martedì 12 maggio 2015

SORPRESA! Di Teresa Regna



L’oscurità era totale. La tenebra, però, non nascondeva minacce o pericoli. Al contrario, nero contro nero, produceva tepore e conforto.
Il buio, sorta di coperta soffice e dolce, mi avvolgeva. Non ero in grado di vedere o sentire; tastavo con cautela, fin dove potevo, una copertura morbida ed elastica. Somigliava ad un sacco di plastica espansa. Non sapevo che la tenebra fosse morbida ed elastica, né potevo supporre che regalasse una sensazione di benessere tanto intensa e prolungata.
L’esperienza nuova non provocava in me paura, né disagio; la mia coscienza era all’erta e la mia mente curiosa. Desiderosa di apprendere, come sempre.
Avvertii uno sfregamento lungo le pareti del sacco di plastica. Venni risucchiata lungo un tunnel, in fondo al quale si intravvedeva una lama di luce. Stavo per abbandonare il confortevole tepore dell’oscurità. Chissà perché, la prospettiva mi appariva alquanto sgradevole: avevo sempre avuto paura del buio, io. Ma chi ero io?
***
Mamma gatta era distesa nel suo cestino. Mugolava pian piano, lamentandosi per il dolore che il parto le procurava. Sotto il suo corpo tigrato, la copertina era sporca di sangue. Anche le zampe posteriori della gatta erano imbrattate di rosso, eppure pareva non curarsene affatto.
Tre micini si arrampicavano sul suo corpo, scalando con goffa determinazione il ventre materno. Il piccolo nero raggiunse l’ambito capezzolo e prese a succhiare avidamente. Gli altri due, tigrati come la mamma, brancolavano ancora nel buio.
Posai la mano sulla testa della gatta: orecchie a punta, pelo morbido e occhi dolci, quasi umani. Cominciò a fare le fusa, ma riprese anche a mugolare, sorda ai miei tentativi di confortarla.
“Brava, mammina. Belli i tuoi micini”, le sussurrai.
Pareva che tentasse di parlarmi; mi capiva: ne ero più che sicura.
La gatta trovò una sistemazione più comoda. Sdraiata su un fianco, prese a leccare coscienziosamente la sua vagina: dopo qualche secondo apparve la testolina del quarto micino. Il muro dietro il cestino si tinse; uno spruzzo rosso cupo disegnò una figura astratta, dai contorni morbidi. Il gattino neonato emergeva dall’orifizio materno, sotto la lingua rasposa della micia si delineava la sua figuretta sottile, a chiazze bianche e nere.
I tre fratellini piangevano, come se non fossero felici di accoglierlo. Piccole zampe picchiettavano il ventre della gatta, e minuscoli musi tendevano ad impadronirsi dei capezzoli, in cerca del nutrimento indispensabile alla sopravvivenza.
Baciai mamma gatta sulla testa, grata perché mi aveva permesso di assistere alla nascita dell’ultimogenito. Azzardai una carezza, con la punta del dito, ai micini neonati. Non protestò. Mamma gatta si fidava di me.
***
La luce improvvisa mi ferì gli occhi. Si trattava solo di una sensazione, però, perché le mie palpebre erano chiuse, tenute ferme da una membrana sottile eppure tenace. Il chiarore era ugualmente insopportabile, in ogni caso.
I miei polmoni invocavano aria, il mio stomaco chiedeva cibo, ma il sacco di plastica costituiva un ostacolo insormontabile. Ad un tratto, i polmoni ricevettero aria, in gran quantità, e la bocca poté vagare in cerca di cibo. Qualcosa, o qualcuno, aveva eliminato il sacco che mi teneva imprigionata fino a qualche istante prima.
Mi sentivo vulnerabile, indifesa, bisognosa d’amore. Con sgomento, mi accorsi di essere appena nata. Può un neonato avere coscienza di sé? La domanda rimbombava nella mia mente come un martello pneumatico che apre una voragine nel terreno.
Una voragine di panico, infatti, si spalancò e mi inghiottì quando una lingua rasposa cominciò a leccarmi con  perizia e dolcezza. Ricordai, in un lampo, tutti i particolari del parto di mamma gatta.
Avrei pianto, se avessi avuto lacrime da spargere. Invece, emisi un flebile miagolio: ero una gattina.
Immaginai la scena alla quale, con un ruolo da protagonista, prendevo parte: coperta di pelo, percorrevo con le zampine il ventre della mamma gatta che mi aveva appena partorito, mentre il mio musetto si agitava in cerca di un capezzolo.
Assurdamente, formulai una domanda. “Di che colore è il pelo?”.
Con mio enorme stupore, ricevetti una risposta. “Ruggine, piccola mia”.
Mamma gatta aveva parlato: comprendeva i miei miagolii e io i suoi. Avvertii una sensazione di calore, simile a quella provata nel suo grembo.
Il panico si dileguò: ero al sicuro. La mamma mi avrebbe pulito, nutrito e tenuto al riparo. Mi avrebbe protetto da eventuali  pericoli,  e  amato.  Succhiavo,   con   avidità stupefacente, latte e amore.
“Perché?”, chiesi.
“Hai sempre amato noi gatti”, mi rispose la voce della mamma. “Quando è avvenuto l’incidente, un messaggio forte e chiaro mi ha raggiunto: trasporta l’essenza di questa umana, affinché non vada perduta, sul nostro pianeta. Lei ne sarà felice. Me l’ha trasmesso la gatta che viveva con te, e i quattro micini hanno aggiunto che nessuno sarebbe stato più degno di te di vivere in un luogo nel quale noi gatti siamo la razza dominante”.
Annuii, continuando a succhiare il latte tiepido e dolce. Una zampa transitò sopra la mia testa: mi ritrassi, un po’ intimorita.
“Salve, sorella”, mi tranquillizzò una vocetta acuta. “C’è posto per tutti, qui”.
Finalmente, mi sentivo a casa.

