martedì 9 aprile 2019

IL MISURATORE di Pierre Jean Brouillaud

La nube scintilla. Vapore o polvere di stelle. Sopraggiunge: o meglio, ci attira. Velocità: qualche cosa tra l’erosione e la luce. Lo spazio assume a impulsi una nuova densità. Brusche variazioni di ritmo. Un susseguirsi di accelerazioni e di rallentamenti. Correnti che ci trasportano, ci sviano, ci dirigono. La nube ci assorbe. Bianco sovresposto. Vuoto e pieno.
Un punto luminoso, inoltre, traccia una linea luminosa che presto svanisce. Ma ecco che lo spazio fecondato palpita. Un orizzonte si riallinea, erubescente, venato di blu e di turchese. Il punto rinasce, descrive una curva, un cerchio, una serie di cerchi concentrici al raggio decrescente. Si espande, decelera. Sta per fermarsi. Alla base si forma un rigonfiamento, goccia che tremola, vibra, cade, rintocca e risuona nella membrana dello spazio, timpano e tamburo. La goccia evapora, ma l’urto ritorna, generando un rilievo sonoro, che schiude profondità infinite. Eco moltiplicati dall’alternanza di lungo e di breve.
Nate da una goccia del sole bianco, così ci appaiono le Miriadi. È il nome che sarà dato a questo universo uno e molteplice. Polvere di mondi.
Noi siamo l’Equipaggio. Uno e molti. Quanti? Importa poco. Diciamo cinque. Prendendo spunto dalle dita della mano. Non abbiamo che un nome solo. Parliamo di una voce sola. E forse mai, durante quest’avventura, uno sarà distinto dall’altro.
Abbiamo scoperto il crocevia del tempo. Si situa alla frontiera degli elementi, alla giuntura del cielo, del mare e della terra. In un punto in cui tutti i piani si intersecano.
Siamo passati da questa geometria dell’impossibile. Siamo stati presi nel turbine. Perché il tempo è un vortice. All’inizio se ne percepiscono solo i colori. Li prende dai tre elementi: azzurro, verde, glauco, striato d’ocra. Iridescenza. Un calice fluido. Poi il tempo si scolora. Nel cuore del vortice, si ha la sensazione di restare immobili. Non c’è strumento, cervello che possa misurare, stimare la velocità.
Non è né una caduta, né un’ascensione, perché non ci sono né l’alto né il basso; è un salto nel vuoto. Si entra, si esce. Fra i due, un lampo, un capogiro.
Attraversiamo i quattro anelli. Il primo nero con striature blu notte. Il secondo, porpora e violaceo. Il terzo splende e palpita come il corpo di una grande fiera. L’ultimo è diafano.
Il suolo si posa sui nostri piedi. Torna più volte. Troppo alto. Troppo basso. Si assesta. Rolla un po’. Beccheggia persino. Per oscillazioni, ci cerca. L’Equipaggio fa qualche passo. Il sole si fortifica. Intorno si delineano elementi dello scenario. La luce, la cui intensità diminuisce, traccia contorni e libera piani.
Trasparenza del mattino. Luce blu. L’atmosfera è impregnata di un profumo penetrante. Non viene né dalla terra né dalla vegetazione. Al contrario cala su di loro.
Dinnanzi a noi si innalza una foresta di fusti piramidali. La vegetazione acquista colori più intensi. Ogni tanto cambia di tono. Crepita. Si spacca. Si direbbero involucri di una mongolfiera che si dispiega e si gonfia. La foresta canta il suo brano musicale. E tutto ciò che si offre alla vista sembra ingigantire. Eccetto noi, che siamo sempre uguali.
Di colpo, le piante, gli elementi del paesaggio raddoppiano, si moltiplicano.
Si tratta di una semplice duplicazione dell’immagine. I corpi duplicati però esistono; li tocchiamo, li esploriamo. Si impongono a tutti i nostri sensi.
Con un’eccezione, comunque. Noi siamo cinque. L’equipaggio resta se stesso, mentre intorno tutto pullula.
La natura sorge davanti, dietro, a destra, a sinistra. Siamo soverchiati, circondati, schiacciati, inghiottiti, annullati. Bisogna manovrare in mezzo a una vegetazione sempre più densa. Ci schizza in faccia, sbucando sotto i nostri piedi. Reclama quel poco di spazio che noi ancora occupiamo. Noi cerchiamo una via. Percorso a ostacoli che già ci vede perdenti. Facciamo saltelli per evitare le punte che sbucano. Presto, saremo sollevati, proiettati.
Frinire di cicale. La vegetazione protesta. Non lascia il minimo spazio alle altre forme di vita.
Mezzogiorno. La vegetazione ha cessato di crescere. Qui e là avvengono ancora moltiplicazioni. Invece di un getto, una semplice spinta che abbiamo tempo di parare. Ci vien da pensare che già ci stiamo addentrando nell’estate.
Osserviamo che spesso, una nascita abortisce. La terra sollevata si affloscia. Non vi resta che un rigonfiamento. Le piramidi intanto si opacizzano. I loro tronchi turgidi si riempiono di scaglie che donano loro l’aspetto di palmizi.
È il rigoglio dell’estate.
Invece dei profumi primaverili, nell’aria fluttuano odori acri. Anche se in forme elementari, fa la sua comparsa la vita animale. Cerca di affermare i suoi diritti. Nelle pieghe del terreno, sui versanti più esposti, è il suo turno di sorgere. Fa nascere corone di bolle gelatinose che si schiuderanno alla carezza del sole. Semenza di mezzogiorno. Grave difficoltà questo ritardo di qualche ora – una stagione – sulla proliferazione vegetale.
Degli esseri unicellulari, di grande plasticità, scivolano tra i rami, si cercano per amalgamarsi. Prudente, quasi timida, la vita animale sta occupando il vuoto in una struttura incorniciata dai vegetali.
Una detonazione secca si ripercuote attraverso la foresta delle piramidi. Un tronco esplode. Un altro ancora. Si polverizzano senza lasciare alcuna altra traccia che una tumescenza del suolo. Le esplosioni si susseguono. La foresta sta per saltare, per le violente pressioni interne? Sembrerebbe che, nella maggior parte dei casi, le piramidi scoppino vicino al manifestarsi della vita animale, che però così viene spazzata via. Terrorismo vegetale?
Impossibile prevedere da dove arriverà il colpo che liquiderà tutto o parte dell’Equipaggio. Presso di noi o magari sotto i nostri piedi, alla stessa base di una piramide. Un crepitio precede sempre l’esplosione. Miccia che brucia prima dello scoppio. Senza dubbio le fibre del tronco che iniziano la combustione. Poi il crepitio diviene generale. Stridore di cicale.
Attenzione! Abbiamo appena avuto il tempo di vedere il tronco vicino, che si fendeva che siamo stati assordati dalla detonazione. Coperti di polvere, ci tastavamo. Indenni.
In un avvallamento, le esplosioni hanno distrutto le prime manifestazioni della nuova vita. Ma nei punti dove erano le piramidi esplose, non sono le piante a ricomparire. È la vita che rinasce. Nel fondo di una buca si forma una massa di elementi agglutinati, allacciati, confusi. Si rigira su se stessa. Subito, si contrae. Una semenza blu ne irriga i componenti divenuti diafani. Qualche secondo, e non c’è più trasparenza.
Corpi olivastri. Poi questo microcosmo, che pare mosso dall’energia del desiderio, entra in una fase d’espansione. La massa presto occupa tutto l’incavo che la ospita. È agitata da un movimento interno, centrifugo, che parte da un nodo più denso. Nella fase di espansione, gli elementi si sviluppano maggiormente quando si avvicinano alla periferia. Sembra si vogliano staccare dall’insieme, che la massa vitale sia, a sua volta, sul punto di scoppiare. Ma ecco la contrazione che li frena e li reintegra. Invece quelli che sono arrivati alla periferia, non essendo più irrorati, cessano di riprodursi. Si accasciano, formano una pellicola, una pelle morta.
Poi si manifestano delle tensioni. La pellicola si crepa e lascia apparire uno strato elastico, vivente, che si sostituisce al precedente e proietta minuscoli frammenti di pelle.
Un tepore sprigiona dalla massa in movimento. Essa è particolarmente sensibile quando la massa raggiunge la fase di maggior contrazione. Poi inizia l’espansione e fa scaturire il liquido blu. Gli elementi allora si separano gli uni dagli altri e ritrovano una certa autonomia. Quando si diffonde la semenza perde colore.
Ma a lungo termine, chi farà progressi? L’inarrestabile orgoglio vegetale? O l’animale che malgrado le apparenze, forse guadagna terreno, pezzo per pezzo, incrostato in ogni fessura del suolo, dopo aver riconquistato tutte le posizioni perdute e invaso la foresta esplosa?
