martedì 3 febbraio 2015

CELESTE DIVA Valérie Bédard



Celeste era una vera bellezza, una bellezza pari soltanto alla sua stupidità. 
   Quando chiedevano ai suoi padroni di che razza fosse, rispondevano, invariabilmente, scarto di collie: insomma, madre collie, padre ignoto, costata niente.
Sandy, madre di Celeste, sapeva andare a prendere i cavalli di sera e ricondurli nella scuderia. Inoltre, sorvegliava la predetta scuderia, i fienili e la casa dei padroni contro qualsivoglia intruso, a due o più zampe. Era anche un’infallibile procacciatrice di selvaggina. Insomma, se esaminata dal Ministero, se la sarebbe cavata a pieni voti.
Dal canto suo, Celeste, a un dato momento, aveva impedito la fuga d’un gatto sedendoci sopra. Tali furono i fastigi della sua carriera canina.
Ma Celeste era tanto bella! Occhioni d’un castano screziato, una lunga criniera bionda da far invidia alle più stupende indossatrice, zampe sottili d’un bianco virginale, e, per soprammercato, indole d’una squisita gentilezza! Dolce, bella, sottile… e scema.
 Figuratevi lo stupore della sua padrona quando, una gelida sera di gennaio, mentre tutta la frazione di Saint-Thomas de Saint-Séverin-de-Proulxville dormiva al bagliore della sorgente luna piena, Celeste scappò.
Certo, tutti i cani scappano prima o poi, direte voi… Ebbene no, appunto. I suoi padroni avevano sempre ritenuto Celeste troppo scema per solo pensare a fuggire un domicilio familiare tanto comodo, e, soprattutto, il divano di velluto blu di cui aveva mangiato  il bracciolo in un momento di smarrimento – ma era tanto bella che l’avevano perdonata.
La padrona di Celeste s’infilò un colbacco, un paio di stivaloni e, profondamente offesa, si mise a pedinare la delinquente sulle prode del fiume des Envies, dormente sotto una spessa crosta di ghiaccio in quella bella serata invernale. Non era difficile : il giorno prima, era nevicato e la luna rischiarava tanto il paesaggio che sarebbe stato possibile leggerci un libro. Dopo un chilometro di marcia, la padrona si sentì ridicola, chiamò la cagna per l’ultima volta e ritornò a casa bestemmiando al punto di compromettere la salvezza dell’anima sua.
Nel frattempo, per via del plenilunio, la frazione Saint-Thomas dormiva malissimo. Nelle stalle, si formavano amicizie contro natura, come quella dello stallone di Prima Trudel con la capra di suo cognato Roger. Taccio delle altre.
E la bella Celeste correva, correva…
Sulla riva del fiume, Ti-Guy Brouillette sorvegliava la sua sfilza di trappole, imprecando. Ti-Guy era proprio un brutto ceffo : in paese, tutti lo evitavano il più possibile. Era un miscredente inacidito e alcolizzato che sua moglie aveva lasciato sporadicamente dapprima e difinitivamente poi dopo quindici anni di matrimonio per il peggio e per il peggio. I figli non gli parlavano più ed avevano voluto assolutamente essere diseredati. Ti-Guy trasferiva la propria rabbia contro il genere umano e la creazione in generale sulle malcapitate bestie da lui intrappolate. Le pelli non gli rendevano un granché, ma era il fatto di trovar lupi, volpi, lontre o magari coyote agonizzanti in una delle sue trappole che lo mandava in sollucchero e lo spingeva ad uscire nonostante le intemperie, soprattutto a delle ore in cui i parrocchiani hanno la decenza di starsene a letto.
Quella notte, la sfilza di trappole era completamente vuota, e Ti-Guy dava in escandescenze.
 Sudato fradicio nonostante il freddo, avanzava sulle prode fluviali, nella neve molle, arrancando – due giorni prima, aveva scambiato le racchette di marcia contro una cassa di ventiquattro birre. Il fiume serpeggiava ed attraverso i meandri scorrevano fonti da cui bisognava guardarsi, anche nel più profondo rigore invernale. Il ghiaccio traditore poteva assottigliarsi per un balordo privo di racchette, e Ti-Guy non era abbastanza ubriaco da dimenticarselo.
Uscendo da un cumolo di neve particolarmente coriaceo dietro un argine, ansimando come un brocco e sudando come dieci, fu stupefatto al punto di smettere di bestemmiare di botto.
Sul ghiaccio del fiume, una stupenda fanciulla conduceva una ronda silenziosa con cinque grandi coyote sfiancati. Su due zampe, con la lingua fuori, formavano un girotondo con la bella, tenendosi tutti per la zampa o per la mano – tranne il coyote al quale mancava una zampa anteriore, che Ti-Guy Brouillette avrebbe potuto restituire : trovata a brandelli nell’autunno scorso in una trappola, penzolava adesso sullo specchietto retrovisore del suo vecchio pick-up – giacente nel deposito auto municipale da due mesi, dopo essere stato rimosso dalla pubblica sicurezza quebecchese.
Tutti sembravano seguire una musica turbolenta, inaudibile per Ti-Guy : saltavano, facevano un passo avanti ed uno indietro, in modo sincopato, ma sempre all’unisono. Il più curioso ricordo che l’uomo conservò di questo ballo demoniaco, ma mai sgraziato, fu l’assenza assoluta d’indumenti sul corpo della ragazza : niente berretto di lana per coprire le fluenti chiome bionde, niente… proprio niente, da nessuna parte. Normalmente, Ti-Guy sarebbe stato pervaso da pensieri volgari e bassamente libidinosi alla vista di cotanta prestanza femminile, ma, nella fattispecie, si sentiva molto a disagio. Dopo qualche altra  giravolta, si sentì decisamente inquieto. Benché accovacciato in un banco di neve, si sentiva scovato. Quando arrivava davanti a lui, la ballerina gli scoccava il suo più bel sorriso. Se i suoi occhi verdi screziati d’oro non fossero in forma di mezzaluna, se i canini non fosssero stati tanto impressionanti, la creatura gli sarebbe parsa desiderabile. Era la nudità totale della fanciulla à -32°, congiunta alla presenza dei coyote ,che gli dava fastidio. Si sentiva perfino un po’ colpevole per via della zampa nel pick-up. (Ti-Guy Brouillette non si era mai sentito colpevole da quel Natale 1973 in cui aveva dato fuoco all’abete per vedere se avrebbe bruciato sul serio).
Inndietreggiò piano piano fino al promo meandro del fiume, quindi corse a perdifiato per boschi e per campi, fino a casa sua.