domenica 10 maggio 2015

L’ULTIMA META di Giuseppe Novellino



     Billy Thorpe si levò a sedere e si passò una mano sulla barba ispida. Sbadigliò.
     Un fruscio tra i cespugli lo fece girare di scatto. Nella frazione di mezzo secondo, una Colt Navy si materializzò nella sua mano. Il clic metallico del cane svegliò il compare che era avvolto in una coperta accanto alle ceneri del focolare.
     - Che cosa è stato? – domandò l’uomo con voce impastata.
     - Niente – rispose Thorpe. – Solo una volpe grigia.
     Il sole era appena spuntato da dietro i rilievi delle Sand Hills e la sua luce rendeva già vividi i colori dei pini radi, dei cespugli e delle rocce biancastre. Uno dei due cavalli, allacciati a un ramo basso di quercia, emise un debole nitrito.
     - Preparo il caffè – annunciò Thorpe.
     - È quello che ci vuole – biascicò il compare.
     E mentre si dava da fare con i rametti secchi sulla cenere ancora calda, Billy vide con la coda dell’occhio l’altro alzarsi un po’ traballando e stiracchiarsi con le mani sui fianchi.
     - Bunter, passami i fiammiferi. I miei sono finiti.
     Il socio frugò in una tasca e gli lanciò la scatoletta di cartone. – Vacci piano – raccomandò, – non vorrei rimanere senza fumo fino a Sterling.
     - Ormai non manca molto – fece Billy Thorpe. – Arriveremo prima di sera, se ci mettiamo subito in marcia.
     - Dopo aver bevuto un sorso di caffè
     - Puoi contarci. E di quello buono.
     - Già, non ne trovi di simile in tutto il Nebraska.
     - Roba da signori. Ce n’erano almeno dieci scatole in quella borsa. Peccato averne presa solo una.
     - Per poter portarci appresso tutta la sporta dovevamo rimorchiarci la diligenza.
     - Invece ci siamo accontentati della grana: cinquecento testoni, tondi tondi – disse Thorpe ridacchiando.
      Nell’impresa erano stati in tre, si erano appostati in un luogo favorevole e avevano assalito la diligenza per Lexington, dopo avere saputo che trasportava denaro per un compenso straordinario nei lavori della ferrovia. Ma il terzo compagno ci aveva lasciato le penne e ora il bottino risultava più facilmente spartibile in due. Non avevano lasciato testimoni. I due a cassetta, il signore elegante che aveva cercato di fare il furbo estraendo una Derringer dal manico di madreperla, la sua compagna di viaggio e un anziano signore dai capelli bianchi erano stati spediti dritti all’inferno.
     Accese una fiammella e cominciò a soffiare, proteggendola con il cappello dall’aria mattutina.
     Billy non vedeva l’ora di avvolgersi in un morbido lenzuolo in compagnia di una pollastrella compiacente. Un po’ di vita comoda ci voleva, dopo avere scorazzato tra il Kansas e il Nebraska in cerca di polli da spennare. Sterling, Colorado, era la città più vicina, dove nessuno lo conosceva, ma doveva essere solo una squallida tana di sorci. Il luogo che Bill vagheggiava era Sacramento, pieno di cercatori d’oro. La società con Bunter era arrivata ormai al capolinea. Il compare voleva battere ancora le strade in cerca di bottino, mentre lui optava per un cambiamento di vita. Adesso gli era venuta voglia di darsi agli affari creativi, provando a fare i soldi con i soldi.
     Bunter sputò un bolo di catarro giallastro, afferrò la tazza di caffè e se la portò alle labbra. Ma non fece in tempo a sorbire la bevanda. Con un sibilo sinistro, una freccia indiana gli trapassò il collo.
     Billy Thorpe rimase impietrito, ma solo per una frazione di secondo. “Cheyenne” fu il suo fuggevole pensiero. Sapeva che c’erano degli sbandati razziatori in giro da quelle parti. Perché proprio adesso dovevano farsi vivi? Estrasse la pistola e la spianò davanti a sé, piegando le ginocchia, pronto a difendersi o a schivare qualche colpo. Poi, imprecando, corse verso il cavallo. Ma subito tornò indietro, rovistò sotto la coperta che aveva avvolto il compagno durante il sonno e afferrò la sacca che conteneva l’altra metà della refurtiva. Un’altra freccia si conficcò in un tronco nodoso.
     In quel momento li udì: lanciavano i loro urli di guerra. E li vide, mentre venivano giù, al galoppo, lungo un pendio erboso. Due di loro agitavano il fucile; gli altri tre erano armati di arco e frecce.
     Billy Thorpe con un balzo montò a cavallo. Aveva perso secondi preziosi ma si affidò al suo mustang dal pelo scuro.
     Un proiettile sibilò al suo fianco e finì a scheggiare un masso ricoperto di rampicanti.
      Cominciò a galoppare a zig zag nel valloncello accidentato, ricoperto di arbusti, mentre gli indiani, vicinissimi, lo inseguivano con le loro grida bellicose.
      Altri due colpi di fucile alle sue spalle. Poi gli accadde una cosa strana: il cavallo cominciò a correre in maniera più distesa e sicura. Ce l’avrebbe fatta a distanziarli, cominciò ad esserne sicuro.
      Solo quando, dopo un paio di miglia, ebbe raggiunto la sommità di un crinale, si guardò indietro. I pellerossa erano scomparsi. Dunque li aveva seminati. Oppure avevano rinunciato alla caccia.
     Il sole stava scendendo verso l’orizzonte.
     Il cavallo di Thorpe procedeva al piccolo trotto.
     Forse si era trattato solo di un brutto incontro finito bene. Peccato che le cose non fossero andate altrettanto lisce per quel poveraccio di Bunter. Il destino aveva voluto così, pensò. E sul volto gli spuntò un sorrisetto di maligna soddisfazione. Si era ritrovato fra le mani l’intero bottino. Adesso era davvero ricco.
     Poi vide in lontananza la città.
     Stava procedendo lungo una pista appena segnata, fra cespugli sempreverdi e radi pini cedui. L’agglomerato di case gli si presentò davanti dopo avere aggirato una cupola di roccia friabile. Si estendeva in una conca erbosa, ampia e amena, circondata da bassi e brulli rilievi.
     Arrestò il cavallo, si tolse il cappello per grattarsi la testa sudata. Non poteva essere Sterling. Contava di arrivarci non prima di quattro ore, probabilmente quando si sarebbe già fatto buio. Una città, in quella zona, non se l’aspettava, non rientrava nelle informazioni che lui e i suoi compari avevano appreso circa il loro itinerario di fuga. Che avesse sbagliato strada? Forse era finito dalle parti di Yonkton. No, non era possibile. Quello che aveva guadato, un paio di ore prima, era il Platte, e del resto si stava dirigendo verso sud ovest, non verso est.
     Il mustang soffiò rumorosamente e batté uno zoccolo nella polvere. Lui lo accarezzò sul collo sudato e disse, ad alta voce:
     - Bè, non era nei programmi, ma sembra proprio che dovremo riposarci laggiù, questa notte. Sterling e il Colorado attenderanno.
     Quando fu vicino alle prime abitazioni, lesse un cartello di legno con dipinta la scritta: “Benvenuti a Lower City”.
     - Inferiore… in che senso?. Strano nome per una cittadina del West Nebraska – mormorò mentre procedeva lentamente verso l’imbocco della via principale.
    Non c’era una grande animazione. Le case erano allineate, accostate le une alle altre in bell’ordine e tenute con una certa cura. I negozi presentavano le loro insegne con i caratteri dipinti su legno. In fondo alla via si intravedeva una costruzione bianca, di una certa pretesa, che faceva contrasto con le altre. Poca gente attraversava la strada. Tutti giravano lo sguardo verso di lui e sorridevano. Gli venne incontro un carro Conestoga con telone giallastro. Il conducente, un ragazzo con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, gli rivolse uno strano sorriso, come di intesa un tantino beffarda.
     Poi Thorpe si fermò davanti al saloon. Sopra la porta lesse: “Lower Haunt”.
     Legò il cavallo alla stanga ed entrò, tenendo ben salde sulle spalle le sacche piene di bigliettoni. Vide due avventori seduti a un tavolo che discutevano davanti a una bottiglia.
     Il gestore, dietro il banco, sembrava aspettarlo.
    - Benvenuto! Il viaggiò è stato lungo e faticoso, immagino. Avete sete?
    - Già – rispose Thorpe con diffidenza. – Qualcosa per togliere la polvere dalla gola.
