domenica 2 marzo 2014
giovedì 27 febbraio 2014
SNAKKY di Matteo Bigarella
Giorgio e Piero erano rimasti soli
in ufficio. C'era del lavoro arretrato da finire al più presto e il direttore
lo aveva affidato a loro.
Di tanto in tanto Piero si alzava per andare in bagno. Aveva la prostata ridotta a un colabrodo.
"Un vecchio come te non dovrebbe fare gli straordinari di notte," disse Giorgio quando il collega tornò dal bagno.
Giorgio alzò una mano a coppa vicino all'orecchio: "Come?"
"Ho detto che un vecchio come te non dovrebbe fare gli straordinari di notte."
"Già."
Nell'ufficio scese di nuovo il silenzio.
Giorgio sbadigliò rumorosamente. Dal suo angolino il vecchio continuava a battere sui tasti della calcolatrice, il naso che quasi sfiorava i registri contabili.
"Quando vai in pensione?" chiese Giorgio tanto per fare un po' di conversazione.
Piero non rispose.
Giorgio appallottolò un foglio e lo lanciò contro il vecchio, sfiorandogli la pelata di pochi millimetri. Il vecchio trasalì e alzò la testa.
"Ti ho chiesto quando vai in pensione."
"Tra due mesi," disse Piero, la testa già attratta magneticamente verso il basso.
Giorgio tornò al lavoro, ma dopo pochi minuti si fermò. I numeri gli danzavano davanti agli occhi e non riusciva a concentrarsi. Basta. Si alzò e inarcò la schiena per sciogliere i muscoli.
"Io faccio una pausa," disse passando davanti alla scrivania di Piero. "Vuoi qualcosa da bere?"
Nessuna risposta.
Sordo e piscione, pensò Giorgio. Se devo diventare così, uccidetemi prima.
Di tanto in tanto Piero si alzava per andare in bagno. Aveva la prostata ridotta a un colabrodo.
"Un vecchio come te non dovrebbe fare gli straordinari di notte," disse Giorgio quando il collega tornò dal bagno.
Giorgio alzò una mano a coppa vicino all'orecchio: "Come?"
"Ho detto che un vecchio come te non dovrebbe fare gli straordinari di notte."
"Già."
Nell'ufficio scese di nuovo il silenzio.
Giorgio sbadigliò rumorosamente. Dal suo angolino il vecchio continuava a battere sui tasti della calcolatrice, il naso che quasi sfiorava i registri contabili.
"Quando vai in pensione?" chiese Giorgio tanto per fare un po' di conversazione.
Piero non rispose.
Giorgio appallottolò un foglio e lo lanciò contro il vecchio, sfiorandogli la pelata di pochi millimetri. Il vecchio trasalì e alzò la testa.
"Ti ho chiesto quando vai in pensione."
"Tra due mesi," disse Piero, la testa già attratta magneticamente verso il basso.
Giorgio tornò al lavoro, ma dopo pochi minuti si fermò. I numeri gli danzavano davanti agli occhi e non riusciva a concentrarsi. Basta. Si alzò e inarcò la schiena per sciogliere i muscoli.
"Io faccio una pausa," disse passando davanti alla scrivania di Piero. "Vuoi qualcosa da bere?"
Nessuna risposta.
Sordo e piscione, pensò Giorgio. Se devo diventare così, uccidetemi prima.
***
Ecco un'altra di quelle creature
ripugnanti.
Facendo uno sforzo, Snakky riusciva a tollerare la vista di quei corpi rachitici e sgraziati, e persino la tonda escrescenza carnosa che usavano per emettere i loro versi ributtanti.
Quello che davvero non sopportava erano le propaggini che si dipanavano dai loro corpi, propaggini che terminavano in ramificazioni adunche in costante movimento.
La creatura si avvicinò con l'andatura assurda tipica della propria razza.
Fa' che non mi tocchi, pregò Snakky. Fa' che non mi tocchi.
La preghiera rimase inascoltata. La creatura posò le sue appendici untuose sul vetro, gli incomprensibili organi visivi a scrutare nelle viscere di Snakky.
L'impianto di refrigerazione di Snakky ronzò di disgusto.
La creatura inserì alcune monete nella fessura e digitò sulla pulsantiera il codice del prodotto. Una lattina di tè alla pesca, sospinta in avanti dai ganci a spirale, cadde con fragore nel cestello.
La creatura aprì lo sportello e ghermì la lattina.
Snakky si sentì violata. In un cieco impulso di sopravvivenza, senza nemmeno rendersene conto, richiuse lo sportello.
Il guaito di dolore della creatura le fece accapponare i chip. L'orribile essere provò a indietreggiare, a sfilare la propaggine dalla morsa, ma Snakky strinse più forte.
Oltre a stringere, iniziò a tirare verso di sé.
Dentro di sé.
Gli urli della creatura divennero più alti. Centimetro dopo centimetro, si ritrovò inesorabilmente schiacciata contro la lucida superficie di Snakky. La piccola escrescenza in cima al suo corpo si accartocciò con un scricchiolio umido. Uno spruzzo di liquido rosso lordò il vetro antisfondamento.
Snakky, in trance, masticava con ingranaggi d'acciaio.
La creatura smise di lamentarsi e di lottare, mentre il suo corpo maciullato e contorto spariva all'interno di Snakky. Una propaggine inferiore, in preda agli spasmi, tamburellò sulla moquette per qualche secondo. Poi Snakky la risucchiò come uno spaghetto.
Quando tutto fu finito, Snakky si rese conto che la carne di quegli esseri deformi era saporita. E che ne voleva ancora.
Per sua fortuna, sapeva dove procurarsela.
Con lentezza, prese a muoversi verso l'ascensore.
Facendo uno sforzo, Snakky riusciva a tollerare la vista di quei corpi rachitici e sgraziati, e persino la tonda escrescenza carnosa che usavano per emettere i loro versi ributtanti.
Quello che davvero non sopportava erano le propaggini che si dipanavano dai loro corpi, propaggini che terminavano in ramificazioni adunche in costante movimento.
La creatura si avvicinò con l'andatura assurda tipica della propria razza.
Fa' che non mi tocchi, pregò Snakky. Fa' che non mi tocchi.
La preghiera rimase inascoltata. La creatura posò le sue appendici untuose sul vetro, gli incomprensibili organi visivi a scrutare nelle viscere di Snakky.
L'impianto di refrigerazione di Snakky ronzò di disgusto.
La creatura inserì alcune monete nella fessura e digitò sulla pulsantiera il codice del prodotto. Una lattina di tè alla pesca, sospinta in avanti dai ganci a spirale, cadde con fragore nel cestello.
La creatura aprì lo sportello e ghermì la lattina.
Snakky si sentì violata. In un cieco impulso di sopravvivenza, senza nemmeno rendersene conto, richiuse lo sportello.
