venerdì 11 aprile 2014

L’ISOLA DEL BENE E DEL MALE di Annalisa Seveso



      
    La foschia si stava alzando e avvolgeva tutto ciò che incontrava sulla sua strada, ma quella non era certo una novità. Sull’isola di Kalhos tutto era sempre avvolto dalla nebbia, e la luce del giorno riusciva a dissipare le tenebre e la nebbia solo per poche ore durante il giorno.
Avrebbe tanto voluto lasciare quel posto, pensò Ineka arricciando le labbra e guardando fuori dalla finestra della sua camera.
Era quasi il tramonto. Un’altra giornata stava per concludersi, sempre uguale a tutte le altre. Mai un cambiamento nella sua vita, mai un’emozione. Ancora pochi istanti e poi anche la sagoma dell’isola di Oxia sarebbe scomparsa nel nulla. Basta! Ne aveva abbastanza di vivere lì, si disse determinata a mettere in atto il suo piano di fuga il prima possibile. Non aveva avuto il coraggio di parlarne con nessuno perchè era certa che non sarebbe stata compresa. Tutti gli altri ragazzi e ragazze che vivevano con lei nell’orfanotrofio dov’era cresciuta sembravano trovare quel posto incantevole. In effetti Menodora e Georgos non le avevano mai fatto mancare nulla, sia dal punto di vista affettivo che pratico. Con i ragazzi erano sempre tutti molto gentili, compresi i dipendenti che lavoravano all’interno del grande edificio che somigliava a una versione ridotta del tempio di Artemide di Corfù. Ineka ne aveva vista un’immagine sul suo libro di storia dell’arte e si era messa a ridere pensando che la casa che Menodora e Georgos avevano fatto costruire per accogliere degli orfani fosse una specie di santuario. Tutti i suoi ricordi erano legati a Kalhos e a quella scuola,  quindi dava per scontato di essere stata portata sull’isola appena nata e adesso, anche se lo desiderava con tutto il cuore, non sapeva come fare per lasciarla.
Menodora era una donna molto dolce e premurosa, dall’aspetto delicato e non perdeva quasi mai la calma. Suo marito Georgos invece era un uomo grande e grosso, dai lineamenti marcati, la carnagione olivastra e l’espressione perennemente imbronciata. Si compensavano, si aiutavano e, anche se il loro modo di approcciarsi con i ragazzi era completamente diverso, su una cosa erano d’accordo: nessuno doveva lasciare la casa dopo il tramonto. Un’altra regola era quella di non lasciare l’isola mai, per nessun motivo e d’altronde i ragazzi non ne avevano neppure la possibilità. Sull’isola di Kalhos,  Menodora e Georgos avevano fatto in modo di costruire tutto ciò che ai ragazzi sarebbe potuto servire e piacere. Attorno all’istituto i contadini coltivavano i campi e i sorveglianti si assicuravano che nessuno degli ospiti della casa uscisse di sera o si avvicinasse troppo al bosco. Se i ragazzi avevano bisogno di qualcosa dovevano stilare una lista e, una volta al mese Georgos, con alcuni dipendenti dell’orfanotrofio prendevano la lancia e andavano a Patrasso per fare rifornimenti.
Un giorno o l’altro sarebbe sgattaiolata fuori di nascosto, si sarebbe nascosta sulla lancia e una volta raggiunto Patrasso se ne sarebbe andata per la sua strada e avrebbe iniziato una nuova vita, si disse la giovane mentre con un sorriso accarezzava quell’idea che ormai faceva capolino nella sua mente sempre più spesso.
Il suono della campanella la distolse dai suoi pensieri. Era ora di cena ed era regola della scuola che le ragazze si presentassero in ordine, con la divisa blu e con i capelli raccolti. Ineka lisciò la gonna, si mise un velo di lucida labbra e sistemò con le forcine le ciocche ribelli che erano sfuggite dalla coda di cavallo. Era una ragazza affascinante, o per lo meno così l’avevano sempre definita i compagni maschi, seppur la sua bellezza non si potesse definire convenzionale. Era alta, slanciata e aveva curve generose. Aveva i capelli neri, lucidi e lunghi fino alla vita che erano il suo orgoglio. Non li aveva mai tagliati e, anche quando Menodora insisteva per farglieli spuntare, Ineka sorvegliava come un falco la parrucchiera perché non andasse oltre al centimetro consentito. Aveva grandi occhi neri, talmente scuri che l’iride e la pupilla sembravano fondersi insieme. Aveva qualche ammiratore, ma lei non era molto interessata ai maschi. Le avevano raccontato le insegnati che era capitato che alcuni ragazzi della scuola si fidanzassero tra di loro e poi finissero per sposarsi, ma era un’ipotesi che lei escludeva a priori. Non avrebbe mai sposato uno che conosceva fin da quando usava ancora i pannolini. Lei voleva uscire da quel gruppo ristretto, conoscere un rockettaro, andare a vivere negli Stati Uniti, mangiare hamburger seduta su una panchina di Central Park e dimenticarsi per sempre di essere stata in quel pesto.
Stava ancora rimuginando su quelle fantasie quando raggiunse la sala da pranzo e lo sguardo severo di Georgos la fece tornare bruscamente con i piedi per terra.
Lei ormai era una senior e andò a sedersi al tavolo dei ragazzi più grandi. In fondo, a capotavola, Menodora stava chiacchierando con alcune sue compagne, mentre Georgos, seduto al tavolo dei bambini più piccoli li teneva sotto stretta osservazione e gli bastava uno sguardo per sedare capricci o comportamenti non consoni.
Fu una cena tranquilla, come sempre, ma quando fu il momento di andare a ritirarsi nella propria stanza Ineka venne avvicinata da una compagna con cui aveva sempre parlato poco: Theodosia.
- Hai la tipica faccia di quella che vuole scappare – le disse avvicinandole le labbra all’orecchio e facendole gomitino.
Ineka rimase impietrita da quell’affermazione. Se era così evidente per una che la conosceva appena chissà da quanto tempo Menodora e Georgos si erano accorti di questa sua esigenza, pensò abbassando lo sguardo.
- Questi non sono affari tuoi, Teho – le rispose.
- Io non la penso nello stesso modo. Anch’io me ne voglio andare da qui e ho anche un piano, ma ho bisogno del tuo aiuto.
- Che intendi? Cosa vuoi da me?
- Devi lasciarmi usare la tua stanza per scappare.
- Dico, sei matta? È vero che la mia camera è quella più vicina al muro di cinta e alla cancellata, ma è anche al terzo piano. Ti ammazzeresti se cercassi di saltare dal balcone.
- Non ti preoccupare. Ho i miei metodi. Se vuoi puoi unirti a me…. Avanti, Ineka, non fare la preziosa. So che muori dalla voglia di scavalcare quel muro e lasciare questa schifosissima isola. Io ti posso aiutare e tu, puoi dare una mano a me.
Ineka rimase a riflettere per qualche istante, poi si rese conto che la compagna aveva ragione, peggio di così non sarebbe potuta andare, quindi tanto valeva fare un tentativo, anche se non aveva proprio idea di come sarebbero riuscire a saltare dal balcone e poi a scavalcare una cancellata in ferro alta quasi sei metri, o il muro di cinta con sopra il filo spinato. A pensarci bene, dalle precauzioni che avevano preso i direttori quello sembrava più un carcere minorile che una scuola.
- Ok, ti aspetto nella mia stanza verso le undici, così saremo sicure che tutti staranno già dormendo e Menodora e Georgos saranno nel loro cottage in fondo al cortile.
 

