mercoledì 3 aprile 2013

VIAGGIO DI SOLA ANDATA di Maurizio Setti



                                             
L'ansia di giungere finalmente alla meta prevista stava pervadendo ormai  i pensieri del povero Carlo.  Erano infatti circa due giorni che era in cammino, e le gambe gli parevano ormai indipendenti ed autonome dal resto del corpo.
 Aveva necessità di fermarsi e di riposarsi, sentiva la lingua e il palato seccarsi ed anche la sua lucidità mentale sembrava abbandonarlo.
 Forse era proprio il caso di lasciar perdere e tornarsene a casa, del resto non era venuta a lui la folle idea di farsi circa 100 chilometri a piedi fra sentieri e sterpaglie, alla ricerca di una fantomatica figura  femminile, che nell'inconscio collettivo era raffigurata come simbolo di alta spiritualità.
 Lo avevano convinto a partecipare ad un  pellegrinaggio  in un luogo sperduto fra le montagne, assicurandogli che non si sarebbe annoiato, ma che avrebbe trovato nuovi stimoli per andare avanti.
 Lui invece aveva aderito a questo inusuale viaggio non tanto per ritrovare se stesso,
ma soprattutto per cercarsi uno svago alla routine di tutti i giorni.
 Stava finendo di elaborare questo pensiero quando qualcosa catturò la sua attenzione.
Da lontano, una strana luce  sospesa a mezz'aria, aveva appena fatto la sua comparsa nel cielo terso. Il suo bagliore era intenso, ma si poteva scorgere, socchiudendo gli occhi, la sua sagoma, che ricordava indubitabilmente un calice di quelli usati dal sacerdote per consacrare il vino nella messa.
 Carlo stropicciò le palpebre e rimase per qualche minuto ad osservare cotanta bellezza espressa in luce e colori.  Non riusciva a proferir parola né a muoversi da quello stato di trance che l'aveva improvvisamente travolto.  Ogni senso,  tranne quello della vista pareva ormai fuori controllo. Il suo stato di coscienza era comunque vigile,  si ricordava chi era ma non per quale motivo si trovava lì.  Non riusciva a distogliere lo sguardo da quell'enorme calice multicolore, e più lo contemplava, più avvertiva il suo corpo perdere sensibilmente peso.  Si sentiva leggero come una piuma. Ora riusciva a percepire anche  il suono delicato e continuo delle correnti di aria calda, che soffiano a certe altitudini. Il dolore alle gambe era sparito improvvisamente e così anche il palato secco, al punto di non sentire il minimo bisogno di dissetarsi.
 Finalmente poteva aprire gli occhi senza preoccuparsi del bagliore che gli stava di fronte. Gli pareva di sognare, di camminare sulle nuvole, e nel sogno rivedere laggiù tutti i suoi compagni che proseguivano a capo chino il pellegrinaggio, ed ogni tanto si fermavano in preghiera.
 « Che strano, non capisco perché ci sono tutti tranne me ».
Si domandava perplesso. « Forse sono già di rientro a casa, dopotutto, questo continuo camminare mi aveva proprio stancato». Sentì poi pronunciare il suo nome ripetutamente,  ma non riusciva ancora a scorgersi tra la folla.
 Poi notò il suo amico più  caro estrarre dallo zaino una piccola croce in legno e con un gesto energico piantarla nel terreno sottostante. Qualcuno tirò fuori un rosario e cominciò a sgranarlo tra le dita sussurrando in maniera composta un'Ave Maria.   Qualcun altro colse un mazzo di fiori di campo e lo posò accanto al simbolo cristiano, dedicando poche e semplici parole di commiato alla persona scomparsa. 
« Ci hai lasciato improvvisamente e inaspettatamente, proprio nel luogo in cui non avresti mai sognato di morire. Addio Carlo».

(Per gentile concessione dell’Autore)


2 commenti:

  1. Avvincente per il suo aspetto decisamente surreale

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  2. Suggestivo: il racconto di un trapsso del quale l'interessato prende tardivamente coscienza. In questo modo tutti vorrebbero morire? Mi è piaciuta l'atmosfera quasi onirica che avvolge la vicenda.

    Giuseppe Novellino

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