Il guaito di dolore della creatura le fece accapponare i chip. L'orribile essere provò a indietreggiare, a sfilare la propaggine dalla morsa, ma Snakky strinse più forte.
Oltre a stringere, iniziò a tirare verso di sé.
Dentro di sé.
Gli urli della creatura divennero più alti. Centimetro dopo centimetro, si ritrovò inesorabilmente schiacciata contro la lucida superficie di Snakky. La piccola escrescenza in cima al suo corpo si accartocciò con un scricchiolio umido. Uno spruzzo di liquido rosso lordò il vetro antisfondamento.
Snakky, in trance, masticava con ingranaggi d'acciaio.
La creatura smise di lamentarsi e di lottare, mentre il suo corpo maciullato e contorto spariva all'interno di Snakky. Una propaggine inferiore, in preda agli spasmi, tamburellò sulla moquette per qualche secondo. Poi Snakky la risucchiò come uno spaghetto.
Quando tutto fu finito, Snakky si rese conto che la carne di quegli esseri deformi era saporita. E che ne voleva ancora.
Per sua fortuna, sapeva dove procurarsela.
Con lentezza, prese a muoversi verso l'ascensore.
***
Piero era furioso. Dove diavolo si
era cacciato Giorgio?
Lo stava cercando da mezz'ora. Aveva setacciato tutti i piani. Aveva guardato negli uffici, in sala mensa, persino nel bagno dei disabili, sicuro com'era di trovarlo placidamente posato a un lavandino, intento a fumare una sigaretta in attesa che il vecchio Piero sbrigasse anche il suo lavoro.
Forse è andato a casa a dormire. O peggio, a fare baldoria con gli amici.
Un crampo gli azzannò lo stomaco. La rabbia non faceva bene alla sua ulcera.
Meglio calmarsi. Tornare al lavoro, ecco quello che doveva fare. Finire le pratiche che torreggiavano sulla sua scrivania, fiondarsi a letto per qualche ora di sonno ristoratore e poi, l'indomani, riferire al direttore dell'inqualificabile comportamento di Giorgio. Il licenziamento era garantito.
Rinfrancato da quell'idea, Piero premette il tasto di chiamata dell'ascensore.
Mentre aspettava, si guardò attorno. Immerso nella penombra, l'ufficio appariva ancor più deprimente. La pianta di ficus dal colorito malsano, il cestino traboccante di bicchierini di plastica, le macchinette addossate alla parete...
Piero ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di stonato, qualcosa fuori posto. Guardò meglio.
La macchina degli snack non era affiancata a quella del caffè, come al solito, ma spostata di una ventina di centimetri. Era anche leggermente inclinata verso destra, e il vetro, chiazzato di macchie rossastre, guardava verso l'ascensore.
Piero si grattò la testa perplesso. Chi poteva averla spostata? Che fosse uno scherzo di Giorgio?
Da quel ragazzo c'era da aspettarsi di tutto.
Fece un passo in avanti, deciso a rimetterla a posto, e in quel momento realizzò che la camminata gli aveva messo sete.
Dall'interno della macchinetta, una fila di Pepsi sembrava chiamarlo con voce tentatrice.
Il suo medico gli aveva vietato di bere bevande gassate, ma Piero decise di fare uno strappo alla regola. Non sarà certo una Pepsi ad ammazzarmi, pensò, e infilò cinquanta centesimi nella fessura.
Lo stava cercando da mezz'ora. Aveva setacciato tutti i piani. Aveva guardato negli uffici, in sala mensa, persino nel bagno dei disabili, sicuro com'era di trovarlo placidamente posato a un lavandino, intento a fumare una sigaretta in attesa che il vecchio Piero sbrigasse anche il suo lavoro.
Forse è andato a casa a dormire. O peggio, a fare baldoria con gli amici.
Un crampo gli azzannò lo stomaco. La rabbia non faceva bene alla sua ulcera.
Meglio calmarsi. Tornare al lavoro, ecco quello che doveva fare. Finire le pratiche che torreggiavano sulla sua scrivania, fiondarsi a letto per qualche ora di sonno ristoratore e poi, l'indomani, riferire al direttore dell'inqualificabile comportamento di Giorgio. Il licenziamento era garantito.
Rinfrancato da quell'idea, Piero premette il tasto di chiamata dell'ascensore.
Mentre aspettava, si guardò attorno. Immerso nella penombra, l'ufficio appariva ancor più deprimente. La pianta di ficus dal colorito malsano, il cestino traboccante di bicchierini di plastica, le macchinette addossate alla parete...
Piero ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di stonato, qualcosa fuori posto. Guardò meglio.
La macchina degli snack non era affiancata a quella del caffè, come al solito, ma spostata di una ventina di centimetri. Era anche leggermente inclinata verso destra, e il vetro, chiazzato di macchie rossastre, guardava verso l'ascensore.
Piero si grattò la testa perplesso. Chi poteva averla spostata? Che fosse uno scherzo di Giorgio?
Da quel ragazzo c'era da aspettarsi di tutto.
Fece un passo in avanti, deciso a rimetterla a posto, e in quel momento realizzò che la camminata gli aveva messo sete.
Dall'interno della macchinetta, una fila di Pepsi sembrava chiamarlo con voce tentatrice.
Il suo medico gli aveva vietato di bere bevande gassate, ma Piero decise di fare uno strappo alla regola. Non sarà certo una Pepsi ad ammazzarmi, pensò, e infilò cinquanta centesimi nella fessura.
martedì 25 febbraio 2014
I SOCCORRITORI di Peppe Murro
In un anno era sprofondato
solo dalla cintola alla spalla. Si sentiva fortunato per questo.
Una strana luce verde
lampeggiava fiocamente da quello che restava del suo casco. Pensò che in fondo
era una morte orribile essere inghiottito di colpo dal terreno, appena messo piede su quel pianeta; non si
meravigliò neppure che questo ancora non fosse del tutto compiuto, era troppo
contento di essere ancora vivo.
Vivo? E per quanto tempo
ancora? Perché tardavano i suoi soccorritori?
Volse la testa in alto per
scrutare un qualche segno… niente, solo un vuoto di stelle, un deserto
tormentoso di luci silenziose !
Si immergeva lentamente,
quel liquame nerastro sembrava divorarlo con lentezza, quasi a rifiutarlo per
lo schifo. E ne era felice.
Guardò di nuovo in alto:
lì, dietro la nube di Oort forse qualche
altro equipaggio era in viaggio per soccorrerlo, certamente avrebbero mandato
qualcuno a salvarlo… era troppo importante quanto aveva da dire… quello che
aveva scoperto e registrato…
Da quanto tempo era caduto
in quella melma che lo andava risucchiando con tanta esasperante lentezza non
lo ricordava esattamente, o forse era meglio non chiederselo. Sapeva però che
era tanto, da quando aveva lanciato il suo myday.
