Il segreto dimenticato da secoli e che serve a far vivere un golem… Pensa, Avraham, tu ed io… Insieme potremmo dare la vita ad un pezzo di argilla, come fece Dio con il primo uomo.»
«Ma perché? Perché una cosa simile…?» chiese Avraham, quasi accorato. «Che bisogno ne hai?»
Barouch si alzò e fece qualche passo nella stanza, con gli occhi vitrei di chi ricorda.
«Fin dalla giovinezza, ho sempre sentito pesare su di me la meschinità di questa vita. Tutti gli attimi che sprechiamo, occupati in atti inutili e vili. Cibarci, dormire… riprodurci. Infinite incombenze ricavate nel nulla di una vita senza scopo. Ma questo... Questo è sbirciare nello scrigno segreto riservato solo agli dèi. Questo è realizzare ciò che ad ogni uomo fino ad ora è stato precluso. Qualcosa che dà un senso, un brivido infinito…»
«Sei pazzo! Ecco quello che sei,» si adirò nuovamente Avraham. «Non pensi a Myriam, tua figlia? Lei si che meriterebbe tutte le tue attenzioni.»
«Oh! Quella…» rispose freddamente il suo interlocutore. «La dimostrazione vivente di quanto ti ho detto. Volevo generare la vita, ma ho sbagliato il sistema. Del resto cosa attendersi da un gesto così… animalesco. Una bambina sorda e cieca. Cosa vuoi che m’importi di lei…»
«Capisco,» fece Avraham stravolto da questa rivelazione. «Sì, adesso capisco che sei pazzo davvero. E piuttosto che dare in mano a te un potere così grande, preferisco distruggerlo…»
Dicendo questo, Avraham estrasse qualcosa dalla tasca e si diresse verso il fuoco acceso. Era la famosa pergamena e le sue intenzioni erano più che evidenti.
Nessuno avrebbe potuto sospettare che Yosseph fosse ancora tanto forte e veloce. In un istante aveva afferrato il polso di Avraham, per impedirgli di distruggere l’oggetto che egli tanto desiderava. Con l’altra mano invece lo colpì dietro la testa, con tanta forza che questi cadde esanime.
Subito fu sulla pergamena, antica ma ancora resistente. Per un attimo restò a guardarla, incantato. I colori erano ancora vivi e una Stella di Davide, di un sibillino color indaco, vi appariva in tutta la sua gloria. Vicino ad ognuna delle sei punte si vedeva un simbolo nero, mentre al centro, in rosso e nero, un’iscrizione che Barouch non tentò neanche di tradurre. Sapeva che era l’agognato e segreto nome di Dio.
A quel punto mise l’oggetto sacro in un tascapane che si mise a tracolla, per essere sicuro di tenerlo con sé.
Solo a quel punto si interessò nuovamente di Avraham. Costui era immobile, con la faccia a terra.
Yosseph lo girò e con raccapriccio si accorse che la sua vittima aveva una profonda spaccatura sulla fronte. Nella caduta, doveva aver battuto la testa sul rialzo del caminetto, che, ad una più approfondita immagine, si rivelò macchiato di sangue.
Fu allora che nella mente di Barouch scattò qualcosa che covava da molto tempo. Forse da quando era morta la moglie, in un brutto incidente, o da prima, quando era nata Myriam, chiusa in quel suo mondo impenetrabile. Un trauma comunque alimentato da quel sordo odio, quel profondo disprezzo per l’umanità, antico come lui stesso.
Afferrò dunque il cadavere del suo conoscente, per trascinarlo nelle cantine della casa. Un luogo nel quale mai nessuno sarebbe venuto a cercarlo. Fatto questo tornò di sopra, nella cucina, ove fece una discreta raccolta di strumenti da taglio. Alcuni coltelli, una vecchia mannaia.
Tornando in cantina, si fermò un momento davanti a una porta e l’aprì. La piccola Myriam dondolava ossessivamente sul suo letto, in cerca di un affetto che non aveva mai avuto. Per un attimo, Yosseph sentì quanto la odiava, fu tentato di usare tutto quel metallo su di lei e por fine a quella vita miserabile.
Poi fu preso dall’ansia di occultare ciò che aveva fatto di Avraham. Chiuse la porta e scese in cantina per svolgere il suo lugubre compito.
Maledetto grassone, pensava mentre lo riduceva in pezzi sempre più piccoli.

Divina creazione

Nei giorni seguenti fu disturbato solo una volta dalla polizia che era venuta a chiedergli se aveva visto Avraham. Lui scosse le spalle. Parlò dell’amico come di una conoscenza insignificante e superficiale. Disse di averlo conosciuto ad una mostra di antiquariato, il che era vero, e che i loro rapporti erano solo stati dettati da quella comune passione.
Il poliziotto non sospettava nulla.
Si sapeva che i due si conoscevano, ma Avraham lo frequentava comunque molto poco, perché stare con Barouch non era affatto piacevole. Quella sera poi, l’ometto non aveva detto ad alcuno dove andava. Forse perché si vergognava di essere sull’orlo della bancarotta.
Nessuno poteva sospettare Yosseph di omicidio, anche perché nessuno mai avrebbe potuto ritrovare il cadavere. Nessun cadavere, nessun omicidio. Andava da sé. Solo un tizio scomparso. Ogni tanto succedeva.
Liberato così da ogni angoscia, Yosseph si dedicò alla fabbricazione del suo amato golem, nello studio che aveva attrezzato, ormai da tempo, con tutto il necessario. Aveva studiato a lungo scultura, per poter dare alla sua creazione la forma più perfetta possibile. Così per giorni si dedicò a modellare l’argilla secondo le proporzioni del corpo, ricavando i pieni e i vuoti, i turgori dei muscoli, le spigolosità delle nervature.
Ogni giorno portava una ciotola di cibo alla figliola e la lasciava lì, come si farebbe con un cane. Poi correva alla sua opera ossessiva.
Finalmente gli parve che il suo Adamo fosse pronto. Lo aveva fatto grande, alto quasi due metri, con le fattezze di una sorta di Apollo, anche se il viso risentiva di alcune approssimazioni, dovute al fatto che Yosseph era pur sempre un autodidatta.
Finalmente è tutto pronto, pensò. I secoli guardano dentro questa mia casa e vedono un gigante costruito da un altro gigante.
Solennemente andò a prendere la pergamena che avrebbe creato la vita.
Con essa tra le mani si chinò sul suo capolavoro, nel cui petto aveva lasciato una nicchia. Con cautela vi inserì la pergamena e poi la cementò in quel torace, con nuova quantità di argilla.
Era il momento del rito.
Candele resinose bruciavano tutt’intorno. Lui si sedette su una sedia, che aveva sistemato ai piedi del golem sdraiato. Sulle ginocchia aveva un libro antico, dal quale lesse per ore le antiche formule rituali.
Alla fine, stanco, si appisolò.

