lunedì 30 aprile 2018
mercoledì 18 aprile 2018
IL MATTO CHE SAPEVA VOLARE di Peppe Murro
I
miei occhi scivolavano lungo pareti di un bianco che respingeva ogni sguardo;
in un angolo, in alto, un buco con delle grate, troppo piccolo anche per far
passare il benché minimo raggio di sole.
E mi chiedevo quale terribile persona meritasse un simile castigo; mi chiedevo per quale delitto o quale idea meritasse di stare in quell’inferno immacolato.
Un letto, una sedia: e guardavo le scarpe, stranamente incrociate, appoggiate sbilenche al pavimento; e più su le mani magre sulle ginocchia, e più su ancora quello sguardo umido di vecchio che guardava un’altra storia e un altro luogo. Volevo domandare della velleitaria guerra a Wall Street o delle illusioni sull’autoritarismo sociale. E mi chiedevo perché, e volevo parlare, ed avevo domande; chiedergli del mare di Liguria o di Pisa e delle sue passioni, chiedergli di cosa gli avesse trasmesso Dante e in quale inferno lo avesse accompagnato. Guardavo però il viso assente e provavo vergogna, e non avevo coraggio.
Non avevo coraggio, e per quel vecchio ero solo una figura nella stanza: nessuno dei due aveva parole.
Una lama di luce cadde sulle sue mani, vidi che le guardava, ma non riuscivo ad intuire i suoi pensieri. Poi guardò in alto e sembrò che il sole inondasse i suoi occhi… di quale delitto si era macchiato quel vecchio, quale fosse la colpa di chi aveva così in alto volato, mi andavo ancora domandando, e forse sapevo già la risposta, che il delitto era stato il volare, come lo è sempre, come lo è dovunque.
Finalmente mi guardò, mi sembrò che mi dicesse che non era mai stato pazzo, e che in fondo non era importante lo fosse o meno, mi sembrò che mi parlasse…. o mi sembrò soltanto.
Si girò verso il letto, quasi a nascondersi da quel fiotto di luce, non mi fece neppure un cenno di andare, mentre ancora mi domandavo “Quale l’idea e quale il tuo delitto, Ezra ?”
E mi chiedevo quale terribile persona meritasse un simile castigo; mi chiedevo per quale delitto o quale idea meritasse di stare in quell’inferno immacolato.
Un letto, una sedia: e guardavo le scarpe, stranamente incrociate, appoggiate sbilenche al pavimento; e più su le mani magre sulle ginocchia, e più su ancora quello sguardo umido di vecchio che guardava un’altra storia e un altro luogo. Volevo domandare della velleitaria guerra a Wall Street o delle illusioni sull’autoritarismo sociale. E mi chiedevo perché, e volevo parlare, ed avevo domande; chiedergli del mare di Liguria o di Pisa e delle sue passioni, chiedergli di cosa gli avesse trasmesso Dante e in quale inferno lo avesse accompagnato. Guardavo però il viso assente e provavo vergogna, e non avevo coraggio.
Non avevo coraggio, e per quel vecchio ero solo una figura nella stanza: nessuno dei due aveva parole.
Una lama di luce cadde sulle sue mani, vidi che le guardava, ma non riuscivo ad intuire i suoi pensieri. Poi guardò in alto e sembrò che il sole inondasse i suoi occhi… di quale delitto si era macchiato quel vecchio, quale fosse la colpa di chi aveva così in alto volato, mi andavo ancora domandando, e forse sapevo già la risposta, che il delitto era stato il volare, come lo è sempre, come lo è dovunque.
Finalmente mi guardò, mi sembrò che mi dicesse che non era mai stato pazzo, e che in fondo non era importante lo fosse o meno, mi sembrò che mi parlasse…. o mi sembrò soltanto.
Si girò verso il letto, quasi a nascondersi da quel fiotto di luce, non mi fece neppure un cenno di andare, mentre ancora mi domandavo “Quale l’idea e quale il tuo delitto, Ezra ?”
E morirono, a migliaia,
E i migliori fra quelli,
Per una vecchia puttana sdentata,
Per una civiltà rattoppata,
Fascino fiorito ridente in bocche miti,
Occhi vivi scomparsi veloci sotto la palpebra della terra,
Per qualche centinaio di statue spezzate,
Per poche migliaia di libri a brandelli
E i migliori fra quelli,
Per una vecchia puttana sdentata,
Per una civiltà rattoppata,
Fascino fiorito ridente in bocche miti,
Occhi vivi scomparsi veloci sotto la palpebra della terra,
Per qualche centinaio di statue spezzate,
Per poche migliaia di libri a brandelli
sabato 7 aprile 2018
VERNISSAGE di Paolo Durando
“Ma… È sicuro che è qui?”