Quanta paura in quel grido
d’aiuto, gli sembrava che il cuore gli fosse d’improvviso scoppiato in un mare
di terrore. Ma sarebbero arrivati, era troppo stupido temere per sé e la sua
vita… anche se non temeva solo per sé, sentiva che era troppo importante quanto
doveva comunicare.
Di colpo uno scossone e fu
immerso fino alla bocca, non avrebbe più potuto neppure urlare, non avrebbe più
potuto neppure guardare le stelle.
Le stelle, fredde e
tremanti come gocce di pioggia, e lui lì, a percorrere quelle strade d’infinito…
anche un pensiero del genere, così smaccatamente antiquato, gli dava sensazioni
ambigue… che se ne faceva di tanto romanticismo se stava per morire?! aveva
solo bisogno di soccorso. Immediato.
E quando sarebbero arrivati
avrebbe anche sorriso di tutte le sue paure, della melma, del suo tremare. Ora,
però, era davvero solo, conficcato in quel pianeta vorace che gli impediva
anche di guardare il cielo, che gli consentiva appena di vedere un tenue
orizzonte, piatto ed ostile come tutti gli orizzonti della notte.
Sarebbero arrivati i suoi soccorritori,
dovevano arrivare… si sentì quasi orgoglioso della responsabilità di quanto
aveva scoperto, pensò che era essenziale che tutti sapessero… in fondo si
sentiva come il messaggero di una nuova redenzione, e forse lo era per davvero.
S’accorse stranamente d’aver freddo, gli sembrò quasi di essere
sprofondato in maniera impercettibile… lui, un messaggero di salvezza
inchiodato in una melma assassina senza poter fare altro che guardare un filo
d’orizzonte.
Sarebbero arrivati, certo,
lo avrebbero salvato, avrebbe detto a tutti che… un gorgoglio minaccioso lo
sorprese, come se qualcosa ruttasse per ingoiarlo meglio, ebbe paura… arrivano, devono arrivare, devo stare calmo, fermo…
Provò disperatamente a
storcere gli occhi in cerca di una scia nel cielo, vide a malapena una linea
opalescente sopra quella massa oscura della melma… sarebbero arrivati, lo
avrebbero salvato…
E come per miracolo si
accorse che in quel corpo sepolto come in un sudario qualcosa si muoveva,
riusciva a muovere le dita… aveva quasi dimenticato di avere ancora stretto
nella mano l’apparecchio di soccorso… forse
ce la faccio a premere ancora il pulsante… forse ci riesco, e intanto
sentiva come gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte a chiudergli gli
occhi, percepì un brivido in tutto il corpo mentre cercava di sentire il dito
che premeva il pulsante, gli sembrò di averlo premuto, respirò come fosse un
sospiro… forse era andato quel messaggio, sarebbero arrivati… un altro
gorgoglio sordo e crudele e gli parve di essere risollevato in alto… no, melma,
ora vedeva quasi solo melma, e quel chiarore lontano e fioco che gli parlava di
salvezza. Fermo, doveva stare fermo.
Per un qualche miracolo
magari aveva mandato la sua ultima
disperata richiesta di aiuto, forse c’era riuscito… dovevano salvarlo, dovevano
farlo per lui e per l’umanità…
Gli giunse all’improvviso da
lontano la risposta… e mai un’abitudine gli sembrò più feroce e disumana ”gentile cliente, siamo lieti che abbia
scelto l’Agenzia Soccorsi Planetari, prema 1 se desidera conoscere le nostre
ultime vantaggiose proposte, 2 se…
Il gelo in ogni pensiero, se
avesse potuto avrebbe urlato, poi gli venne da dentro un singhiozzo che sapeva
di riso e di disperazione… operatori
momentaneamente occupati, rimanga in linea per non perdere la priorità
acquisita… se questa fosse solo la sua farsa o la tragedia di tutti non
seppe dirlo…
Chiuse gli occhi ridendo,
disperatamente… ridendo, solo, mentre la melma gli copriva ogni orizzonte.
domenica 23 febbraio 2014
CARNE FRESCA PER JUAN TORRES di Giuseppe Novellino
Alamito
Adagiata nel fondovalle
pietroso, non era altro che un insieme di costruzioni riunite intorno
all’antica chiesetta spagnola. Il sole faceva risaltare alcune casupole bianche
che si mischiavano con altre in legno e pietra porosa.
- E quella sarebbe una città? – disse
Aleardo Pink, sputando un bolo di tabacco. Scorreva del sangue messicano, nelle
sue vene. Eppure non aveva il cuore tenero per i mangiafagioli. Suo padre era
stato un combattente per l’indipendenza del Texas, aveva sposato una bella
contadina di Matamoros che gli aveva dato lui come unico figlio.
- Hai ragione. Se il Texas assomiglia a
una vecchia baldracca seduta, quello è il buco del culo – convenne Keith Whitcomb.
Si era tolto il largo cappello e si asciugava la fronte madida. I suoi capelli
rossicci si accompagnavano agli occhi azzurri: il classico uomo venuto
dall’Est, in cerca di fortuna.
I due, fermi sui loro cavalli in cima
all’arida collina, osservavano l’agglomerato di case. Nel cielo, senza una
nuvola, volteggiavano due avvoltoi. Di sicuro stavano individuando qualche
carogna da spartirsi, ma dovevano essere intimoriti dagli abitanti della
cittadina.
- Sei sicuro che Juan Torres si trovi laggiù?
Keith si rimise il cappello. – Adesso che
hai visto il posto ti tornano i dubbi, non è vero?
- Umana debolezza...
- Eppure le informazioni su Juan sono
attendibili. Se lui ha fatto sosta laggiù, ce lo troveremo; se se ne è già
andato, qualcuno ci dirà dove.
- Mille dollari a testa, se non mi fanno
difetto le tabelline.
- Certo, amico, un bel compenso. – E gli
lanciò un’occhiata di sbieco. Era infatti un prezzo ragionevole per assicurare
alla giustizia un balordo ricercato come Juan Torres: una mezza tacca di
bandito che aveva contribuito a fare un bel po’ di casino dalle parti di
Lubbock.
- A meno che il mangiafagioli ci abbia
fatto fessi… e non sia passato di qui.
- Dubito. Ci sono solo rocce e aride
colline tra il Pecos e il confine con il Messico. Di sicuro sarà passato da
Alamito, se non altro per fare rifornimento d’acqua e sciacquarsi la gola con
un po’ di tequila.
Gli avvoltoi si erano eclissati dietro una
cresta.
- Okay, andiamo.
Cominciarono a scendere lungo il fianco
sassoso della montagnola.