     - Whiskey?
     - Va bene.
     - Siete diretto a Sterling?
     Thorpe gli lanciò un’occhiataccia. – Sono fatti miei. – Poi, mettendo le mani sul banco: - Come fate a dedurre che sono diretto in quella città?
     - Per il semplice motivo che lo so.
     Lui si irrigidì. – Ehi, è uno scherzo?
     - No, signore. Tutti quelli che passano di qui vanno a Sterling.
     - Benvenuto a Lower City! – risuonò in quel momento una voce gioviale alle sue spalle.
     Si voltò di scatto.
     Un uomo alto e magro lo stava raggiungendo con passo deciso. – Sono il sindaco di Lower City. Vi stavamo aspettando.
     Billy Thorpe fece lentamente scendere una mano verso la fondina. Più che allarmato, però, si sentiva perplesso. Sia il gestore del locale, sia il primo cittadino avevano un atteggiamento cordiale.
      - Dove sta il trucco? – domandò.
      - Non c’è alcun trucco – disse giovialmente il sindaco. – Semplicemente siete il primo forestiero che entra in questa città.
      Billy dovette trangugiare il suo whiskey per darsi una schiarita. Rimise il bicchiere sul banco e si passò la manica della giubba sulle labbra.
     - Mi state prendendo in giro… Badate che sono un tipo difficile.
     - Seguitemi – lo invitò con benevolenza l’autorità. – Potrete constatare con i vostri occhi che la città è davvero accogliente nei vostri confronti. Semplicemente siete il benvenuto… Vi aspettavamo da un pezzo.
     Forse era l’estrema cordialità del personaggio, o semplicemente il goccio di liquore che aveva mandato giù… Fatto sta che Billy non si sentì di resistere alla sollecitazione del primo cittadino. Lo seguì, facendo attenzione a tutto ciò che gli capitava intorno. La mano sul calcio della pistola, pronto a raggiungere il suo cavallo e battersela.
     Stava imbrunendo, ma in quelle case erano già accese alcune lampade che ricreavano un’atmosfera decisamente accogliente.
     Fecero un tratto a piedi nel bel mezzo della via principale, mentre dalle finestre e dagli usci aperti, debolmente illuminati, veniva un allegro chiacchiericcio.
     - Dove stiamo andando? – domandò Billy Thorpe.
     - Laggiù – e indicò la casa elegante che aveva scorto in fondo alla via. – Si sta svolgendo una bella festa. E voi siete invitato, naturalmente.
     - E se non gradissi il vostro invito?
     Senza guardarlo in faccia, l’altro disse con espressione bonaria e rassicurante:
      - Vi piacerà, vedrete. Poi ci farete sopra una bella dormita e domani mattina potrete riprendere il vostro cammino.
      - Lo ripeto: la cosa mi puzza.
      - Non c’è nulla di strano. Gli amici gradiranno moltissimo vedere un forestiero… sì, insomma, una faccia nuova.
       Furono davanti a un bel portone di noce intarsiato e lucidato, che si aprì come per magia.
       - Entrate – lo invitò il sindaco.
       Billy Thorpe fece un passo esitante, poi varcò la soglia.
     Era un salone disadorno ma non privo di una certa solennità. Sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, due finestre in stile gotico facevano entrare strani bagliori rossastri. Thorpe pensò che poteva essere la luce del tramonto, ma poi, grazie al suo spirito di osservazione che aveva esercitato per sfuggire alle insidie e ai pericoli, si rese conto che la parete non era rivolta verso ovest. E poi il sole era già tramontato.
     E c’era tutta quella gente, seduta su sedie dallo schienale rigido. Gli voltavano le spalle e guardavano verso le finestre, in mezzo alle quali, posto su una pedana, c’era un tavolo con una sedia vuota. Il sindaco aveva parlato di ricevimento. Ma quella sembrava la sala di una conferenza, con il pubblico in attesa del relatore.
      - Che scherzo è questo? – Ma nel girare lo sguardo dietro di sé, vide che il primo cittadino di Lower City era scomparso.
      Con la velocità di un fulmine estrasse la pistola.
       Il silenzio venne rotto da un forte brusio, come se gli astanti si fossero messi a bisbigliare commenti sulla sua azione difensiva. Poi uno di loro si alzò.
      Era una donna giovane con un abito da viaggio abbastanza elegante. E subito Billy la riconobbe. Era sulla diligenza che aveva assalito nella sua ultima impresa.
     Il bandito cacciò un grido di spavento e meccanicamente premette il grilletto. Lo sparo risuonò come una cannonata, ma l’effetto fu strano. La donna non aveva ricevuto il minimo danno e, cosa ancora più strana, nessuno degli astanti si era girato.
     - Ti aspettavamo, Billy Thorpe – disse la donna con una voce dal timbro sinistro. – Adesso potremo ascoltarti. – E indicò il tavolo e la sedia in fondo al locale.
    Lui fece due passi indietro poi si attaccò alla porta. Era chiusa a chiave. Sparò due colpi contro la toppa. Niente, nemmeno una scalfittura.
     - Devo essere impazzito – disse con tono isterico. – O forse sto sognando. - Si appoggiò con le spalle alla porta e guardò il locale. Tutti, una ventina di persone, per lo più uomini, stavano sempre seduti con la faccia rivolta verso la parete che presentava le due finestre luminescenti, il tavolo e la sedia.
     Poi voci all’unisono: - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
    Teneva sempre la pistola in mano. La guardò, poi sparò altri due colpi, contro le finestre. Anche questa volta senza il minimo effetto. I proiettili non potevano nulla in quella strana casa.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     La donna in abito da viaggio era tornata a sedersi. L’uditorio che gli voltava ancora le spalle era terrificante. Cominciò a sudare.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Allora cominciò ad avanzare, con l’inutile Colt sempre in mano. Passò lungo le due file di sedie e vide che le persone non avevano volto, ma un ovale liscio che sembrava di madreperla.
     Scoppiò in una risata isterica. – Fantasmi… solo dannati fantasmi.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Quando fu vicino al tavolo si girò di scatto, tenendo l’arma abbandonata lungo la coscia, la canna rivolta al pavimento.
      E così vide che avevano ripreso una faccia. Si appoggiò al tavolo, li esaminò tutti. C’era il postiglione della diligenza, ma non il suo aiutante. Riconobbe il damerino che aveva freddato con un colpo in fronte, la sua compagna a cui aveva di nuovo sparato poco prima senza alcun effetto, ma non si vedeva il vecchio con i capelli bianchi. Stava per chiedersi perché, quando una voce di donna, ancora la giovane con l’abito da viaggio, disse:
     - Quelli non li hai ammazzati tu, ma i tuoi degni compari. Quindi non possono essere qui.
     Con una panoramica sugli astanti poté riconoscerli a poco a poco. Erano tutti quelli che aveva ucciso nella sua, a dire la verità, non tanto lunga carriera di fuorilegge. Rivide Sam Catlett, il traghettatore che si era rifiutato di trasportarlo sull’altra sponda del Big Blue River durante una fuga strategica. Poi c’era quel tale a cui aveva rubato un cavallo dalle parti di Lincoln. Riconobbe lo sceriffo di Tulsa, Oklahoma, che aveva cercato di arrestarlo. Vide la donna che gli aveva sparato con una doppietta, dopo che le avevano ammazzato il marito in una fattoria del Kansas. E poi l’indiano che aveva ucciso mentre beveva a un ruscello, i fratelli Cogan che avevano provato a imbrogliarlo a pocker, un biondino cowboy del Texas… e tanti altri.
     Se li rivide davanti, seduti rigidamente su quelle sedie, ansiosi di ascoltarlo.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe – dissero ancora, in coro.
     Poi una voce solista, nell’ultima fila.
    - Hai tutto il tempo, Billy Thorpe. Questo giorno, 21 giugno 1878, non finirà più. Raccontaci, dunque, come e perché ci hai ucciso.
    A Billy Thorpe, fuorilegge diretto a Sacramento passando per la cittadina di Sterling, Colorado, non rimaneva che cominciare il suo discorso. Tanto, quella in cui si trovava era l’ultima meta, dalla quale non sarebbe più ripartito.
     Per sempre.