“Certamente! Andiamo.”
Agnolo seguì Porzio verso l’antro che gli aveva indicato. Era quello, dunque, l’ingresso della galleria d’arte.
Dentro faceva molto più fresco. Le pareti di roccia erano umide, stillanti umori.
“Sgorganti confluenze parallele in alvei futuri.”
La voce di Porzio risuonò autocompiaciuta e perentoria.
Agnolo, dall’inizio di quella giornata, come sempre, si era sforzato di assecondare il suo fausto mentore. E ora attendeva rassegnato lo scaturire, nella semioscurità, di nuove prove di forza.
Perché doveva capire. Prima capire, poi imparare. Lapalissiano. Porzio, invece, forte del suo approfondimento, sia pur nella precarietà delle sue possibilità di espressione, comprendeva tutto. Trovava in quanto vedeva più che altro delle conferme.
L’uno era un poveraccio, l’altro un Dio in Terra, o poco meno.
Agnolo arrancava pieno di buona volontà, sbrindellato, con un cappello a larghe falde schiacciato sulla fronte da cui debordavano riccioli stantii.
“Devo imparare, devo imparare.”
L’amico era più alto e di una lungimiranza quasi estatica. Conosceva i meandri e le arguzie giuste. Le acque sante dell’arte et similia. Era abile ad ascendere e poi a ridiscendere per finta, giusto per divulgare e porre la sua firma in calce.
La mostra pareva dispiegarsi all’infinito, in quel tunnel. Nell’Italia miserrima del 2052, che si arrabattava tra problemi di sopravvivenza, non si rinunciava all’arte.
Agnolo osservava compunto le opere esposte lungo le pareti screpolate, radi coagularsi di epifanie.
C’era ora un pollo morto su uno spiedo virtuale. Sembrava un rifiuto ma era, con ogni evidenza, “il portato raccolto di un subliminale della materialità. L’eccedenza materica che trova un riscontro nella marginalità dell’apparire, più che dell’essere.”
Porzio aveva decretato.
Le sue sentenze lo spaventavano, ma Agnolo voleva ingraziarselo, perché non c’era altra speranza per lui. Essere all’altezza di un esistere collettivo, pienamente umano, significava passare per quelle durezze della ricezione. Si trovava molto in basso, mentre l’altro era così in alto, e così inevitabilmente, quasi inconsapevolmente, felice di esserlo, che non si doveva turbarlo.
Agnolo quasi incespicò su alcune pietre sporche di sterco di gallina. Anche quelle, in verità, costituivano un manufatto. Se ne accorse perché Porzio si fermò ad osservarle, ridanciano. Vi riconosceva, come un compagno di merende di vecchia data, il supremo umorismo dell’artista, che giocava al ribasso, dimostrando concretamente come le alte vette fossero soltanto un sogno delle basse, o viceversa.
“Prigionieri di visioni reciproche, che possono risolversi soltanto nell’eso-sè artistico”.
Agnolo annuì, continuando a imparare.
In fondo al tunnel di sicuro attendeva il bel mondo, la congrega ammaliata dei critici, i giornali, forse la BBC. Quel camminamento sfidava il concetto di “galleria d’arte” in modo tale che il quasi buio che lo caratterizzava era quanto mai allusivo. Faceva credere di vedere e invece impediva la percezione del noùmeno, delegando all’esterno, nella quotidianità assolata del surriscaldamento globale, l’abbagliante certezza dei confini.
L’odore di pollaio era un’altra decontestualizzazione, spiegava Porzio. Il riappropriarsi dei materiali, dei colori e degli odori della realtà consentiva il salutare distacco dai limiti della gerarchizzazione dei valori, estetici e non. C’era da essere profondamente certi del passo avanti che quella mostra permetteva.
Poi arrivarono di fronte ad alcune uova nella cornice di triangoli di pan carré. Una era rotta e lo sporco sull’asfalto pareva muco rappreso. Le altre erano invece intatte. Le macchie sulla parete facevano pensare a una recente colluttazione con lancio di uova in quantità. Era una composizione eterogenea. Il combinato scultoreo-pittorico esprimeva il ritorno indefettibile dell’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. E, nello stesso tempo, ne dimostrava l’ineffabilità, quindi l’inconsistenza.