Prima c’era il buio. Poi apparve una stella a sei punte. Infine c’era il Golem. Il Golem chi era? Il Golem cos’era? Il Golem era solo?

Due occhi scuri si aprirono.
Yosseph ebbe un fremito di paura. La sua creazione era in preda ad improvvisi sussulti e scuotimenti. La vita entrava nel colosso con violenza e lo faceva sobbalzare. Un fenomeno che presto si chetò.
Fu quando il petto del golem iniziò a sollevarsi lentamente. Un respiro affannoso riempi la stanza e, in un certo senso, spezzo la tensione che vi si era accumulata.
Il golem era vivo! E Yosseph era un Dio.
«Alzati!» gli ingiunse per saggiarne l’ubbidienza.
Il golem, con sua soddisfazione, si alzò. Con lentezza, faticosamente, ma si alzò.
Il sentimento di onnipotenza che si era accumulato in Yosseph da quando aveva messo le mani sulla pergamena, ora era centuplicato. Si sentiva il padrone del mondo. Ora che conosceva il segreto della vita, che conosceva, avendolo imparato a memoria, il segno che dava la vita, la vibrazione del rito che poteva far questo, ora poteva fabbricare un esercito di golem. Che lo avrebbe servito, che gli avrebbe ciecamente ubbidito. Un manipolo che avrebbe fatto di lui un dominatore,
E quella meraviglia d’argilla poteva essere un arma inesorabile, micidiale.
Dove provarla e gli diede il più ferale degli ordini, come un grido che Yosseph tratteneva nella sua gola da tutta una vita, la manifestazione dell’odio che ribolliva nelle sue vene.
«Vai! Vai, mio degno figlio, mia creazione assoluta. Vai e distruggi tutta l’umanità!»
Il golem però esitava.
Yosseph non si preoccupò. Un golem doveva ubbidire al suo padrone, così come solo la morte del suo padrone poteva impedirgli di portare a termine ciò che gli era stato ordinato. Era una macchina inarrestabile.
Yosseph ripeté l’ordine con maggiore enfasi: «Avanti, mostro! Vai e uccidi!»
Un comando che fece breccia nella semplice mentre di una creatura che non era poi così sofisticata. Barouch gli avevano dato un ordine ed il golem ubbidì.
Ubbidì a modo suo. Afferrò la testa di Yosseph tra le mani e strinse, strinse finché le sue potenti dita d’argilla vivente non vi penetrarono. Iniziò allora a roteare il corpo di Yosseph per aria, come fosse una frombola. E poi lo abbatté, più volte, seminando il caos nello studio ordinato.
Alla fine lo lasciò andare contro una parete, ormai privo di vita.
L’ordine dato al golem era stato eseguito. Una “umanità” era stata distrutta. Ora però che il padrone era morto, anche l’ordine era stato revocato.
Un certo equilibrio era stato ripristinato. Una vita era nata senza il consenso divino. Una vita era stata tolta senza il consenso divino.

Non parlo e non sento

Il golem, dopo alcuni minuti in cui parve non potersi più muovere, uscì dallo studio alla scoperta del mondo. Non conosceva le cose, non conosceva se stesso.
Non sapendo aprire una porta si limitò ad abbattere quelle che incontrava.
Però ad ogni passo, mentre il pavimento scricchiolava sotto il suo notevole peso, lui si sentiva più sicuro. Desiderava solo una cosa, uscire da quell’orribile casa.
Fu allora che sentì un rumore provenire da una delle stanze. Un’altra porta.
Provò ad aprirla più gentilmente e questa volta spaccò solamente la maniglia. Dietro vide un esserino piccolo piccolo.
Aveva dei capelli lunghi e biondi e con i suoi occhi quasi totalmente albini osservava un punto qualsiasi dietro di lui.
La bambina allungò le mani, per toccare e capire da dove venivano le vibrazioni che percepiva nella stanza. Sotto le sue dita passò il viso del gigante. Duro come la pietra, liscio come la ceramica.
Lui ricambiò il gesto e le toccò il viso. Non potevano comunicare più di così. Lei cieca e sorda. Lui praticamente muto e privo di ogni esperienza precedente. Che desolazione… Eppure.


La mattina dopo una strana coppia uscì a piedi dal paese.
Lui era molto alto e robusto. Nonostante la stagione già mite era molto imbacuccato, con un pesante cappotto e una sciarpa che non lasciava intravvedere quasi la maggior parte del suo viso.
Lei era una bambina con un buffo cappellino messo di traverso.
Si tenevano per mano, una piccola mano in un enorme mano guantata, e camminavano lentamente verso la campagna.
Dove stavano andando? Dove mai avrebbero potuto andare?
Quella notte aveva piovuto e le strade luccicavano già, sotto i raggi del sole che spuntava dall’orizzonte.