Ineka era in piedi sul cornicione e guardava in basso. Sentiva un forte senso di nausea alla bocca dello stomaco, mentre Theodosia sorrideva, le teneva la mano e le diceva di non avere paura.
- No, tu sei tutta matta! Io non salterò… – borbottò Ineka con voce tremante, ma la compagna le strinse più forte la mano e saltò nel vuoto tirandosela dietro.
Ineka stava urlando mentre precipitava velocemente verso il basso, ma dalle sue labbra non usciva nessun suono. Anche Theo rideva a crepapelle e la sua risata era silenziosa, muta.
Quando furono a poco meno di mezzo metro la loro corsa si arrestò e iniziarono a fluttuare leggere e delicate fino a quando posarono i piedi sull’erba.
Ineka fissava trasecolata la compagna senza capire cosa stesse succedendo. Theodosia portò l’indice alle labbra per farle capire che doveva solo tacere e fidarsi. Le avrebbe spiegato tutto, ma più tardi.
Tenendola sempre ben salda per il polso Theo si mise a correre e Ineka la seguì. Erano agili e veloci e nel giro di pochi secondi raggiunsero la cinta. Teho si voltò per qualche istante a guardare l’istituto, alzò il dito medio e sorrise prima scavalcare la cinta con un balzo. Quando fu dall’altra parte fece segno a Ineka di imitarla.
- Ma non posso…. Io…. Non sono capace… – sussurrò intimorita.
- Ce la puoi fare. Tu sei una kallikantzaroi.
- Cosa?
-  Vuoi davvero sapere chi sei? E allora fidati di me e fa’ come ti ho detto. Conterò fino a dieci, se poi non sarai da questa parte io me ne andrò e tu dovrai tornare al dormitorio da sola – la minacciò Theo con aria determinata.
Ineka sollevò lo sguardo e rimase a fissare per qualche secondo le minacciose punte del filo spinato. Poi spostò lo sguardo per cercare di capire se sarebbe stato più facile saltare la cancellata come aveva fatto Theodosia, ma anche le acuminate sagomature le incutevano una certa ansia.
- Sei… sette… non hai molto tempo…ot…
Ineka chiuse gli occhi, serrò i pugni, chiuse gli occhi e saltò. Sentì il suo corpo vincere la forza di gravità come se sulla schiena le fossero spuntate delle ali invisibile. Aprì gli occhi e iniziò a mulinare le braccia e le gambe come se stesse nuotando. Voleva spostarsi il più possibile dalla  cancella per timore di ricadergli sopra e restare infilzata. Quando atterrò si rese conto di essere a quasi tre metri di distanza.
Theodosia la fissava sorridente e le stava battendo le mani.
- Brava la mia ragazza. Adesso però ci dobbiamo sbrigare – le disse e voltandole le spalle iniziò a correre verso la foresta. Ineka la seguì. Stavano capitandole un sacco di cose strane, ma adesso, che era a un passo dalla libertà non era il caso di fermarsi a discutere. Non fino a quando fossero state in salvo, per lo meno.
Nel giro di pochi minuti raggiunsero il centro del bosco e Ineka seguì Theodosia che entrò con aria sicura all’interno di una caverna. Era ovvio che la ragazza ci fosse già stata in passato, pensò Ineka, poiché la grotta era riparata dalla vegetazione e non era facile scorgerla a meno che uno fosse a conoscenza della sua esistenza. Theodosia camminava disinvolta come se quella fosse stata per lei una seconda casa, ma forse lo era, si rese conto Ineka non appena raggiunsero una specie di stanza. Al centro c’erano dei massi piatti disposti a cerchio. Sembravano quasi delle poltrone in miniatura.
Le ragazze si misero sedute e rimasero a fissarsi negli occhi per alcuni istanti. Ineka, aveva una miriade di domande che le balenavano in testa, ma era così confusa che non sapeva da dove cominciare e poi, aveva bisogno di qualche istante per riprendere fiato.
- Siete delle kallikantzaroi – disse una voce di uomo rispondendo alla prima domanda che Ineka aveva in testa. La ragazza si voltò e si trovò faccia a faccia con un bellissimo uomo sulla trentina. Proprio come lei era incredibilmente alto e aveva grandi occhi neri su un volto spigoloso e serio. –Anzi forse dovrei dire che siamo dei kallikantzaroi, dato che anch’io faccio parte della categoria.
- Io… ecco… non so…
- Oh, non ti preoccupare, Ineka – la rassicurò la compagna. –Fino a un paio di mesi fa’ neppure io sapevo di appartenere a questa casta.
- Non capisco. Cosa saremmo esattamente?
- Forse non è la definizione più azzeccata, ma ci hanno sempre considerato dei folletti – confermò l’uomo accennando un sorriso. –A proposito io sono Nesios.
- Ineka – rispose la ragazza allungandogli la mano. Lui la prese con delicatezza e la strinse senza mai smettere di guardarla negli occhi.
-  Non sapevo che saresti venuta anche tu con noi, ma forse è meglio così. Ora, ragazza mia, sarà meglio che io ti dica tutto per bene. I kallikantzaroi sono bambini speciali, bambini concepiti in un particolare giorno dell’anno, per la precisione il 25 marzo alle ore 23, ventitre minuti e ventritre secondi, cioè l’esatto attimo dell’annunciazione a Maria. Se il concepimento avviene in quel preciso istante il bambino che nascerà sarà un kallikantzaroi. Alcuni di noi sono particolarmente buoni e capaci solo di attuare il bene, altri invece hanno poteri malefici. Ad ogni modo all’età di due anni ogni kallikantzaroi viene sottratto alla famiglia e portato a vivere su quest’isola. Un posto che nessuno conosce perché agli occhi umani non esiste. Quest’isola non è segnata su nessuna mappa ed è nascosta dall’incantesimo della nebbia che la avvolge completamente in qualsiasi ora del giorno della notte.
- È per questo che veniamo tutti lasciati a marcire su quest’isola per sempre, perché per nostra infinita fortuna siamo stati concepiti nel momento sbagliato. Ti rendi conto che è una vera ingiustizia! – tuonò Theodosia con i pugni serrati. 
- Ma non capisco… perché devono restare confinati anche quelli capaci di fare il bene? Menodora e Georgos mi sembrano della brave persone e…