Quando furono alle porte della cittadina,
si resero conto che c’era qualcosa di sbagliato. La via principale, che
cominciava tra due file di bianche casupole in muratura, appariva del tutto
deserta. Strano, non era ancora l’ora della siesta.
Keith e Aleardo misero i loro cavalli al
passo.
- C’è una quiete insolita in questo buco –
disse il primo.
Poi giunse alle loro orecchie quello
strano suono: un battere di legno contro legno, costante ma senza ritmo. Forse
un’imposta che continuava a sbattere. Tuttavia non era possibile senza un alito
di brezza. Il sole di quasi mezzogiorno dardeggiava implacabile.
- Qualcuno c’è, dopotutto, in questa
fetida cittadina di confine – disse Aleardo.
Infatti un ragazzino, seduto sulla soglia di
casa sua, batteva continuamente un nodoso bastone contro la pancia di un
barilotto vuoto.
- Spiegato il rumore – convenne Keith.
Lo osservarono entrambi: teneva il capo
chino e lo dondolava come avrebbe fatto uno scimpanzé. E quel suo picchiare era
alquanto sinistro.
Intanto erano arrivati in prossimità del
saloon. I vetri della finestra erano infranti. La scritta “Dillon’s” pendeva
tutta storta, dando un senso di desolazione e di abbandono.
Smontarono.
- Ehi, guarda come cammina – avvertì
Aleardo.
Il ragazzo stava attraversando la strada,
in diagonale, e veniva verso di loro.
- Sembra una marionetta – osservò Keith,
spingendo il cappello sulla nuca.
Quello veniva verso di loro ma il suo sguardo
era perso nel vuoto
Lo lasciarono avvicinarsi.
- Che vuoi, ragazzo? – disse Aleardo.
Il volto del giovane era pallido, con due
occhiaie scure. Dalla bocca semiaperta usciva un rigagnolo di bava verdastra.
- Oddio! – esclamò il mezzo messicano.
Poi il ragazzino gli si avventò contro e
lo addentò su una guancia.
Keith estrasse la pistola e lo colpì in
una coscia. Quello lasciò la presa e vacillò per un attimo, ma poi si scagliò
ancora contro Aleardo.
- Toglimi questo animale di dosso! –
sbraitò quest’ultimo.
Keith sparò di nuovo, lo beccò in pieno
torace. Ma quello continuava nella sua aggressione. Allora gli fece esplodere
un colpo in testa. Il ragazzo stramazzò al suolo e non si mosse più.
Aleardo imprecò. Il sangue gli sgorgava da una
mano e dalla mascella.
- Vieni, entriamo nel locale – disse Keih,
la pistola in pugno.
Una porta, dall’altra parte della strada,
fu spalancata.
Dalla vecchia chiesetta spagnola venne uno
sgangherato scampanio.
L’interno era nella penombra e nel
silenzio. Vi stagnava un odore immondo. Sedie e tavoli erano rovesciati, come
se ci fosse stata una zuffa colossale.
- Per la miseria! – fece Keith.
Poi videro Juan Torres, il ricercato. Era
spuntato da dietro il bancone. Lo riconobbero subito, perché un raggio di sole,
entrando dalla finestra, illuminava la sua faccia. Ma era anche quella di un
cadavere.
Rimasero immobili, come paralizzati,
osservando il loro uomo scavalcare il bancone con movimenti del tutto
scoordinati. Emetteva rauchi suoni animaleschi. Poi si lanciò su di loro.
Anche Aleardo estrasse la Colt ed entrambi
fecero fuoco. Ma quello avanzava come se fosse colpito da sassolini, inciampava
nelle sedie e subito si raddrizzava, venendo verso di loro con le braccia
protese in avanti.
- Alla testa! – grido Keith. – Spara alla
testa.
Un colpo sulla nuca fece vacillare Juan
Torres, che stramazzò sopra un tavolo sbilenco.
- Via di qui! – ordinò Keith.
Ma fuori li aspettava un’altra sorpresa.
Un capannello di gente circondava i due
cavalli, che nitrivano e scalpitavano in preda al terrore.
Keith, riavutosi per primo dalla sorpresa,
balzò in sella al suo, mentre Aleardo rimase con un piede nella staffa. Una
donna anziana, vestita di nero, e un giovanotto scalzo gli furono addosso. Lei
lo azzannò al collo; lui addentò il cranio.
Il cavallo di Aleardo si alzò sulle zampe
posteriori, emise un nitrito di terrore e prese a correre verso la chiesetta,
trascinandosi dietro il corpo di Aleardo con attaccati i due assalitori.
Keith cominciava a capire l’allucinante
realtà in cui era piombato. Estrasse la pistola e fece fuoco verso quella
marmaglia, mirando alla testa. E prima di spronare il suo cavallo verso la
parte da cui era entrato in città, sentì un dolore acuto a un polpaccio. Un
tizio dalla pancia prominente, con la stella di sceriffo ben visibile sulla
camicia, gli aveva dato un morso bestiale. Gli sparò in fronte, e via.
Nel galoppare verso l’uscita della
cittadina, travolse una giovane donna dai sciolti capelli biondi.
Risalì il versante da cui erano discesi,
lui e il suo compagno, poco prima. La campana continuava a far risuonare i suoi
stonati rintocchi. E quando fu sulla cresta brulla della collina, Keith
Withcomb si chinò sul collo del suo cavallo. Il polpaccio sanguinava e gli
procurava dolori lancinanti.
Prima di
cadere su un lato, privo di vita, vide i due avvoltoi volare ancora nel
cielo luminoso del mezzogiorno. Ma ebbe il fuggevole pensiero che non avrebbero
cercato il suo corpo.
venerdì 21 febbraio 2014
IL PAESE INCANTATO di Fabio Calabrese
Lo sguardo di Antonio era andato a cadere sulla
piccola libreria che si trovava nella camera da letto, proprio dove si
scorgevano i dorsi di alcuni libri che risaltavano più scuri sugli altri,
perché rivestiti di una sovraccoperta di robusta carta blu opaca. Niente di
speciale, li aveva letti e riletti tutti più volte e oramai erano lì da anni a
ingiallire e a ricoprirsi di polvere. Quei libri erano quelli che possedeva da
più tempo, era stato lui stesso a mettere quelle sovraccoperte, poi… poi non
aveva avuto più tempo e voglia di farlo. Ora quella pesante carta oleata
bluastra, che si usava ad esempio per foderare i cassetti, non era nemmeno più
in commercio, sostituita da involucri più frivoli.
Bizzarro, ora che aveva tempo, non aveva più la forza
di fare nulla tranne che giacere tranquillo nella penombra.