Siamo nel centro del pomeriggio. Di fase in fase la massa decresce. Le corone si vuotano e si disseccano. I loro occupanti – almeno i sopravvissuti – si celano in una vita clandestina. Hanno, a loro volta, deposto la loro semenza ancora invisibile e che sonnecchierà fino all’inizio della prossima estate, sotterrata, così ben nascosta da sfuggire alle ultime aggressioni vegetali.
Le forme si restringono. Si assottigliano, e quindi noi diventiamo più grandi. La foresta si è rischiarata. Non resta che un soggetto su dieci. Brindiamo a ogni elemento che scompare. L’autunno si accende mentre l’estate esplode. Emanazioni fluide, esse stesse composite. L’autunno odora di polvere, di bruciato. Scoppi sonori. Scoppiettii. Crepitii di braci umide. Petardi. Il fuoco non si ravviva. L’autunno è come un prurito alle estremità. Spinte centrifughe. Di quale richiamo esterno è seduzione? Tentazione dello smembramento. Sconclusionate, sono tutte le immagini che, dolcemente straziate, si inaridiscono. Alle volte, non ne sopravvive che la metà. Poi svanisce anch’essa. Sempre dei piani che non possono collegarsi. Disinnesto. Là, due immagini le cui metà si rincorrono e tentano di raggiungersi. L’una e l’altra tentano ogni combinazione possibile. Diritto, rovescio. Sotto, sopra. Capovolti. Di fronte, di lato, di sbieco. Sali e scendi. Puzzle, impaziente gioco di pazienza. Flash. Incontri mancati nello spazio e nel tempo. Contrattempi. Due metà sinistre si rifiutano e vanno ad associarsi ad altri elementi del paesaggio. Divisioni seguite da accoppiamenti secondo assurde formule: A1+B2, B1+C2, A2+C1. La meta si separa; si permutano: A1+C2, B1+A2, C1+B2.
Improvvisamente, tutto torna all’ordine. Il paesaggio si è calmato. Gli elementi hanno ritrovato combinazioni stabili che, per la maggior parte, consistono in un ritorno alle formule precedenti. Equilibri che l’inverno sta per congelare. Preso dal gioco delle permutazioni, l’Equipaggio non ha scorto il sopraggiungere della stagione notturna. E già scende la sera.
Brevità dell’autunno. Un languore insidioso ci intorpidisce. L’inverno si annuncia con un acciottolio. L’aria si fa chiara e si cristallizza. Fini aghi che pungono la gola e i polmoni. È arrivato l’inverno. Secco. Brutale. Il sangue si ritira con la linfa. Questa volta, siamo bloccati. Presi in una tagliola. Radicati. Solidificati in piedi. Statue straniere, piantate come meteoriti sul suolo delle Miriadi. Freddo? Per noi no. Un benessere che si prova, dicono, a dormire in un buco nella neve. Benessere? Essere appena. Perduta ogni sensazione di temperatura. Il pensiero stesso svanisce. Brina della memoria. Mettere insieme mezz’idea, difficile. Non ci si vede più. Non si sente nulla. Dormire. Smettiamo di respirare, con molta naturalezza. Senza la minima preoccupazione. Dormire. L’uomo questo intruso, infine paralizzato. Sì, vediamo. Ancora. Del paesaggio non resta che un pallido cliché. Immagine fissa. Ultima impressione retinica. Occhio ibernato.
Blu. Trasparenza dell’immagine nel giorno che rinasce. Il cervello scongelato. Associa ma non percepisce sfumature. Che poi si animano.
Difficile legare il pensiero ai movimenti delle forme che si delineano, a quelli dei nostri corpi. Il petto finalmente si solleva. Facciamo una profonda inspirazione. E ritroviamo l’uso delle nostre membra.
Non sapremo mai se il freddo regna su questa parte delle Miriadi. O se l’inverno non è che un’assenza. Ne sapremo qual è la sua durata. Potrebbe essere la più lunga di tutte le stagioni o la più corta.
Mattina. Ecco la primavera, spinta dalla febbre; risveglio o sogno che riscuote il dormiente?
Bisogna muoversi prima del ritorno dei profumi, sfuggire alla seduzione che ci intrappolerebbe sicuramente fino all’estate prossima, con le sue violenze e i suoi vicoli ciechi, e ci coinvolgerebbe nella folle danza delle stagioni.
Immagine sfocata. Dominante rossa. Degli organi invisibili suonano una toccata radiosa. Giungono dei riflessi, venuti chissà da dove, e illuminano un cespuglio di cristallo i cui steli sono faccette che scompongono la luce. Sostiene frutti a forma di baccello. I grani appaiono sotto l’inviluppo iridato che, agendo come una lente, vi concentra i raggi solari. Faville blu. Il sole accende una vetrata. Proprio contro la parete rocciosa, insiste su un ordine di colonne che libera dall’ombra e che avanzano nella chiarezza, sfavillando di tutti i colori del prisma. Si moltiplicano, si ordinano in ranghi serrati, profondi. Al richiamo della luce si solleva una città di vetro, fusa, colata dal fuoco del vulcano. Innalzata, città cattedrale interamente consacrata alla gloria del fuoco che fu suo architetto, alla gloria del sole da cui nasce il fuoco. Risuonante, essa saluta i suoi dèi. Noi, siamo ignorati quando passiamo davanti ai suoi pilastri. E questi non riflettono nemmeno le nostre ombre quando ci frapponiamo alla luce.
La musica si è spenta. Presto, rinascerà, diversa, distante e nostalgica. Il sole è salito. Gira. L’ombra si stende sulla città. Le colonne debolmente restituiscono la luce. Si illuminano dall’interno – gemme in cui fluttuano pagliuzze ambrate. Senza la minima traccia di fumo o di combustione, corrono tra gli edifici, folla impaziente che attraversa in un brivido. I figli di fuoco danzano, instancabili, impercettibili. Non si nutrono che di se stessi. Acconciati di giallo, crestati di blu, oscillano. Corrono allacciati, tornano, si avvitano, si accoppiano. L’atto d’amore li esalta e li magnifica. Si espandono, salgono in avvitamento. Corona di fuoco. La città intera si illumina. Quando si accoppiano, è per fiammeggiare così e per morire. Per rinascere senza posa dal mattino alla sera. Essere collettivo che non persiste. Popolo nomade divenuto sedentario il giorno in cui le colonne hanno saputo imprigionarlo offrendogli il gioco dei loro specchi. Popolo bambino che incanta la magia dei riflessi, con l’infinita mobilità del suo stesso spettacolo.
Quel fuoco che ci ignorava e la cui danza capricciosa ci teneva lontano dalle colonne ha percepito la nostra presenza. Si spinge verso di noi. Rapido, ci traccia intorno dei cerchi. Ci cattura.
I figli del fuoco sono meno numerosi di quanto pensavamo. Si moltiplicano nei prismi di vetro. Appena sfuggono al loro recinto, li si vede un po’ individualizzarsi prima di mescolarsi tra loro. Senza danni, abbiamo superato la prima linea. Istantaneamente, recuperiamo la nostra ombra. Si eleva curiosamente tra noi e le fiamme. Eco che danza coi figli del fuoco.
Imitando la nostra ombra, scomparsa ogni paura, vortichiamo. Passiamo tra le colonne. All’interno, si spaziano, formano una sala in cui ci si muove facilmente. La folla ci accompagna. Non possiamo fermarci da nessuna parte. Se ci arrestiamo, il fuoco ci brucia. Per sfuggire al suo morso, bisogna muoversi restando in mezzo alle fiamme. Ritornare fuoco nel seno del fuoco. Le fiamme ci incatenano. Ci imprigionano. Corrono su tutto il nostro corpo. E fiamme noi siamo, rosse, pettinate di blu. Non tocchiamo più terra. L’aria ci solleva. Il suolo è di brace. Non viviamo più nell’istante. L’istante non esiste più. Si consuma. Prima di nascere, naufraga. Gli corriamo appresso, ma siamo sempre in anticipo o in ritardo di un attimo.
Danziamo, fino allo sfinimento. Stiamo per cadere. Riposo che ci perderà. Immobili, presto ci consumeremo.
Il fuoco volteggia, intorno a noi. Velocità sconvolgente. Onda su onda, il fuoco si espande.
Giriamo. Giriamo. Le nostre ombre si proiettano all’esterno. Presto! Dobbiamo raggiungerle. Le fiamme rinserrano la loro stretta. La nostra ombre svanisce. Abbiamo oltrepassato la barriera. Il fuoco non è altro che un riflesso danzante all’interno delle colonne.
Gli organi iniziano un gioco desolato, mentre la città fonde, consumata dal fuoco delle immagini. Quelle immagini ch’essa proietta, al levar del sole, come ricordo di quelli che la popolarono.