mercoledì 6 maggio 2015

PEGASUS INTERNACIONAL – 2 (Español)




Estimados amigos:
Les presentamos el segundo número de PEGASUS INTERNACIONAL EN ESPAÑOL, que forma parte de blog italiano de Paolo Secondini
P E G A S U S - http://nuovanarrativa13.blogspot.it/
Desde que se publicó el primer número, en el mes de abril, han llegado muchos cuentos a la redacción de la revista en español, como una lluvia hispánica de fantasía y creatividad. Agradezco el entusiasmo de los amigos escritores. Los cuentos que no se publican en este número se publicarán próximamente.
Los autores no pierden sus derechos de autor y permiten que sus relatos se traduzcan a otros idiomas para los números subsiguientes de Pegasus Internacional.  Para que este proyecto siga creciendo, ruego a los escritores de lengua española interesados que envíen sus colaboraciones a  la responsable de la edición en español de Pegasus Internacional, Adriana Alarco
Mes de junio, 2015

Virginia Vidal – Chile
LA AMALGAMADA

 Transcurrió mi infancia entre pampa yerma, sol implacable y derroche de estrellas. Si el frío del desierto me acorralaba, oía los cuentos de mi abuelo. Algunas peripecias las vivió de refilón y las ajenas  se le fundieron en su memoria y las fue dando por suyas. Me fascinaba la Llorona, viuda de un minero que no alcanzó a escapar cuando estalló el tiro y lo aplastaron toneladas de piedra. Desconsolada ve en todo hombre al suyo y le pena, aterra y paraliza  al sorprenderlo en los senderos de la noche.
—Todavía estaba apegado a las pretinas de mi padre cuando ocurrió algo fantástico. Llegó a Tierra Amarilla,  bien plantado y altanero, Francisco de Echeverría y Guzmán. Los mineros puestos en fila, —cotonas blancas, culeros de cuero, bien sujeta la poruña de cuerno— saludaron a su esposa Teresa y a la condesa Elisa de Borbón, prima de Eugenia de Montijo: la mismísima emperatriz que con su marido Napoleón III les apadrinó la boda.
El relato de Delfín Negro me transportaba a un mundo de ensueño.
—Doña Teresa Blanco, hija del almirante héroe de la guerra contra el Perú, envuelta en un celaje malva, la cara dibujada por el encaje de la sombrilla, contemplaba rendida al marido, pero su altivez le impedía posar sus ojos en los sirvientes y peones deslumbrados.
La pausa del sorbo de té me parecía interminable.
—Echeverría descendía de puros mineros de Illapel, Huasco y Copiapó. Hijo de don Juan José, potentado de Chañarcillo, tanta era su riqueza que lo mentaban Montecristo. Dueño de tesoros incalculables, satisfacía cualquier capricho de su mujer: si se le antojaba comer pescado, mandaba una cuadrilla a cruzar la provincia para transportar congrios colorados  vivitos y coleando en tinajas con agua de mar...  Una idea de su natural la dio al perder los estribos cuando fracasó la Revolución de 1851. Ordenó suspender el laboreo y repartió aguardiente brindando por la proscripción de Bilbao y Arcos, explayándose en elogios al presidente Montt, alabándole la medida de dar doscientos palos a cada sublevado. Luego supimos que no se conformó repartiendo champaña en la calle, pues armó la fiesta en su palacio santiaguino y agasajó con regalos, manjares, vinos y licores muy finos a sus invitados; hasta hizo forrar de seda las paredes y el techo de los excusados para que las damas se sintieran a gusto...
—¿Y qué tuvo que ver el niño Negro?
—¡Ah! A Gancho Rosales y a mi padre les encomendó ser guardaespaldas de doña Teresa y de su amiga y llevarlas a la casa del fundo Punta del Diablo. Por supuesto,  yo iba a la cola. Gancho las instaló en el corredor y las entretuvo ofreciéndoles muestras de amonitas petrificadas, crisolitas, cuarzos, granates. Muy serio, se reía por dentro ante los aspavientos de las mujeres porque esas piedras ásperas eran materia de joyas preciosas. La condesa se encaprichó con un trozo de jaspe amarillo y sus ojos se quedaron pegados en la muñeca de Rosales; su mirada le empapó la gota de sangre cuando él se cortó con un filo y se llevó el dedo a la boca. Ufana, la dueña le mostraba a Elisa el horizonte cuajado de cerros y volcanes que escondían vetas de oro y plata… Parla que te parla, sin mirarlos siquiera, ordenó:
—Delfín, tráenos limonada y frutas.
—Subí a la higuera, mi padre puso en la cesta sobre hojas los higos que yo le alcanzaba: se llegaban a rajar destilando su miel. Agregó duraznos y uva moscatel. Cortó unas rosas y las prendió en las asas. Por primera vez, doña Teresa lo miró a los ojos y comentó:
—Para que veáis, Elisa, aquí hasta los rotos tienen buen gusto...
Mi tata se adentraba en los recuerdos y yo temía que no siguiera hablando, pero prosiguió:
—Después nos tocó acompañarlas a la planta de beneficio de Totoralillo. Los hombres admiraban a esas criaturas que empalidecían todo espejismo, ellas agitaban sus manitas intentando disipar la nube de polvo y vapor de la molienda de minerales. Parloteaban sobre el misterio del oro que requiere el azogue para separarse de toda impureza, no sin antes esconderse en rocas que pulverizarían dos descomunales ruedas de piedra girando implacables sobre su eje. Esta máquina hidráulica era el orgullo de don Francisco y la envidia de otros mineros de la región. Doña Teresa campaneaba su vestido de organdí recogido a la cintura en mil pliegues, algo corto, dejando ver los vuelos y valencianas de los calzones. En vano, le tironée el pantalón a mi padre cuando sentí el peligro. Tan embobados estaban que no advirtieron el instante terrible. Doña Teresa, ágil como chinchilla, llegó al pie del molino, se encaramó a la orilla de la palangana, pero en un santiamén le fue cogida una punta de la enagua. No hubo poder humano capaz de arrancársela: el trapiche molió metal y carne delicada, huesos y guijarros y el llampo de la señora corrió al caño donde, mezclado con agua, corría a decantarse para dejar el oro... Echeverría ordenó  poner a los trabajadores en el cepo y azotarlos, indiferente a su pesar, terror y dolor. Me las ingenié llevándoles agua y un embudo para que tragaran. Mi papá decía resignado:
—Qué le vamos a hacer, compadre, ningún sufrimiento tiene comparanza con la pérdida de ese hombre. Ni todo su oro lo va a aliviar.
Gancho sólo exclamó:
—Se jodió Montecristo.
Pero un raro rumor empezó a correr y penetrar en todos los rincones como la camanchaca. De boca a oreja se comentaba algo jamás confirmado: doña Teresa se lanzó de adrede al trapiche, porque su marido, tahúr incorregible,  la noche anterior la apostó y la perdió. Pero ella no estaba dispuesta a darse en pago...
—¿Se jugaban hasta a la misma mujer?
—También a hijas y hermanas...Yo creo que la Llorona tuvo celos de doña Teresa y la convirtió en la Amalgamada que persiguió a Francisco, hasta que se aferró a él,  lo hizo naufragar y lo arrastró al fondo del mar...
Virginia Vidal - Nota biográfica:  Escritora y periodista chilena. Nació en Santiago de Chile. Consejera del Consejo de Monumentos Nacionales representa a la SECh. Colaboradora de  la revista “Punto Final”. Última novela publicada: Agustina la salteadora a la sombra de Manuel Rodríguez (Ceibo Ed. 2015). Encargada de prensa del Instituto de Arte Latinoamericano de la Facultad de Bellas Artes de la Universidad de Chile de 1971 a 1973, colaboró en la organización del Museo de la Solidaridad “Salvador Allende”. Exonerada de la Universidad de Chile en diciembre de 1973. Trabajó en el programa “Semana Cultural” del Canal 9 de TV de la Universidad de Chile hasta el 7 de septiembre de 1973. Exonerada de la Empresa Editora Horizonte Ltda. 11.09.1973.En 1976, salió al exilio, a Belgrado. Por decreto, la dictadura le prohibió el regreso al país. Pudo retornar en 1987. Miembro del consejo de redacción de la revista Araucaria. (1978-1990). http://virginia-vidal.com/

