domenica 10 maggio 2015

L’ULTIMA META di Giuseppe Novellino



     Billy Thorpe si levò a sedere e si passò una mano sulla barba ispida. Sbadigliò.
     Un fruscio tra i cespugli lo fece girare di scatto. Nella frazione di mezzo secondo, una Colt Navy si materializzò nella sua mano. Il clic metallico del cane svegliò il compare che era avvolto in una coperta accanto alle ceneri del focolare.
     - Che cosa è stato? – domandò l’uomo con voce impastata.
     - Niente – rispose Thorpe. – Solo una volpe grigia.
     Il sole era appena spuntato da dietro i rilievi delle Sand Hills e la sua luce rendeva già vividi i colori dei pini radi, dei cespugli e delle rocce biancastre. Uno dei due cavalli, allacciati a un ramo basso di quercia, emise un debole nitrito.
     - Preparo il caffè – annunciò Thorpe.
     - È quello che ci vuole – biascicò il compare.
     E mentre si dava da fare con i rametti secchi sulla cenere ancora calda, Billy vide con la coda dell’occhio l’altro alzarsi un po’ traballando e stiracchiarsi con le mani sui fianchi.
     - Bunter, passami i fiammiferi. I miei sono finiti.
     Il socio frugò in una tasca e gli lanciò la scatoletta di cartone. – Vacci piano – raccomandò, – non vorrei rimanere senza fumo fino a Sterling.
     - Ormai non manca molto – fece Billy Thorpe. – Arriveremo prima di sera, se ci mettiamo subito in marcia.
     - Dopo aver bevuto un sorso di caffè
     - Puoi contarci. E di quello buono.
     - Già, non ne trovi di simile in tutto il Nebraska.
     - Roba da signori. Ce n’erano almeno dieci scatole in quella borsa. Peccato averne presa solo una.
     - Per poter portarci appresso tutta la sporta dovevamo rimorchiarci la diligenza.
     - Invece ci siamo accontentati della grana: cinquecento testoni, tondi tondi – disse Thorpe ridacchiando.
      Nell’impresa erano stati in tre, si erano appostati in un luogo favorevole e avevano assalito la diligenza per Lexington, dopo avere saputo che trasportava denaro per un compenso straordinario nei lavori della ferrovia. Ma il terzo compagno ci aveva lasciato le penne e ora il bottino risultava più facilmente spartibile in due. Non avevano lasciato testimoni. I due a cassetta, il signore elegante che aveva cercato di fare il furbo estraendo una Derringer dal manico di madreperla, la sua compagna di viaggio e un anziano signore dai capelli bianchi erano stati spediti dritti all’inferno.
     Accese una fiammella e cominciò a soffiare, proteggendola con il cappello dall’aria mattutina.
     Billy non vedeva l’ora di avvolgersi in un morbido lenzuolo in compagnia di una pollastrella compiacente. Un po’ di vita comoda ci voleva, dopo avere scorazzato tra il Kansas e il Nebraska in cerca di polli da spennare. Sterling, Colorado, era la città più vicina, dove nessuno lo conosceva, ma doveva essere solo una squallida tana di sorci. Il luogo che Bill vagheggiava era Sacramento, pieno di cercatori d’oro. La società con Bunter era arrivata ormai al capolinea. Il compare voleva battere ancora le strade in cerca di bottino, mentre lui optava per un cambiamento di vita. Adesso gli era venuta voglia di darsi agli affari creativi, provando a fare i soldi con i soldi.
     Bunter sputò un bolo di catarro giallastro, afferrò la tazza di caffè e se la portò alle labbra. Ma non fece in tempo a sorbire la bevanda. Con un sibilo sinistro, una freccia indiana gli trapassò il collo.
     Billy Thorpe rimase impietrito, ma solo per una frazione di secondo. “Cheyenne” fu il suo fuggevole pensiero. Sapeva che c’erano degli sbandati razziatori in giro da quelle parti. Perché proprio adesso dovevano farsi vivi? Estrasse la pistola e la spianò davanti a sé, piegando le ginocchia, pronto a difendersi o a schivare qualche colpo. Poi, imprecando, corse verso il cavallo. Ma subito tornò indietro, rovistò sotto la coperta che aveva avvolto il compagno durante il sonno e afferrò la sacca che conteneva l’altra metà della refurtiva. Un’altra freccia si conficcò in un tronco nodoso.