- Non ti fidare di loro – la ammonì Nesios. –Sono loro i nostri carcerieri. Io per fortuna sono riuscito a fuggire, ma non sono in grado di lasciare l’isola da solo. Come ti ho detto nessuno può oltrepassare l’incantesimo che avvolge l’isola. È una specie di barriera impenetrabile, ma unendo i nostri poteri ce la possiamo fare.
- Perché avete deciso di coinvolgere anche me nella vostra fuga?
- In realtà saremmo bastati noi due soli, ma quando Nesios ha lanciato l’incantesimo che ha potuto permettermi di uscire dalla scuola dopo il tramonto, per colpa di un improvviso cambio direzionale del vento, la magia ha colpito la tua finestra anziché la mia e così ho dovuto chiederti il permesso. Ad ogni modo sapevo che anche tu volevi andartene da qui e così…
- Bene ragazze – si intromise l’uomo. –Il momento è quasi arrivato. Abbiamo solo una mezz’ora prima del sorgere del sole. Quando la nebbia sta sorgendo è un po’ meno fitta del solito e solo in quel momento possiamo tentare di lanciare l’incantesimo per aprire il varco.
- Come riusciremo a raggiungere la terra ferma? – chiese Ineka.
- Oh, avanti ragazzina – la ammonì  la compagna. – Usa la testa. Siamo spiriti! Non hai visto quello che siamo state in grado di fare poco fa!?
Senza perdere altro tempo, seppur poco convinta di quello che stava per fare, Ineka decise di seguire Theodosia e Nesios. Quell’uomo non le piaceva, aveva qualcosa di inquietante, ma in quel momento sentiva di non avere altra scelta se non quella di andare con loro per aiutarli. Una volta raggiunto Patrasso si sarebbero separati e di Nesios non avrebbe più sentito parlare, si disse per farsi un po’ di coraggio.
Raggiunsero la riva e rimasero immobili ad osservare i sole che si stava alzando all’orizzonte. Insieme alla sua ascesa ecco che anche una leggere foschia si stava sollevando dalle acque.
- Bene ragazze, ora datemi le vostre mani e…
- No! Non fatelo! – La voce severa di Georgos costrinse le sue ragazze a bloccarsi.
L’uomo era sospeso un paio di metri da terra, con le braccia incrociate e lo sguardo carico di disappunto.
- Ragazze, vi prego. State per commettere un grosso errore – confermò Menodora che levitava sulle acqua, proprio davanti al punto in cui i tre avrebbero dovuto aprire il portale. – Niesos non è affatto quello che pensate. Per lui siete solo delle ragazze come tante da sacrificare per poter fuggire da Kalhos. 
- Oh, che tu sia maledetta, Menodora! – tuonò Niesos. –Non riuscirai a fermarmi questa volta – aggiunse, poi prese Theodosia per un braccio, la sollevò come se fosse fatta d’aria  e la scaraventò contro il portale. La giovane esplose come se fosse una piccola bolla di sapone e il suo sangue, di uno strano color arancione, intrise il portale. Si aprì uno spiraglio, ma non era sufficiente per permettergli di attraversarlo e lui lo sapeva.
Menodora congiunse le mani e lanciò una magia verso la porta magica, ma si stava chiudendo troppo lentamente.
Niesos sapeva di avere poco tempo così afferrò Ineka e stava per lanciare anche lei quando Georgos gli fu addosso. Tutti e tre ruzzolarono al suono. Ineka sbatté la schiena con violenza ma,  per fortuna era viva e non si era rotta nulla.
Georgos le intimò di allontanarsi e lei andò a ripararsi nel fitto della vegetazione, mentre Menodora volava in aiuto del compagno.
Ineka si rannicchiò dentro ad un cespuglio, chiuse gli occhi e si coprì le orecchie con le mani per cercare di smorzare le urla disumane che sentiva emettere ora da Niesos, ora dai suoi insegnanti. Oh, come aveva potuto essere così stupida, si domandava pregando che tutto finisse in fretta e per il meglio. Se avesse vinto Niesos lei sarebbe stata la seconda vittima da sacrificare per la sua libertà, si rese conto iniziando a tremare.
I secondi le sembrarono ore, i minuti settimane intere, poi finalmente sentì una mano sulla sua spalla e facendosi coraggio aprì gli occhi.
- È tutto finito, piccola mia – le disse Menodora aiutandola ad alzarsi.
- Certo che hai corso un bel rischio, ma sei stata fortunata – la rimproverò Georgos. – Questa non era la prima volta che Niesos tentava di fuggire, ma per fortuna non ce ne saranno altre.
- Adesso torniamo a casa, Ineka. Abbiamo molto di cui parlare.
Appena raggiunto l’istituto Manodora dispose che a Ineka venisse fatto un bel bagno caldo e che poi venisse condotta nel suo ufficio.
Nel giro di mezz’ora la ragazza se ne stava raggomitolata sulla poltrona davanti alla scrivania della direttrice con una tazza di caffè tra le mani e l’aria smarrita.
- Niesos non ti ha mentito. Tu sei davvero una kallikantzaroi. Tutti i ragazzi che sono nostri ospiti lo sono. Io e Georgos abbiamo l’incarico di crescervi e di capire quale spirito si nasconde dentro di voi. Se siete buoni al compimento del ventunesimo anno di età vi viene spiegata ogni cosa e venite condotti a Patrasso. Da lì potete andare liberi per il mondo e seguire il vostro cuore e i vostri sogni.
- E se invece un kallikantzaroi ha dentro il male? – domandò lei titubante.
- In tal caso viene eliminato – rispose Georgos non fare risoluto. – Theodosia per esempio era candidata all’eliminazione. Anche Niesos era uno spirito malvagio, ma ci era sfuggito. Per anni gli abbiamo dato la caccia, ma era protetto da un incantesimo io e Menodora non riuscivamo a localizzarlo. Da una parte dovremmo ringraziarti per averlo portato allo scoperto. Ora abbiamo una cosa in meno di cui preoccuparci.
Ineka sentì nascere dentro di sé una domanda che la faceva tremare fin nel profondo: - Che ne sarà di me?
- Vuoi sapere se sei una kallikantzaroi destinata a vedere il mondo? O piuttosto condannata dall’eliminazione? – le domandò la donna sorridendo e la ragazza si affrettò ad annuire. –Oh, mia cara, solo tu puoi rispondere a questa domanda. Il bene e il male vivono in equilibrio da sempre, sono due piccole stanze che ognuno di noi ha nel proprio cuore, ma sta a te decidere quale delle due aprire. Hai ancora due anni da dover passare con me e Georgos e durante questi due anni sarai tu a dover decidere del tuo futuro. 
        