PATRICIA NASELLO – Argentina
RETRATO DE MUJER CON ASESINO
 “Como un granjero observa picotear a la gallina que enviará a la olla, el despiadado asesino a sueldo mira a  su próxima víctima, Soledad Ventura, una belleza ajada por los años, quien, al momento en que el homicida posa en ella la mirada, se encuentra de espaldas al sol de la siesta y a los árboles con sus hojas de otoño”.  Sentada sobre su sillón favorito de espaldas a la ventana que da al patio, Soledad Ventura, súbitamente paralizada, observa el libro con espanto.
Unas horas después, el marido, un joven en cuya piel parece resguardarse el verano, irrumpe en la habitación donde ella comenzara la tarde leyendo con placer.
—Necesito una ambulancia para mi esposa —su grito en el teléfono se escucha desesperado.
Luego, con movimientos tranquilos, quita el libro de las manos agarrotadas de su mujer y, antes de guardarlo en la biblioteca, coloca un abultado fajo de billetes entre sus páginas —sin embargo el libro se cierra con comodidad: como si una energía inherente a la ficción hubiera tomado el dinero—.
El día declina, comienza a silbar el viento y las hojas vuelan de los árboles.

CUADROJO
 Vierte agua en el cantero de los rosales. Mañana cortará los pimpollos para llevárselos a ella. Serán las bodas de oro y  es el único modo de comunicación que la vida, o la muerte quién podría decidirlo, ha dejado. Son las siete  treinta de la tarde, falta una hora, Aníbal no lo sabe.
Tanda publicitaria, violencia y horror sin solución de continuidad. El dolor lo vuelve intolerante, apaga el televisor. Sus ojos se quedan fijos sobre la pantalla negra hasta que, por solidaridad tal vez, bajan hacia la palma izquierda. Es raro, no es su vieja artrosis, no son los huesos que duelen. Es la piel, las venas ennegrecidas que se hinchan y trazan un dibujo. Desde los bordes aparecen líneas, un laberinto cuyo centro es un hombre que duerme en posición fetal.
—Un cuadro. Alguien. Un cuadrojo.
No ha tomado alcohol, no sueña, no delira. Ha inventado una palabra, eso sí. Ha designado al hombre dormido como un cuadrojo, quizá porque su senectud haya fundido en una  palabra la idea, poco elegante y engorrosa “veo un cuadro inexplicable en mi palma izquierda con mis propios ojos”.
El cuadrojo dormido le inspira temor, no porque lo intuya malo, sino poderoso. Quizá, si le regalara una rosa, si ahuecara la mano y depositase allí la flor en prenda de amistad, lo tendría de su lado. No, las rosas son de ella.
Ocho treinta, el cuadrojo cambia de posición. Aníbal contiene el aliento. 