sabato 19 ottobre 2013

RISVEGLIO di Giuseppe Novellino



 Si era svegliato con l’odore di cavolo liofilizzato. All’apertura della scatola non si sentiva nulla. Solo quando la poltiglia giungeva a una certa temperatura, rilasciava quel sentore tra il dolciastro e il sintetico. Tutta la stanza doveva esserne impregnata, ma avrebbe dovuto uscire e subito rientrare, per rendersene conto. Per il momento il problema riguardava solo le sue narici.
Ancora nel letto, fece una panoramica su quella manciata di metri cubici che era tutta la sua dimora; si tirò su seduto e si stiracchiò con un certo piacere. Aveva dormito bene e aveva fatto anche dei sogni. Se li ricordava; quindi l’attività onirica doveva essere stata di una certa intensità. Complice, certamente, il cavolo liofilizzato della sera precedente.
La spia della consolle, in un angolo del locale, lampeggiava: stavano arrivando dei messaggi di routine. Bene, li avrebbe letti nel corso della mattinata.
Mise i piedi giù dal letto solo dopo essersi soffermato sull’arredamento, termine un po’ esagerato per definire quell’insieme di oggetti essenziali alla sua vita domestica: oltre alla branda, una seggiola girevole, un vecchio inginocchiatoio di legno, un fornello a induzione per riscaldare i pasti precotti, liofilizzati o surgelati, e un lavandino tutto incrostato di ruggine e calcare. Il resto era rappresentato dagli strumenti elettronici di comunicazione, indispensabili per il suo ministero.
Si avvicinò al distributore di acqua, inserì una monetina da due eurofigure per prenotare il prezioso liquido che gli sarebbe servito per tutta la giornata. Poi si lavò la faccia, riavviò i lunghi capelli ingrigiti e si inginocchiò per pregare.
– Signore – pronunciò, – tu che hai fatto i cieli e i mondi, tu che percorri con il tuo spirito gli spazi siderali e l’universo tutto, ascolta l’umile preghiera del tuo servo inutile, assistilo nel suo cammino. Fa in modo che noi tuoi figli riconosciamo la grandezza del tuo amore, rendici degni della tua grazia. Aiutaci a considerarla non un bene che ci spetti di diritto, ma un dono della tua infinita bontà. Amen.
Recitò quindi le Lodi del giorno.
Subito dopo uscì nel pianerottolo per vedere se c’era qualcosa nella cassetta delle esternazioni condominiali, situata a fianco della porta d’ingresso. Era un banale controllo quotidiano che lui faceva con puntualità. Voleva essere sicuro di non trovare qualche esternazione, qualche minaccia o semplice sberleffo nei suoi confronti.
Come al solito non trovò nulla che fosse degno di nota. Il che significava che non era mal visto o che passava del tutto inosservato. Nel contenitore di plastica c’erano solo una strisciolina di nastro colorato, una monetina da un centesimo fuori corso e un pupazzetto di gomma. Esaminò quest’ultimo: era un personaggio della collezione Ifix-Pioniers, per ragazzi. Presentava una capigliatura lunga e grigia, molto somigliante alla sua. Quello forse poteva essere un messaggio, ma abbastanza innocuo e comunque poco chiaro, lasciato da qualche monello, di quelli che nelle ore pomeridiane e serali andavano su e giù per le scale dell’immenso caseggiato, giocando a rincorrersi e a esplorare rampe e anditi poco frequentati.
Quindi niente esternazioni liberatorie nei suoi confronti. L’ipocrisia di quella società non lo chiamava direttamente in causa. In un mondo così degradato e diviso in classi, era proibito usare termini troppo forti, espressioni volgari. Questo contrasto lo lasciava molto perplesso, prima ancora che indignato. Nella comunicazione era stato imposto quello che una volta (suo padre se lo ricordava) veniva chiamato politically correct. Non che la gente si astenesse dal dire parolacce, ma cercava di non cadere in errore fuori dall’intimità domestica e dal piccolo gruppo sociale di appartenenza. Le cassette delle esternazioni condominiali era un rozzo espediente, consentito dalla legge, per dare sfogo alla volgarità repressa.
Dedicò una fuggevole occhiata alla desolazione del pianerottolo, situato al diciassettesimo piano. Era praticamente ingombro di cartacce unte e di lattine. Notò perfino un assorbente femminile sporco di sangue. Sui muri campeggiavano scritte per lo più oscene, fatte con le bombolette. La maniglia dell’ascensore era immancabilmente rotta.
Gettò il pupazzetto in un cestino stracolmo di rifiuti e rientrò nel suo alloggio. Sì, l’odore di cavolo liofilizzato ristagnava nel locale poco illuminato.
Guardò l’orologio. Era quasi l’ora della Santa Messa. Si sedette alla consolle e programmò il rito che sarebbe stato trasmesso nella rete. Come omelia scelse la 47/B, perfettamente adattabile al Vangelo del giorno (Luca 9, 49-50). Fece copia-incolla, inserì il tutto e poi si mise in uno stato di raccoglimento. La sua immagine olografica, rivestita dei paramenti feriali, sarebbe stata ricevuta da altre persone, non solo sulla Terra, ma anche sulla Luna e sulle tre stazioni spaziali nell’orbita del pianeta.
Egli diede voce al suo etereo simulacro. – Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Era abituato a vedersi in quel modo nel monitor di controllo, i lineamenti del volto un po’ diversi da come si presentavano nella realtà.  La sua concentrazione divenne completa e gli consentì di celebrare al meglio la santa liturgia. Tutti lo vedevano circonfuso della dovuta sacralità, mentre in effetti se ne stava in ciabatte infradito, t-shirt e calzoncini corti davanti a una consolle.
Al momento della consacrazione, prese l’ostia e il calice, li alzò pronunciando le parole del rito. E qui non poté, ancora una volta, non considerare la differenza tra la sua situazione del momento e l’immagine che doveva arrivare a tante persone. Appariva letteralmente trasfigurato, con un volto che non era propriamente il suo ma che tutti ormai riconoscevano. Ecco, si stagliava sull’altare neobarocco in basalto lunare, tra fumi d’incenso e i bagliori policromi dei faretti alogeni.
Ma una nota di insoddisfazione si insinuò nel suo animo quando, più tardi, ebbe riascoltato la registrazione dell’omelia. Quel breve brano del Vangelo era di grande attualità: “ – Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci. Ma Gesù rispose: - Non glielo impedite, perché non è contro di voi, è per voi.” Insomma era stata troppo affrettata la sua decisione di adattarvi un’omelia predefinita. Va bene che si trattava di una messa feriale, ma in quel brano biblico riecheggiava un dibattito molto acceso fra i teologi del momento, dopo che qualcuno aveva cominciato a predicare che dallo spazio esterno veniva una nuova energia spirituale. Sarebbe stato giusto inserire a caldo un suo pensiero in proposito.
Arrivarono le prime comunicazioni riguardanti la Messa.
Apparve l’immagine olografica di Padre Mc Allister di Bristol - Connecticut.
– Buongiorno, Santità.
– Buongiorno a lei, reverendo. Che mi dice a proposito della lista per l’udienza di domani, mercoledì 14 maggio 2089?
– Ecco, Santità…
Una luce verde si accese e su un monitor cominciarono a scorrere i nomi dei notabili che sarebbero stati ammessi alla sua presenza virtuale.
Francesco IV esalò un sospiro e si abbandonò contro lo schienale della sedia.
    