mercoledì 9 aprile 2014

NEMESI di Giuseppe Novellino



   
  Una colonna di fumo oleoso si alza dallo svincolo di Piacenza Nord. Deve esserci stato un incidente di classe B con incendio di un mezzo pesante.
     Claudio si sposta sulla corsia di emergenza e arresta la sua Asik Turbo L10 con cannoncino retrattile. Accende una sigaretta e abbassa il finestrino. Il contrasto fra l’aria condizionata e il clima esterno è violento. Un alito caldo, olezzante di gomma e di asfalto, gli accarezza la faccia.
     Ecco, adesso deve decidere cosa fare. L’uscita è bloccata. Chissà a che ora potrebbe raggiungere la sua dimora nell’elegante quartiere blindato degli automobilisti piacentini, dove lo attende la moglie per la partita serale con gli amici del CEPE (1).
     Da quando la loro figlia diciottenne, Martina, se n’è andata, la vita è diventata più tranquilla ma un po’ triste. Non è sufficiente appartenere alla categoria degli automobilisti, con tutti i vantaggi e le distrazioni che essa comporta. Ci vorrebbe qualcosa d’altro. I motori, le strade moderne, i nuovi modelli e gli accessori sempre più sofisticati non bastano più a riempire la vita. Forse una volta… Adesso, con i suoi cinquantasette anni, Claudio comincia ad essere stanco. Il rapporto con la moglie va abbastanza bene, non ha accusato contraccolpi. Ma il vuoto lasciato da Martina è notevole e non può essere facilmente colmato. Lui si sente il diretto responsabile del suo allontanamento. Con grande dolore ha dovuto cacciarla di casa, dopo che aveva rifiutato di sposare Vito Uber, campione nazionale di warcar. Ma questa è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Martina, da un po’ di tempo, era diventata incompatibile con il ruolo sociale di normale automobilista della classe media.
    Accende l’autoradio. Forse il notiziario darà le informazioni sull’incidente, i cui fumi si disperdono all’orizzonte. Sintonizza su Turboelite, la stazione più ascoltata dagli automobilisti.
   “… non interamente percorribile.” È la voce effeminata di Rosco Errani, il beniamino dell’emittente. Una musica elettronica si sente in sottofondo. “Ma non crediate che nelle altre zone siano tutte rose e fiori. Per esempio, ci segnalano proprio adesso un incidente all’uscita di Piacenza Nord. Ma non possiamo dirvi granché, in proposito, aspettiamo altre notizie. La bretella Brescia Sabbioneta Ferrara risulta ancora del tutto intasata. Che fare? Pare proprio che questa sera raggiungere Ferrara sia piuttosto problematico. Ci sarebbe la Cremona Mirandola Ferrara. Ma qui la Deambulans imperversa da tre giorni. Mi dicono che quei fanatici hanno assediato una stazione  gestita dall’APADE (2). Sono cavoli acidi, dunque, per chi viaggia da Mediolano, Tauri City e Genova in direzione Ferrara. Cari ascoltatori, una soluzione ci sarebbe, anzi due, ma mi vergogno un po’ al solo pensiero di suggerirvele.” Pausa, durante la quale la musica di sottofondo risuona più forte. “Beh, comunque non ho scelta. È mio dovere. Potreste dunque percorrere l’Autosole fino a Modena… Sì, proprio quella vecchia arteria piena di buche, attraversata ogni tanto da bisce e topi di campagna, che qualsiasi automobilista rispettabile non oserebbe neppure nominare. In quella località sarebbe agevole imboccare il raccordo con asfalto insonorizzato La Spezia Sassuolo Cento Ferrara. Ma attenzione: mi dicono che si è formata una coda di centodue chilometri.” Ancora breve pausa con musica. “Un tantino migliore, a questo punto, la seconda soluzione. Risalite fino a Verona, prendete per Venezia sulla Intereuropean Velocity Road con curve intelligenti, che vi porta rapidamente a Mestre; e da quella località potete raggiungere Codigorauto, uscire al chilometro 1.347 e raggiungere Ferrara con la iperstrada locale n°75 Padania Deltica. Insomma, un bel giro.” Ancora musica. “Ma se avete una buona auto, come la nuovissima Mercedes Charlotte modello 2043 con pneumatici prensili, il gioco è fatto. Anche perché, cari autoascoltatori, lasciatemelo dire, è ancora in vigore, fino alla mezzanotte, la grande offerta di supercarburante Chevron, che troverete in tutti i distributori Chevron, ma anche negli associati Zakka Petroli e New Shell. Buon viaggio!” Stacco musicale. “Ed ora…”
     Claudio riduce il volume dell’autoradio. Un tizio si è avvicinato al finestrino. Ha una barba di quattro giorni, i capelli incolti e gli occhi spiritati.
     - Vieni con noi! Lascia questa infernale trappola di plastica e lamiera!
     Claudio capisce al volo. Si tratta di uno di quegli invasati della Deambulans. Aziona il comando per chiudere il finestrino. L’individuo ritira in tempo le mani, prima che il cristallo gliele tranci di netto.
     Ma subito Claudio vede l’auto assediata da altri forsennati. Certamente sono riusciti ad aprirsi un varco nella barriera protettiva parallela al nastro stradale e ora cercano di bloccare la circolazione.
     Dai veicoli che sfrecciano in quella direzione risuonano i clacson come protesta contro i temerari contestatori.
     Che fare?
     Claudio può azionare il cannoncino nascosto nel cofano. Tutto legale, trattandosi di pedoni esposti. Ma nessuno di loro, furbescamente, sta davanti al muso della macchina.
    Quelli cominciano a sballottare il veicolo. Qualcuno è salito sul tetto e ora si esibisce in una vera danza di guerra.
     Tutto il suo odio per la Deambulans esplode ad un tratto. Sarà pure in crisi, ma lui è un automobilista benpensante, perfettamente integrato nell’unica vera società: quella dei motori, degli pneumatici ultima generazione, della fitta rete autostradale, del guard-rail programmato e dei supercarburanti. E lui, checché ne dicano quei cialtroni, ama l’odore dell’olio bruciato e dell’asfalto. Gradisce immensamente abitare nei nuovi quartieri blindati per automobilisti perbene, lasciando i vecchi centri storici ai topi, alle erbacce, alle bisce e agli antichisti. È talmente convinto delle sue idee che presto si iscriverà al partito Interland Rotoforza.
     Lancia una bestemmia. Ingrana la prima e parte sgommando.
     Sente il ballerino volare dal tetto.
     Ma improvvisamente gli si para davanti una donna con le braccia alzate. Un tonfo sul cofano e quella fa un volo spettacolare.
     Da dove è sbucata?
     Chissà perché, dopo pochi metri, arresta la macchina. Eppure si tratta solo di un pedone più che mai esposto. È stato legittimo investirlo. Avrebbe anche potuto prenderlo a cannonate.
     Non fa in tempo a predisporre le difese del suo veicolo contro le minacce esterne, che i contestatori della Deambulans gli sono addosso. Spalancano lo sportello, lo trascinano fuori dall’abitacolo e lo fanno inginocchiare accanto al cadavere della donna investita.
     - Guarda che cosa hai fatto! – grida un barbuto capellone che deve essere il capo.
     La rabbia di Claudio si trasforma in angoscia.
     Ai suoi piedi, sporca di sangue e adagiata in un’assurda posizione, c’è sua figlia Martina.
     Il pianto di Claudio viene coperto dai clacson dei veicoli sfreccianti.
   