Quando sorse l’alba, i padroni trovarono Celeste sdraiata sulla soglia del portone. La rampognarono copiosamente, dandole, tra l’altro, della svergognata e della femmina da cani da slitta. Celeste entrò in casa con l’aria contrita e la coda tra le zampe, si acciambellò sul divano di velluto blu e dormì per due giorni di fila.
La mattina stessa, Ti-Guy Brouillette telefonò al 1-800 degli Alcolisti Anonimi, un’associazione che frequenta assiduamente ancora oggigiorno. Non è mai ritornato  sul luogo delle trappole : il vecchio pick-up et la zampa di coyote sono ancora al deposito. In paese, si dice che gli succede perfino d’essere beneducato. Ma tutti sanno che le ciarle di paese lasciano il tempo che trovano…

(Traduzione dal francese di Serena Gentilhomme)

giovedì 29 gennaio 2015

ANTOLOGIA: IL MEGLIO DI PEGASUS

 Pubblicata e già disponibile su Lulu.com l'antologia IL MEGLIO DI PEGASUS. Essa contiene quarantuno racconti dei seguenti autori:


Adriana Alarco, Valérie Bédard,Pierre Jean Brouillaud,  Fabio Calabrese,
Danilo Concas, Giuseppe Costantino Budetta, Paolo Durando, Aldo Flores Escobar, Daniel
Frini, Serena Gentilhomme, Sergio Gaut vel Hartman, Fabio Lastrucci, Peppe Murro, Giuseppe Novellino, Antonio Ognibene, Jean-Pierre Planque, Renato Pestriniero, Eduardo Poggi, Giorgio Sangiorgi, Paolo Secondini, Annalisa Seveso, Stefano Valente.