    

giovedì 17 ottobre 2013

CRISI DEMOGRAFICA di Fabio Calabrese






Passo con l'automobile per le strade deserte e ingombre di rifiuti della periferia. Quasi tutte le case sono vuote, buie. Dietro i vetri rotti delle finestre si intravedono i polverosi ricami di enormi ragnatele. Sarebbe uno spettacolo squallido se l'occhio non ci fosse ormai abituato da tempo. In ogni parte del mondo è così, ogni città si è quasi rinserrata in se stessa lasciandosi attorno un guscio di desolazione.
Siamo in piena crisi demografica, e i governi non hanno fatto nulla per arginarla, anche perché fino a pochi decenni fa il mondo era afflitto dal problema opposto, una tremenda eccedenza di popolazione che teneva tre quarti del globo terrestre sotto la costante minaccia delle epidemie e della fame. I primi sintomi del crollo demografico furono accolti con sollievo e quasi con gioia, e quando ci si rese conto delle reali proporzioni del fenomeno, non si fece assolutamente nulla.
“Il fatto è”, mi spiegò una volta un esperto di demografia, “che l'indice di natalità per coppia – riferito ovviamente alle coppie fertili – va aumentando, anche se rispetto alla popolazione globale, è ancora ben lontano dal compensare il numero dei decessi. E poi diciamolo apertamente, ancora oggi l'umanità ha un eccesso di bocche da sfamare rispetto alle risorse disponibili. E soprattutto nessuno vuole prendere provvedimenti che ci potrebbero riportare nel giro di tre o quattro generazioni alla situazione intollerabile del ventesimo secolo e della prima metà del ventunesimo”.
Senza incrociare nessun altro veicolo, ho proseguito e devo essere giunto in una zona più interna. Qua e là qualche finestra illuminata tra le occhiaie vuote delle case, annuncia che mi trovo ormai in un quartiere abitato, e non devo essere più tanto lontano dal centro cittadino.
Più avanti c'è un piccolo falò. Ci sono alcune figure là attorno che si scaldano al fuoco, sono prostitute in attesa di clienti. Almeno a vederle da questa distanza, mi sembra che siano talmente vecchie, brutte e sfatte che un uomo dovrebbe essere proprio ridotto alla disperazione per voler fare l'amore con una di loro, ma – ci si può scommettere – adesso fanno incassi enormemente più consistenti rispetto ai tempi della loro gioventù. Il fatto è che adesso il mondo abbonda di uomini ridotti alla disperazione.
Quelle due o tre che da qui sembrano essere più fresche e giovani, ci si può scommettere che in realtà sono dei ragazzi. Il fatto è che oggigiorno una donna giovane, bella attraente, ha ben altre opportunità sociali che fare la puttana.
Le statistiche parlano tremendamente chiaro. Un terzo della popolazione maschile sotto i trent'anni è omosessuale. Si sono moltiplicati i sex shop che spuntano dappertutto come funghi e forniscono ogni genere di consolazioni più o meno masturbatorie per maschi solitari. Più della metà delle produzioni cinematografiche e televisive è dedicata al genere che un tempo era chiamato “a luci rosse”. Pare strano, ma, oltre agli home video, all'home theater, a tutti gli strumenti di intrattenimento domestico, hanno avuto un boom imprevisto le sale cinematografiche che sembravano avviate a diventare estinte come i dodo e gli pterodattili. La gente, evidentemente, non ha bisogno di soddisfare solo gli appetiti fisiologici del sesso, ma anche di incontrarsi. Nonostante si siano vertiginosamente moltiplicati, i cinema che proiettano pellicole pornografiche registrano ogni sera il tutto esaurito.
Naturalmente sono diffusissime le bambole gonfiabili e altri sostituti femminili con cui è possibile accoppiarsi. Oggi non c'è un prete né uno psicologo che considererebbe immorale o patologica la masturbazione nell'età adulta.
Tempo fa il titolare di un negozio di abbigliamento e di biancheria femminile mi raccontava che la maggior parte della sua clientela è oggi costituita da uomini: feticisti, travestiti, transessuali, ma che gli affari vanno ugualmente bene, hanno quasi rimpiazzato la clientela femminile.
Oggi una donna, una vera donna, è un lusso che solo pochi privilegiati si possono permettere.
Tutto è cominciato circa trent'anni fa, quando si è scoperto il modo di determinare il sesso dei nascituri all'atto del concepimento.
E tutti, naturalmente, volevano figli maschi.
Attualmente si calcola che la popolazione femminile mondiale sia circa un ventesimo di quella maschile.

mercoledì 16 ottobre 2013

RICORDO DI ROBERT SHECKLEY







Scomparso ormai da alcuni anni, con esattezza il 9 dicembre 2005, lo statunitense Robert Sheckley è stato un importante scrittore di fantascienza.
Esordì alquanto giovane con il racconto Final Examination, pubblicato sulla rivista Imagination.
Da allora non smise più di scrivere, spronato dal grande e confortante successo di pubblico, che apprezzò particolarmente la sua fantascienza ora ironica, ora satirica, ora paradossale, sempre originale e interessante.