“Vedi… l’uovo rotto. L’inattingibilità del costrutto naturale, ovvero l’impossibilità di svolgere logiche convincenti, nelle diramazioni che dall’istante del Big Bang pervengano all’attuale cristallizzazione.”
Agnolo lo guardò ammirato. Ammazza, pure il Big Bang. Del resto era lui che non aveva saputo vedere, cogliere.
Si erano alzati di buon’ora per recarsi in quel luogo, per assorbirne le valenze, le illuminazioni, le quintessenze. Lui era lì per imparare, ancora e ancora. Quando mai si era mobilitato per un obiettivo più reale, più nobile di questo? Porzio gli sorrise assolutorio. Era proprio un bel momento della loro unione solidale. Un’esaltante tappa di un’improvvisata, forse incongrua, amicizia.
Poi uscirono dal tunnel. Agnolo annaspava con lo sguardo. Guardava, di nuovo pronto ad immedesimarsi.
Ma a quel punto qualcosa non tornava.
Non c’era nulla di quanto si era aspettato e l’altro si mostrava più spiazzato di lui, anzi, incapace nascondere la collera improvvisa.
Stretti, accaldati attorno ad uno spiazzo, si vedeva una massa di uomini privi di sorriso, che si spintonavano e insultavano l’uno con l’altro. Era sabato sera. Molta gente povera, da quelle parti, doveva anelare a tutto questo, intrepida, durante la settimana.
Erano sbucati in una gallera.
Un luogo di terra battuta e di alberi, di aria umida e orizzonti densi. Agnolo non vide più il suo Virgilio, la cui smentita non poteva essere più incresciosa.
E quando, dopo un poco, non ancora riavutosi dallo stordimento, discostò lo sguardo, li poté osservare, i galli.
Precipitati piumosi di aggressività inaggirabile, usciti dalla notte dei tempi, ignari, per scannarsi vicendevolmente, con arpioni metallici incollati alle zampe, senza l’onore di una rivolta disperata contro il pubblico carnefice, nel frattempo intento a giocarsi la settimana, la macchina o magari la moglie.
Nel pollaio collettivo, Agnolo vide infatti una sola donna. Stava in disparte, imbarazzata, sventagliandosi. Allora si ricordò di se stesso, della maschera di inettitudine che lo aveva protetto dalla consapevolezza, quella vera. E distolse lo sguardo, per non piangere.
“Certamente! Andiamo.”
Agnolo seguì Porzio verso l’antro che gli aveva indicato. Era quello, dunque, l’ingresso della galleria d’arte.
Dentro faceva molto più fresco. Le pareti di roccia erano umide, stillanti umori.
“Sgorganti confluenze parallele in alvei futuri.”
La voce di Porzio risuonò autocompiaciuta e perentoria.
Agnolo, dall’inizio di quella giornata, come sempre, si era sforzato di assecondare il suo fausto mentore. E ora attendeva rassegnato lo scaturire, nella semioscurità, di nuove prove di forza.
Perché doveva capire. Prima capire, poi imparare. Lapalissiano. Porzio, invece, forte del suo approfondimento, sia pur nella precarietà delle sue possibilità di espressione, comprendeva tutto. Trovava in quanto vedeva più che altro delle conferme.
L’uno era un poveraccio, l’altro un Dio in Terra, o poco meno.
Agnolo arrancava pieno di buona volontà, sbrindellato, con un cappello a larghe falde schiacciato sulla fronte da cui debordavano riccioli stantii.
“Devo imparare, devo imparare.”
L’amico era più alto e di una lungimiranza quasi estatica. Conosceva i meandri e le arguzie giuste. Le acque sante dell’arte et similia. Era abile ad ascendere e poi a ridiscendere per finta, giusto per divulgare e porre la sua firma in calce.
La mostra pareva dispiegarsi all’infinito, in quel tunnel. Nell’Italia miserrima del 2052, che si arrabattava tra problemi di sopravvivenza, non si rinunciava all’arte.
Agnolo osservava compunto le opere esposte lungo le pareti screpolate, radi coagularsi di epifanie.
C’era ora un pollo morto su uno spiedo virtuale. Sembrava un rifiuto ma era, con ogni evidenza, “il portato raccolto di un subliminale della materialità. L’eccedenza materica che trova un riscontro nella marginalità dell’apparire, più che dell’essere.”
Porzio aveva decretato.