1)      C.E.P.E – Contrapposizione ai pedoni esposti
    2) A.P.A.D.E. – Associazione patriottica Automobilisti d’Europa

domenica 6 aprile 2014

KONRAD E KARINA di Jean-Pierre Planque



Konrad conosce Karina mentre il mondo vive.
Karina lo incontra più tardi, quando il Cielo e la Terra s’incupiscono.

Non so nulla della loro vera storia. È mai stata scritta? Io non ne so niente e proverò a raccontarvela con le mie parole. Tutto inizia quando Konrad incontra Karina. Sono sulla grande piattaforma mercantile di Giove che qualcuno avrà visitato qualche volta, e che mescola tante persone, tanti progetti e tante idee. Sapete, quell’immenso luogo nel sistema solare in cui è buona educazione parlare dell’esaurimento delle miniere di Marte, delle ribellioni dei prigionieri deportati su Deneb, di concludere alleanze tra pianeti, di trovare accordi, contratti, o ancora, amori extra-planetari...
Konrad da qualche anno cerca un nuovo mondo. Il distintivo della Confederazione infesta ancora la sua uniforme stanca, ma lui se ne frega abbastanza. La sua nave lo attende in un’orbita sicura. Se un giorno troverà un mondo nuovo, al diavolo la Confederazione, sarà per passarci dei giorni piacevoli! Lui ha vagato a lungo, fatte domande, ascoltato altre vite. Spesso ha pianto assieme a esseri senza storia, e con loro ha fatto a brandelli la sua sofferenza per farli parlare... qualche donna si è arrischiata ad affrontare la stretta delle sue braccia. Lui le ha amate tutte, spesso calpestate; ma a nessuna, mai, ha mostrato sulla carta spaziale il luogo che cerca. A nessuna.
Non so quale fu il loro incontro e chi pronunciò le prime parole. Ma lo immagino. Konrad sempre con le sue carte astrali, un po' sbilenco e ammaccato, che non sapeva più che dire, e lei che lo guardava con occhi immensi.
– Io cerco Almitra, la città-pianeta descritta in un libro antico. Potrebbe aiutarmi?
Karina abbassa gli occhi, guarda i piedi scalzi dello straniero. Sente che lui viene dal mondo strano e bizzarro che lei ama, ma non sa che rispondere. Almitra? Lei cerca nella sua memoria. Sì, ricorda un libro antico. Uno scrittore terrestre il cui nome sfiora per un attimo la sua memoria... Gibran? Ma ha venduto tutto, non può intraprendere alcuna ricerca su alcuna rete planetaria...
– Oh, io sono così povera ‑ dice lei ‑ se sapesse, non ho nient’altro che me...
Per dimostrarglielo, la giovane donna rivolta le tasche della sua tuta da pilota.
Della polvere d'oro scivola verso il suolo. Konrad si china.
– Oro! ‑ grida lui ‑ Questo è oro!
Karina sorride.
– Ah, bene. Tanto peggio...
Gli dice che ha trovato questa polvere presso un commerciante venusiano.
– Solo per farlo arrabbiare, fargli pagare la sua sudicia testa tirata e la sua grossa pancia.
Lei ride e aggiunge:
– Non gli ha fatto male scoparmi, a quel porco... non sogno, tesoro, l’oro terrestre non vale nulla. L’oro si trova in quantità ovunque! Le compagnie hanno abbandonato questo metallo da un bel pezzo...
Konrad infine la guarda. Il viso delicato di Karina esprime forza e dolcezza. Ha intrecciato i suoi lunghi capelli castani con delle alghe rosse di Exania. Una collana di perle viventi corre tra i suoi seni. Una tuta verde da pilota da combattimento, macchiata e strappata, cerca di nascondere delle forme arrotondate che Konrad non può evitare di notare.
–       Tu cosa vendi?
Chiede lui.
– Tutto e niente. Vendo tutto ciò che cade nella mia mano innocente. Vuoi un tostapane? L’ho trovato nel museo EXAS.3. Sai, quell'orrore che i terrestri hanno installato sulla loro luna e che attira le folle venusiane. Ho sentito che gli Xuéniani usano dei tostapane per grigliare i loro nemici. Sai, gli Jahéliani, quelle creature sauroidi che esportano in tutta la galassia in forma liofilizzata. Ne avrai sicuramente mangiato...
– Ma a che serve? Voglio dire: questo tostapane?
– Vedrai. Combinando di un tostapane degli anni ‘60 con l’I.A. di una nave del 2080 come la tua, si può andare in qualsiasi mondo. Compreso il tuo Almitra. Se vuoi, ti farò le regolazioni. Mi piace molto rendermi utile...