sabato 12 ottobre 2013

UN NOVELLINO AL SIMPOSIO di Sauro Nieddu




Mvrust Vrusthùm si affacciò timidamente nell'enorme sala dei ricevimenti, costruita apposta per l'occasione. Era il primo Simposio Intergalattico a cui partecipava, e non era abituato allo sfarzo e le raffinatezze delle grandi occasioni extramondane.
Era anche il primo simposio cui fosse stato ammesso il suo popolo, gli Trhuvùm di Hurmtrùh. Su di lui pesava la responsabilità di rappresentare il suo pianeta, ma soprattutto di provare, con la sua abilità, che i Trhuvùm avevano le carte in regola per esercitare il commercio nella la Grande Comunità Interstellare.
In realtà, l'imbarazzo e il disagio di Mvrust erano dovuti a qualcosa di molto più prosaico; gli Trhuvùm erano la dodicesima specie polipoide a essere ammessa al Simposio, ma, tra queste, erano sicuramente quelli dalle dimensioni più ridotte. Uno Trhuvù di medie dimensioni era alto appena qualche decina di centimetri e Mvrust, pur essendo considerato piuttosto grosso, si sentiva poco più che un microbo. Si era arrampicato fino a metà dello stipite della grande porta d'ingresso e osservava gli altri ambasciatori, disinvolti come nel loro ambiente naturale, che scambiavano convenevoli e chiacchieravano allegramente nel salone.
Mvrust sapeva che il suo posto sarebbe stato in mezzo alla mischia, a discutere di questioni intergalattiche, intento a promuovere nuovi accordi commerciali. Ma nonostante i sensi di colpa per il mancato svolgimento del suo dovere, proprio non gli riusciva di prendere coraggio ed entrare.
Osservava i goffi Sherif bruchiformi dalle centinaia di arti, e si chiedeva come avrebbe fatto ad attraversare il salone senza essere calpestato. Teneva d'occhio i grossi lumaconi di Brewew, col loro strano modo di procedere in retromarcia, e pensava a quanto fosse difficile, per loro, accorgersi di un minuscolo Trhuvù che gli attraversasse il cammino. Quelli che lo atterrivano maggiormente erano i sauroidi di stirpe fraifughiana; uno dei loro piedi enormi avrebbe potuto schiacciare qualche centinaio di Trhuvùm contemporaneamente.
Fu così che Mvrust rimase appeso allo stipite per tutta la durata della riunione informale, a chiedersi se la chiusura di un buon contratto valesse il rischio della sua vita.
Arrivò l'ora del pranzo di gala, e i delegati iniziarono a defluire a gruppetti dal salone. Mentre il piccolo polpoide fissava affascinato la moltitudine di esseri alieni dalle forme più improbabili, sentì un rombo tremendo alle sue spalle. Istintivamente si lasciò cadere, pronto a riparare sotto il ripiano da buffet accanto alla porta. Il volo però si arrestò a mezz'aria; il fraifughiano alle sue spalle, preoccupato per le conseguenze della caduta, aveva allungato una mano riuscendo a prenderlo al volo. Il gigante si schiarì ancora la voce:
– Mhumrhum...
Mvrust, terrorizzato, si schiacciò sul palmo della mano.
– Salve amico! Scusa se ti ho spaventato, ma ero curioso di scambiare due chiacchere con te. Non avevo mai incontrato personalmente uno Trhuvù.
Mvrust, non senza qualche esitazione, si decise ad alzare lo sguardo.
– Mhumrhum, Mhumrhum... scusa la maleducazione; temo di non essermi presentato. Sono Jerry Potter, in rappresentanza di Cretaceus... e tu devi essere l'ambasciatore di Hurmtrùh... come membro anziano del Simposio, sono lieto che il vostro pianeta si sia finalmente unito alla comunità intergalattica.
Mvrust, sollevato dall'apparente civiltà del suo interlocutore, si sollevò sui tentacoli allungandone uno nel tipico gesto di saluto hurmtruhiano. Poi si accorse della gaffe e lo ritirò subito; l'unica cosa che avrebbe potuto stringere, col suo tentacolo, era la verruca alla base di un dito del fraifughiano.
– Mi chiamo Mvrust.
Disse semplicemente.
– Bene Mvrust, che ne dici di dirigerci subito alla sala dei banchetti? – Jerry Potter fece un attimo di pausa, poi riprese con un’ombra d’imbarazzo – Noi fraifughiani di norma non lasciamo passare troppo tempo tra un pasto e l'altro, non conosco la fisiologia Trhuvùm, ma io sto crepando di fame...
Terminò il sauroide con un sogghigno. La vista della sua dentatura causò un altro sobbalzo al piccolo Trhuvù, che però, stimolato dalla conversazione dell'altro, smise di sentirsi in pericolo e spiegò:
– Noi possiamo stare molto tempo a digiuno, ma almeno, quando saremo seduti tutti a tavola, non rischierò di farmi calpestare da voialtri...
– Ah, è per questo che sei rimasto appeso alla porta per tutta la riunione?
– Sì.
Ammise Mvrust.
– Ma non hai motivo di preoccuparti... la maggior parte dei delegati è attenta a questi particolari... è da quattro Simposi che non occorre un caso di calpestamento! L'ultimo capitò al povero Gwerk, della delegazione jiuviussiana; ma dopo quell’incidente diplomatico le regole sono diventate molto più restrittive, ti assicuro che i tuoi timori sono del tutto infondati.
– Se lo dici tu... – replicò senza troppa convinzione – ma dubito che possa capirmi; nessuno deve aver mai cercato di calpestare te.
– Mhumrhum, Mhumrhum... – rise Jerry – non hai tutti i torti... ma non preoccuparti, ti farò io da wrembefn... – il gigantesco sauroide rise ancora, scosse il capo, poi si corresse in intergalattico – da guida, volevo dire. Vedrai che con un veterano dei Simposi come me al tuo fianco, ti ambienterai in un attimo.
Detto ciò, posò Mvrust sul capiente incavo della sua spalla e s'incamminò verso il salone del banchetto. Il Trhuvù, pur sentendo lesa la sua dignità di ambasciatore nel farsi trasportare in quel modo, decise saggiamente di mettere da parte l'orgoglio in favore della sicurezza.