http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/il-meglio-di-pegasus/paperback/product-22019055.html

lunedì 26 gennaio 2015

GIORNI D’AUTUNNO di ALDO FLORES ESCOBAR

Vestito con panciotto e calzoni a righe, con una cartelletta di pelle consunta e lenti incrinate, un gerundio ha trascorso il giorno in cerca di un impiego. La notte è scesa d'un tratto; egli fuma sigarette senza filtro e prende doppio caffè senza zucchero. Oggi non ha mangiato e le suole delle sue scarpe si sciupano sempre di più, perché continua a vagare in cerca perfino di un libro; conosce una libreria di infima categoria, e magari in questo vecchio negozio egli otterrà una pagina morbida, che gli dia riparo finché non giunga il nuovo giorno. 
(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini) 

giovedì 22 gennaio 2015

L’ALIENO di Peppe Murro



In tutta la mia vita avevo desiderato di incontrare un alieno! Scrutavo le stelle dalla cupola del mio veicolo, incrociavo dati, cercavo indizi...
Era immenso lo spazio, ma mi rifiutavo di credere che noi fossimo la sola specie intelligente in tutto il cosmo; e poi mi sorreggeva la speranza: la mia astronave era fatta per i viaggi transdimensionali e, ne ero certo, un giorno sarei riuscito a trovare un'altra creatura intelligente.
Ed ora stavo qui, in questo pianeta del quadrante Y3, a scrutare con trepidazione ed attenzione il mio primo alieno incontrato. Gli avrei sorriso per la gioia, ma dalla mia tuta all'esterno avrebbe visto ben poco. E poi c'era un'oscurità che mi pareva lo infastidisse.
 Il primo alieno incontrato! Ero felice, anche se a prima vista avevo provato una sorta di repulsione: era veramente orribile e strano, almeno ai miei occhi.
Stava lì, immobile, di fronte a me: dovevo decifrare in fretta le sue espressioni ed i suoi gesti, se volevo un contatto. Portai al massimo la potenza del mio elaboratore portatile.
Intanto l'eco scandaglio rimandava sul mio display la struttura del suo corpo, se pure quello era un corpo, almeno come lo intendiamo noi.
Non ebbi tempo di meravigliarmi dei suoi movimenti: prima poggiava su quatto protuberanze ed ora su due, mentre da una terza pià tozza uscivano onde sonore modulate e stridenti. Anche queste avrei dovuto interpretare per bene, se mai erano il suo linguaggio, altrimenti sia gli scienziati della mia missione che gli oppositori ai viaggi interstellari mi avrebbero sommerso di critiche.
Dati, avevo urgenza di dati, ma la cautela mi imponeva di non fare gesti precipitosi, mentre aspettavo risultati dall'eco scandaglio.
Guardavo l'alieno: aveva cinque protuberanze articolate o forse tentacoli.  Due di esse, parallele, si protendevano verso quella più tozza, anzi, no, ora verso di me, mentre dalla tozza centrale usciva un suono la cui frequenza diventava sempre più alta.
 Feci istintivamente un passo indietro, ma mi accorsi subito che era un gesto sbagliato: misi in azione i pattini gravitazionali e per calmarlo e fargli capire le mie amichevoli intenzioni feci il nostro gesto più tipico di saluto, dondolando un po' goffamente per la rigidità della tuta. Neppure questa fu una scelta felice. Allora decisi di stare fermo, mentre mi arrivavano i dati completi dell'eco scandaglio.
Era veramente una creatura strana!
Oltre a quattro lunghe appendici articolate come tentacoli, ne aveva una più tozza con movimenti meno ampi. Il corpo, se così si può chiamare, aveva delle cavità (nove) quasi tutte appaiate, ma di forma e, supponevo, funzioni diverse. Le cavità in basso erano disposte con una simmetria strana, almeno per noi: una più piccola, in quello che poteva essere il davanti e che mi si mostrava, era collegata a un contenitore di liquidi con prevalenza d' ammoniaca; l'altra, leggermente più ampia, si collegava a strane condotte di una melma con metano. Lo scandaglio mi faceva poi vedere tante sacche interne, chi con acido nitrico, chi con gas dove prevaleva ossigeno: una miriade di tubi condotte e tubicini collegava (una rete di trasmissione?) queste sacche.
“Nessuno mi crederà” pensavo con un po' di preoccupazione “se non porto dati precisi.”
In quel mentre stavo notando che da una delle condotte anteriori fuorisciva  una parte di quel liquido colorato a base di anmmoniaca che stava nella sacca. “Devo capire in fretta, non ho molto tempo.”
Due cavità in alto avevano cerniere organiche che chiudevano a tratti due ovali pigmentati capaci di dilatarsi come ora; non riuscivo a decifrare la funzione delle due che stavano ai lati dell'escrescenza tozza e che mi ricordavano vagamente antenne radio (una ulteriore scansione 3d sarebbe pià chiara); altre due cavità emettevano in alternanza gas con polveri e rilevanti tracce di azoto, carbonio ed ossigeno. Anche quella più grande svolgeva la stessa funzione: ora era aperta e rumorosa.
Chiesi al computer se aveva decifrato i gesti o il linguaggio dell'alieno, se ne aveva uno. Mi comunicò che ora l'alieno sembrava impaurito eppure gli avevo fatto il nostro segno di pace e di amore, ma evidentemente non lo aveva capito.
Il compure mi consigliava di dargli una scarica di onde rilassanti, mentre cercava un modo appropriato di contattere l'alieno. Lo feci.
Ero piuttosto deluso. Questa forma non mi pareva molto intelligente.
 Il computer ora mi diceva di avere probabilmente decifrato il lunguaggio dell'alieno e che potevo parlargli con il trasmettitore telepatico. Finalmente! era la realizzazione del sogno della mia vita di esploratore.
Io, Ben Loss jr, mando a te i miei pensieri più colmi di gratitudine e il mio più caldo messaggio di amicizia.
L'alieno si era irrigidito come a farsi più attento, restò un po' con una sorta di tentacolo o protuberanza a mezz'aria. Poi aprì ad arco la cavità rossiccia della protuberanza più tozza, mostrando due righe parallele di strutture a base calcio.
"Pericolo !" mi gridò il computer." Possibile arma."
Il colpo partì quasi da solo, grazie al mio perfetto addestramento: un lampo verde e l'alieno era incenerito davanti a me.