OFICIO DE FAMILIA
Juntos, la anciana (hombros generosos, rostro como tierra que alguna vez fue lecho de río, espalda agobiada) y el niño (palos quebradizos por piernas, ojos precavidos), recolectan flores antes de que el sol asome tras las montañas. Juntos las acomodan, esmerada y delicadamente, en una amplia cesta de junco que ella sostiene. Juntos las ofrecen por las calles de la ciudad.
Los citadinos (corazones ansiosos, hedor a desesperanza) no acostumbran recibir en oferta algo a cambio de nada, la generosidad  de estos dos extraños a algunos, incluso, los agrede. Por tal motivo, no todos reciben el obsequio con agrado, están los que responden con descortesía e incluso con rabia. Entre estos últimos y para asombro de los floristas, un hombre llega a sacar la cabeza por la ventanilla del auto que conduce y pregunta a los gritos: “¿La vieja te obliga a juntar flores?” El niño rehúye con vergüenza ajena la mirada.
Cuando el cielo indica que la noche es inminente, se marchan. Caminan el sendero que hace siglos nadie transita, ése, tan de ellos, que se eleva a cada paso, amador de nubes, el sendero que los viera pasar trenzando flores para las mujeres del Inca.  Puesto que la ciudad que acaban de visitar, luego de tanta ausencia, se fundó al precio del holocausto de su nación, lo visto les alcanza para concluir que los blancos no han aprendido nada desde entonces, no aprenderán nunca.
Patricia  Nasello (Argentina, 1959)  Editora  de MICROFILIAS, Revista Trimestral de los Géneros Breves en Español. Publica LIBROS AL ALBUR, (Sevilla, España).  Ha sido publicada en periódicos,  revistas culturales y antologías de cuentos— Argentina, España, México y Rumania—, como así también en el libro de texto escolar “Lengua, Prácticas del lenguaje 6” (2012, Kapelusz-Norma Ediciones, Buenos Aires, Argentina) y "Teatro X la identidad —2010/2011—" editado por el el Ministerio de Educación de la Nación Argentina. Algunas de sus ficciones fueron distinguidas con traducciones al inglés, francés, rumano e italiano.

JOSÉ CARLOS CANALDA – España
BODA MACABRA
Noche de Ánimas en un cementerio vacío de vivos, pero repleto de muertos. Muertos felices, porque se va a celebrar una boda.
Él es el esqueleto descarnado de alguien que falleció víctima del cáncer. Ella es una masa putrefacta a quien el destino se le apareció en forma de accidente de tráfico. El oficiante es la propia Parca que, ataviada con su mejor sudario, imparte sus bendiciones desde el altar de una fría lápida.
Los invitados, todos aquellos que yacen allí olvidados, bailan alegres bajo los descarnados acordes de la Danza Macabra.
Lejano resuena el quebrado cantar de un gallo. La aurora se acerca, y llega de nuevo el tiempo de los vivos. Todos desaparecen bajo sus tumbas, aparentemente muertos... sólo aparentemente.
LA BODA DEL PRÍNCIPE
Érase una vez un pequeño reino. Su rey tenía un único hijo, pero el príncipe rechazaba a todas sus pretendientes.
Un día, una misteriosa joven llegó al reino. Nadie sabía quién era ni de dónde procedía, pero todo el mundo alababa su excepcional belleza. La joven fue llamada a palacio, y el príncipe se enamoró perdidamente de ella. Poco después se celebraba la boda real.
Todo era alegría en el reino, pero durante la noche de bodas se oyeron gritos espantosos en la cámara nupcial, y a la mañana siguiente el príncipe apareció muerto.
Poco después se sabría que su esposa era la Muerte disfrazada de doncella. Desde entonces la Parca es la soberana del reino, que ya nunca fue un lugar feliz.

DESAHUCIO
También a mí me ha llegado la hora. Me desahucian, como a tantos otros antes y como a tantos otros desahuciarán después. Así pues, me veré obligado a abandonar el que fuera, durante tantos años, mi único refugio frente al mundo hostil que me rodea. No era un palacio, ni tan siquiera una vivienda modesta, pero era mi único hogar.
Ya se acercan. Oigo sus pisadas, e imagino su afán por arrojarme al exterior privándome del único bien que poseía. Porque no se me perdona que sea un ogro, y hasta el cobijo de esta pobre cueva me niegan. 

UN DESEO FALLIDO
No, no puede decirse que Juan Sánchez Pérez, más conocido como el Morcilla, sea un tipo de suerte; toda una vida sobreviviendo de mala manera en los suburbios de la gran ciudad y, cuando un buen día encuentra una lámpara maravillosa, desperdicia totalmente la ocasión...
Claro está que el pobre tiene la mala costumbre de lanzar una exclamación siempre que algo le sorprende, y lamentablemente ésta suele ser “¡Que el diablo me lleve!”
Naturalmente, no ha tenido todavía ocasión de solicitar ninguno de los dos restantes deseos; y es que, desde hace milenios, los genios nunca han tenido la menor influencia sobre los asuntos infernales.
UN BUEN VIAJE
El acorazado imperial, atacado por una bandada de furiosas navecillas, vomitaba destrucción por todas sus bocas.
Ante él vio desintegrarse la nave de uno de sus compañeros, tan frágil como la suya propia. Él tuvo más suerte, esquivando por poco la letal caricia de un láser de gran potencia al tiempo que lanzaba una bomba al interior de una escotilla providencialmente abierta.
Huía, cuando el mensaje le llegó por el intercomunicador:
“Próxima parada, Sol. Enlace con líneas...”
Todavía adormilado, abandonó el vagón de metro camino de su quehacer cotidiano. Había sido un buen viaje; lástima que durara tan poco.
José Carlos Canalda (Alcalá de Henares, España, 1958) es doctor en Ciencias Químicas por la Universidad de Alcalá de Henares y trabaja en un instituto del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (C.S.I.C.) en Madrid. Aficionado a la ciencia ficción desde muy joven, cultiva tanto la vertiente del ensayo como los relatos. En su página personal http://www.jccanalda.es tiene publicada la mayor parte de sus trabajos dedicados a este género, tanto relatos como artículos y ensayos.

ADRIANA ALARCO – DANIEL SALVO – BETO BENZA
CUENTO COMPARTIDO - PERÚ
EL RUMOR
Eulogia vive en Huancavelica, cerca de las minas de carbón. Escucha rumores cuando nadie oye nada. Quizás existen sólo en su mente. Es una joven creativa porque inventa personajes que le conversan y la alejan de su propia soledad.  Una vez percibió aterrada el fragor del tren que se acercaba con furia y eso la hizo saltar del  lecho pensando que iba a ser aplastada. Escucha manadas y enjambres dentro de su cabeza, y vive escabulléndose de su propia vida.
Dado que no hay psiquiatras por donde vive, Eulogia no ha recibido tratamiento ni consejo alguno. Y con el transcurso de los años, la intensidad de los rumores que escucha dentro de su cabeza se ha incrementado. Una vez la sorprendieron con un cuchillo en la mano, haciendo un ademán de llevárselo a la sien. "Quiero que salgan", dijo. "Para que se callen".
Los sonidos eran cada vez más incesantes. Un día sintió un temblor. El ruido sonó como una pisada que se acercaba y solamente atinó a taparse con las frazadas. Cada vez se escuchaban los pasos más fuertes y aparecían grietas en las paredes. El ruido sonó estruendosamente al acercarse. Y esa fue la última vez.
Adriana Alarco: www.adrianaz.it
Daniel Salvo (Perú, 1967). En 2002, inició la publicación del sitio web, actualmente blog, “Ciencia Ficción Perú”, con el propósito de apoyar la difusión del género y de autores peruanos. Ha publicado cuentos en diversos sitios web y también en publicaciones españolas, argentinas, peruanas y norteamericanas. Su cuento “El primer peruano en el espacio” fue incluido en la antología “The Apex Book of World SF 2", publicada en 2012.
Alberto Benza González (Perú, 1972). Durante 2013, le otorgaron el premio al Microrrelatista del año en el hemiciclo Raúl Porras Barrenechea. Algunos de sus microrrelatos se encuentran antologados en ediciones diversas de Argentina, España, Francia, Italia, México y Puerto Rico. Actualmente mantiene una web dedicada a la minificción: http://micropolis.pe/



sabato 2 maggio 2015

PEGASUS INTERNAZIONALE (Italiano)