Dalla parete vetrificata, non resta che una massa indistinta, opaca. Noi la aggiriamo. I cespugli di cristallo si incrostano di una materia nerastra e si sbriciolano.
Caos di lave rosse e nere. Discarica. Campi di scorie stridenti, scricchiolanti sotto i nostri piedi. L’Equipaggio risale delle pendici che dividono delle faglie. In fondo a un sentiero cola e gorgoglia una massa vischiosa, leggera come un impasto, scagliata di tanto in tanto da un’eruzione. La colata si spande, precipita fino a un terrapieno, dove, rallentata, si ferma. Transitando, forma delle bolle. Che presto si gonfiano. Divenute sfere traslucide, si ricoprono di una membrana. Dalla bolla nasce un uovo. L’uovo è un occhio la cui pupilla descrive un cerchio completo. La parete si fa sempre più pallida. La macchia nera accelera la sua rivoluzione. Poi torna al centro. Gira su se stessa. All’esterno scaturiscono degli pseudopodi che, subito, si articolano, si ramificano, si allacciano per formare un reticolo. Ma ecco che, lacerando le loro giunture, si individualizzano. Sono altrettanti nuclei che si modellano per concentrazione di materia e che si sviluppano, sicché una sfera vicina si colma di una granulazione lattea e bucherellata, che diffonde una polvere di spore.
Indecise, balbettanti, le forme di vita prodotte dalle sfere interagiscono l’una con l’altra. Non appena le loro periferie entrano in contatto esse lottano e, quasi subito, si compenetrano. Oppure degenerano. Il flusso di semenza disperso non tarda a raffreddarsi. Affinché si attivino le funzioni vitali generatrici di calore, sarà loro al più presto necessario ottenere un livello di complessità sufficiente. Le forme dunque ingaggiano una gara disperata contro il freddo, contro la morte. Fino al momento in cui non sono ricoperte da una nuova colata, così bruciante da consumarle. Su questo terreno cauterizzato dove si accanisce la vita, un sole bistro, venato d’antracite, lampeggia, tanto che il camino, attraverso le scorie, emette una voluta di fumo.
Il cielo acquista toni carnali. Cade una pioggia sanguigna. E presto il suolo fertilizzato germina.
Accade allora un curioso fenomeno di desquamazione. A placche, il tappeto vegetale si gonfia. Si innalza, poi si stacca dal suolo. Trasportate da un turbine, le scaglie volano e danzano, come foglie secche. Per disporsi su un asse mediano. Farfalle, ali senza corpo. È la terra spogliata che, ora, germoglia. La nube di sfumature effimere e multicolori scende, si posa più lontano e ricompone un altro motivo vegetale.
Il territorio si estende in giganteschi polipai, arborescenze madreporiche. Intrichi di corallo e di spugne sempre più densi, terreni spugnosi in cui l’Equipaggio avanza penosamente. Rigidi rami, taglienti che si alternano con masse molli dal tocco gelatinoso. Quando, per sbaglio, rompiamo uno di quei rami, esso sanguina. Anche le spugne sono imbevute di questo liquido rosso.
Piove senza posa. La crescita sembra rallentare. Il suolo ha bevuto il sangue; si ricopre di una schiuma che potrebbe essere una varietà di spuma che emette sbuffi sotto i nostri passi. La stessa sostanza si deposita sui nostri vestiti. La toglieremo a scaglie. Ma poi la lasceremo fare, avendo constatato che essa assorbe il liquido rosso e che in seguito, privata di cibo, subito si secca.
Giunti, e non senza fatica, sulla cima di un poggio, dominiamo una conca occupata da uno stagno i cui successivi livelli si percepiscono in un digradare di rossi. Immediatamente, la massa liquida si dilata, ricoprendo la prima gamma del color limone. Il sangue freme, scoppia in semi, si abbatte sulle sponde. Poi viene il reflusso. Di riva in riva esala un lungo sospiro. La marea è come una respirazione. Le rive dello stagno sono allo scoperto, eccetto qualche sbuffo di schiuma. Si distingue, comunque, sulla riva destra una specie di ala macchiettata di rosa che freme sotto la luce.
Lungo la riva, raccogliamo dei baccelli trasparenti che costellano l’invaso. Queste piccole lenti biconvesse contengono bizzarre efflorescenze. Che siano i frutti dei cespugli di cristallo visti nella città degli uomini fiamma? Nelle nostre mani, i baccelli emettono dei crepitii simili a quelli dello zolfo bollente. Si aprono. Se ne vede staccare una corolla o piuttosto aprirsi delle labbra che palpitano, leggere, sotto le nostre dita piegate per trattenerle. Una pressione. E muoiono. Non ne resta che un fragile involucro. Ma se apriamo le mani stando attenti a non sgualcirle, esse sfuggono. Vorticando, si posano sul bruno limone sul quale si allargano, si gonfiano, si aprono e liberano una polvere d’oro che sembra polline.
Dirigendoci a destra, abbandoniamo lo stagno. Dalla sua superficie emerge una fitta vegetazione, rilucente, che ricorda enormi banchi d’alghe. Ciò che, da lontano, ci era parsa come un’ala ora ci sembra come un’escrescenza carnosa proliferante a vista d’occhio. Da tutte le parti, emergono prolungamenti, dita così flessibili e così mobili che le si crederebbe di caucciù. Delle dita che palpano la riva, esplorano il mondo esterno a vantaggio di una forma nascente. Una vita che cresce tanto rapidamente che, presto, le sue appendici tattili ci circondano, ci attirano, ci percepiscono. Queste migliaia di appendici appartengono indubbiamente a una colonia di individui uniti da un’unica membrana. Corpo collettivo che ci avviluppa e sta per assorbirci. Forse siamo già all’interno di questo organismo. No. Restiamo alla superficie, trattenuti da una sorta di cordone sanitario.
Non potendo liberarci, cerchiamo di penetrare lo sbarramento. Così vedremo ciò che ci attende al di là. Più che una barriera, a trattenerci è una specie di rete. Impossibile oltrepassarla. Ci lascia ancora una certa libertà di manovra, ma abbiamo l’impressione che essa rinserri le sue maglie, impercettibilmente. Istintivamente, ci raggomitoliamo.
Facciamo evoluzioni tra i flagelli. Che vibrano, come fanno gli anemoni di mare. Presto, inclinandosi tutti secondo lo stesso angolo, ci fanno scivolare sulla loro superficie. Verso quale destinazione? Non esercitiamo alcuna presa su queste umide protuberanze, viscose. C’è forse una possibilità che, finalmente, esse ci espellano e che, risalendo, noi…
Sotto la membrana trasparente, azzurrognola, un liquido incolore irrigha i tessuti, similmente al mare che in profondità inumidisce le sabbie. Un’altra linea di difesa si prepara, dall’altra parte della parete: dei corpi violetti, d’apparenza spugnosa, si riuniscono e varcano la parete per osmosi. Si dispiegano a semicerchio. Sorpresa. Non ci attaccano ma ci respingono lungo la membrana che sembra dissolversi. Gli siamo passati attraverso, e in buona compagnia. Questo ci conduce all’entrata di un budello, prima di svanire tra i tessuti.
Un alone verdastro rischiara una volta rosa. Lungo questo corridoio fluttua un tenue vapore. Subitamente, la parete diviene a sua volta traslucida. Gli anelli che la compongono si stagliano in bruno sul rosa pallido venato di bianco. Sembra illuminata dall’esterno. Dall’atra parte si abbozzano dei contorni, delle ombre delicate. Tutto un universo suggerito. La luce si smorza, intercettata dai rilievi. Strutture color carne, di un rosso più intenso nei punti ombreggiati. Sembrano provenire, per il loro intrico, dalla foresta vergine e, per la loro complessità, da una sala macchine. Tronchi e tubature collegati da liane. Ora, è l’Equipaggio che illumina il proprio cammino. Ciascuno di noi diffonde una fosforescenza che ci fa sembrare fari luminosi. Questa luce avvolge interamente i nostri corpi. Incredibile che essa si liberi così bene attraverso i vestiti. Mentre un denso flusso, appiccicoso, ci trascina, distinguiamo sempre meglio la volta. In avanti e indietro, al contrario, la visibilità si riduce a una distanza che si potrebbe valutare come tre o quattro metri, diciamo l’altezza di due corpi umani. Ma non disponiamo di alcuna altra scala cui commisurarci. Non ci avranno rimpicciolito alle dimensioni di questo microcosmo?