Antonio non sapeva se sarebbe riuscito a riprendere le
forze, sapeva che i medici l’avevano dimesso dall’ospedale perché non potevano
fare niente per lui, l’avevano rimandato a casa a morire, ma tutto questo era
successo più di una settimana prima, e almeno per ora era sempre debole e
allettato ma almeno lucido e vivo, in qualche modo era riuscito almeno per un
po’ a ingannare la Grigia Mietitrice.
L’ingresso di Manuela nella stanza interruppe il corso
dei suoi pensieri.
“Ciao, papà”, disse la donna, “io esco per andare a
fare la spesa. Stai bene, ti serve qualcosa?”
“Sto bene, grazie”, rispose Antonio, “vai pure
tranquilla, non mi serve nulla”.
Sua figlia uscì chiudendosi la porta alle spalle, e
dopo poco Antonio udì lo scalpiccio dei suoi passi giù per le scale.
“Brava
ragazza, Manuela”, venne da pensare ad Antonio; non riusciva a pensare a lei se
non come una ragazza, anche se aveva due figli già adolescenti.
Antonio aveva
due figli, Manuela e Marco: il maschio si era trasferito per lavoro in una
città lontana. Informato delle condizioni del padre, Marco aveva fatto sapere
che sarebbe venuto appena possibile. Nel complesso, Antonio non si lamentava di
loro, né della moglie, Giulia, che era stata una compagna affezionata e fedele
fino a quando due anni prima l’aveva preceduto nell’Ultimo Viaggio.
Alzò gli
occhi verso il soffitto.
“Dio mio,
perché?”, si domandò.
Si perché,
tanti perché senza risposta. Si vive, si lavora, si soffre, si incontra qualche
raro momento di gioia, si fa del proprio meglio per costruire qualcosa che può
crollare da un momento all’altro come un castello di sabbia, e che comunque a
un certo punto dovremo lasciare, per che cosa? Non era disperazione, non era un
recriminare, era solo un vago senso di amarezza, il doversene andare con tanti
interrogativi irrisolti.
Durante gli
anni del lavoro e della carriera aveva la sensazione e la convinzione di essere
diventato una persona importante; se ne era invece reso conto al momento della
pensione: era solo uno fra tanti, il che era come dire nulla.
Chiuse gli
occhi, non aveva voglia di pensare, eppure avrebbe dovuto saperlo: il flusso
dei pensieri non s’interrompe così facilmente, non a comando.
Incongruamente,
si ritrovò a ripensare alla carta blu opaca delle sovraccoperte. Quel ricordo
ne aveva fatto emergere un altro più vecchio. Ad Antonio era venuto in mente
che una carta di colore simile, ovviamente meno spessa, avvolgeva le confezioni
di pasta che sua madre acquistava nel negozio di alimentari sotto casa, o come
allora si usava dire, “la bottega” per antonomasia. Gli spaghetti, ricordava,
erano venduti in confezioni circolari, dei tubi mangerecci. E poi il latte che
si vendeva in bottiglie col coperchio di stagnola. C’era quella panna così
buona che si formava sotto il coperchio … Qualche volta, non spesso, la mamma
comprava anche delle caramelle o delle cioccolatine. Antonio aveva
l’impressione di non aver mai più sentito nel corso della sua vita un gusto
simile a quelle inenarrabili delizie.
Erano là in
un cassetto della sua memoria, non più toccati da decenni ma sempre intatti,
vivi i ricordi della sua infanzia.
C’era quel
tratto di strada un tempo così familiare che andava da casa fino alla scuola, un
plesso dove c’erano sia la scuola materna sia le elementari, e lui le aveva
frequentate lì entrambe.
Nella
direzione opposta la strada terminava in una piazzetta con un piccolo giardino,
niente di speciale, con quattro aiole e due panchine, dove nei pomeriggi dopo
lo studio si trovava con altri bambini e ragazzi alcuni più grandi, altri più
piccoli di lui, a tirare quattro calci a una palla, saltare, correre, urlare,
rientrare a casa per l’ora di cena con le ginocchia sbucciate e qualche livido.
Gli bastava
chiudere gli occhi e fare un piccolo sforzo e le rivedeva tutte quelle facce,
come erano prima che il trascorrere degli anni e le ingiurie del tempo
rendessero le fisionomie irriconoscibili.
Qualcuna di
quelle facce, mutata quanto la sua, l’aveva vista sui banchi delle superiori,
qualcuna gli era sembrato di intravederla anche dopo nel corso della sua vita
adulta e lavorativa, ma dei più non aveva più saputo nulla.
La strada
si snodava poi nella direzione opposta, passava di fronte a casa sua e proseguiva
attraverso abitazioni e negozi fino alla scuola e al bar del signor Emilio. Il
bar era il terminale finale, non nel senso che
la strada non andasse oltre, ma nel senso che era posto un poco più in là del
cancello del plesso scolastico, ed era lì che la mamma si fermava quando lo
accompagnava a scuola, gli prendeva una merendina se non aveva avuto il tempo
di preparargli qualcosa a casa, e un caffè per sé, e si soffermava se c'era
l'occasione, a scambiare quattro chiacchiere con le altre madri.
Antonio ricordava
che dell'assortimento di pasticceria del bar gli piacevano soprattutto le
focaccine con l'uva; sotto i denti, il gusto lievemente asprigno degli acini
formava un contrasto delizioso con il dolce della pasta. Nei decenni seguenti
aveva cercato invano un sapore altrettanto gradevole.
Il signor
Emilio, il titolare del bar, era un uomo robusto che, dalla sua prospettiva di
bambino, ad Antonio sembrava imponente, era di un'età indefinibile, con gli
occhi chiari, i capelli di un castano così chiaro da sembrare quasi biondi e un
paio di baffetti biondicci che parevano di stoppa. Era un uomo cordiale, gli
piaceva scherzare con le mamme che accompagnavano i bambini a scuola. Se per
caso qualcuna di loro tardava a venire a prenderli alla conclusione delle lezioni,
i ragazzi sapevano che il bar di Emilio era il punto di riferimento dove
trovarsi, e lui con pazienza bonaria teneva d'occhio i monelli schiamazzanti
che affollavano il bar verso l'ora di pranzo. Quando qualcuno dei piccoli
clienti ordinava un bicchiere di aranciata o qualche altra cosa, spesso Emilio
sbagliava a loro favore nel dar loro il resto, e qualche volta offriva lui.
Antonio si
ricordò di un giorno che era nevicato, una giornata ormai quasi primaverile; la
neve era venuta giù abbondante avvolgendo la città in un'atmosfera magica,
ovattata che dava una sensazione di intimità, paradossalmente di calore;
bastava essere ben coperti e il freddo proprio non lo si sentiva. Ricordava di
aver giocato a palle di neve con altri ragazzi del quartiere, una vera e
propria battaglia combattuta con bianchi proiettili. Centrare il bersaglio era
una soddisfazione, ma quando era la volta di essere colpiti, non era nulla di
tragico, bastava scuotere la neve dal cappotto con la mano guantata, e perfino
quando il proiettile arrivava sulla faccia scoperta, quel contato umido e
morbido non era poi spiacevole.