Le sue sentenze lo spaventavano, ma Agnolo voleva ingraziarselo, perché non c’era altra speranza per lui. Essere all’altezza di un esistere collettivo, pienamente umano, significava passare per quelle durezze della ricezione. Si trovava molto in basso, mentre l’altro era così in alto, e così inevitabilmente, quasi inconsapevolmente, felice di esserlo, che non si doveva turbarlo.
Agnolo quasi incespicò su alcune pietre sporche di sterco di gallina. Anche quelle, in verità, costituivano un manufatto. Se ne accorse perché Porzio si fermò ad osservarle, ridanciano. Vi riconosceva, come un compagno di merende di vecchia data, il supremo umorismo dell’artista, che giocava al ribasso, dimostrando concretamente come le alte vette fossero soltanto un sogno delle basse, o viceversa.
“Prigionieri di visioni reciproche, che possono risolversi soltanto nell’eso-sè artistico”.
Agnolo annuì, continuando a imparare.
In fondo al tunnel di sicuro attendeva il bel mondo, la congrega ammaliata dei critici, i giornali, forse la BBC. Quel camminamento sfidava il concetto di “galleria d’arte” in modo tale che il quasi buio che lo caratterizzava era quanto mai allusivo. Faceva credere di vedere e invece impediva la percezione del noùmeno, delegando all’esterno, nella quotidianità assolata del surriscaldamento globale, l’abbagliante certezza dei confini.
L’odore di pollaio era un’altra decontestualizzazione, spiegava Porzio. Il riappropriarsi dei materiali, dei colori e degli odori della realtà consentiva il salutare distacco dai limiti della gerarchizzazione dei valori, estetici e non. C’era da essere profondamente certi del passo avanti che quella mostra permetteva.
Poi arrivarono di fronte ad alcune uova nella cornice di triangoli di pan carré. Una era rotta e lo sporco sull’asfalto pareva muco rappreso. Le altre erano invece intatte. Le macchie sulla parete facevano pensare a una recente colluttazione con lancio di uova in quantità. Era una composizione eterogenea. Il combinato scultoreo-pittorico esprimeva il ritorno indefettibile dell’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. E, nello stesso tempo, ne dimostrava l’ineffabilità, quindi l’inconsistenza.
“Vedi… l’uovo rotto. L’inattingibilità del costrutto naturale, ovvero l’impossibilità di svolgere logiche convincenti, nelle diramazioni che dall’istante del Big Bang pervengano all’attuale cristallizzazione.”
Agnolo lo guardò ammirato. Ammazza, pure il Big Bang. Del resto era lui che non aveva saputo vedere, cogliere.
Si erano alzati di buon’ora per recarsi in quel luogo, per assorbirne le valenze, le illuminazioni, le quintessenze. Lui era lì per imparare, ancora e ancora. Quando mai si era mobilitato per un obiettivo più reale, più nobile di questo? Porzio gli sorrise assolutorio. Era proprio un bel momento della loro unione solidale. Un’esaltante tappa di un’improvvisata, forse incongrua, amicizia.
Poi uscirono dal tunnel. Agnolo annaspava con lo sguardo. Guardava, di nuovo pronto ad immedesimarsi.
Ma a quel punto qualcosa non tornava.
Non c’era nulla di quanto si era aspettato e l’altro si mostrava più spiazzato di lui, anzi, incapace nascondere la collera improvvisa.
Stretti, accaldati attorno ad uno spiazzo, si vedeva una massa di uomini privi di sorriso, che si spintonavano e insultavano l’uno con l’altro. Era sabato sera. Molta gente povera, da quelle parti, doveva anelare a tutto questo, intrepida, durante la settimana.
Erano sbucati in una gallera.
Un luogo di terra battuta e di alberi, di aria umida e orizzonti densi. Agnolo non vide più il suo Virgilio, la cui smentita non poteva essere più incresciosa.
E quando, dopo un poco, non ancora riavutosi dallo stordimento, discostò lo sguardo, li poté osservare, i galli.
Precipitati piumosi di aggressività inaggirabile, usciti dalla notte dei tempi, ignari, per scannarsi vicendevolmente, con arpioni metallici incollati alle zampe, senza l’onore di una rivolta disperata contro il pubblico carnefice, nel frattempo intento a giocarsi la settimana, la macchina o magari la moglie.