     In quel momento li udì: lanciavano i loro urli di guerra. E li vide, mentre venivano giù, al galoppo, lungo un pendio erboso. Due di loro agitavano il fucile; gli altri tre erano armati di arco e frecce.
     Billy Thorpe con un balzo montò a cavallo. Aveva perso secondi preziosi ma si affidò al suo mustang dal pelo scuro.
     Un proiettile sibilò al suo fianco e finì a scheggiare un masso ricoperto di rampicanti.
      Cominciò a galoppare a zig zag nel valloncello accidentato, ricoperto di arbusti, mentre gli indiani, vicinissimi, lo inseguivano con le loro grida bellicose.
      Altri due colpi di fucile alle sue spalle. Poi gli accadde una cosa strana: il cavallo cominciò a correre in maniera più distesa e sicura. Ce l’avrebbe fatta a distanziarli, cominciò ad esserne sicuro.
      Solo quando, dopo un paio di miglia, ebbe raggiunto la sommità di un crinale, si guardò indietro. I pellerossa erano scomparsi. Dunque li aveva seminati. Oppure avevano rinunciato alla caccia.
     Il sole stava scendendo verso l’orizzonte.
     Il cavallo di Thorpe procedeva al piccolo trotto.
     Forse si era trattato solo di un brutto incontro finito bene. Peccato che le cose non fossero andate altrettanto lisce per quel poveraccio di Bunter. Il destino aveva voluto così, pensò. E sul volto gli spuntò un sorrisetto di maligna soddisfazione. Si era ritrovato fra le mani l’intero bottino. Adesso era davvero ricco.
     Poi vide in lontananza la città.
     Stava procedendo lungo una pista appena segnata, fra cespugli sempreverdi e radi pini cedui. L’agglomerato di case gli si presentò davanti dopo avere aggirato una cupola di roccia friabile. Si estendeva in una conca erbosa, ampia e amena, circondata da bassi e brulli rilievi.
     Arrestò il cavallo, si tolse il cappello per grattarsi la testa sudata. Non poteva essere Sterling. Contava di arrivarci non prima di quattro ore, probabilmente quando si sarebbe già fatto buio. Una città, in quella zona, non se l’aspettava, non rientrava nelle informazioni che lui e i suoi compari avevano appreso circa il loro itinerario di fuga. Che avesse sbagliato strada? Forse era finito dalle parti di Yonkton. No, non era possibile. Quello che aveva guadato, un paio di ore prima, era il Platte, e del resto si stava dirigendo verso sud ovest, non verso est.
     Il mustang soffiò rumorosamente e batté uno zoccolo nella polvere. Lui lo accarezzò sul collo sudato e disse, ad alta voce:
     - Bè, non era nei programmi, ma sembra proprio che dovremo riposarci laggiù, questa notte. Sterling e il Colorado attenderanno.
     Quando fu vicino alle prime abitazioni, lesse un cartello di legno con dipinta la scritta: “Benvenuti a Lower City”.
     - Inferiore… in che senso?. Strano nome per una cittadina del West Nebraska – mormorò mentre procedeva lentamente verso l’imbocco della via principale.
    Non c’era una grande animazione. Le case erano allineate, accostate le une alle altre in bell’ordine e tenute con una certa cura. I negozi presentavano le loro insegne con i caratteri dipinti su legno. In fondo alla via si intravedeva una costruzione bianca, di una certa pretesa, che faceva contrasto con le altre. Poca gente attraversava la strada. Tutti giravano lo sguardo verso di lui e sorridevano. Gli venne incontro un carro Conestoga con telone giallastro. Il conducente, un ragazzo con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, gli rivolse uno strano sorriso, come di intesa un tantino beffarda.
     Poi Thorpe si fermò davanti al saloon. Sopra la porta lesse: “Lower Haunt”.
     Legò il cavallo alla stanga ed entrò, tenendo ben salde sulle spalle le sacche piene di bigliettoni. Vide due avventori seduti a un tavolo che discutevano davanti a una bottiglia.
     Il gestore, dietro il banco, sembrava aspettarlo.
    - Benvenuto! Il viaggiò è stato lungo e faticoso, immagino. Avete sete?
    - Già – rispose Thorpe con diffidenza. – Qualcosa per togliere la polvere dalla gola.
     - Whiskey?
     - Va bene.
     - Siete diretto a Sterling?
     Thorpe gli lanciò un’occhiataccia. – Sono fatti miei. – Poi, mettendo le mani sul banco: - Come fate a dedurre che sono diretto in quella città?