Approdarono a una grande tavolata. Jerry si mise comodo accanto a un uccelliforme snello, dal grande becco minaccioso, posando delicatamente Mvrust tra se e un insignificante ameboide.
– Ragazzi, vi presento il mio amico Mvrust; primo delegato ufficiale di Hurmtrùh. Mvrust... – continuò rivolto verso l'uccelliforme – lui è Xiurxiox, ma lo chiamano tutti X, del pianeta Wshwea, Lui invece...
– Io sono Piroddi, rappresentante di Pruddaxi. Piacere di averti qui.
Lo interruppe telepaticamente l'ameboide.
– Sempre il primo ad accaparrarti le novità, eh Jerry?
Ironizzò invece X.
– Non c'è niente di male, o sbaglio? A essere socievoli.
Replicò Jerry con un sorriso che metteva in mostra la formidabile dentatura.
– Per niente, assolutamente.
Si affrettò a rispondere X. Anche Piroddi dovette convenire:
– A parte i Bo-lafizreshh, tutte le razze della comunità considerano la socievolezza come una virtù...
– Beh... – disse deciso Mvrust. – non fosse per te, probabilmente starei ancora appeso alla porta; non posso che ringraziare.
– Non hai nulla di che ringraziare invece; è questo il vero spirito del Simposio. Io non ho fatto niente di che; cerco solo di essere un buon cittadino dello spazio.
– Già... – comunicò Piroddi – un tempo, in un Simposio come si deve, il padrone di casa non avrebbe mai lasciato che un ospite si sentisse a disagio. Il problema è che ultimamente i Simposi stanno diventando una routine; sono organizzati bene, ma manca il calore e l'accoglienza dei vecchi tempi.
– Bah – polemizzò X – i simposi sono sempre stati occasioni per fare business, e il calore dei vecchi tempi era dovuto solo al fatto che essendo di meno, ci si conosceva meglio. Del resto non credo che l'accoglienza che Jerry ha riservato a Mvrust, sia del tutto disinteressata...
Concluse in maniera sgradevolmente insinuante.
– Tu e il tuo defecante becco affilato! – ringhiò Jerry – Fosse per te esisterebbero solo gli affari. Non nego che il governo di Cretaceus abbia i suoi interessi verso le miniere di platino hurmtruhiane, ma abbiamo tutto il tempo per stipulare contratti. Personalmente non sopporto che il rappresentante legale di un intero pianeta, che ha percorso parsec su parsec per arrivare qua, debba starsene appollaiato sullo stipite di una porta senza che gli organizzatori lo degnino di uno sguardo! Su Cretaceus una cosa simile...
– Lascialo perdere Jerry! – intervenne ancora l'ameboide – non vedi che cerca solo di farti perdere le staffe?
Jerry si voltò verso l'ameboide, poi verso lo wshweano che ora sghignazzava apertamente.
– Dannazione a te X! E a me che ci casco sempre... – allargò lo sguardo a tutta la sala – ma, non hanno ancora iniziato il servizio! Domani Ghimifiurythest si troverà un bel reclamo ufficiale sulla scrivania, è il peggior simposio cui abbia presenziato.
Mvrust finalmente cominciava a sentirsi a suo agio; che Jerry fosse interessato a fare affari con Hurmtrùh non era certo un problema, dopotutto anche lui era lì per quello... ma almeno in quel gruppetto di alieni si sentiva trattato da pari; un essere pensante tra esseri pensanti. Un bel passo avanti dai tempi in cui era un semplice orpello della porta d'ingresso! Tuttavia (anche se non lo disse) non era affatto d'accordo con le proteste di Jerry; certo, era il suo primo Simposio, ma gli sembrava impossibile organizzare il banchetto in maniera più efficiente.
Nella sala erano rappresentate almeno un migliaio di culture planetarie, ognuna dei quali con i suoi gusti in fatto di cibo, eppure il padrone di casa avrebbe accontentato tutti, anche se non alla svelta come pretendeva Jerry. Il lavoro che stava dietro a quel banchetto lo lasciava senza parole; Hurmtrùh sarebbe dovuto crescere ancora molto, prima di candidarsi a ospitare un Simposio Intergalattico. Si chiese da quanti mondi diversi provenissero le vivande, e quanti cuochi esperti lavorassero nelle cucine del Simposio. Ma nonostante questo sforzo immane, Ghimifiurythest si sarebbe trovato con la scrivania sepolta dai reclami; roba da matti.
Il servizio non tardò comunque molto a iniziare. Mvrust sentiva voci che si levavano da destra e manca per lagnarsi della scarsa cottura di una pietanza, o di un'altra servita con troppe spezie, ma non ebbe personalmente nulla di cui lamentarsi, anzi...
Sebbene gli Trhuvùm fossero tra i pochi, veri onnivori dello spazio interstellare, capaci di nutrirsi di qualunque materia organica e di molte inorganiche, i cuochi di Ghimifiurythest non si limitarono a nutrirlo; lo deliziarono. Ebbe uova di Vutvhùm freschissime, dell'uvrhùm croccante come appena colto dalle serre hurmtruhiane, persino del succo di muhurhùt, inebriante come non ne aveva mai bevuto, e tumhùv, ruvhùr e vuvuvhù in abbondanza.
Perfino Jerry, quando gli fu servito l'enorme vassoio stracolmo di grosse polpette, smise di protestare per mangiare a quattro palmenti. Nella loro piccola combriccola, l'unico a tener viva la conversazione era Piroddi, che comunicando per via telepatica non aveva nessun problema a deglutire e parlare contemporaneamente. Il Trhuvù iniziava a pensare di trovarsi nel paradiso della pace interrazziale.
Eppure a un certo punto accadde l'impensabile; dall'altro lato del tavolo si levarono voci rabbiose, non le semplici proteste a cui tutti avevano ormai fatto il callo; rabbia, autentica furia. Mvrust vide che i suoi amici si sporgevano a osservare il fondo della tavolata, ma il tavolo era ingombro di vassoi, bottiglie e altri contenitori di dimensioni tali da impedirgli la visuale. Con assoluta nonchalance (probabilmente dovuta alla complicità del succo di muhurhùt) si arrampicò sul braccio di Jerry per capire il motivo del trambusto.
Arrivato all'altezza della spalla, vide che il delegato umano della Terra si era alzato in piedi e inveiva furiosamente contro il padrone di casa, questi appariva in imbarazzo (sempre che agitare i tentacoli verso l'alto avesse tra i Gitrumy lo stesso significato che tra la sua gente). L'umano, dopo aver sbraitato per un po', si voltò e lasciò la sala. Anche tutti gli altri ambasciatori scimmioidi si alzarono e seguirono l'umano verso l'uscita. Ghimifiurythest sprofondò nella sua poltrona lasciando che i tentacoli ricadessero mollemente attorno a lui.
Purtroppo per Mvrust, l'udito non era il senso più sviluppato tra i Trhuvùm, inoltre il baccano era tale da confondere le parole pronunciate dall'umano, che tra l'altro parlava un pessimo intergalattico; in pratica il Trhuvù non riuscì nemmeno a farsi un’idea dell'accaduto.
– Jerry, tu ci hai capito qualcosa?
Domandò al gigantesco fraifughiano. Jerry, che nell'eccitazione del momento non aveva percepito la scalata del suo amico, sentendo la voce così vicina fece uno scatto che per poco non sbalzò Mvrust dalla sua spalla.
– Ah, sei tu! Dovresti avvisarmi quando ti arrampichi... - lo rimproverò bonariamente – ... se mi fosse venuto il solito prurito, ti avrei schiacciato senza neanche accorgermene.
– Hai ragione, scusa, solo che non riuscivo a veder niente, da laggiù, e sono salito istintivamente... ma si può sapere che è successo? Ho visto gli scimmioidi lasciare il banchetto ma non sono riuscito a sentir nulla.
– Hai appena assistito a una lezione di alta diplomazia. – lo informò il sauroide sollevandolo delicatamente e rimettendolo al suo posto – ma non è il caso di parlarne ora, il povero Ghimifiurythest è già abbastanza affranto. Ne parliamo più tardi, dopo pranzo.
Nella sala dei banchetti regnò un profondo silenzio per una buona decina di minuti. Poi il vocio riprese con rinnovato vigore. Solo che ora le conversazioni si erano spostate su argomenti neutrali, e la nota di allegria delle voci nella sala, in molti casi suonava forzata.
Mvrust continuò a mangiare in silenzio seguendo l'esempio dei suoi vicini. Si riteneva fortunato a essere capitato in tale compagnia; dal loro gruppetto emanava un'aura di pacata civiltà, del tutto assente, ahimè, in molti dei delegati circostanti.
La maggior parte dei commensali era ancora intenta a riempirsi lo stomaco, quando Mvrust, X e Jerry udirono la voce sottile di Piroddi insinuarsi nelle loro menti.
–Ragazzi, che ne dite di andare subito in sala meditazione e occupare un privè? Tra un po' si alzeranno tutti e farci spazio diventerà complicato.
Jerry si sollevò immediatamente e raccolse Mvrust e Piroddi posandoli sulle sue spalle.
–Scusate se mi sono permesso – disse mentre uscivano – ma la sala da meditazione non è qui all'angolo, e al vostro passo...
–Ho sempre trovato il mio passo più che sufficiente alle mie necessità!
Protestò Piroddi dignitosamente. X passò avanti al sauroide, che si era immobilizzato distratto dalla conversazione.
–Su, muovetevi! I primi stanno già arrivando.
Trovarono la sala da meditazione quasi vuota. Il Jerry si avviò decisamente verso uno dei privè in fondo a quell'ambiente titanico. Scostò delicatamente le tende e quando il resto della combriccola si fu accomodato, le richiuse e avviò il sigillatore.
I quattro restarono a guardarsi in faccia per dieci minuti, poi Mvrust, in preda all'impazienza cronica della sua razza, si stufò e chiese delucidazioni sull'accaduto.