Negli anni
seguenti non aveva più visto una nevicata come quella, forse perché il clima
era cambiato, perché era aumentato lo smog. Cadeva un leggero strato che non
faceva in tempo a depositarsi agli angoli delle strade, che era già diventato
di uno sporco grigio-marrone-giallastro marcato dallo smog, dall'immondizia,
dalla sporcizia impalpabile che aleggiava nell'aria e si respirava tutti i
giorni senza accorgersene.
Ora che i
ricordi dell'infanzia che credeva di aver dimenticato, o ai quali semplicemente
non pensava da moltissimi anni, erano riaffiorati, Antonio si rendeva conto di
una cosa che gli era sempre sfuggita o su cui non si era mai soffermato a
riflettere: la sua vita era come spezzata in due con un taglio netto; quando
stava per iscriversi alla prima media, i suoi avevano traslocato, erano andati
ad abitare in un altro quartiere della città. Dopo tanti anni, Antonio non
ricordava se l'avevano fatto per qualche necessità o semplicemente per avere
una casa più grande o più comoda, ma la cosa non aveva poi molta importanza.
Per lui aveva significato una frattura brusca: da una parte il tempo magico
dell'infanzia, il Paese Incantato, dall'altra tutta la sua vita successiva, il
tempo degli impegni di studio, poi il lavoro, il matrimonio, la carriera, i
figli, la responsabilità.
Antonio
dalla sua posizione distesa non riusciva a vedere la finestra che dava luce
alla stanza, ma ebbe l'impressione che nevicasse; forse qualcosa come un
cambiamento nella qualità della luce.
Cercò di
sollevarsi per guardare il vano della finestra. Dapprima non gli riuscì,
qualsiasi piccolo sforzo pareva una richiesta eccessiva per il suo povero corpo
usurato dagli anni e dalla malattia, poi quasi di colpo si accorse di avercela
fatta: si ritrovò seduto sul letto a fissare oltre i vetri, là fuori dove la
neve scendeva a fitti bioccoli. Strano, gli venne da pensare, eppure si era in
maggio anche se naturalmente poteva sbagliarsi, e maggio, se ricordava bene,
era un mese in cui non nevicava, non alle latitudini italiane e al livello del
mare.
Rimase
ammirato a guardare i fiocchi che si depositavano al suolo formando strati che
si sovrapponevano uno sull'altro. Era dall'infanzia che non ricordava una
nevicata del genere. Non riusciva a capire: ci sarebbero dovute volere ore
perché la neve raggiungesse una simile altezza, forse giorni, invece tutto era
cominciato e finito in pochi minuti. Ora oltre i vetri si scorgeva uno strato
compatto di neve che si stendeva a perdita d'occhio, giusto all'altezza del suo
davanzale, eppure pareva di ricordare ad Antonio che l'appartamento non si
trovava al pianterreno ma diversi piani più in su, e se era così, allora la
città doveva essere sommersa sotto uno spessore da età glaciale.
Per alcuni
minuti rimase a fissare quella superficie candida indeciso sul da farsi. I
dolori e il senso di stanchezza plumbeo che l'avevano perseguitato per tutti
quei giorni, sembravano scomparsi. Quel mondo ovattato, bianco, luminoso oltre
la finestra pareva esercitare un'attrazione irresistibile. Si trovò fuori
all'aperto quasi senza accorgersene, doveva aver scavalcato la finestra senza
pensarci; la cosa strana era che il vetro era chiuso e lui proprio non
ricordava di averlo aperto. Mosse alcuni passi in avanti aspettandosi di
sprofondare nello strato nevoso, invece sembrava offrire un appoggio abbastanza
consistente.
Come quella
dei ricordi della sua infanzia, quella neve pareva trasmettere incongruamente
una sensazione di tepore. Antonio toccò con la mano un monticello lì vicino:
non era affatto fredda, era anzi vagamente tiepida.
Respirò a
fondo: si sentiva meglio, molto meglio di quanto non si fosse sentito negli
ultimi tempi.
Si avviò a
rapidi passi nella neve; era vestito leggero ma non provava freddo, anzi gli
sembrava di essere avvolto da un bozzolo di gradevole tepore. Quanto tempo era
che non riusciva più a muoversi con quella scioltezza e quella elasticità di
passo giovanili? Molto tempo, senza dubbio troppo.
Scorse delle
figure davanti a sé, figure umane, e notò un'altra cosa strana: da come si
muovevano, dovevano essere a livello del piano stradale, e questo lo sorprese,
perché nell'ipotesi che una bufera di neve si fosse ammucchiata sopra casa sua
fino all'altezza del suo appartamento situato al quarto o quinto piano (non
ricordava bene), per raggiungere il livello stradale avrebbe dovuto scendere,
invece aveva l'impressione di procedere in salita, una dolce, leggera salita
per nulla faticosa, ma salita.
Avvicinandosi,
Antonio poté vedere meglio le figure davanti a lui, erano bambini che si davano
battaglia a colpi di palle di neve.
Mentre si
stava avvicinando, una palla lo colpì in pieno petto. Affondandovi le dita per
scuotersela di dosso, Antonio sentì che non era né fredda né umida, pareva una
via di mezzo fra cotone e panna montata.
Preso da un
improvviso impulso, raccolse un grumo di neve, lo compresse leggermente fra le
mani per farne una palla, e la lanciò contro il ragazzo che l'aveva colpito. Ne
ricevette altre due in risposta. Ben presto si trovò coinvolto in una gazzarra
di monelli. Fu colpito più volte e rispose scagliando palle in tutte le
direzioni. Erano decenni che non si divertiva a quel modo. La cosa che più lo
stupì, fu che quei ragazzini avevano preso subito a trattarlo come uno di loro,
sebbene non avesse più per nulla l'aspetto di un ragazzo: era un uomo maturo,
un anziano, un vecchio – era il caso di dirlo – .
Poi, sempre
battagliando con la riserva di bianchi proiettili disseminata dappertutto, guardò
meglio i suoi avversari e rimase per un istante senza fiato. Avrebbe giurato di
riconoscere i lineamenti immutati nel tempo dei suoi antichi compagni di
giochi. Sforzandosi, gli parve di riuscire a collegare ad alcune facce qualche
nome, ma di quello era meno sicuro. Ciò di cui si sentiva sicuro, invece, era
che qualche strano miracolo gli aveva permesso di ritrovare il Paese Incantato
dell'infanzia.