 Lunghe setole tappezzano la membrana. Ondeggiano seguendo i voleri della corrente. Noi ruzzoliamo nelle loro pieghe che frenano la nostra deriva col loro contatto leggermente adesivo. Al nostro passaggio si strappano dei ciuffi. Tra le setole fluttuano ombre. Tutta una popolazione indistinta abita questi recessi. Delle particole fini in sospensione in un liquido diffondono un luce bianca. Dei bastoncelli tracciano dei zigzag o compongono stelle. Si uniscono seguendo regole simili a quelle del domino. Incrociamo calotte trasparenti, fiori ondeggianti in cui petali sono altresì membrane natatorie dove la luce disegna motivi sfuggenti che tinteggiano un accenno madreperlaceo. Dall’ombra alle volte risale una sorta di polipo. Mangia una stella e diventa a sua volta sorgente di luce.
Anche quando è immerso per tre quarti il nostro corpo continua a emettere una luce che colora di rosso il paesaggio circostante. Ma mentre la brillantezza dello scenario si fa più viva, il nostro alone s’indebolisce. Percepiamo tutto il volume di queste cavità dove i flutti si attardano. E, per contrasto, ci sembra che la nostra taglia diminuisca ancora. Nei passaggi difficili, ci raggruppiamo, per moltiplicare la nostra intensità luminosa. I nostri occhi abituati alla penombra distinguono la palpitazione delle cartilagini, i battiti regolari della parete.
Passiamo davanti a grotte popolate di esseri albini che, al nostro avvicinarsi, riguadagnano le profondità. Abbiamo appena il tempo di intravederli. Quelli che si erano allontanati troppo per poter ritrovare subito la loro strada producono uno schermo d’ombra che li protegge dalla luce emessa dai nostri corpi. Si direbbe che si siano trasformati in anelli di fumo opaco. I quali, invece di dissiparsi, si solidificano, prendendo la consistenza di un disco colloidale. Li si può prendere, facendo attenzione, ma dietro non c’è più niente.
In cambio, ci sono altre specie attirate dalla nostra scia di luce. Senza dubbio stavano aspettando questa illuminazione per riprodursi. Davanti a noi, una pila di anelli si disfa per liberare i suoi componenti. E ciascuno di essi forma, a sua volta, un’altra colonna che si scompone di nuovo.
I flutti fanno ondeggiare anche dei pennacchi formati da ciglia argentee che, con un movimento grazioso, assorbono i corpi degli esseri albini.
Altri esseri sedentari hanno inserito i loro peduncoli nei rilevi della parete grumosa. Solo occasionalmente si spostano, invitati dalla corrente, e si danno a una specie di cabotaggio fuori del corso principale. Alcuni, che vanno alla deriva, si attaccano alle pieghe dei nostri indumenti. Questi cespugli animati recano, all’estremità dei loro rami, bolle che si staccano e vagano, leggere come bolle. Quando ci urtano, scoppiano.
Spinti da una contro corrente che viene inspiegabilmente dalla parete, andiamo incontro a una coltre vischiosa. Cerchiamo di evitarla. Ma un turbine afferra l’Equipaggio nello stesso istante della coltre. Sprofondiamo in una sorta di muco. Ma subito, la corrente si inverte. La corrente si spinge verso la parete e ci conduce a dei ciuffi rosa che sbattono rapidamente le loro ali. Sono queste che provocano le correnti. Già ci palpano. Insieme al menu di piccoli esseri, ingoiano anche il muco che esse stesse hanno prodotto. Ma senza dubbio noi siamo troppo voluminosi o troppo coriacei. Ne restiamo fuori, ondeggiando lungo le ramificazioni, quasi immobili. Gli sforzi che facciamo per liberarci purtroppo sono pari alla forza che ci attira. I ciuffi ora si apprestano a digerire i loro bottino. Il flusso è cessato. Approfittiamo della calma che sarà di breve durata per tornare alla corrente principale. Ma anche i ciuffi non tardano a espellere il liquido assorbito. Così il reflusso ci libera.
Questa volta, siamo aspirati verso la parete opposta. E quasi ci fracassiamo su una griglia d’osso tesa attraverso una gola spalancata. Una bocca e, dietro di essa, un ventre a forma di tasca, un animale che si limita a questo. Ma la griglia, simile ai fanoni di una balena, serve da filtro. E noi le sfuggiamo.
Malgrado la sua trasparenza, il flusso che ingrossa e ci trasporta non può essere che sangue: trasporta enormi grumi, amassi di fibrine che ci squilibrano e che occorre evitare.
Vorticando, stanno per agglutinarsi sulla riva. Attenzione! Non lasciamoci trascinare verso quel caos semovente o ne saremo avvinghiati, soffocati. I ciottoli ruotano su se stessi, urtano sulle sponde con un suono morbido. Da una piega della parete esce una nuvola di animaletti di un biondo dorato. Che spaventosa ingordigia! Per questa loro voracità la massa di fibrine sparisce a vista d’occhio.
Dietro di noi, non resta che un scintillare dorato. Ondeggiamo secondo i voleri del sangue. Ma questo, al minimo muoversi, ci entra dal naso, ci soffoca. E quando ci si sforza di riprender fiato in un’atmosfera densa come un flutto, non si può fare a meno di bere una sorsata esagerata. Una volta, dieci volte, lo risputiamo. Ma finiamo per inghiottire. E ciò che allora accade, non ce lo aspettavamo: ci tornano le forze. Poi anche se l’Equipaggio continua a lasciarsi trasportare, smette di essere un giocattolo per la corrente. Inoltre, il flusso si fa più regolare, più calmo. Respiriamo meglio.
Ecco l’uscita dal tunnel. Ma invece di aprirsi nella luce, si chiude o piuttosto termina in una specie di sfintere che sta per espellerci. La corrente accelera. Il muscolo si dilata, ci avvolge, ci lancia.
E' come un setaccio che abbiamo oltrepassato. Il soffitto della galleria si abbassa, le pareti si rinserrano. La pressione sulle nostre tempie cresce. Poi le gallerie inanellate si ramificano. Molto velocemente, si perdono in un groviglio di fini canali. Qui, vorremmo lottare contro la corrente, ma non ci sono appigli da nessuna parte in questo ambiente colloso, ricolmo di liquido. Poco a poco, il flusso ci disperde.
Si impantana tra gli acquitrini tra i quali ci areniamo, sgocciolanti, appiccicosi. Titubanti, barcollanti, finiamo per raggiungere un canale la cui corrente ci contenderà a questo fango che invece ci aspira. Ci lasciamo scivolare; poco importa dove ci conduce il flusso.
Transitiamo davanti a isole rosse e irte di capsule gelatinose che distinguiamo appena. Preso da un mulinello, l’Equipaggio danza come tappi di sughero. Spesso, si tocca il fondo sul quale si scivola. Un’asperità ci trattiene come relitti. Poi il livello del liquido aumenta. I naufraghi ripartono. Diritto verso la punta dell’isola. Davanti a noi si innalza la costa, luminescente, simile a una gengiva su cui sono piantati rari mozziconi di dente – delle capsule bizzarre. Al loro livello, dei punti si illuminano attraverso la rossa penombra. Tre punti. No, quattro. Stiamo per ammarare a destra. Ma una contro corrente ci devia. È a sinistra che doppiamo il capo. I punti si sono mossi. Ci seguono. Pensiamo a segnali lanciati al nostro arrivo per prevenire dei misteriosi predatori di relitti. In effetti, i punti sono un doppio paio d’occhi. Nel mentre transitavamo vicino alle capsule, li abbiamo scorti mentre si muovevano. Molto netti, si staccavano da una massa indistinta. Uno sguardo intenso. Occhi di gatto.
Ancora delle isole. Le abbiamo raggiunte. Ci sono delle capsule trasparenti, altre opache. Nelle prime, abbiamo intravisto corpi mummificati che mantengono qualcosa di un’apparenza umana.
Prigionieri trascinati come noi fino a questi bassi fondi per morirci incistati. L’Equipaggio saluta questi visitatori che ci hanno preceduto, mentre sfila tra i loro sarcofaghi. E testimoni del nostro fallimento, essi ci rendono gli onori.
L’Equipaggio è caduto in una tasca di tessuto fibroso la cui pareti battono. Dietro di esso, un valva si chiude, poi scompare. Non c’è più nessuna traccia dell’orifizio da cui siamo entrati. Neanche una cicatrice. Dall’altra parte si apre una seconda valva che emette un flusso di sangue. È di poco che abbiamo evitato quella cataratta. Ma la prossima o la seguente ci sommergerà. Che fare? I nostri occhi cercano un rifugio. Lassù, una passerella! Come raggiungerla? Abbiamo una sola possibilità, nient’altro: aspettare un flusso che ci spinga, che ci lanci fino al parapetto e là, aggrapparci!