Konrad e Karina hanno lasciato la grande piattaforma di Giove. Sono a bordo dell'Aigle blanc.
Karina ha programmato la coordinate di Almitra sul sistema di pilotaggio.
Nell’accarezzare il suo corpo, Konrad nota un’impronta magnetica sul suo braccio sinistro.
– È il segno che sono passata per il bordello militare di Deneb, dice Karina. Impossibile eliminare questa merda... ho provato, grattato a sangue con le unghie. Niente da fare! Per tutti, questa è la prova che io non sono che una puttana terrestre. Tu pensi questo, vero?
Chiede lei baciandolo.
– Io me ne frego, risponde Konrad. Posso liberarti di questa puttanata di codice... non dimenticare che lavoro ancora ufficialmente per la Confederazione. Ho tutto quello che serve per cancellarlo!
– Immagino che dopo di questo...
– Dopo di questo, cosa?
Chiede Konrad.
– Ti sarò debitrice per tutta la vita di questo servizio.
Konrad abbassa lo sguardo e programma il dispositivo.
– Me ne frego. Io desidero che tu sia libera, lo capisci? Ma potrei anche regolare questo cazzo di laser per bruciarti il braccio fino all'osso...
– Bastardo!
Karina lo colpisce e cerca le sue labbra. I loro corpi si uniscono di nuovo.
– Sei davvero il peggior bastardo che conosca!
Konrad, molto tranquillo:
– Lasciami fare, tesoro. Dopo di che, mi batti quanto ti pare...
Il codice si cancella lentamente dal braccio di Karina. In breve non ne resta alcuna traccia. Konrad deposita un bacio sul collo della sua amante.
– Ecco, fatto!
Il corpo di Karina si placa e langue. Si gira sul giaciglio, gli dà la schiena e le natiche arrotondate.
– Caro, puoi farci un vero caffè terrestre con dei toast? Li adoro! Sai, sono molto felice che noi due...


Alle quattro, Tempo Solare, Konrad si svegliò. L’Aigle blanc faceva le fusa come un gattino. Lui spinse delicatamente il corpo di Karina e la sentì gemere.
La tuta bucherellata era stata gettata in un angolo della cabina, elegante disordine che il lampeggiante rosso del controllo sanitario non poteva mancare di segnalare...
Bisognava anche che lui le parlasse: gli sarebbe piaciuto disporre di un po’ più di un quarto della cuccetta per dormire regolarmente... Karina dormiva dove il suo corpo si trovava, che le sue gambe fossero sotto quelle di Konrad o le sue braccia sopra. Lui sorrise mentre la guardava. Che donna superba! Tenera, così teneramente appassionata. E a volte così difficile da capire. Era davvero fuggita dal bordello di Deneb? Il codice che aveva cancellato designava le personalità devianti o sospette, non le prostitute di Deneb o d’altrove, che erano pienamente integrate nel sistema... dove aveva appreso ciò che sapeva? Sembrava capace di tutto: dalle peggiori stravaganze al più grande dei miracoli. Questo è ciò che aveva attirato Konrad. Sapeva che con lei, non si sarebbe mai annoiato.
Karina aveva riprogrammato tutto all'interno della nave, negoziato con l’I.A. per ore, rotto delle protezioni per l'installazione del tostapane... si sarebbe detto che tutto finisse per cedere davanti alla sua volontà!
Konrad si diresse alla macchina del caffè per premere il tasto blu.
Qual era la posizione della nave, e quale nuovo pianeta era in vista?
Ma Karina rideva nel sonno. La sua dolce mano si tendeva verso di lui.
La sentì dire:
– Vieni tesoro, voglio raccontarti il mio sogno... parla di noi. Siamo su un pianeta tutto blu…
Lo scrittore Philip K. Dick parla, credo, di un'esperienza quasi mistica . [Seguiva il periodo delle cure dentali e il dottore gli aveva inoculato una sostanza sporca nelle gengive]. Fu sorpreso, nel suo bagno, che la sua mano cercasse a sinistra un interruttore che sapeva trovarsi a destra da anni. Anch'io ho vissuto qualcosa del genere: pensando di premere il pulsante blu sulla macchina da caffè per visualizzare sullo schermo ciò che Karina aveva sognato per noi durante la notte, la mia mano ha premuto il tasto verde sul tostapane che lei aveva installato. Mi sono ritrovato con lei su Wöos, un mondo completamente blu pieno di canguri altrettanto blu che sembravano volerci intrattenere... ho subito pensato all’antico Disney Land. Sapete, quel ridicolo parco di divertimenti per bambini e genitori vissuti nel secondo millennio che andò in bancarotta! Cosa succede quando la Confederazione è in grado di invertire l'ordine dei tasti sulla vostra tastiera a vostra insaputa? Quando il vostro cervello sinistro comincia a comandare il vostro cervello destro? Quando pensate di poter far colare un caffè e una fetta di pane tostato vi strappa l'orecchio? Potete spiegarmi?
– Che cos’è questa visuale? ‑ urlò Konrad ‑ Mi prometti Almitra, e ci ritroviamo su Wöos!
– Su... cosa?
Karina uscì dal coma e si stirò. Aveva dormito tredici ore terrestri e non capiva nulla di quell’improvvisa agitazione.
– Ci stiamo avvicinando a un mondo folle, ‑ disse Konrad ‑ Si tratta di un mondo in formazione. Gas, volute blu completamente irreali. Gli apparecchi sembrano incapaci di trovare alcuna base solida dove posarsi. Andremo a piantarci nel mondo dei canguri blu...
– Canguri... blu?
– Sì, ‑ disse Konrad ‑ grazie per la regolazione. Sei davvero inutile!
Karina recuperò la sua tuta che era stata restaurata e ripulita dal modulo Gestione equipaggiamento. La infilò come poteva (in altre circostanze, Konrad avrebbe riso nel vedere il suo corpo battagliare in quel modo), poi si girò verso gli schermi.
– Sei sicuro, caro? Baciami prima!
Konrad si trattenne dall’esplodere. La baciò sul collo.
– Guarda, ‑ disse ‑ andiamo dritti verso la catastrofe!
I segnali d’allarme lampeggiavano dappertutto. Una sirena urlava da qualche parte nella nave. La voce sintetica dell’I.A. raccomandava l'abbandono immediato della procedura d’approccio.
– Te la faccio atterrare io, la tua Aigle blanc, ‑ disse Karina ‑ tu mi ami ancora?
Lei si piazzò al posto di pilotaggio, si strofinò le tempie, poi tamburellò sulla tastiera direzionale.
Konrad non perse d’occhio il rapido movimento delle sue dita. Sa fare anche questo, pensò. Sa fare qualsiasi cosa! Cazzo di ragazza. E che faccio, io?
Come se fosse entrata la sua mente, Konrad la sentì dire:
– Ci fai un vero caffè italiano, tesoro? Non sbagliarti di tasto Te l'ho detto: è il nero, non il blu. Per carità, non sbagliare ancora...
Konrad comprese che tutto era appena iniziato. Lui immaginava il seguito. Karina gli avrebbe detto che lei conosceva questo mondo e che era il suo. Un mondo pieno di canguri blu, con un dolore nascosto nel loro marsupio. Restava da scoprire quel dolore e perché era lì...
(Traduzione dal francese di Sauro Nieddu)