     - Per il semplice motivo che lo so.
     Lui si irrigidì. – Ehi, è uno scherzo?
     - No, signore. Tutti quelli che passano di qui vanno a Sterling.
     - Benvenuto a Lower City! – risuonò in quel momento una voce gioviale alle sue spalle.
     Si voltò di scatto.
     Un uomo alto e magro lo stava raggiungendo con passo deciso. – Sono il sindaco di Lower City. Vi stavamo aspettando.
     Billy Thorpe fece lentamente scendere una mano verso la fondina. Più che allarmato, però, si sentiva perplesso. Sia il gestore del locale, sia il primo cittadino avevano un atteggiamento cordiale.
      - Dove sta il trucco? – domandò.
      - Non c’è alcun trucco – disse giovialmente il sindaco. – Semplicemente siete il primo forestiero che entra in questa città.
      Billy dovette trangugiare il suo whiskey per darsi una schiarita. Rimise il bicchiere sul banco e si passò la manica della giubba sulle labbra.
     - Mi state prendendo in giro… Badate che sono un tipo difficile.
     - Seguitemi – lo invitò con benevolenza l’autorità. – Potrete constatare con i vostri occhi che la città è davvero accogliente nei vostri confronti. Semplicemente siete il benvenuto… Vi aspettavamo da un pezzo.
     Forse era l’estrema cordialità del personaggio, o semplicemente il goccio di liquore che aveva mandato giù… Fatto sta che Billy non si sentì di resistere alla sollecitazione del primo cittadino. Lo seguì, facendo attenzione a tutto ciò che gli capitava intorno. La mano sul calcio della pistola, pronto a raggiungere il suo cavallo e battersela.
     Stava imbrunendo, ma in quelle case erano già accese alcune lampade che ricreavano un’atmosfera decisamente accogliente.
     Fecero un tratto a piedi nel bel mezzo della via principale, mentre dalle finestre e dagli usci aperti, debolmente illuminati, veniva un allegro chiacchiericcio.
     - Dove stiamo andando? – domandò Billy Thorpe.
     - Laggiù – e indicò la casa elegante che aveva scorto in fondo alla via. – Si sta svolgendo una bella festa. E voi siete invitato, naturalmente.
     - E se non gradissi il vostro invito?
     Senza guardarlo in faccia, l’altro disse con espressione bonaria e rassicurante:
      - Vi piacerà, vedrete. Poi ci farete sopra una bella dormita e domani mattina potrete riprendere il vostro cammino.
      - Lo ripeto: la cosa mi puzza.
      - Non c’è nulla di strano. Gli amici gradiranno moltissimo vedere un forestiero… sì, insomma, una faccia nuova.
       Furono davanti a un bel portone di noce intarsiato e lucidato, che si aprì come per magia.
       - Entrate – lo invitò il sindaco.
       Billy Thorpe fece un passo esitante, poi varcò la soglia.
     Era un salone disadorno ma non privo di una certa solennità. Sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, due finestre in stile gotico facevano entrare strani bagliori rossastri. Thorpe pensò che poteva essere la luce del tramonto, ma poi, grazie al suo spirito di osservazione che aveva esercitato per sfuggire alle insidie e ai pericoli, si rese conto che la parete non era rivolta verso ovest. E poi il sole era già tramontato.
     E c’era tutta quella gente, seduta su sedie dallo schienale rigido. Gli voltavano le spalle e guardavano verso le finestre, in mezzo alle quali, posto su una pedana, c’era un tavolo con una sedia vuota. Il sindaco aveva parlato di ricevimento. Ma quella sembrava la sala di una conferenza, con il pubblico in attesa del relatore.
      - Che scherzo è questo? – Ma nel girare lo sguardo dietro di sé, vide che il primo cittadino di Lower City era scomparso.
      Con la velocità di un fulmine estrasse la pistola.
       Il silenzio venne rotto da un forte brusio, come se gli astanti si fossero messi a bisbigliare commenti sulla sua azione difensiva. Poi uno di loro si alzò.
      Era una donna giovane con un abito da viaggio abbastanza elegante. E subito Billy la riconobbe. Era sulla diligenza che aveva assalito nella sua ultima impresa.