La strada
sulla quale ora si trovava, a parte la superficie innevata e i grossi cumuli
negli angoli riparati, gli sembrava proprio la stessa dove aveva trascorso quei
primi anni meravigliosi, ma questo non l'aveva preparato alla sorpresa che
arrivò poco dopo, colpendolo con inaspettata intensità. Il bar, il bar
all'angolo dove da bambino si fermava prima e dopo la scuola, era lì proprio
davanti a lui.
Con il
cuore che gli batteva forte, fece ancora pochi metri, spinse la maniglia ed
entrò.
Dentro,
l'accolse un profumo di caffè, di dolciumi, di brioches appena sfornate,
proprio come tanto tempo prima.
Quasi senza
meraviglia, osservò l'uomo dietro il bancone: il signor Emilio identico a come
lo ricordava sessanta o settanta anni prima.
“Antonio!”
“Emilio!”
L'uomo uscì
da dietro il bancone e lo abbracciò: un abbraccio forte, di quelli che
arrivavano fin dentro l'anima e la scaldavano.
“Quanto
tempo, incredibile!”
“Posso
offrirti qualcosa?”, chiese Emilio.
“Hai ancora
quelle buonissime focaccine d'uva?”
“Certo,
come no, calde calde appena sfornate”.
“Allora”,
chiese Antonio, “Una focaccina e un caffè”.
La focaccia,
che Antonio mangiò lentamente assaporandone ogni briciola, era la più gustosa
che avesse mai assaggiato, e anche il caffè aveva un aroma intenso, corposo,
squisito.
Fece per
mettere mano alla tasca posteriore per prendere il portafogli, ma Emilio lo fermò
con un gesto brusco.
“No,
Antonio, mi offendi. Offre la ditta”.
Accompagnato
da Emilio, Antonio riguadagnò di nuovo la porta del bar che si affacciava sulla
strada; era una via che Antonio conosceva bene: da una parte c'erano la scuola,
svariate botteghe e negozi, le case di diversi dei suoi amici, casa sua, e alla
fine dove il percorso cessava sbarrato dai muri delle case che si addossavano
le une alle altre, la piazzetta dove andava a giocare a pallone coi suoi amici.
Dall'altra parte, invece, una doppia fila di abitazioni e negozi che non erano
legati ai suoi ricordi personali.
“Sai”,
disse a Emilio, “quando ero bambino, il tuo bar vicino alla scuola per me era
sempre il termine ultimo delle mie escursioni, accompagnato da mia madre o
anche da solo. Ho sempre desiderato andare oltre a vedere cosa c'è, ma ne ho
avuto anche un po' paura”.
“Prima o
poi”, rispose Emilio con aria pensosa, “tutti devono andare oltre, e ora è
arrivato il tuo momento, ma ti confiderò un segreto: tu non hai nessun motivo
di temere quello che c'è oltre”.
Si
strinsero la mano in un ultimo caloroso saluto, poi Antonio si avviò. Fatti
pochi passi, la strada svaniva, c'era solo il biancore di quella neve tiepida
che dava un meraviglioso senso di intimità e di protezione, e la luce riflessa
da quel bianco nitido che la rendeva nello stesso tempo morbida e intensa.
Man mano
che avanzava, la luce cresceva d'intensità.
Appena
rientrata a casa, Manuela andò a vedere come stava suo padre. L'uomo aveva gli
occhi chiusi e pareva dormisse, ma la figlia si accorse che non c'erano più né
respiro né polso. Sapeva che ad Antonio non restava molto da vivere, ma era un
rammarico atroce non essere stata lì al momento del trapasso, quando aveva
sperato di potergli essere vicina.
Suo padre
però – notò – non doveva aver sofferto, doveva essersene andato nel sonno,
discreto e gentile come era stato tutta la vita.
Sul suo
volto aleggiava ancora un sorriso, sembrava essersi spento con grande serenità
e dolcezza.
Piangendo,
alzò il lembo del lenzuolo a coprirgli il volto.
martedì 18 febbraio 2014
IL SOGNO SULLA DIGA di Jean-Pierre Planque
Quando ho visto il grande cartello annunciante il
Campo di Maggio, ho subito rallentato. Spingevo a 110 e dovevo avere un tasso
di gammaglobuline intorno a 280... Tenevo bene la strada e avevo allacciato la
cintura. Ho viaggiato ancora a 80 fino a Huit, dove ho comprato una bottiglia
di rhum Damoiseau. Sai, quella merda della Guadalupa che rende o zombie o
sobrio per sempre, quella bevanda che ho giurato di non bere più e che bevo,
invece, quando mi assale la tristezza...
Ho pagato alla cassa. Sempre la stessa cassiera,
piccolina, indiana, con una cicatrice tra i seni. Un giorno che apparivo
stupito, ella mi ha detto: «Sono stata operata alla tiroide...» Avevo riso. Sì,
la nube di Cernobyl, mi è stato detto, quella che passò sul sud della Francia
prima di arrestarsi alle frontiere. Aveva anche attraversato l'oceano? La nube,
il cibo cattivo e tutte quelle porcherie che mangiamo...
Ho lasciato cadere sul pavimento la bottiglia di rhum
con un: «Oh, scusatemi...» Poi sono uscito dal negozio.
La mia auto mi aspettava. Ho guidato verso
Pointe-à-Pitre. Dopo? Non lo so. Ero seduto sulla diga del molo, di fronte
all'oceano. Ho sognato di un aeroporto dove una donna mi attendeva. Io l'amavo,
e anche lei mi amava. Avevo desiderato stringerla a me, ma era impossibile.
Una voce ufficiale ha detto:
- Siete pregato di passare sulla fila di sinistra,
signor P. Voi non siete più vivo!
Ho guardato l'orologio che mio figlio Luciano mi aveva
donato poco prima della mia partenza. Le lancette erano sparite, il quadrante
era bianco. Allora, credo di aver compreso...
(Traduzione dal
francese di Paolo Secondini)
domenica 16 febbraio 2014
IL SOGNO di Massimo Licari
Il suono insistente della sveglia interrompe un sogno
confuso. La testa annebbiata e la bocca secca mi fanno pensare che
probabilmente ero parecchio agitato, ma non so: non sono rimasti nemmeno
piccoli frammenti delle immagini che hanno riempito la mente negli istanti che
hanno preceduto il momento in cui ho faticosamente aperto gli occhi.
Meccanicamente compio i riti mattutini: bagno, barba,
doccia, caffè. Un giorno come un altro. Forse è martedì, o mercoledì, ma in
questo momento non mi interessa: non farebbe alcuna differenza. Lo scoprirò
quando mi metterò in macchina, tra pochi minuti, per raggiungere il mio ufficio
a Milano, e ascolterò il notiziario, parte anch'esso della consuetudine che
scandisce le mie giornate da qualche anno ormai.