Nel pollaio collettivo, Agnolo vide infatti una sola donna. Stava in disparte, imbarazzata, sventagliandosi. Allora si ricordò di se stesso, della maschera di inettitudine che lo aveva protetto dalla consapevolezza, quella vera. E distolse lo sguardo, per non piangere.
lunedì 26 marzo 2018
NEON E LA VIPERA di Adriana Alarco
"Fate attenzione ai serpenti!" dice un ragazzo che cammina a piedi nudi lungo il
sentiero in mezzo al bosco di eucalipto.
La valle fertile con terrazze coltivate e campi
verdi e gialli può essere vista tra i cespugli in lontananza. L'altopiano dove
si costruisce la diga è circondato da montagne che nascondono le loro cime
sotto le nuvole peregrine. Ha piovuto da poco e la strada è fangosa. Lui mi sorride
quando vede i miei capelli serpeggianti che ballano col vento. Con la mia infinita
curiosità femminile, lo guardo con gentilezza. Deve avere un nome.
“Mi
chiamo Neon perché sono nato sotto la luce al neon che avevano appena portato al
villaggio la settimana di Natale di otto anni fa, secondo quello che racconta
mio babbo."
Lo ascolto, divertita. Mi sembra quasi impossibile
quella sua vita che immagino ingenua ed innocente. Intanto, lui sceglie un
bastone di eucalipto e lo pulisce con il suo coltello. Poi me lo dà:
“Così non inciampi
negli arbusti e, soprattutto, tieni lontano le bisce. Sai, bisogna stare attenti, mordono anche ai loro parenti! E guarda sempre dove metti i piedi. Io vedo
dove vado soprattutto per le mie capre, che si spaventano a causa delle serpi.
Le porto a bere tenendole d’occhio perché sai, anche il fiume è infido, a volte
si alza così tanto che porta via tutto con la corrente”.
Certamente, l’acqua limpida del fiume è essenziale
per la vita di tutti. Dopo un po’, scopro il villaggio vicino con le sue case
di adobe essiccato al sole, circondate da fiori gialli e aloes che si
arrampicano su per il pendio.
"Da quando sono arrivate quelle macchine che fanno tanto rumore come i
draghi, le capre si spaventano e scappano. Devo continuare a correrle dietro. Mi
piaceva questo posto quando non c'era nessuno perché era così bello e così
tranquillo ma, soprattutto, perché tutto ciò che vedevo era mio. Ora, invece,
non riesco a scendere giù a valle con le capre perché gli uomini che lavorano
con quei draghi meccanici iniziano ad urlare e mi dicono di andare via. Le mie
caprette si offendono".
È un cantiere pericoloso ed anche le ruspe, se ti
avvicini, e io lo so. Non lasciano
avvicinare neanche a me. Neon sembra un ragazzo senza paura, ma dovrebbe essere
più responsabile. Non bisogna passeggiare vicino al cantiere di lavoro. Possono
scappare e rotolare delle rocce enormi. Dove avrà conosciuto i draghi?
“Se te lo
dico mi devi credere. Guardo le nuvole e alle volte prendono le forme di esseri
mostruosi. Anche di draghi con le code e
che sputano fuoco.
Penso che è sempre in giro con i suoi animaletti,
su e giù per le colline, ma sempre senza scarpe. Io guardo i miei stivaletti e mi sento
protetta.
"D'altra parte, io non sto così male adesso perché
ora ho le scarpe. Stai guardando i miei piedi nudi? Il fatto è che io ho le
scarpe anche se non le indosso tutti i giorni. Solo le metto con altri
pantaloni senza buchi, quando il babbo mi porta al paese. Perché se mi vedono
con i buchi e senza scarpe possono dire che sono figlio di nessuno. Mia mamma è
morta a Natale, otto anni fa e non la ricordo. Mio padre è buono e ogni tanto mi porta fino al
paese per fare di me un uomo e mi compera mezzo bicchiere di bibita e i tamales
di mais."
Deve avere una bella vita, tranquilla e felice in
questo posto sotto il cielo limpido e alte montagne col cappello di neve.
"Cosa vuoi che faccia tutto il giorno? Accudisco
gli animali e aiuto il babbo as coltivare patate. Ne abbiamo una infinità, di varietà diverse e
tutte buone. Patate e formaggio sono una
delizia da mangiare. Però, comunque, se si va in giro bisogna stare attenti
alle vipere... anche se loro nascono dai nostri stessi capelli.”
Ha troppa immaginazione,
mi sembra.
“Il babbo le caccia con un bastone a doppie punte e
vende il loro veleno alla farmacia del paese. Ma io ho troppa paura e non mi
avvicino. Credo che possono anche
volare...”
Mi sa che vede draghi
dappertutto.