venerdì 4 aprile 2014

INTERIORA di Serena Gentilhomme



Questo racconto è dedicato alla dolce, arguta memoria di mio padre, Giulio Truci, medico, poeta e musicista (1914-2008)
                                                                                    Serena Gentilhomme

Aspro è il distacco da te, dal tuo volto bellissimo composto in un misterioso (ironico?) sorriso, ma il dovere mi chiama oltre la cima di questa scala impervia, verso il nitore della luna crescente – profilo identico al tuo – irrorante i cipressi, le vigne, i colli e le alte mura di pietre sconnesse che rasento, di corsa, strappando ciocche di capperi che stritolo tra i denti: il sapore della tenera, acida carne dei boccioli è quello delle mie lacrime.
Arrivo a casa esausta, ma pronta a compiere quanto promesso a te, rimasto solo in quella triste stanza che, stranamente, hai scelto come sala d'attesa, un locale squallido, spoglio, dove l'umidità affresca sulle pareti oscure forme – une delle quali m'incute un vago terrore profondo, come quello lasciato degli incubi dimenticati…
Le nostre donne mi accolgono, mi consolano, mi lavano, mi rivestono di un abito di lino finissimo, laminato d'oro, stretto alla cinta da un corsetto bronzeo. Abili mani mi riuniscono i capelli a crocchia sulla nuca, ricoperta da una retina dorata. Sul mio seno ricadono due trecce.
Così ricomposta, entro nelle cucine.
L'afrore e il fervore che vi regnano mi rinvigoriscono: i preparativi per il simposio di domani culminano. Nel ruggire dei fuochi, in uno sciame di faville, nello scoppiettare dei ciocchi e delle torce, i nostri undici cuochi, mezzi nudi e lucenti di sudore, spennano, scuoiano, sventrano e tagliano, ridendo, bestemmiando e lanciandosi certe loro oscene, innocenti facezie. Ancora non si sono resi conto della mia presenza: eretta sulla soglia, onusta di gioielli, osservo i bei corpi scolpiti dal sole e dallo sforzo che si agitano tra un bue appeso accanto a cinque lepri, un cerbiatto, dieci fagiani ed una capra parzialmente sventrata, la cui testa è stata posta su di un ceppo intriso di sangue, ai miei piedi. Il mio sguardo si perde in quegli occhi morti…
Morti?
No: quei globi di brace, come il rictus disperato, astuto delle labbra cascanti, sono quelli dell'Orco dal becco d'avvoltoio, dagli orecchi d'asino, dal cranio irto di serpenti, del divoratore d'anime di cui nessuno osa pronunciare il nome.
Tukhulka.
Il sangue mi s'agghiaccia e batto i denti.
Ora capisco: l'oscura forma che si è disegnata sulla parete nel momento in cui ho dovuto lasciarti era la sua immagine…
– Tanaquil?
Davanti a me sorride il mio cuoco preferito, Pultuce: come sai, come sempre hai saputo – anche se non te l'ho mai confessato – questo bizzarro, vecchio fanciullo più giovane di me è stato il mio amante per molti anni, fin quando ha voluto. Ormai, le sue membra si sono appesantite, i suoi lunghi ricci rossi sbiancati, ma il bagliore dei suoi occhi verdi come il fiele d'un galletto è rimasto vivido.
– Tanaquil, devi cucinare questo per l'offerta agli dei involuti: ordine di lui …
– Fegato di capra?
Prendo il vassoio, il coltello affilato – lo stesso che tu usavi per divinare – che Pultuce mi porge e une saliva famelica m'inonda le fauci: brillante, liscio, chiaro, di grana più fine del lino che mi avvolge, questa materia tremolante e perlacea esige di essere sezionata, snervata, sfaldata e lavorata a fondo, amorosamente, in un'orgia di profumi e di sapori – olio vergine, capperi, sedano, cipolla, sublimati da un vino bianco dal sentore d'agrumi…
– Di capretto, via. Meglio di quello dell'agnello, l'ha detto lui. Credimi! Credilo!
La lama splende di mille faci. L'ho appena immersa nel fegato per tagliarlo a fettine sottili, quando una vertigine mi assale.
L'ardore, il fragore, il fortore della cucina scompaiono.
Davanti a me si disegna la sagoma d'un'esile barca fuggente su di un'onda lieve, trasparente – inesorabile – che salpa verso una sponda nebulosa, in un battito d'ali immense et diafane, quelle della Lase, gli angeli della morte…
– Attenta, non farlo bruciare!
La bocca carnosa di Pultuce è vicinissima alla mia: fra noi due, un bucchero colmo di vino. Ne beviamo un sorso ciascuno: vispo e croccante, il nettare dorato sfrigola nella teglia dove il fegato della bestia si è trasformato in pasta mantecata aromatica, alla quale aggiungo qualche rametto di maggiorana.
– Assaggia!
– Divino.
Assaporando il manicaretto che mi ha lasciato una scia di velluto profumato in bocca e in gola, ho sbirciato verso il cranio di capra dallo sguardo di fuoco, ed ho visto una piccola testa d'agnello dai mansueti occhi chiusi. Poi, credo di essermi addormentata: tutte le faci, tutti i fuochi erano spenti, quando mi sono ritrovata distesa su un triclinio dei convivi, con una coppa profumata in mano…