Da quando Isabella mi ha lasciato per un suo collega,
secondo lei molto più simpatico e vitale di me, la mia vita è lentamente
scivolata nella banalità del quotidiano.
Forse aveva ragione: non mi sono reso conto di essere
diventato un guscio vuoto, un parassita che sopravvive solo grazie alla vita
degli altri.
Senza lei ogni cosa ha perso senso, se ne aveva
davvero. Perché in questo inarrestabile declino ho cominciato a pensare che il
senso e la voglia di vivere che sentivo dentro di me erano suoi.
Piangermi addosso, ecco quello che riesco a fare
sempre molto bene.
Esco da casa con la consapevolezza di aver cominciato
questa giornata nel peggior modo possibile.
Accendo la macchina e la radio. Sentire qualcuno che
parla mi aiuterà a non pensare.
Percorro due o trecento metri prima di rendermi conto
che la radio è silenziosa. Provo a premere il tasto 1 di preselezione. Dovrebbe
essere memorizzato il giornale radio, ma non sento nulla.
Provo a cercare attraverso le frequenze una qualche
voce, ma non ottengo nulla.
È proprio una giornata schifosa. Anche la radio ha
deciso di abbandonarmi.
Dovrò rassegnarmi a restare in compagnia di me stesso,
non una gran bella compagnia, ma non posso fare altro.
Se non altro, la strada sembra libera.
Dopo cinque chilometri sento un leggero prurito alla
base della nuca. C'è qualcosa che mi dà fastidio, ma non riesco a focalizzare
di che si tratta.
Poi, come una lampada che squarcia il buio, mi rendo
conto di cos'è: non ho incrociato nemmeno un'auto. Mi guardo intorno incredulo.
Nessuno dietro, nessuno che percorre in senso contrario la statale che
normalmente la mattina è affollata peggio dell'Autosole in agosto. Ho sbagliato
l'ora?
L'orologio della mia Ford mi informa che sono le otto
e la luce del sole conferma che si tratta del mattino.
Controllo per sicurezza anche quello che ho al polso,
ottenendo la stessa informazione.
Che succede?
Vuoi vedere che è domenica?
No, dai, non posso essere così stupido da essere
uscito alla solita ora anche di domenica.
Ma poi rammento che ieri era sicuramente lunedì. In
ufficio abbiamo fatto la solita noiosa e inutile riunione di inizio settimana e
ieri sera ho visto la trasmissione che La 7 trasmette solo di lunedì.
E allora, che cos'è che non va questa mattina?
Non so perché, ma un brivido percorre velocemente la
spina dorsale.
Continuo imperterrito nel tragitto verso Milano, ma la
sensazione di essere l'unico a fare questa strada comincia a trasformarsi in
inquietudine.
Arrivo alle porte di Milano senza aver incrociato
anima viva.
Entro in città e le cose non cambiano: nessun essere
vivente sembra condividere con me questa latitudine.
Potrei bearmi di avere a disposizione tutto lo spazio
che voglio, ma sento che c’è qualcosa di profondamente innaturale attraversando
la città vuota.
Le automobili sono parcheggiate ai lati delle strade e
non ci sono cumuli di rovine o segnali di abbandono. Posso scartare, con un
sospiro di sollievo, i foschi scenari di "io sono leggenda" che
cominciavano a tornare insistentemente alla mente. Nessun virus sembra aver
sterminato l'umanità, e non ci sono creature che devastano quanto la civiltà si
è lasciata alle spalle in cerca di cibo.
Però non c'è nessuno.
E se la radio che frettolosamente avevo pensato rotta
non fosse che un altro segno dell'abbandono in cui sembra essere precipitata la
città?
Ma cos'è successo?
Trasgredendo la routine quotidiana, decido di
accostare a destra. Più avanti c'è un bar.
Lascio la macchina in seconda fila. Istintivamente
metto le doppie frecce, anche se non c'è altro che solitudine intorno a me.
Entro nel bar. La porta è aperta, ma non c'è nessuno a
raccogliere la mia ordinazione e nessun altro che consuma qualcosa.
Non ci sono brioche calde ad accogliere i clienti. È
tutto in ordine. La macchina del caffè è calda e bicchieri e tazzine sono al
loro posto. Ma non ci sono avventori pronti a consumare e nemmeno baristi
pronti a servire.
Il senso di angoscia cresce.
Esco dal bar e invece di andare alla macchina mi metto
in mezzo alla carreggiata, ma non ci sono automobili che possano investirmi.
Come un pazzo - ma del resto come potrei sentirmi in
una situazione simile? - comincio a urlare "Aiuto! Aiuto!".
Nessuno accoglie le mie invocazioni. Nessuno si
affaccia alla finestra per sbirciare chi osa rompere il silenzio tombale in cui
è precipitata la città.
Come un ragazzino di dieci anni in vena di scherzare,
mi avvento su un citofono e comincio a premere tasti a caso.
Il silenzio è tale da consentirmi di sentire lo
squillo vigoroso dei diversi campanelli che ho premuto.
Nessuna protesta o imprecazione rompe la cappa
silenziosa, sempre più opprimente.
Corro alla macchina e mi avvio velocemente verso
l'ufficio.
Forse lì mi aspetta qualche risposta.
I pochi chilometri che mi separano dal centro
direzionale che ospita gli uffici dell'azienda ove lavoro, li percorro a
ottanta chilometri all'ora: impensabile anche alle tre del mattino.
L'ufficio, buio e silenzioso, mi trasmette la stessa
sensazione strana che ho provato qualche mese fa quando, per smaltire un
arretrato che rischiava di diventare incolmabile, ho lavorato di domenica. Ma
oggi non è domenica e, comunque, anche se lo fosse, non si spiegherebbe il
deserto fuori di qui.
Domenica, giorno dedicato a Dio, in cui le persone si
ricordano di avere una parte spirituale di cui prendersi cura partecipando a
qualche funzione religiosa.
Seguendo questo pensiero lascio l'ufficio, che non ha
risposte per me, e torno in strada.
Qui vicino so che c'è una grande chiesa.
La raggiungo e ascolto affascinato il silenzio
assoluto che l'avvolge e la riempie.
Sembra che sia l'unico abitante rimasto in città.
Forse questo è un sogno, un incubo dal quale spero di
uscire presto.
Sapessi come fare...
Si, tra poco la sveglia suonerà e mi risveglierò.
Non c'è altro da fare che aspettare che la mente
decida di proiettarmi in un’altra realtà onirica o che decida di averne
abbastanza consentendomi di tornare allo stato di veglia.
Mi siedo lì, ai piedi della grande chiesa, e comincio
ad aspettare.
Sono prigioniero della mia mente... incredibile.
Resto così, a fissare il vuoto per un tempo
indeterminato.
Poi un pensiero fastidioso prende corpo: e se tutto
questo non fosse un sogno?
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