Da dietro gli anelli di Saturno i guardiani  del III pianeta, Adon-Hais  e Him-Elo, si guardarono sgomenti: "Accidenti, quello stupido bio-robot ha ucciso Adamo!"

sabato 17 gennaio 2015

SECONDO ANNIVERSARIO DI PEGASUS



In occasione del Secondo Anniversario del blog Pegasus (nato nel febbraio 2013), sarà di prossima pubblicazione (febbraio 2015), per i tipi di Lulu.com, l’antologia IL MEGLIO DI PEGASUS, riservata ai soli collaboratori del blog.
Pertanto, gli autori che sono interessati a partecipare alla suddetta antologia – con uno o non più di due racconti da scegliersi tra quelli già pubblicati su Pegasus – facciano sapere, entro l'1 febbraio 2015, quali dei loro racconti vogliono che figurino nell’antologia.
Va da sé che questo blog, non essendo una casa editrice, non può donare agli autori partecipanti alcuna copia dell’antologia, trattandosi di editoria su richiesta (print on demand). Ogni autore potrà acquistarne, se crede, almeno una copia-ricordo direttamente su Lulu.com.

Se publicará próximamente en Lulu.com, la antología LO MEJOR DE PEGASUS, reservada solamente a los colaboradores del blog.  Por lo tanto, los autores que estén interesados en participar a dicha antología, con no más de dos cuentos escogidos entre los que se han ya publicado en Pegasus, me lo hacen saber, por favor dentro del primero de Febrero, 2015, indicando el nombre de sus cuentos que desean que figuren en la antología.  Ya que este blog no es una casa editorial, no puede donar a los autores participantes ninguna copia de la antología, pues se trata de una forma de print on demand.