     Il bandito cacciò un grido di spavento e meccanicamente premette il grilletto. Lo sparo risuonò come una cannonata, ma l’effetto fu strano. La donna non aveva ricevuto il minimo danno e, cosa ancora più strana, nessuno degli astanti si era girato.
     - Ti aspettavamo, Billy Thorpe – disse la donna con una voce dal timbro sinistro. – Adesso potremo ascoltarti. – E indicò il tavolo e la sedia in fondo al locale.
    Lui fece due passi indietro poi si attaccò alla porta. Era chiusa a chiave. Sparò due colpi contro la toppa. Niente, nemmeno una scalfittura.
     - Devo essere impazzito – disse con tono isterico. – O forse sto sognando. - Si appoggiò con le spalle alla porta e guardò il locale. Tutti, una ventina di persone, per lo più uomini, stavano sempre seduti con la faccia rivolta verso la parete che presentava le due finestre luminescenti, il tavolo e la sedia.
     Poi voci all’unisono: - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
    Teneva sempre la pistola in mano. La guardò, poi sparò altri due colpi, contro le finestre. Anche questa volta senza il minimo effetto. I proiettili non potevano nulla in quella strana casa.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     La donna in abito da viaggio era tornata a sedersi. L’uditorio che gli voltava ancora le spalle era terrificante. Cominciò a sudare.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Allora cominciò ad avanzare, con l’inutile Colt sempre in mano. Passò lungo le due file di sedie e vide che le persone non avevano volto, ma un ovale liscio che sembrava di madreperla.
     Scoppiò in una risata isterica. – Fantasmi… solo dannati fantasmi.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Quando fu vicino al tavolo si girò di scatto, tenendo l’arma abbandonata lungo la coscia, la canna rivolta al pavimento.
      E così vide che avevano ripreso una faccia. Si appoggiò al tavolo, li esaminò tutti. C’era il postiglione della diligenza, ma non il suo aiutante. Riconobbe il damerino che aveva freddato con un colpo in fronte, la sua compagna a cui aveva di nuovo sparato poco prima senza alcun effetto, ma non si vedeva il vecchio con i capelli bianchi. Stava per chiedersi perché, quando una voce di donna, ancora la giovane con l’abito da viaggio, disse:
     - Quelli non li hai ammazzati tu, ma i tuoi degni compari. Quindi non possono essere qui.
     Con una panoramica sugli astanti poté riconoscerli a poco a poco. Erano tutti quelli che aveva ucciso nella sua, a dire la verità, non tanto lunga carriera di fuorilegge. Rivide Sam Catlett, il traghettatore che si era rifiutato di trasportarlo sull’altra sponda del Big Blue River durante una fuga strategica. Poi c’era quel tale a cui aveva rubato un cavallo dalle parti di Lincoln. Riconobbe lo sceriffo di Tulsa, Oklahoma, che aveva cercato di arrestarlo. Vide la donna che gli aveva sparato con una doppietta, dopo che le avevano ammazzato il marito in una fattoria del Kansas. E poi l’indiano che aveva ucciso mentre beveva a un ruscello, i fratelli Cogan che avevano provato a imbrogliarlo a pocker, un biondino cowboy del Texas… e tanti altri.
     Se li rivide davanti, seduti rigidamente su quelle sedie, ansiosi di ascoltarlo.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe – dissero ancora, in coro.
     Poi una voce solista, nell’ultima fila.
    - Hai tutto il tempo, Billy Thorpe. Questo giorno, 21 giugno 1878, non finirà più. Raccontaci, dunque, come e perché ci hai ucciso.
    A Billy Thorpe, fuorilegge diretto a Sacramento passando per la cittadina di Sterling, Colorado, non rimaneva che cominciare il suo discorso. Tanto, quella in cui si trovava era l’ultima meta, dalla quale non sarebbe più ripartito.
     Per sempre.

3 commenti:

  1. Bel fantawestern come al solito, quello di Giuseppe.

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  2. Un bel racconto pieno di mistero e sogni fantasmali quello che ci regala Novellino per il giorno della mamma.

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  3. bello, denso di un'ammaliante e virilmente soffusa malinconia
    peppe murro

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