MYTHOS

ADRIANA ALARCO DE ZADRA
UN LABIRINTO DI PROBLEMI

 «Ti aiuto col Minotauro se mi dài una mano con la Gorgone,» esclamò Perseo al cellulare.
«Va bene,» ribatté Teseo, «e come mi aiuteresti?»
«Porta il Minotauro all’isola della Gorgone e quando si troverà di fronte a lei, la Medusa lo trasformerà in pietra.»
«Non sarà facile trascinare il Minotauro fuori dal suo labirinto. In più, prima devo trovarlo, e poi posso finire trasformato in pietra anch’io.»
«Non preoccuparti, quando sarà impegnata col Minotauro taglierò la testa di Medusa.»
«Sarà meglio che mi porti uno specchio grande, e quando ci si guarderà dentro, la Gorgone si trasformerà in pietra per il suo stesso potere, e a quel punto tu ti occuperai del Minotauro.»
«Lo chiamerò col cellulare per invitarlo all’isola…»
«Pensi che accetterà?»
«Ne dubiti? Nessuno si perderebbe un appuntamento con quella donna meravigliosa… anche se viene trasformato in pietra.»

(Tradotto dallo spagnolo da Stefano Valente)

UNICORNO

 Sognai che cavalcavo un unicorno. Volava con le sue ali distese sugli alberi della foresta pluviale, da dove spuntavano orchidee e felci. Il fiume serpeggiava tra il mare verde con gorgheggi d’acqua e tante canoe. I nativi della zona che remavano, sollevavano le braccia per salutare. Mi venivano i brividi per l’altezza in cui volavo e guardando giù tanta bellezza.  Ero così felice ed eccitata che sono scivolata dalla cavalcatura. Ho cercato di aggrapparmi al corno frontale dell’animale ma, nonostante il mio tentativo, sono caduta tra lucciole e farfalle e tra la rugiada del crepuscolo. Sono atterrata su un soffice letto di fiori, che erano quelli disegnati sul mio materasso nella capanna amazzonica dove alloggiavo… e finalmente mi sono svegliata tra le braccia del mio amante, stordito e dolorante.

PAOLO SECONDINI
PROMOZIONE SUL CAMPO

Disteso nel letto, fra lenzuola di seta profumate, Giove aprì un occhio, poi l’altro, e scorse Giunone, sua moglie, affacciata a una finestra dell’Olimpo. Era piegata in avanti, i gomiti sul davanzale e il viso tra le mani.
«Che giorno è?» le chiese il padre di tutti gli Dei, sbadigliando.
«Oh! Uno nuovo, credo,» rispose Giunone, annoiata.
«So bene che è un nuovo giorno, per Giove!» disse Giove. «Intendevo: c’è il sole?»
«Se c’è, non si vede.»
«Capisco. È coperto!»
«Non so se è coperto. Te l’ho detto: non si vede.»
«Ma no, per Giove! Intendevo il cielo. È coperto?»
«Ah, il cielo!» rispose Giunone. «No, non lo è: si vede benissimo.»
«Ma no, no, per Gio…» Stava per dire ancora per Giove!, il povero Giove, ma si corresse: «Per Giunone, dea della Stupidità!»
«Oh, grazie, tesoro, di avermi concesso un’altra peculiarità!» disse Giunone voltandosi. «Ero soltanto la Dea del matrimonio, ora lo sono anche della Stupidità.»
«Ne sei felice?!» si stupì il padre di tutti gli Dei.
«Felicissima!»
«E allora, mia cara, ci aggiungo un epiteto: Dea della Stupidità impareggiabile!»

UN INVITO A PRANZO

«Mia cara Giunone,» disse Giove alla dolce consorte, «oggi, se ti fa piacere, pranziamo fuori.»
«Certamente! E dove mi porti, mio amato Signore?»
«Conosco un grazioso ristorante sulla cima di un monte. Ne sarai entusiasta.»
«Oh sì, sì, sì!» rispose la Dea battendo, freneticamente, le mani.
In men che non si dica furono sul posto.
Vi era un’imponente costruzione e, sull’ingresso di questa, un’insegna:
Da Nettuno – Specialità Marine
Giove e Giunone entrarono nel ristorante e sedettero a un tavolo.
Di lì a breve, una giovane ninfa (cui il padre di tutti gli Dei fece l’occhiolino, senza farsi vedere da sua moglie) portò loro il menu.
Giove lesse:
Abbacchio arrosto
Montone lesso
Maiale farcito
Capra affumicata
Vitello…
«Mi chiami il proprietario del locale!» tuonò Giove, battendo un pugno sul tavolo.
«Su-subito!» balbettò la ninfa, spaurita.
Non appena Nettuno gli fu al cospetto:
«E queste sarebbero specialità marine?» disse Giove, sventolando il menu sotto il naso dell’altro.
«Certo che no!» rispose, pacatamente, il Dio del mare. «Ma chi non lo crede, tra i mortali, quando dico trattarsi di pesci di montagna?... Agli uomini, mio potente Signore, tu puoi dire quello che vuoi: bevono ogni cosa.»