Un onda ci afferra. Il torrente ci solleva. Attenzione! Ci siamo. Quasi. Hop! Le nostre mani brancolano. Cercano di afferrare. Scivolano. Vortichiamo. Il flusso ci riprende.
Questa volta, sì! L’abbiamo presa! Che sollievo! Il sangue continua a salire. Sale sopra il parapetto, ci schizza. Teniamoci forte! Un riflusso. Infine, riprendiamo fiato. Se così si può dire – in questa atmosfera rarefatta, tiepida, soffocante.
Flusso. Il sangue risale ancora più in alto. Sta per sommergere la passerella, per portarci via, gettarci verso altre paludi. Non è stata che una tregua. Laggiù ci attendono le capsule. Sarcofagi!
Il sangue affluisce. Sale inesorabilmente. Sciaborda. Uno schizzo ci colpisce. Rasentiamo la passerella per appiattirci contro la parete, così da offrire meno resistenza. Ai nostri piedi si apre una cavità. Ci entriamo, a ventre piatto. Sguazzando nelle mucosità. Il suolo è tappezzato di filamenti vibranti che entrano in azione. Il loro solleticare fa rabbrividire di disgusto. Rabbiosi, le schiacciamo a colpi di pugno, sotto le ginocchia. E, malgrado questo, progrediamo.
La cavità sbocca su una vasta grotta irta di stalattiti retrattili che, a intervalli regolari, rientrano nella volta. Si direbbe, d’altra parte, che essa si abbassi e si sollevi. Ma la penombra che qui regna non ci permette di controllare. Presto, qualche luminescenza comincia a insistere sulle asperità di questi denti enormi, piantati in mezzo al palato.
Sul pavimento della grotta, ci imbattiamo nel resto di una dentatura che anch’essa doveva armare questa «mascella» inferiore. Ma questa è fissa. O almeno, non si è mossa da quando siamo entrati. In fondo alla grotta, sotto un piano tagliato, stalattiti e denti sono saldati. Nella penombra si intravedono fantasmagorici scompigli. Come se si stesse cercando, in modo puerile, di distrarre la nostra attenzione dalla cosa essenziale: la ricerca dell’uscita.
Questa volta siamo incastrati. Ci ronzano le orecchie. Da non credere? Sì, è una voce che si propaga sotto la volta. Crea dei volumi. Paesaggi sonori. Ma purtroppo subisce delle distorsioni che la rendono incomprensibile. Attraversa lo spazio, tuona. Si precisa:
«Vi aspettavo. L’uomo è penetrato nella mia circoscrizione dell’universo. Ma nulla mi sfugge. Misuratore dello spazio e del tempo, io sono e non sono. Fatto a modo mio, che non è il vostro. Sono prima e dopo. Al di qua ma anche al di là della durata. Fra le stelle morte e le nebulose a venire, veglio.»
Terminando la frase, un po’ nasale, la voce si deforma a causa dello sgocciolio. Prosegue:
«Voi non mi vedrete, ma io vi distinguo: cinque protuberanze autonome che fanno un corpo solo. So cosa siete venuti a fare. Molto lontano, nelle pieghe del cosmo, esistono mondi, le cui forme si evolvono così lentamente da sembrare immobili. Il giorno succede alla notte, nient’altro. Non stupisce che l’uomo fugga questa routine! Ma nello specchio degli astri non cerca che il suo riflesso, il suo simile. Per allacciare con lui il legame della competizione e dell’odio che lo caratterizzano. Voi vi annunciate col fuoco, col ferro o col pensiero, e il resto che ne segue. E gli altri sopraggiungono, a legioni. Ma avete preteso troppo dalla vostra potenza e dalla vostra malizia.»
L’Equipaggio vorrebbe replicare a questo processo alle intenzioni. Ciò che essi sono venuti a ricercare sulle Miriadi, non è il loro doppio, ma lo sconosciuto, l’inatteso, il mai visto, l’impossibile. La nostra voce resta sorda, appiattita. Annaspa, soffoca. Non può rivaleggiare con colui che tuona al di sopra delle nostre teste:
«Vediamo se sapete rispondere a questa domanda: chi è il primo, il seguito e il tutto?»
Non siamo certo venuti a fare dei giochi da oratorio, a risolvere, sotto nuove maschere, i vecchi enigmi. Ma ecco la nostra risposta:
«Siamo noi i primi, il seguito e il tutto: l’Equipaggio.»
«Ben detto! Era una delle risposte. Il primo, il seguito e il tutto, può designare altrettanto bene le Miriadi – uno e molteplice – o il Misuratore. Una risposta a tre facce. Come vedete, gioco a viso aperto. Avrei potuto dire: non c’è che una risposta. Sono io quella risposta. Io, e null’altro. Ma sarebbe una risposta degna dell’uomo e del suo egocentrismo.»
Dopo un silenzio, la voce scende di un livello:
«Eccovi prigionieri di una gola vivente e smisurata. Che fa al contempo funzione di mura e di guardiano. Siete prigionieri in questa capsula per un altro viaggio, che però è immobile.»
La volta.
«Se pensate che quelle punte acuminate sopra le vostre teste stanno per triturarvi, per ridurvi in poltiglia, vi sbagliate. Questi organi tattili sono strumenti di osservazione e di misura. Determinano la vostra posizione. Presto, scenderanno fino a toccarvi. La forma e la pressione della volta si modificheranno. Vedete, le nostre tecniche valgono quanto le vostre. E attenderemo senza darci pena il raffinarsi del vostro sadismo. A dire il vero, mi prendo la rivincita. Mi avete obbligato a circoscrivermi nella durata, a rivestire una certa opacità per opporla alla vostra. Mi avete obbligato a esistere. Ma so mettermi in gioco. Vi lascio una possibilità. Solo, mi batterò con voi, contro l’Equipaggio al gran completo, in una partita a scacchi. La giocheremo con le vostre regole, ma con i miei pezzi e sulla mia scacchiera. Potete constatarlo: le punte sono rientrate, lo spazio della vostra prigione non si restringe più. Al contrario, le pareti sfumano, la luce si smorza. Non vi sentite più oppressi. E affinché la partita sia leale, potrete disporre di tutti i nostri mezzi. Siate miei ospiti e non miei prigionieri. Se vincete, siete liberi di proseguire il vostro viaggio. Se perdete, vi tratterrò, vi imbalsamerò e vi incapsulerò. L’Equipaggio figurerà tra i trofei delle Miriadi. Ora, precisiamo qualche particolarità del nostro gioco. Voi non toccherete i vostri pezzi. Vi accorgete, del resto, che non si può fare. Si sposteranno da soli, seguendo gli impulsi della vostra volontà. E perché questa si sviluppi chiaramente secondo le strade da voi scelte – è affar vostro – consultatevi. La prima partita non conta. Vi servirà per familiarizzare col gioco e di affinare le vostre tattiche. Pronti?»
Dissolvenza. Le pareti sono svanite. Sipari ondeggianti che si stagliano su uno sfondo da cinerama. Chiarezza. Sta nascendo un giorno. Siamo nuovamente in uno spazio indefinito. La volta si riduce a vapori che, lentamente, si colorano. Rosso da una parte, bianco dall’altra. Due soli si levano, uno di rame l’altro di lucido argento. Ogni astro libera dall’ombra la propria corte di pianeti che immerge nella sua luce: due di essi sono sormontati da calotte di ghiaccio, alti due non lasciano apparire che i loro anelli. Da ogni lato scocca una cometa che descrive una spirale prima di venirsi a sistemare vicino al sole del suo colore. È seguita da altri due pianeti, più pallidi, con la loro corona di satelliti. Una pioggia di asteroidi si ripartisce nei due campi avversi. Il rosso e il bianco si ordinano su una scacchiera dalle caselle alternate di luce e di ombra. Sole-re, regina-cometa, alfiere con l’elmo di ghiaccio, torre bardata di satelliti, anello-cavaliere, e scintillanti meteoriti per pedoni. Poco a poco i pezzi prendono posto. Ma continuano a girare su se stessi.
«Onore ai nostri ospiti,» dice il Misuratore. «A voi la scelta del campo.»
 Prendiamo il rosso, per sfidarlo.