– Ehm, allora qualcuno si decide a spiegarmi perché gli scimmioidi erano così arrabbiati?
– Dunque Mvrust... – esordì Jerry Potter – come saprai, i Fruskyen del sistema...
– Scusa Jerry... – lo interruppe X – ma è meglio se lasci raccontare a Piroddi, credo che abbia percepito l'accaduto meglio di...
– Beh, è noto che noi razze telepatiche abbiamo una marcia in più nelle contrattazioni diplomatiche. – lo interruppe a sua volta la voce mentale di Piroddi con un irritante senso di soddisfazione – In ogni caso... Mvrust, i Fruskyen sono una popolazione sauroide affine al nostro Jerry; il loro delegato, Rung-Ah, lo avrai certamente notato, sedeva accanto all'umano che ha fatto quella scenata.
Mvrust annuì.
– Come saprai, esiste un sistema di regole complicatissimo per i banchetti multirazziali come questo. Ovviamente solo l'organizzatore ha l'obbligo di conoscerle tutte, ma tutti sanno, per esempio, che a un banchetto intergalattico una pietanza non deve mai offendere i commensali, né può avere un aspetto troppo simile a quello di un invitato; pensa se tu vedessi che il tuo vicino che si ingozza di polpi terrestri, che sono morfologicamente simili a voi, oppure di esseri della tua stessa razza...
– Non credo che la cosa mi turberebbe in nessun modo – disse Mvrust con una certa sicurezza – figuratevi che noi stessi, nei periodi di surplus, mangiamo i nostri piccoli, dovreste assaggiarli, dico davvero! Sono semplicemente deliziosi.
– Mhumrhum, Mhumrhum, se io vedessi qualcuno mangiarsi un cucciolo fraifughiano, lo sbranerei seduta stante.
Disse Jerry più serafico che mai.
– Anche noi mangiamo le nostre uova, ma solo se non sono fecondate.
Spiegò anche il taciturno X
– Insomma! – esplose Piroddi – Non era questo il punto. Il punto è che qualcuno è sensibile a questo genere di problematiche, e un certo rispetto è dovuto a tutti i partecipanti al congresso; per questo esiste il regolamento.
– Eppure non capisco che c'entri il delegato Fruskyen con tutto ciò e con gli scimmioidi...
Pensò Mvrust, poi saltò sulla sedia, quando il pruddaxiano lo riprese prontamente; non era abituato ai contatti con razza telepatiche.
– Se mi lasci continuare, ci arrivo subito... l’ambasciatore Fruskyen, adducendo problemi di salute, ha chiesto all'organizzatore di potersi avvalere del proprio cuoco personale. Ghimifiurythest, il peggior organizzatore di simposi che si sia mai visto, ha gentilmente acconsentito. Fin qui niente di male, sarebbe bastato ordinare al cuoco Fruskyen che lavorasse nelle cucine del simposio, in modo che i cuochi autorizzati potessero tenerlo d'occhio. Invece Ghimifiurythest, dopo aver autorizzato Rung-Ah, si è dimenticato del problema. Al Fruskyen non è parso vero; il padrone di casa gli ha servito la propria testa su un piatto d'argento! Ovviamente ne ha approfittato subito per farsi portare in tavola uno Sloath al forno. – Piroddi percepì l'ignoranza di Mvrust sull'argomento e fu pronto a informarlo – Gli Sloath sono degli scimmioidi che nell'aspetto sono quasi identici agli umani, anche se non hanno lo stesso livello intellettuale...
– Né lo stesso gusto.
Commentò Jerry
– ... da quando furono scoperti, un centinaio di cicli fa, i sauroidi li hanno eletti loro pietanza preferita e ne hanno importato l'allevamento in mezzo universo. Ovviamente gli scimmioidi intelligenti hanno accettato questo fatto senza mettersi troppi problemi; dopotutto loro stessi mangiano bestie affini ad altre specie intelligenti... ma un fatto è accettare la questione in generale, un altro è trovarsi a tavola con un sauroide gigante al tuo fianco che divora un essere che potrebbe essere tua sorella, perdipiù cucinato intero, senza un minimo di preparazione a mascherarne l'aspetto. L'ambasciatore terrestre, Johnson Scott, si è giustamente infuriato con Ghimifiurythest, la cui responsabilità era proprio far sì che non succedessero incidenti del genere. Gli altri delegati scimmioidi, per solidarietà hanno lasciato il banchetto e hanno presentato un reclamo al Consiglio Perenne del Simposio. Risultato? Il popolo Gitrumy verrà espulso dal simposio per almeno un paio di edizioni, e la colpa è solo dell'incompetenza di Ghimifiurythest.
– Ma perché Rung-Ah si è dovuto comportare in quell'assurda maniera?– esclamò il Trhuvù, poi rivolgendosi a Jerry – è questo che intendevi per alta diplomazia? A me sembra più un dispetto infantile...
– Forse ti è sfuggito qualcosa...
Insinuò X con un sorriso beffardo.
– E credo di sapere anche cosa. – continuò per lui Piroddi – Il nostro nuovo amico non è molto addentro alle faccende commerciali di quella parte di galassia.
– In effetti è vero – ammise Mvrust – noi non abbiamo contatti commerciali né con gli umani né con Fruskyen.
– Capisco, ma gli umani non c'entrano niente in questa particolare situazione, sono stati solo una pedina; la partita era tra Fruskyen e Gitrumy. Devi sapere che sia gli uni che gli altri sono tradizionalmente tra i migliori fabbricanti e commercianti di pelsiomi. I pelsiomi sono molto richiesti, ma nonostante ciò, entrambi i pianeti avevano messo gli occhi sugli stessi mercati in via di sviluppo. Perciò era inevitabile che tra questi due popoli scoppiasse una tremenda guerra commerciale, senza esclusione di colpi. Ora, Grazie all'astuzia diplomatica di Rung-Ah, i Gitrumy saranno fuori dai piedi per qualche tempo, e di conseguenza non avranno più diritto alle agevolazioni mercantili spettanti ai membri del Simposio. Ciò li porterà dover alzare il prezzo dei loro articoli. Adesso che non hanno più nessuno a contrastarli, nel giro di qualche ciclo, i Fruskyen avranno il monopolio assoluto sui pelsiomi. Capisci cosa intendeva Jerry per alta diplomazia?
– Avete perfettamente ragione, ora che so tutto, devo riconoscere che è stato davvero un colpo niente male.
– Mhumrhum, Mhumrhum... – intervenne Jerry – però anch’io ho delle novità da riferire; vedo che siete rimasti un po'indietro riguardo al mercato alimentare sauroide...
– Ci sono novità?
Chiese X con una certa apprensione; la produzione di spezie per le popolazioni sauroidi, era una delle industrie più importanti del pianeta Wshwea.
– Nulla di cui vi dobbiate preoccupare voi wshweani... finché la nostra dieta sarà basata sulla carne, la vostra produzione non è in pericolo. Solo che ora abbiamo trovato una fonte di proteine notevolmente migliore degli Sloath... dovete sapere che qualche tempo fa c'è stato un piccolo incidente tra noi fraifughiani e gli umani. Una nostra astronave è atterrata su un piccolo pianeta che credevamo disabitato, in realtà vi si era stabilito un piccolo gruppo di terrestri. Questi terrestri però non utilizzavano vestiti, né calzature, inoltre avevano perso l'abitudine radersi... per farla breve, i nostri esploratori li hanno presi per qualche varietà di Sloath selvatici, e se li sono pappati tutti. Riferirono poi che la carne di quegli Sloath era diversa da quella che conoscevamo; nessuno di loro aveva mai mangiato niente di così buono. Solo in seguito, quando scoprimmo il villaggio costruito dagli umani, ci rendemmo conto dell'errore. Comunicammo l'accaduto al governo terrestre prima che lo scoprissero da soli e presentassero un reclamo alla Comunità, ma loro ci chiesero di insabbiare tutto; i coloni divorati erano dei fuorilegge, o qualcosa di simile. Perciò gli umani, più che prendersela a male, ci ringraziarono e preferirono considerare l'incidente come una collaborazione tra polizie planetarie. Ma ormai noi fraifughiani avevamo sentito il resoconto degli esploratori, e tutti eravamo curiosi di assaggiare questa pietanza straordinaria. Dopo qualche ciclo, il nostro corpo diplomatico sulla Terra, riuscì a ottenere, non senza difficoltà, diversi campioni di DNA. Da allora i nostri scienziati hanno imparato a clonare i tessuti umani, e abbiamo invaso il mercato alimentare con un misterioso e squisito nuovo prodotto; il Nuskvit, la famosa carne degli Dei, non è altro che carne umana ottenuta per clonazione. In pochissimo tempo abbiamo conquistato tutti i pianeti sauroidi, ma il Nuskvit è gradito anche a molte atre razze; figuratevi che lo stesso Scott, che si è infuriato tanto con Ghimifiurythest, si era fatto servire delle polpette di Nuskvit trovandole ottime; scommetto che a breve la Terra ci chiederà di iniziare a importarla anche da loro... ovviamente, su quello che vi ho appena detto, acqua in bocca! Non vorrei che qualcun altro si mettesse a produrre Nuskvit in proprio e perdessimo il monopolio.
– Per chi ci hai preso? – sibilò X irritato – È ovvio che le chiacchere tra amici debbano restare tra amici!
– Non volevo mancarvi di rispetto, amici cari, è solo che vorrei vi rendeste conto dell'importanza di quest'informazione...
Si scusò Jerry.
– A proposito di informazioni; star qui a chiaccherare tra noi è certo piacevole, ma tutti abbiamo qualche affare da concludere; forse è il caso di mischiarci alla folla e metterci al lavoro.
Disse malinconicamente Piroddi, gli altri approvarono e tutti e quattro lasciarono assieme il privè.