“Una volta ho incontrato un serpente… mi si avvicinò
minaccioso ma io riuscì a fuggire. Ho urlato perché avevo paura quando
fischiava con la sua lingua nera fuori della bocca. Forse mi ha riconosciuto e sapeva che ero io perché
sicuramente era nato da un mio capello."
Intanto, io ascolto
farfugliare il ragazzo di come mette i suoi capelli nelle pozzanghere ed il
giorno dopo ci sono dentro le vipere. Immagino
che sia una idea tutta sua di fare allevamento di serpenti, vedendo i miei
capelli ondulati guizzare e sballottare con il vento. Il fatto è che non saprei se queste vipere
delle pozzanghere riconoscano le persone e sappiano chi sono.
"Credi che non sia possibile che mi abbia
riconosciuto? Non sai quindi che ogni serpente è un capello? Non ridere, perché
io non lo credevo fino a quando ho visto quella maledetta biscia che mi guardava
fischiettando. Un serpente nella pozza d’acqua, nato dai miei capelli! Da questi
miei capelli! Così gli ho dato un nome: Neon di Viper."
Da qualche parte dovrò trovare questa biscia con l’incredibile nome di Neon
di Viper. Deve essere una nuova specie di rettile, così come questo ragazzo
Neon è una nuova specie di ragazzo andino cresciuto aggrappato alle nuvole,
circondato da draghi e con una grande e vivace fantasia.
"Giuro che il serpe mi ha riconosciuto ed ho
allontanato le mie caprette. Ma ora dovrei tornare al campo, dal babbo, perché
devo aiutarlo a seminare. Intanto ti
saluto e mi raccomando: stai attenta perché ogni tanto queste vipere mordono
anche i loro parenti!”
Saluto il simpatico Neon che corre su per la
montagna dietro le sue capre.
Nella prima pozzanghera fangosa che trovo nel
tragitto verso il cantiere, entro con gli scarponi e muovo tutto per vedere se
viene fuori Neon di Viper, ma non si vede.
Prendo una manciata dei miei capelli e li butto nell’
acqua. Poco dopo vedo uscire la
testolina di un piccolo serpe che muove la sua linguetta biforcuta. Allora, il ragazzino aveva proprio ragione!
Questo è un paese di draghi e miracoli!
Torno al cantiere per raccontare al mio compagno e agli
altri lavoratori la nuova esperienza che ho vissuto in questi mondi aspri, ma
puliti e semplici, così lontani dai nostri macchinari, schermi e laboratori
scientifici.
Sento che ridono sotto i baffi e il mio compagno mi
suggerisce di togliermi il fango di dosso. Nessuno crede che quella vipera
della pozzanghera fangosa sia nata dai miei capelli!
In camera, mi guardo allo specchio. Vedo i miei capelli aggrovigliati di Medusa
che svolazzano intorno alla mia testa.
Qualcosa è nata da questa mia essenza serpeggiante e sono felice di aver
procreato un essere in questo mondo lontano, diverso, puro e divertente dove
abita un ragazzo chiamato Neon, nato una settimana prima di Natale sotto la
luce al neon e che vede draghi dappertutto, e dove si trova anche un serpe di
nome Neon di Viper, in una qualche pozzanghera di acqua piovana.
domenica 18 marzo 2018
FLOWERS di Teresa Regna
I have ever loved
flowers. Behind my house there is a little garden in which I grow roses and
petunias, carnations and tulips, daisies and violets. I have only one orchid, a
rare and precious variety of orchid, which blooms once a year.
I water flowers every day, I cut the withered branches and leaves, I
manure the ground at the beginning of every season. I use the best ground I can
find for my flowers: they have to grow luxuriant, sweet-scented, with bright
colours. In one word: perfect.
I am not sure to love them now. I like flowers, of course. But my
present situation is a bit strange: I am imprisoned in the powerful spires of a
giant dionaea, which is crushing me slowly. I think I will be its morning
breakfast.
I have ever liked flowers. And now I know that flowers like me too.
domenica 11 marzo 2018
LO SCRITTORE di Fabio Calabrese
Il vecchio respirava a
fatica, una sorta di sordo dolore chi si era solo in parte abituato, gli
gravava sul petto. Sapeva che non c'era niente da fare. L'età, semplicemente
l'età. Un essere umano non è fatto di acciaio, e a un certo punto,
inevitabilmente, il suo organismo si logora. Il medico continuava a dire:
“Oggi ti vedo bene, ti
riprenderai presto”.