Su una scacchiera di vetro giocano i toni sontuosi e delicati dell’aurora, i cui piani si intersecano, si compenetrano e confondono le loro sfumature. Ogni pezzo resta al di sopra della propria casella, che essa tinge leggermente. La sua luminosità tende a propagarsi nel senso di marcia. Il sole, che ora sembra di materia cristallina e nel quale si vedono passare riflessi di fiamma, da la tonalità, il suo chiarore all’ambiente. La cometa, la figura più brillante, dalle forme fluide attorno a un centro incandescente, irraggia in ogni direzione. Sotto la sua cappa di ghiaccio scintillante, l’alfiere emette, lungo la sua diagonale, luci intermittenti, salmone o bluastro, a seconda della sua squadra. La torre, d’ambra e d’alabastro, traina i suoi quattro satelliti che si spostano come lenti di un faro nel corso della loro lenta rivoluzione. Gli anelli trasparenti proiettano delle luci aranciate o lattee. I meteoriti, esplorati dagli irraggiamenti delle figure, stanno in guardia.
Apertura classica. Da ogni parte, i pedoni del sole sono avanzati di due caselle. Il Misuratore gioca l’anello del re. Questo pezzo, a differenza di quello tradizionale, non salta. Fluttua. La sua struttura gassosa gli permette di attraversare gli ostacoli che trova sul suo cammino. Si mantiene sfumato e lascia dietro di sé una scia di vapore.
In risposta facciamo uscire l’anello della regina.
Perché avvenga il movimento è sufficiente che la decisione sia formulata con tacito accordo (stiamo ben attenti a non svelare i nostri piani). Non manchiamo certo di allenamento, quante partite abbiamo disputato da poco, tra un viaggio e l’altro! Ma, questa volta ci diamo alla lotta con sfiducia. Sapremo comandare un meccanismo celeste che non obbedisce che alle proprie stesse leggi? Ci sapremo giocare senza che sia esso a giocare noi?
La trasmissione del pensiero è una disciplina di cui l’Equipaggio conosce tutti i contorni. Ma qui i nostri calcoli si coordinano imperfettamente. Cosa che ci preoccupa. Ora fiutiamo le prime astuzie del Misuratore: farci dubitare della nostra coesione, ricordarci che siamo diversi, ognuno col suo passo, il suo ritmo, il suo stile. È vero, nascono dei contrasti mentre prepariamo la nostra mossa. Le variabili si affollano nei nostri spiriti. Si confondono. Bisogna scegliere.
Alla fine ci sembra che uno scacco manovri da solo, prima che l’intero Equipaggio abbia consolidato una decisione. Lasciato aspettare, ha scelto da solo. Oh! Non ha tradito le nostre intenzioni. Non agisce a favore dell’avversario. Anticipa. La mossa delizia alcuni, sconcerta altri. La figura obbedisce ai suoi stessi impulsi. Manifesta la sua indipendenza. Creando una situazione ci mette davanti al fatto compiuto. Altre volte, essa prende una fortunata iniziativa che avevamo preventivato, senza però svilupparla; noi avremmo, a torto o a ragione, optato per un’altra variante. Gli asteroidi si comportano con una certa noncuranza, quando non si mostrano recalcitranti. Così giochiamo una partita nella partita, contro i nostri stessi pezzi. Essi sentono che non siamo capaci di controllarli. Forza! Dobbiamo affermarci, esercitare delle scelte più chiare e più rapide. Proseguiamo il dispiegamento delle nostre truppe.
Gli avversari si osservano.
Ma a dire il vero, lo spettacolo, le evoluzioni ci assorbono più delle nostre tattiche. Il Misuratore lo sa; ne gioisce.
Ogni pezzo interposto capta la luce che si diffonde lungo la colonna, la fila o la diagonale. Si incorpora; rompe o ravviva la tinta. Ne risultano combinazioni che si possono analizzare e che regalano nuove dimensioni al gioco. Per degli occhi preparati si dispiega tutta una strategia dei colori.
La cometa, risplendente, attira gli sguardi. Si sposta a velocità variabile, ora folgorante, ora lenta e maestosa. Avanza di colpo, e ripiega solo se minacciata. Tra le altre figure, gli alfieri sono i più rapidi con i loro spostamenti lineari. Se, per se stesse, le meteoriti intervengono poco nei giochi di luce, però si rivelano molto sensibili alle variazioni di illuminazione. Rubano i toni all’ambiente. In presenza di una figura diversa, si scolorano o si coprono, al contrario, di riflessi incendiati. Si rischia di sbagliarsi, di fare il gioco dell’avversario. E abbiamo anche la sfortuna di perdere un alfiere il cui fulgore ci nascondeva un pericoloso asteroide.
Preso, un pezzo si estingue, scompare dalla scacchiera. Permane un alone sul quale si staglia il nuovo occupante della casella. Quest’ultimo brilla di un fuoco più vivo che ha rubato alla sua vittima. Alla mossa seguente, l’alone svanisce.
Ammettiamolo. Quest’azione per soggetti interposti ci inquieta. Abbiamo l’impressione che la cosa ci sfugga. Ma il vero scontro si gioca contro l’influenza del Misuratore.
L’avversario bluffa. Senza dubbio, ma fa progressi. Fino a qui, la sua tattica ci sembra sconnessa. Lancia attacchi sporadici, impulsivi. Il suo piano di insieme non si rivela. Ma, anche se, da parte nostra, ci barcameniamo, lui occupa terreno. Ha fatto saltare la nostra linea di meteoriti. Dopo uno scambio svantaggioso al quale ci ha costretto (abbiamo perso una torre per catturare uno dei suoi anelli), si è saldamente stabilito al centro.
Attraverso le colonne scoperte, attacca. Ci confonde. Affonda, non esitando a esporre la cometa; lancia l’anello che gli resta in fughe temerarie.
Ma la sua audacia è profittevole. Ci paralizza. Siamo sulla difensiva. L’avversario ha il campo libero.
Le nostre posizioni cadono, una dopo l’altra. Una torre bianca entra in azione. Sul quadrato formato dai nostri pezzi attorno al sole rosso si delinea il pericolo. Proteggiamo la meteorite che copre il sole, senza la quale esso sarebbe messo in scacco dall’anello d’argento alla prossima mano. E la nostra cometa? Inchiodata da un alfiere bianco.
Accerchiati, vogliamo tentare l’arrocco. L’alfiere ce lo impedisce; obbligherebbe il nostro sole a rischiare uno scacco. La cometa bianca ci si avvicina. Non possiamo parare la doppia minaccia. Scacco. Curioso! Il nostro sole impallidisce. Poi diviene terreo.
È chiaro, siamo battuti. La ragione avrebbe voluto che abbandonassimo. Ma l’Equipaggio lotterà fino alla fine. Costringiamo il Misuratore a darci scacco. E lui lo fa.
Era da prevedere. Abbiamo perduto la prima partita. Comunque, abbiamo valutato l’avversario. Il suo gioco denuncia un essere sicuro di sé, disinvolto, che dalla sua vittoria avrà una scusa per rischiare ancor di più.
Contiamo sulle sue imprudenze. Incoraggiamolo.
«Quando volete, signori. A voi i bianchi. Quando giocano vincono, si direbbe.»
I pezzi hanno ripreso la loro posizione di partenza. I bianchi e i rossi stanno per scambiarsi di posto. Si dirigono gli uni verso gli altri. I ranghi si confondono, come in una parata.
Ecco. Nello schema delle caselle, ombre e luci s’invertono. Tutto è a posto.
In apertura, il Misuratore attacca. La sua cometa discende in diagonale a minacciare la meteorite del re. La temerarietà del nemico diviene insolente. Ma per contenere la sua avanzata ci è sufficiente spostare l’anello. L’avversario frappone l’alfiere. La nostra torre entra in linea. Il Misuratore non ha scorto la manovra? Sta per sacrificare l’alfiere? Per trarne quale vantaggio?
L’anello prende l’alfiere. La cometa vibra, danza, poi rapidamente batte in ritirata. Il Misuratore esita. La sua offensiva ha fallito. Perde del tempo prezioso. E l’iniziativa la prendiamo noi.
Attacchiamo a nostra volta, senza posa.
Ora è il nostro vantaggio che valutiamo. Insieme, scateniamo più rapidamente la nostra minaccia, facciamo il più rapidamente possibile la valutazione di tutte le possibilità. Ogni nostra mossa è fruttuosa.
Il sacrificio di un pedone ci consente di aprire nel dispositivo nemico una breccia nella quale le nostre forze si infiltrano.
Scacco al sole. Braccato, l’astro perde di lucentezza. Il Misuratore ci blocca per mezzo della cometa catastroficamente ripiegata. Scacco al sole e alla cometa. Il Misuratore deve sacrificare la seconda. Scacco al sole. La sua luminosità diminuisce gradualmente. Lento e pesante, si sposta. Scacco. Il sole nemico si trascina sulla casella vicina. Sospingiamolo fino al bordo.
Scacco matto!
Il Misuratore è caduto nella sua stessa trappola. Siamo liberi!
Il gioco si spegne.
Esplode una risata.
Notte.