Lulu.com publiera prochainement l'anthologie intitulée LE BEST DE PEGASUS (ou le MEILLEUR DE PEGASUS, si tu préfères, Paolo)) qui sera réservée aux seuls collaborateurs du blog. Donc, les auteurs qui souhaitent participer à cette initiative - avec un maximum de deux récits à choisir parmi ceux  sont qui ont déjà paru sur PEGASUS - sont invités à préciser,  avant le premier février, quels sont leurs récits qui figureront dans l'anthologie. 
Il va de soi que ce blog, n'étant pas une maison d'édition, ne peut faire aux auteurs participants l'hommage d'un exemplaire  de l'anthologie, car il s'agit là d'une forme d’édition à la demande.

venerdì 16 gennaio 2015

FANTASCIENZA E FANTASIE di Paolo Secondini - Peppe Murro

Su LULU.com è disponibile l'antologia di Paolo Secondini e Peppe Murro FANTASCIENZA E FANTASIE - Racconti
 http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/fantascienza-e-fantasie-racconti/paperback/product-22000030.html

sabato 10 gennaio 2015

IL RICHIAMO DELLE SIRENE di Micky Papoz



La tempesta soffiava con violenza. Il mare gonfio s'infrangeva urlando contro il fragile scafo. Le creste delle onde schiumavano e si attorcigliavano in spirali sopra le profondità di un verde fosforescente.
Una coppia di uccelli venne a rifugiarsi sul ponte di legno grondante. La velatura dell'unico albero non era più che uno straccio. Finì di afflosciarsi sotto gli sferzanti colpi delle raffiche. I due uccelli sbatterono le ali appesantite d'acqua salata quando la barca s'infossò in un avvallamento fra le onde prima di raddrizzarsi sopra le creste.
Lo scatto folgorante di una luce infiammò lo scafo che si aprì in due prima di affondare negli abissi tenebrosi.
Con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, il negoziante fissava la bottiglia in vetro grossolano dove si era prodotta la tempesta. Sbatte gli occhi pensando di essere vittima di un'allucinazione, sussulta quando il campanello della porta d'ingresso fa risuonare la sua musica cristallina. Ma non si volta, i suoi occhi rimanevano attaccati alla bottiglia dove il mare si era calmato e la barca ricompariva in superficie come un tappo di sughero.
“Buon giorno!”, dice sorridendo una giovane donna dai lunghi capelli biondi, “Guardavo la sua vetrina e ho notato una clessidra che sembra molto antica. Posso vederla più da vicino?”
“Si, si, certo!”, annuisce il giovane ancora turbato dal dramma in miniatura cui aveva assistito.
Si diresse verso la vetrina aperta dalla parte del negozio per prendere la clessidra. La capovolse come gli aveva detto l'antiquario che desiderava che il suo commesso mostrasse ai clienti che tutti gli strumenti antichi come i mappamondi, i sestanti e le bussole funzionavano ancora. 
La giovane donna si era avvicinata al tavolino, dove su una base stava la bottiglia contenente il modellino. Carezzò con l'indice il vetro traslucido e delle increspature apparvero sull'acqua.
Toglie subito il dito e se lo posa sulle labbra come una bambina colta in fallo, prima di girarsi verso il commesso. I suoi occhi di acquamarina, quasi trasparenti, incrociano quelli scuri dell'uomo, che prova subito una curiosa sensazione: quella di entrare in un sogno da cui avrebbe avuto difficoltà a uscire.
Si lascia riempire dalla luce di quello strano sguardo e si sente subito differente, più sicuro di se, affascinato. Posa con la mano chiusa la clessidra sul tavolino. La sabbia continua a segnare il tempo, ma né il commesso né la giovane donna vi prestano attenzione. Entrambi si guardano.
“Chi è lei?”, domanda l'uomo con voce sorda.
“Io mi chiamo Lorelei, e lei?”
Aveva risposto alla domanda come se il semplice fatto di aver detto il suo nome fosse sufficiente per tutte le spiegazioni che l'uomo desiderava: chi era veramente e da dove veniva quel potere di animare gli oggetti inerti.
“Io mi chiamo Phillippe Glez e sono il nuovo commesso. Mi dica, lei capita spesso nei negozi di antiquariato in modo da provocare tempeste in bottiglia?”