Ma l'uomo sapeva che si
trattava di una pietosa bugia. Tutte le cose prima o poi devono finire, e
presto sarebbe toccato a lui. Stranamente, l'idea della cessazione della sua
esistenza non gli incuteva paura, e non provava neppure un senso di
risentimento, solo una placida rassegnazione. Poteva ritenersi soddisfatto:
aveva vissuto una vita lunga e piena, quasi sempre in salute, non gli erano
mancate le soddisfazioni né gli interessi da coltivare, aveva impiegato bene il
suo tempo.
“Annie”, chiamò.
“Si, caro, sono qui”,
rispose la moglie, “Cosa posso fare per te?”
“Niente di speciale”,
rispose lui, “Vorrei solo che mi tenessi la mano”.
La donna allungò il
braccio verso il capezzale del letto, fino a stringere la mano del marito.
“Robert, Vanda, Edward”.
I tre figli risposero
all'unisono. Robert, il maggiore, venne da pensare al vecchio, era ormai
sessantenne. Vanda, “la ragazza” aveva un paio di anni di meno, ed Edward, “il
piccolino” aveva ormai anche lui varcato la soglia del mezzo secolo. Il marito
di Vanda e la moglie di Edward non erano nella camera, erano di là in salotto a
tenere a bada la turbolenta schiera dei nipoti.
Aveva una moglie devota
con la quale aveva costruito un rapporto solido negli anni, tre splendidi figli
che gli avevano dato molte soddisfazioni e qualche trascurabile grattacapo, e
una congerie di nipoti vivaci e schiamazzanti che contribuivano a tenerlo in
attivo dopo il pensionamento, e a farlo sentire vivo.
Per molti anni l'uomo
aveva lavorato in un ufficio governativo dove era entrato dopo poco aver
completato gli studi. Col tempo aveva fatto carriera, non una di quelle
carriere esaltanti e fulminee, ma una progressione solida nelle responsabilità
e anche nei miglioramenti economici, nel corso della quale non gli erano
mancate né la stima dei superiori né l'amicizia dei colleghi.
La fonte principale
della stima che aveva ricevuto, anche se non delle soddisfazioni economiche,
però derivava da un'altra fonte, la sua attività di scrittore, di scrittore di
fantascienza per la precisione.
Ricordava come era
cominciato tutto, in una maniera per la verità alquanto singolare: tanti anni
prima, si era trovato nella casa dei nonni in vacanza, e rovistando fra le
vecchie cose in soffitta, aveva trovato dentro un baule un quaderno le cui
pagine erano scritte con la grafia corsiva elegante di epoche passate, aveva
l'apparenza di un diario, ma la storia che raccontava era davvero singolare.
Narrava di una
spaventosa epidemia che anni prima avrebbe falcidiato la razza umana, riducendo
l'umanità da miliardi di persone che popolavano il pianeta, a un gruppo sparuto
di superstiti.
Ricordava di aver
sbattuto le palpebre per l'incredulità: quella storia non corrispondeva per
nulla a ciò che vedeva intorno a sé; poi capì, o gli parve di aver capito: suo
nonno o chiunque fosse stato l'autore del diario, aveva voluto probabilmente
scrivere un romanzo fantastico.
Si era immerso nella
lettura della storia e ne era rimasto affascinato. I pochi superstiti si erano
ritrovati a vivere in un'atmosfera di disfacimento e di decadenza, al punto
tale che fra molti di loro, incapaci di vivere in un mondo così desolato, si
erano verificati diversi casi di suicidio. Qualcuno a questo punto aveva avuto
un'idea brillante: era stato costruito un super-computer che proiettava in
tutto il mondo una realtà fatta di ologrammi che lo ripopolava di oggetti,
animali, piante, persone, soprattutto persone, simulando il mondo che esisteva
prima dell'epidemia.
In quel momento sentì
una punta di scetticismo. Una storia del genere aveva qualche elemento di
verosimiglianza, si poteva davvero scambiare un ologramma per un oggetto o, a
maggior ragione una persona reale? Beh, qui l'ignoto autore aveva mostrato una
punta di genialità.
Gli oggetti che noi
riteniamo solidi, spiegava, sono in realtà composti in grandissima parte di
vuoto, vuoto fra le molecole, fra gli atomi e, all'interno di essi, fra il
nucleo e gli elettroni che li compongono. Ciò che ci dà l'impressione della
solidità e l'impenetrabilità dei corpi, è solo una questione di repulsione
elettrostatica. Ottenere lo stesso effetto con degli ologrammi non presentava
particolari difficoltà.