PEPPE MURRO
ETTORE

Quando la punta della lancia rimbalzò sullo scudo con un suono ferito, capì che quel giorno sarebbe stato la sua ultima luce.
Impugnò la spada con una rabbiosa disperazione, guardò gli occhi dell'altro che sbucavano dalle feritoie dell'elmo come lampi di pantera. Non ne ebbe paura, però; sapeva che morte chiama morte  e loro due erano legati da un destino fatale e beffardo, cieco come sempre.
Lo sapeva più forte, invincibile, come dicevano i più pavidi, ma non sarebbe fuggito. Avrebbe tentato pure l'impossibile, perché questo era il suo compito e la sua gloria, anche se sarebbero morti uno dopo l'altro. Lo sapevano entrambi.
Nessuno dei due sarebbe stato vincitore, solo la morte avrebbe vinto. E loro, gli uomini, la loro carne, la loro vita e le gioie, tutto perduto...loro sarebbero stati i soli sconfitti.
E combatté, lanciandosi sull'altro con una furia selvaggia, combatté come chi è certo di perdere la vita e non vuole cedere al destino; menò colpi, parò, ferì e fu ferito, in un miscuglio di polvere, sangue e sudore.
Le loro grida feroci e il loro ansimare era l'unica danza che rompeva il silenzio assolato della pianura, mentre la paura di morire faceva scordare persino la fatica.
Solo quando la lama della spada si scheggiò in mille pezzi, solo allora sentì per la schiena un sudore freddo...sarebbe stato ucciso e invece voleva vivere, come ogni uomo. Voleva ancora respirare profumi, godere colori, saziarsi dell'amore di una donna; non gli bastava la sorte di guerriero che sapeva di non aver scelto.
Allora qualcosa lo vinse, lo prese più forte di ogni pensiero. E fuggì, l'ultima strada disperata che gli restava, fuggì come chi si aggrappa alla vita al di sopra di tutto. Non gli importava della delusione e dello scherno di quanti lo credevano un eroe, voleva vivere.
Fu allora che sentì la risata feroce e beffarda dell'altro, la sua gioiosa soddisfazione, la certezza di aver vinto, l'abbandono di ogni dio.
Fu allora che Achille gli piantò la lancia nella schiena, spegnendo ogni luce, chiudendo ogni storia.

ACHILLE

Non c'era che buio nella sua anima, sapeva che il suo destino si fermava su quella spiaggia insanguinata, tra la puzza dei rifiuti e la mortificazione di una umanità dolente. Sapeva che sarebbe morto lì, senza espugnare quelle mura che pure sarebbero cadute dopo la sua morte. Non per la forza di una spada, non per sua mano.
E dentro gli cresceva intanto un cupo dolore, e rabbia, e rancore...già prima di venire in quel posto di sangue e sofferenza, già prima sapeva che era lui il centro del destino: senza di lui niente sarebbe stato possibile di tutto quello che doveva accadere quando sarebbe morto.
Rancore contro dio che lo aveva fatto invincibile, rancore contro ogni uomo, cui così poco assomigliava, rancore contro se stesso e la sua natura. Era solo una macchina di morte, così si sentiva, una mano dietro la quale c'era solo disperazione e dolore e desolazione e pianto.
Gli era sconosciuta la dolcezza del dolore (almeno fino a quel giorno),  il sollievo del canto: fosse stato un poeta avrebbe certamente sopportato meglio le sue ombre, anche cantando la sua angoscia; o avrebbe potuto essere un pastore sperduto tra i monti a guardare la lentezza del gregge e il suo muto andare;  avrebbe vissuto come ogni uomo, con una vita di giorni e di notti. Per lui invece c'era solo oscurità.
Ed ora, in questo giorno che mai avrebbe voluto vivere, stava lì con gli occhi infangati di lacrime e rabbia a guardare quella carne lacerata, quel viso dolce che fino a ieri gli aveva sorriso, quelle mani da cui nascevano brividi nascosti al mondo intero. Stava lì, di fronte a chi un giorno era stato il suo amico più caro, il solo a cui avesse confidato le più oscure paure, i dubbi, le speranze.
Non c'era che buio nella sua anima, e rabbia e dolore e rancore: contro chi lo avrebbe vendicato, un dio o un uomo? ma se non c'era nessun uomo la cui morte lo avrebbe risarcito e nessun dio contro cui scagliare la sua lancia?! nessuna vendetta è possibile, nessuna vendetta vale il dolore.
Domani avrebbe ucciso quell'uomo, sapendo di precederlo appena sulla strada del niente...domani avrebbe iniziato a morire. Uccidendo.
Questo gli oscurava i pensieri senza dargli alcuna consolazione. Sarebbe morto per poco, con un gesto insensato in una storia insensata. Come ogni violenza, come ogni vendetta, come ogni destino scritto da dei distratti.
Le sue ossa e quelle di quanti cui aveva negato vita e pietà si sarebbero confuse tra le rovine della città.
 La sua mano aveva il segno della morte, il suo cuore il peso del suo scontento.
Di lui avrebbero ricordato solo la strage e l'ira, nessuno avrebbe varcato la soglia del suo cuore, capace di guardarne la disperazione che lo artigliava in mille gocce di pena. Nero, c'era solo nero di sangue raggrumato e di angosce prolungate dentro di lui: conoscere il proprio destino, non riuscire o non volere evitarlo. Gli dei avevano vinto, gli uomini sciatti e volgari avevano vinto. Ora sapeva che non c'era grandezza nel suo destino di guerriero mosso da fili invisibili.
Guardò la lama della spada Achille: domani sarebbe stata rossa del sangue di Ettore, domani Patroclo sarebbe stato vendicato. Così si chiudeva il destino, così sarebbe finito quel buio. Così ogni dio sarebbe stato soddisfatto, e la morte avrebbe di nuovo cantato il suo inutile e assurdo peana. 

STEFANO VALENTE
IL SOGNO DEL MINOTAURO

C'era il pasto, a scadenze regolari, ma durava un attimo e urlava di terrore.
Il resto del tempo del Minotauro, nel suo carcere-chiocciola, erano giorni infiniti, notti interminabili.
Lui si stordiva con i sogni.
Nei sogni del Minotauro i muri cadevano, i fili si spezzavano - nessuna regina si cambiava in vacca.
Una volta il Minotauro sognò un mondo senza mostri: guardava in basso e le braccia e le gambe non avevano più dita.
Zampe potenti e zoccoli.
Zoccoli per martellare il mondo.
Fece il suo ingresso fieramente, con spavalderia. Tutt'attorno mille teste e mille voci gridavano insulti, acclamazioni - applaudivano, benedicevano gli dèi e li bestemmiavano.
Non le ascoltava.
Assaporò il sole caldo sulla pelle, i riflessi dei raggi nello specchio sminuzzato della polvere. Galoppò con frenesia fino al centro esatto dell'anfiteatro. Si bloccò lì, respirò le costellazioni che si congiungevano sopra le sue corna, rese grazie al Cielo. Niente più rancori - niente più memoria. Il cuore gli scoppiava dalla gioia. Era bellissimo.
Poi d'improvviso, con la coda dell'occhio, vide un movimento.
E un bagliore di metallo.
E sentì un fuoco che gli incideva il dorso.
E annusò l'odore acre, disgustoso, del suo stesso sangue.
Di colpo, come in un secondo labirinto, si scoprì esausto, col corpo gonfio e avvelenato di ingiustizia.
Poi sfolgorò un Teseo vermiglio - che lui sapeva uguale a tutti gli altri, letale e ingannatore come tutti gli altri.
E allora - precisamente allora - il sogno del Minotauro terminò.