(Traduzione di Giorgio Sangiorgi)

 

 

 

 

sabato 30 marzo 2019

THE LADDER di Teresa Regna

The ladder, built by rays of sunlight placed one on the top of the other, emanated kaleidoscopic glares. It climbed up to the top of a very high ziggurat, filling with its intense brightness the building’s large steps; it rose until the human imagination’s boundary; it reached the gods’ dwelling places.
Huno half-closed her eyes: the intense brightness was dazzling her. At the foot of the ziggurat, she contemplated, with her heart full of dismay, a celestial vision.
Words would not be enough to describe the ladder’s splendour; its perfect, slightly curved structure; its evanescent but solid steps; its seemingly sharp tip, proof of the ladder’s unimaginable highness.
Huno knew, and understood for what purpose it had been built: to allow gods to mingle with men, in order to supervise them, and, at the same time, to have fun.
When gods climbed down from heaven, they assumed human appearances, and, during a short period, leaded the same life of men. The ladder was the indispensable toy which allowed them to reach earth, the necessary means by which they amused themselves through deceit and betrayal of men’s trust.
Women thought to make love with their own husbands, but really they submitted to the will of whimsical and bored gods. At the right time, they gave birth to the children of a sin they did not know to be guilty of.
Huno, on the contrary, was completely aware of what happened every time a god climbed down the ladder. Wonderful but dangerous, sublime but very deceitful, it was the exact representation of the misleading gods’ power.
Nobody could see it except Huno, half-way between childhood and maturity, saved, who know why, from the rage of gods.
When men’s eyes had been veiled, and men’s ears had been corked; when wisdom and knowledge labouriously hoarded during many centuries had been destroyed; when men had returned to the level of ignorant savages, Huno had realized she was alone. Gods, frightened by men’s knowledge, wisdom, and intelligence, had sentenced their creatures to an everlasting unableness.
She was the only one saved from ignorance, tha last of an ancient time forever lost. Huno knew, and understood: she alone had sight of gods’ misdeeds, and of their ladder.
After having tried to saw the ladder by a great number of means, she realized the only way to achieve her purpose. Manhood, shifted into filth by gods’ envy, had the right to be peaceful.
Huno climbed up the ziggurat, without much effort; then looked at its bottom, and gave a deep sigh. She had to achieve her purpose, no matter how hard it would be.
She began to climb up the ladder, step after step. It seemed solid as a rock, warm to the touch, and she could not see its tip. Huno reached a great highness, so that she could hardly distinguish men, as small as ants. Her breath was taken away.
While she was falling headlong, dandled by the wind, Huno was satisfied: the ladder was full of zigzag, large cracks. Her sacrifice had not been in vain.
The ladder that reached heaven collapsed, curling upon itself, crumbled as dried clay. The ethereal and multicoloured rays of sunlight began to whirl in a strange ballet, like butterflies which turned here and there in the blue sky, like dancing fragments of haevenly glory.
Eventually, with a last flicker, they slowed down their foolish ballet, joining together to form the Rainbow.

 

lunedì 4 marzo 2019

PETITE DÉJEUNER di Peppe Murro

 

Non piacciono evidentemente ai tanti che preferiscono un abbigliamento più chiassoso e magari anche un comportamento più vivace e, diciamolo pure, sfrontato e invadente; eppure sono convinta che i più parlano per partito preso o perché non li hanno affatto conosciuti,
Personalmente amo alla follia quel loro modo riservato, quasi titubante e schivo, di procedere, a capo chino ed occhi bassi, quasi rasentando muri ed angoli fino a scomparire; mi delizia il loro abbigliamento sobrio, di un’eleganza quasi demodé, che fa del nero una livrea su cui stendere impercettibili sfumature dall’argento brunito al blu di Prussia, fatte quasi per annegare le iridescenze nel cupo anonimato del nero.
Dio, quanto amo gli scarafaggi !
Soprattutto, devo confessarlo, degli scarafaggi mi piace il loro sapore, quello scrocchiare del carapace nella bocca, il fruscio delle antenne sotto il palato, il brivido sopraffino che ti danno quelle zampette che schioccano vibrando fino alla gola: decisamente sono il pasto degli dei.
Quanto mi piacciono gli scarafaggi !
E così pure oggi mi sono sdraiata su questa pietra a scaldarmi al sole, muovo pigramente la testa e fingo di non guardare quell’angolo di muro da cui, prima o poi, uscirà il mio pasto a darmi breve compagnia.  