Il computer era anche
abbastanza potente e complesso da controllare il comportamento di miliardi di
simulazioni olografiche in modo che non vi fosse una differenza riscontrabile
con quello dei veri esseri umani. In questo modo, la riproduzione del mondo che
era stato, si era sostituita alla tragica realtà.
Lo sconosciuto autore
però avvertiva: la fine dell'umanità era solo rinviata: se un uomo o una donna
senza saperlo si accoppiavano con una simulazione olografica, da un simile
rapporto non potevano nascere figli, al massimo il computer poteva generare
delle simulazioni olografiche che sarebbero passate per figli della coppia,
modificandole nel tempo in modo da simulare la crescita di un essere umano.
Allo stesso modo, poteva produrre in una donna la simulazione dei sintomi della
gravidanza. In pratica con questo programma, invece di una fine in tempi brevi
in un mondo atroce e squallido, spiegava l'autore, la nostra specie aveva
scelto una più lunga, inconsapevole, serena agonia.
La trama della storia
gli era parsa ottima, avvincente; con pochi ritocchi per renderla più
letteraria, ne sarebbe venuto fuori uno splendido romanzo di fantascienza, e
così fece, poi mandò il testo a un editore specializzato. Il romanzo fu
pubblicato ed ebbe un discreto successo. Si sentì in colpa, perché si rendeva
conto di aver commesso tutto sommato un plagio, anche se altrimenti quella
bella trama sarebbe rimasta forse per sempre ad ammuffire nel fondo di un
baule, così iniziò a scrivere altre storie, romanzi e racconti che furono più o
meno tutti regolarmente pubblicati.
Cominciò a farsi un
nome, ricevette diversi premi, fu ospite d'onore a diverse conventions di
fantascienza, comparve più di una volta in televisione, concesse interviste,
firmò autografi.
Ogni tanto lo tormentava
un dubbio: e se quello che aveva scritto fosse stato semplicemente reale? Se
quel che aveva trovato in quel vecchio baule fosse stato davvero un diario col
resoconto di eventi passati di cui si era voluta cancellare la memoria?
In fondo, si chiedeva,
incontrando una qualsiasi persona, come facciamo a sapere se dietro la sua
fronte c'è davvero una soggettività simile alla nostra, o invece solo il
programma di un computer in grado di far replicare a quella simulazione i
comportamenti umani?
Ma un conto sono i dubbi
metafisici, e un altro conto è la vita concreta, una vita che procedeva serena
e regolare, e che era stata ricca e longeva.
Si rivolse alla moglie.
“Mia cara”, disse, “ti
prego, fai entrare tutti!”
Annie chiamò dentro la
stanza il genero, la nuora e i nipoti.
Il vecchio passò lo
sguardo in giro, abbracciando con esso tutti quanti.
“Miei cari”, disse, “vi
voglio bene”.
Poi chiuse gli occhi
abbandonando la testa sul guanciale e lasciandosi andare.
Il computer centrale
prese una decisione: ora che l'ultimo essere umano era morto, il programma non
serviva più.
Di colpo, miliardi di
simulazioni di esseri umani scomparvero, lasciando un pianeta deserto e
silenzioso.
sabato 3 marzo 2018
UNO SFOGO COMPRENSIBILE di Paolo Secondini
«Ecco – maledizione! –, non riesco a capire
perché ogni volta dobbiate gridare o ribellarvi o implorare o maledire (perfino
insultare e sputare), quando sono sul punto di svolgere il mio lavoro… Mi
vedete voi ribellarmi, o mi sentite gridare, implorare, maledire e altro
ancora, allorché siete intenti alle vostre occupazioni? Svolgete quanto dovete
nel modo più attento, più silenzioso, più concentrato possibile (ed è più che
normale, prima che io giunga da voi). Ma se mi accingo alla mia attività, ecco
che accade quanto dicevo: sbraitate, urlate, vi agitate come forsennati (è raro
che qualcuno di voi assista – finché gli è possibile – al mio lavoro, senza dire
una sola parola). Quasi mai, infatti, ottengo rispetto né comprensione da parte
vostra. Non che io li pretenda, per carità! Ma detto sinceramente, mi dà sui
nervi quel vostro modo di fare, del tutto irriverente e molesto a uno che
lavora. Vorrei vi metteste nei miei panni!» disse il killer… poi premette,
impassibile, il grilletto della pistola.
Iscriviti a:
Post (Atom)