Una donna chiamata Tanaquil, della stirpe di Tagete e di Vegoia, avanza nella notte etrusca per raggiungere la spoglia di suo padre, l'aruspice Vel, nella tomba ch'egli ha voluta, contro la tradizione, disadorna e nella quale lei, la figlia dell'indovino iniziata all'interpretazione delle viscere, del volo degli uccelli ed ai misteri degli dei involuti, ha creduto riconoscere l'ombra di Tukhulka. Grande è il terrore che la pervade e la fa tremare tutta, ma niente la farebbe recedere: stringendo la coppa da cui si sprigiona un vivificante sentore di fegato commisto agli aromi delle erbe selvagge abbarbicate alle mura, Tanaquil sospira e si rassegna a scendere i ripidi, sconnessi scalini che la condurranno alla buia cella dove suo padre giace come un vecchio giglio reciso…
Una fiammata l'acceca: Pultuce è davanti a lei, con una torcia in mano.
– Vieni!
Una dopo l'altra le faci splendono, illuminando scene di banchetti dai colori di carne e di festa, giù, sempre più giù, fino alla camera mortuaria dove l'aruspice sembra contemplare l'affresco della parete principale: un'esile barca, sospinta uno stormo di Lase, salpa sulla pace di un'onda incolore.
Tanaquil s'inginocchia, posa la coppa votiva, contempla colui che fu Vel – e spera.
Spera che quel misterioso sorriso scorra nelle sue vene e la sostenga.
Spera che il vago paradiso delle Lase esista e che gli abbia schiuso le sue porte.
Spera che quando le si schiuderanno quelle silenziose porte egli risorga davanti a lei, in un nitore di luna nascente, oltre la cima dell'impervia scala.


mercoledì 2 aprile 2014

NON LASCIATE CHE IL CORVO MUOIA di Paolo Secondini



La sera del 3 ottobre 1849, il signor Joseph Walker, tornando a casa per un vicoletto deserto di Baltimora, vide un uomo disteso sull’acciottolato.
Essendo un tipo altruista e determinato per natura, affrettò i passi in quella direzione. Quando ebbe raggiunto l’uomo, si piegò in avanti e, dal momento che quegli era prono, lo rigirò.
La sorpresa fu grande allorché riconobbe il volto emaciato, pallido, di Edgar Allan Poe.
«Che le è successo?» chiese, allarmato, Walker. «Si sente male? È stato aggredito?»
Lo scrittore non rispose.
Il soccorritore, allora, gli tastò il polso per accertarsi che fosse vivo.
Lo era.
«Riesce a sentirmi?» chiese ancora Joseph Walker. «Signor Poe, la prego, mi risponda.» L’osservò con molta attenzione, poi, quasi parlando a se stesso: «È davvero in un pessimo stato!»
Lo scosse più volte leggermente e, d’un tratto, lo sentì lamentarsi.   
Walker emise un sospiro di sollievo.
«Ora l’aiuto ad alzarsi. Ha bisogno di cure,» disse. Gli mise le mani sotto le ascelle. «Avanti, si tiri su. La porto in ospedale: al Washington College. Non è molto lontano da qui. Sapranno rimetterla in sesto, vedrà.» E Joseph Walker, che era un uomo robusto, sollevò di peso lo scrittore. «Si appoggi a me. Ecco, così… Si sforzi di camminare.»

* * *

 Erano ormai trascorsi quattro giorni da quando Edgar Allan Poe era stato condotto al Washington College.
La domenica mattina del 7 ottobre, dunque, lo scrittore vi era ancora degente.
Supino nel letto, se ne stava immobile, le palpebre chiuse.
Era praticamente rimasto così dal momento in cui era stato ricoverato.
A un tratto, inaspettatamente, tirò fuori le braccia da sotto il lenzuolo che lo ricopriva. Le agitò in aria.
Un’anziana infermiera, che lo sorvegliava seduta vicino al letto, corse a chiamare il dottore. E quando, pochi momenti dopo, tutti e due entrarono nella stanza dello scrittore, lo sentirono farneticare ad alta voce.
«No! No! No!... Non lasciate che il corvo muoia… Vi prego! Vi prego!… Aiutatelo!… Deve vivere ancora, anche quando sarò scomparso… Volare, volare, volare!… A voi… a voi lo affido… Ligeia… Morella… Berenice… Non lasciate che muoia, vi scongiuro!… Reynolds, Reynolds, Reynolds… A te, ultimo nato… Reynolds… Reynolds… Reynolds…» Emise un urlo straziante, poi, la fronte imperlata di sudore, parve calmarsi. «Signore,» disse infine con un filo di voce, «eccomi!… Ti prego… aiuta la mia povera anima.»
Furono, queste, le sue ultime parole prima di morire.
Al dottore e all’infermiera parve di udire, all’istante, un frenetico battere d’ali.
Istintivamente, si guardarono intorno ma non videro niente, mentre il rumore continuava a sentirsi chiaramente e sempre più forte. Pareva che un grosso uccello volasse nello spazio ristretto della stanza d’ospedale, cercando disperatamente di uscire all’aperto.
Quando infine tornò il silenzio, il dottore si chinò su Poe. Gli auscultò il cuore. 
«È andato!» disse con freddezza. Si raddrizzò nella figura e guardò l’infermiera. «Chi sarà quel Reynolds che ha chiamato con tanta insistenza?»
«Davvero non saprei,» rispose la donna crollando il capo.
«Bisogna informare qualcuno del suo decesso,» disse il dottore. «Era sposato? Aveva figli, amici, conoscenti? »
«Guardi qui,» esclamò d’un tratto l’infermiera porgendogli dei fogli. «Erano in tasca alla sua giacca. Forse potranno aiutarci…»
«Dia qua!» esclamò il dottore e, inforcati gli occhiali, lesse: «Il prezzo di Reynolds, racconto di Edgar Allan Poe.» Rimase un momento in silenzio, poi, stringendo le labbra, riconsegnò i fogli all’infermiera. «Quel Reynolds non è che un personaggio di un mondo fantastico, immaginario, come tanti creati dalla sua penna; un mondo nel quale Poe è vissuto di sogni e illusioni per tutta la vita, e in cui alla fine, come forse desiderava… è spirato.»