 “No, stia tranquillo, non mi era successo da moltissimo tempo, in effetti dalla mia infanzia, da quando non ero ancora separata dalle mie sorelle”.
Solleva con la mano la massa pesante dei suoi capelli dorati, poi la butta sulla schiena. Il  suo polso era ornato da un doppio filo di perle.
“E' bella come il mare e il cielo che si fondono all'orizzonte”, pensa Philippe. Niente gli sembrava abbastanza per esprimere la sua ammirazione e l'attrazione che sentiva. Lorelei lo guardava in controluce col dorso appoggiato alla vetrina.
Sopra il vecchio porto il sole tramontava, una polvere dorata volteggiava nei suoi ultimi raggi. Una calda intimità invadeva il negozio di dolcezza.
Immobile, come pietrificato, perso nello sguardo della giovane donna, Philippe non pensò di accendere le luci, fu Lorelei che lo fece, azionando gli interruttori dietro una tenda damascata. Philippe sbatte le palpebre, gli occhi feriti dalla luce diffusa dalle numerose appliques.
“Qualcuno l'aspetta?”, le domanda con una certa ansietà.
“No, nessuno”.
La voce era soave, un sorriso fugace fece fremere la bocca carnosa.
“Allora sto per chiudere”, disse Philippe, “Se permette, posso fare due passi con lei”.
Aspetta col respiro affannoso.
“Ma la clientela”, protesta Lorelei.
“Non verrà più nessuno stasera. I clienti sono rari in questo inizio di stagione. Il Mare del Nord non attira più nessuno, tranne i...”.
Tacque bruscamente, i suoi occhi e i suoi pensieri si smarrivano. Gli veniva da accostare il nome della giovane donna a quello dell'altra Lorelei. Pensa a quello che è accaduto quando lei ha guardato attraverso la vetrina. Non aveva detto di aver fatto una cosa identica quando era bambina? “Quando non ero ancora separata dalle mie sorelle”? E se avesse realmente provocato un naufragio? Assurdo, delirava, si stava innamorando, non aveva la minima idea del tempo che passava. Immobile, con lo sguardo fisso sull'immagine che si era impressa nel suo animo, sussultò quando il campanello della porta d'ingresso tintinnò. Lorelei stava uscendo.
Non si prese nemmeno la pena di chiudere la porta, tanto aveva ansia di ritrovarla. Lei doveva aver girato l'angolo della strada, a meno che non fosse dalla parte opposta sul lungomare. Corre a perdifiato, torna sui suoi passi, scruta i rari passanti nella luce crepuscolare.
Una risata ironica lo trattiene sull'orlo di un marciapiede mentre sta per attraversare. Lorelei è seduta su una delle panchine sparse lungo la strada. Un riverbero getta la sua luce ramata su di lei.
“Si sieda e riprenda fiato. Respiri questa buona aria di mare. Perché è così agitato? Per il mio nome? Mia madre è appassionata di mitologia. E come si chiama? Doris, e non ha trovato niente di meglio che affibbiare alle mie sorelle e a me dei nomi ridicoli. La più piccola si chiama Galatea, è tutto dire. Mio padre era un marinaio, è morto da molti anni. Mamma pretende che quella notte abbiamo cantato di continuo, io e le mie sorelle. Anche Galatea gorgogliava nella sua culla. Mamma dice che era un canto strano, magnetico e così selvaggio che il mare si era ingrossato con una violenza eccezionale. Afferma che si sentivano da casa nostra le onde che s'infrangevano sugli scogli. Mio padre ha fatto naufragio con tutto il suo equipaggio”.
Protesta vedendo che Philippe stava per mettersi a parlare.
“Io non c'entro niente con la bottiglia nel negozio. C'è stata una piccola scossa sismica, capita spesso su questa parte della costa. Lei non è di qui?”
“No, sono forestiero. Sono contento di aver scovato questo lavoro per l'estate, o forse per tutto l'anno se sono un buon venditore. Mi piace questo negozio, e in più la vista sul porto è piacevole. Almeno nei quindici giorni da che sono qui, d'inverno dev'essere più triste. Il tempo è bello per essere maggio, non trova?”
Alzò il viso verso il cielo che cominciava a punteggiarsi di stelle.