martedì 29 gennaio 2019

IL FORESTIERO PRODIGIOSO di Adriana Alarco

Il giorno che la nonna scomparve, pensai che se ne fosse andata via assieme alle sue pitture che svanivano da un giorno all’altro.
Seppi poi che non era così. Invece, era morta e avevano seppellito il suo corpo nel cimitero del paese in mezzo ai carrubi, anche se allora pensavo che il suo spirito vagabondasse nella vecchia dimora, consigliandoci all’orecchio, sorridendoci con bontà e facendoci scoprire i segreti più nascosti.
Dopo la notizia, arrivammo un pomeriggio a quella casona dove avevamo trascorso tante domeniche felici in mezzo al trambusto dei cugini e ai rimproveri della vecchia Ignazia, nera come il carbone che usava per cucinare nella scura cucina macchiata di grasso, dietro al pollaio. Neanche il gallo cantava e tutto intorno c’era tristezza per la scomparsa dell’anziana. Gli zii erano taciturni, le zie vestivano in nero e nella fattoria non regnava più quell’allegria né quella complicità fra i cugini che trasformavano le domeniche in casa della nonna in giorni di cospirazione, confabulazione e intrighi.
Trovai i tubetti delle pitture a olio e i pennelli di peli di martora logori per l’uso dentro una scatola di legno. C’era pure la tavoletta per mescolare i colori. Fu quello stesso pomeriggio che arrivammo per distribuire fra noi qualche oggetto di ricordo appartenuto alla nonna. Scoprii la scatola di pitture dietro l’enorme vasca di metallo smaltato con piedi di leone dove mi nascondevo da piccola. Era la stessa che ci sembrava una piscina, quando facevamo il bagno dentro, e che si trovava nella sala da bagno con ceramiche bianche e blu. La scatola era proprio li, avvolta in una tela sotto la vasca.
Ricordavo che quell’astuccio fu portato in regalo da un forestiero che si sedette con noi a tavola una domenica nella soleggiata dimora della nonna. Rammentavo quella mattina calda mentre svolazzava nell’aria il penetrante odore del gelsomino che fioriva in un angolo del cortile.
Si metteva a un lato del tavolo un posto per il forestiero, tutte le domeniche, perché passava da quelle parti gente sconosciuta che suonava alla porta e non lasciavamo mai andare via nessuno senza servirgli un piatto di riso e fagioli assieme a qualche salciccia fatta in casa.
Quella mattina fu speciale perché a un certo momento incominciò l’eclissi che oscurò i dintorni come se fosse arrivata la sera e la pallida luce che riflettevano i vetri colorati delle porte finestre dava un tono spettrale all’ambiente.
La nonna fece sedere al tavolo il forestiero, anche se arrivò coperto con un cappuccio. Noi nipoti stavamo tutte zitte giacché l’eclissi ci aveva messo in ansia, in attesa della risposta alle nostre domande, come: uscirà ancora il sole? Avremo sempre la nebbia intorno? Forse l’oscurità schiaccerà col suo silenzio le nostre vite?
L’incappucciato mangiò i fagioli senza scoprirsi e non potevamo guardarlo in faccia. Eravamo insolitamente immobili vedendo le candele accese nei candelabri. Soltanto il minore di tutti noi osservava irrequieto, con la coda dell’occhio, cercando di smascherarlo, ma riuscì a vedere soltanto la sua mano con quelle dita incredibilmente lunghe. Allora, la forchetta gli tremava in mano per la paura nascosta e i suoi occhi si riempivano di lacrime e il naso di candelotti, che si puliva con il rovescio della mano.
Io, invece, ero sorpresa che la nonna non gli chiedesse di togliersi il cappuccio, in quanto non era un’abitudine sedersi al tavolo con la testa coperta né di cappelli, né di scialli né di mantelline. Lei, invece, gli parlò con molta considerazione e simpatia raccontando dei suoi molti nipotini, dei figli che lavoravano in campagna coltivando l’uva e il cotone; del vino che si produceva nelle cantine così come pure dell’acquavite o pisco fabbricato con un’antica ricetta. Non mostrò fastidio per il cappuccio con il quale il forestiero intransigente continuò a coprirsi la faccia mentre mangiava.
Poi, quando ci alzammo da tavola, era finita l’eclissi e tutto era tornato normale, come prima. Da sotto il suo manto talare, l’ospite sconosciuto trasse un astuccio di legno che dette alla nonna, come ringraziamento. Conteneva i tubi di pitture a olio e i pennelli. Vidi la nonna dipingere molte volte sulla tela che c’era nel salotto, ma non vidi mai i suoi quadri finiti.
Questo è in regalo perché non ti manchi niente disse lincappucciato prima di tornare nel deserto. Non era, quindi, una cattiva persona. Era affabile, riconoscente anche se misterioso. Poi, facemmo commenti sul suo colore incerto e la forma delle mani; la nonna ci rimproverò e ci obbligò a mantenere quei ricordi nello sgabuzzino della memoria.
Quella stessa scatola, regalo del forestiero che si era seduto con noi al tavolo domenicale, fu quella che io trovai sotto la vasca con i piedi di leone nella sala da bagno della nonna, mesi dopo la sua morte. Gli zii mi lasciarono tenere l’astuccio, come ricordo, così come una tela in bianco per dipingere.
Assieme ai colori e ai pennelli, trovai una serie di piccoli fiaschi, alcuni con liquidi e altri con polvere macinata. Decisi di provare i colori della nonna. Finalmente finii il mio primo quadro ed ero molto orgogliosa. Avevo creato un vaso con rose, gigli e lillà.
Il giorno dopo, la tela del quadro era bianca e un vaso di fiori si trovava sul tavolo vicino. Fui terribilmente sorpresa e sbigottita.
Non erano fiori vivi, ma di un materiale che sembrava plastica brillante. Quelle pitture magiche facevano staccare le immagini dal quadro in tutte le loro dimensioni e io tenevo in mano un vaso con dei fiori che avevo dipinto sulla tela il giorno prima. Accomodai le foglie, passai le dita lungo i fusti e i petali, e mi accertai che anche le spine fossero morbide.
Fui così meravigliata che quel pomeriggio mi affrettai a riempire la tela con un altro dipinto. Disegnai una farfalla che coprii con i colori più svariati. Era così bella che sembrava fosse vera e stesse per volare fuori della sua prigione.
Invece, il giorno dopo trovai la farfalla vicina al quadro con gli stessi colori. La portai fuori all’aperto. Vidi che era fatta di una stoffa delicata e diafana e che volava con la brezza. Ma non era viva. Non potevo dipingere la vita. Gli oggetti saltavano fuori del quadro, ma non respiravano. Erano cose e non esseri viventi.
Molto intrigata per quel mistero, continuai dipingendo sulla tela con le pitture della nonna e apparirono in casa una quantità di cose che si staccavano e potevano agitarsi come la farfalla, ed erano oggetti come casette in miniatura, barchette, alberelli, tutti in materiali colorati, brillanti e leggeri.
Allora ricordai che la nonna ci faceva giocare con bambolotti assai originali e che non si trovavano da nessun’altra parte. Probabilmente erano tutti prodotti dalla sua fantasia e dalle pitture magiche del forestiero. Pupazzi che saltavano fuori del quadro durante la notte e che apparivano accanto come oggetti, il giorno dopo.
Decisamente, non erano di questo mondo. Io ebbi così la certezza che anche quel forestiero arrivato il giorno dell’eclissi era un extraterrestre, come molti altri ospiti di passaggio che si sedettero al tavolo nella casa antica. Capii che la nonna lo aveva sempre saputo.
Siccome continuai a dipingere, cominciarono a finire i tubi di pittura e la casa fu riempita d’oggetti brillanti e colorati. Con le ultime pennellate volli realizzare un quadro da ricordare e dipinsi la nonna in piedi con il canarino celeste in mano, come si vedeva in una fotografia appesa accanto alla scala dell’entrata. Usai le polverine e mescolai le pitture con i liquidi che rimanevano nei fiaschi. Finito il tutto, sparsi sul quadro la sabbia granulosa che diede alla pittura una patina antica e sobria.
Quasi svenni dalla meraviglia il giorno seguente, svegliandomi, quando trovai mia nonna a gironzolare per la casa, con il canarino celeste pigolante sulla mano, uguale al dipinto che avevo fatto sulla tela. Era più piccola di quel che ricordassi, o forse era così che era scesa dal quadro, e vedendomi sorrise.
Grazie mi disse per avere liberato il mio spirito. Hai fatto bene ad adoperare quelle magiche polverine. Adesso so dove devo andare. Con passo lieve uscì da casa e si diresse verso il deserto fino a che la sabbia si alzò con il vento e non potei più distinguere la sua sagoma lontana. Svanì in mezzo alle dune.
Non seppi mai se fu soltanto un sogno o se era successo veramente che la nonna fosse uscita dal quadro camminando e se ne fosse andata fuori di casa. Avvolsi, dopo quel giorno, quanto rimaneva della scatola delle pitture, assieme alle polverine e ai liquidi, e li seppellii sotto il gelsomino in fiore che cresce su per i muri, il cui odore penetrante continua a insinuarsi intorno ai corridoi di travi scricchiolanti. Non seppi mai più niente sul visitatore incappucciato che arrivò quel giorno dell’eclissi, anche se, in ricordo della nonna, pure in casa mia, sul tavolo della domenica, c’è il piatto del forestiero che aspetta.
Forse un giorno tornerà a rivelare antichi misteri.
 

venerdì 21 dicembre 2018

FOGLI di Peppe Murro

E’ notte fonda ed anche ora, come da tempo, non ci sono rumori.
Le strade sono illuminate con dei bagliori lividi d’asfalto: piove da giorni, lentamente, senza interruzioni, una pioggia nerastra e maleodorante.
Oltre questa finestra, lo so, ci sono case: un giorno si vedevano bene anche di notte, con le loro luci variopinte, come occhi di tanti colori.
Già, gli occhi; non so perché mi fanno male e la testa mi pulsa con violenza: forse ho quel male, forse sono solo stanco.
Sto qui, in una penombra che puzza di petrolio, dentro questa stanza che è diventata la mia casa, il mio castello, la mia prigione. E scrivo.
Scrivo per lascito, scrivo per testimoniare la catastrofe che non ha nome; scrivo per i sopravvissuti col loro cuore di sciacallo e la loro fame crudele di iena.
Sì, scrivo per la catastrofe: non ho risposte, ma solo domande sul perché e come, anche se oggi nessuna risposta ha più senso.
Scrivo per scacciare i miei demoni, o per esserne soffocato; scrivo per questa mania insondabile e la gioia sfrenata che mi dà, o per sporcare fogli; scrivo come un urlo, anche se nessuna eco risponde.
E’ chiaro, scrivo al vuoto che dilaga, immane.
Scrivo per testimoniare il mistero dell’orrore in cui resisto, forse scrivo solo per testimoniarmi. E penso che anche questo sia inutile e insensato.
Il giorno verrà, ne sono certo: qualcuno batterà alla porta ed entrerà nella stanza.
Troveranno le mie carte danzare sul tavolo o sul pavimento al primo soffio di vento, diafani come la bestemmia che li accusa.
Troveranno il mio corpo e la mia maledizione.
Spero solo che conoscano l’abisso e che li faccia urlare di pena e di terrore.
 Quando entrarono nella stanza si guardarono intorno: in un angolo, rannicchiato, il cadavere annerito di un vecchio. Sotto i loro stivali chiodati un pavimento interamente cosparso di fogli di carta.
Tutti bianchi.