Il Simposio andava ormai per la conclusione. Mvrust era pienamente soddisfatto dei risultati ottenuti; aveva chiuso una decina di contratti piuttosto importanti per il suo popolo, tra cui quello sulle miniere di platino con Cretaceus. Hurmtrùh, a quanto pareva, era sulla buona strada per diventare un mondo di prima grandezza all'interno della Grande Comunità Intergalattica. Era inoltre felicissimo di aver trovato, del tutto inaspettatamente, dei veri amici. Si ripromise di dedicare il resto della sua vita a combattere i pregiudizi verso le razze aliene, che su Hurmtrùh erano piuttosto radicati.
Il Trhuvù si accomodò al tavolo dove già X, Jerry e Piroddi si davano da fare davanti a un enorme brocca di bourbon. X riempì una piccola tazza per il nuovo arrivato e sollevò la sua coppa per un brindisi.
– Al nostro nuovo amico!
I bicchieri si sfiorarono tintinnando.
– All'amicizia tra i popoli!
Esclamò Jerry, e ancora i bicchieri tintinnarono e il loro contenuto fu vuotato in un fiato.
– Al nostro prossimo Simposio, e a tutto quello che avremo da raccontarci!–propose Piroddi, ma subito avvertì, dalle emanazioni psichiche di Mvrust, che qualcosa non andava – Che c'è amico? Ho detto qualcosa che non va?
Tutti si voltarono ansiosi verso il piccolo Trhuvù. In attesa di delucidazioni.
– Temo che questo non sarà possibile... – mormorò lui a disagio – il fatto è che il prossimo Simposio sarà tra un centinaio dei nostri hur, mentre tra noi Trhuvùm, la vita media è di una decina di hur appena...
Mvrust fu sommerso da una valanga di parole di sincero rincrescimento, espresse con un tono di autentica costernazione.
– Ma non dovete dispiacervi per me, amici – riprese quando le parole iniziarono a diradarsi – cioè, voglio dire che noi ci siamo abituati, alla durata della nostra vita... e anche se io partirò presto per le vasche di Huvm, la nostra amicizia non andrà persa. Vedete, noi Trhuvùm, al momento del trapasso, abbiamo l'abitudine di trasmettere la memoria a coloro che ci sono vicini. È molto probabile che il prossimo ambasciatore verrà scelto tra quelli che serbano la mia esperienza... così, in qualche modo, una parte di me sarà di nuovo qui.
Ci fu un momento di silenzio, poi la voce di Piroddi, piena di calore e commozione, tornò a risuonare nella mente degli altri.
– All'amicizia, che è così forte da sopravvivere alla morte!
Stavolta non ci furono esitazioni, e il tintinnio dei bicchieri echeggiò a lungo nella sala meditazione ormai deserta, prima che anche gli ultimi partecipanti al Simposio, abbandonassero finalmente il pianeta.