“Vuole che...”
“Andiamo a far l'amore da te”, tronca lei determinata.
Philippe si alza, lei anche e lui le porge il braccio. Lei lo guida verso la vecchia città come se conoscesse la strada. Le viuzze si smarrivano tra file di case dalle finestre per la maggior parte cieche, dei sentori sgradevoli avevano sostituito il forte odore di salso del mare e quello più acre del catrame. Passarono davanti a un bar prima di sbucare in un corridoio tenebroso.
Fu ancora la donna che accese la lampadina nuda che pendeva appesa a un filo. Quel po' di luce rivelava dei muri lebbrosi, la scala dai gradini irregolari. Lorelei precede l'uomo e si ferma al primo piano. Philippe apre la porta dell'appartamento. Un angolo cucina è sistemato da una parte, dall'altra una tenda plastificata dissimula una doccia e un lavabo.
“Mi ci sono appena trasferito, non ho ancora potuto sistemare niente”.
“Incantevole”, mormora Lorelei gettando uno sguardo indifferente sull'insieme.
Gli scatoloni accatastati erano ancora chiusi con lo scotch, ma s'indovinava una preoccupazione di comodità: dei cuscini disposti sul divano, una lampada con il paralume avvolto da un drappo di mussolina, tanti dettagli che il commesso aveva preso dal magazzino del suo padrone.
Philippe invita la sua compagna a sedersi. Lei si toglie il suo leggero soprabito. Sotto di esso è vestita di un abito di fine lana nera. Il desiderio blocca la respirazione del giovane. Abbraccia Lorelei e premendo sulla sua bocca la trascina su divano. Presto i loro corpi diventano uno solo.
E' più tardi, molto più tardi, nel cuore della notte, che Philippe si sveglia e il suo desiderio si riaccende. Tasta al suo fianco cercando il corpo morbido e docile. La luna riversava la sua luce beffarda attraverso la finestra senza tende. Il giovane era solo. La porta dell'appartamento era socchiusa. Una sofferenza acuta isola Philippe. Egli accende tutte le luci, fruga più volte lo stesso cantuccio alla ricerca di un ipotetico biglietto. Solo un braccialetto di perle perso fra due cuscini prova che non aveva sognato. Singhiozza come un bambino. Nella sua mano le perle gelate intiepidiscono.
Per giorni interi Philippe restò appostato dietro la vetrina. Quando passava una donna dai lunghi capelli biondi, il battito del suo cuore si accelerava.
Il padrone gli affida il negozio e Philippe, rasserenato, accetta l'impiego. Rivide la giovane donna nel mese di maggio dell'anno seguente. Giorno dopo giorno, i loro sguardi s'incrociarono attraverso la vetrina. Gli occhi d'acquamarina di Lorelei erano vuoti, distaccati. Philippe si sentì deluso, ma avrebbe giurato che lei avesse articolato una frase muta. Quale?
Quella sera nel suo appartamento fece come le altre sere da un anno. La nave in bottiglia era là davanti, l'aveva poggiata su un basso tavolino davanti al divano. Si siede e rievoca il minimo dettaglio che l'aveva colpito al loro primo incontro. Un solo particolare gli sfuggiva, così tenue che si domandava perché lo ricercava quando sarebbe stato più semplice evocare le carezze scambiate con Lorelei.
Si era comportato come un idiota, non aveva saputo pronunciare le parole che lei si attendeva. Doveva essere per questa ragione che lei era passata indifferente. Come doveva burlarsi della sua timidezza e della sua goffaggine! Si inginocchia davanti alla tavola, vi appoggia i gomiti, e col viso tra le mani fissa la bottiglia.
No, non sognava.
Dei minuscoli fremiti sulla superficie dell'acqua facevano muovere lo scafo. Due uccelli si posarono sull'albero. In sordina, una voce lontana, stupenda e priva di corpo, risuona. Un canto soprannaturale, quando la tempesta si scatena e fa affondare la barca come la prima volta.
“Il mare del Nord non attira più che le sirene”.
Si, era stata questa frase che le labbra di Lorelei avevano articolato.
Philippe si alza e si dirige verso la porta.
Già essa si apriva...

(Traduzione dal francese di Fabio Calabrese)