sabato 10 gennaio 2015

IL RICHIAMO DELLE SIRENE di Micky Papoz



La tempesta soffiava con violenza. Il mare gonfio s'infrangeva urlando contro il fragile scafo. Le creste delle onde schiumavano e si attorcigliavano in spirali sopra le profondità di un verde fosforescente.
Una coppia di uccelli venne a rifugiarsi sul ponte di legno grondante. La velatura dell'unico albero non era più che uno straccio. Finì di afflosciarsi sotto gli sferzanti colpi delle raffiche. I due uccelli sbatterono le ali appesantite d'acqua salata quando la barca s'infossò in un avvallamento fra le onde prima di raddrizzarsi sopra le creste.
Lo scatto folgorante di una luce infiammò lo scafo che si aprì in due prima di affondare negli abissi tenebrosi.
Con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, il negoziante fissava la bottiglia in vetro grossolano dove si era prodotta la tempesta. Sbatte gli occhi pensando di essere vittima di un'allucinazione, sussulta quando il campanello della porta d'ingresso fa risuonare la sua musica cristallina. Ma non si volta, i suoi occhi rimanevano attaccati alla bottiglia dove il mare si era calmato e la barca ricompariva in superficie come un tappo di sughero.
“Buon giorno!”, dice sorridendo una giovane donna dai lunghi capelli biondi, “Guardavo la sua vetrina e ho notato una clessidra che sembra molto antica. Posso vederla più da vicino?”
“Si, si, certo!”, annuisce il giovane ancora turbato dal dramma in miniatura cui aveva assistito.
Si diresse verso la vetrina aperta dalla parte del negozio per prendere la clessidra. La capovolse come gli aveva detto l'antiquario che desiderava che il suo commesso mostrasse ai clienti che tutti gli strumenti antichi come i mappamondi, i sestanti e le bussole funzionavano ancora. 
La giovane donna si era avvicinata al tavolino, dove su una base stava la bottiglia contenente il modellino. Carezzò con l'indice il vetro traslucido e delle increspature apparvero sull'acqua.
Toglie subito il dito e se lo posa sulle labbra come una bambina colta in fallo, prima di girarsi verso il commesso. I suoi occhi di acquamarina, quasi trasparenti, incrociano quelli scuri dell'uomo, che prova subito una curiosa sensazione: quella di entrare in un sogno da cui avrebbe avuto difficoltà a uscire.
Si lascia riempire dalla luce di quello strano sguardo e si sente subito differente, più sicuro di se, affascinato. Posa con la mano chiusa la clessidra sul tavolino. La sabbia continua a segnare il tempo, ma né il commesso né la giovane donna vi prestano attenzione. Entrambi si guardano.
“Chi è lei?”, domanda l'uomo con voce sorda.
“Io mi chiamo Lorelei, e lei?”
Aveva risposto alla domanda come se il semplice fatto di aver detto il suo nome fosse sufficiente per tutte le spiegazioni che l'uomo desiderava: chi era veramente e da dove veniva quel potere di animare gli oggetti inerti.
“Io mi chiamo Phillippe Glez e sono il nuovo commesso. Mi dica, lei capita spesso nei negozi di antiquariato in modo da provocare tempeste in bottiglia?”
 “No, stia tranquillo, non mi era successo da moltissimo tempo, in effetti dalla mia infanzia, da quando non ero ancora separata dalle mie sorelle”.
Solleva con la mano la massa pesante dei suoi capelli dorati, poi la butta sulla schiena. Il  suo polso era ornato da un doppio filo di perle.
“E' bella come il mare e il cielo che si fondono all'orizzonte”, pensa Philippe. Niente gli sembrava abbastanza per esprimere la sua ammirazione e l'attrazione che sentiva. Lorelei lo guardava in controluce col dorso appoggiato alla vetrina.
Sopra il vecchio porto il sole tramontava, una polvere dorata volteggiava nei suoi ultimi raggi. Una calda intimità invadeva il negozio di dolcezza.
Immobile, come pietrificato, perso nello sguardo della giovane donna, Philippe non pensò di accendere le luci, fu Lorelei che lo fece, azionando gli interruttori dietro una tenda damascata. Philippe sbatte le palpebre, gli occhi feriti dalla luce diffusa dalle numerose appliques.
“Qualcuno l'aspetta?”, le domanda con una certa ansietà.
“No, nessuno”.
La voce era soave, un sorriso fugace fece fremere la bocca carnosa.
“Allora sto per chiudere”, disse Philippe, “Se permette, posso fare due passi con lei”.
Aspetta col respiro affannoso.
“Ma la clientela”, protesta Lorelei.
“Non verrà più nessuno stasera. I clienti sono rari in questo inizio di stagione. Il Mare del Nord non attira più nessuno, tranne i...”.
Tacque bruscamente, i suoi occhi e i suoi pensieri si smarrivano. Gli veniva da accostare il nome della giovane donna a quello dell'altra Lorelei. Pensa a quello che è accaduto quando lei ha guardato attraverso la vetrina. Non aveva detto di aver fatto una cosa identica quando era bambina? “Quando non ero ancora separata dalle mie sorelle”? E se avesse realmente provocato un naufragio? Assurdo, delirava, si stava innamorando, non aveva la minima idea del tempo che passava. Immobile, con lo sguardo fisso sull'immagine che si era impressa nel suo animo, sussultò quando il campanello della porta d'ingresso tintinnò. Lorelei stava uscendo.
Non si prese nemmeno la pena di chiudere la porta, tanto aveva ansia di ritrovarla. Lei doveva aver girato l'angolo della strada, a meno che non fosse dalla parte opposta sul lungomare. Corre a perdifiato, torna sui suoi passi, scruta i rari passanti nella luce crepuscolare.
Una risata ironica lo trattiene sull'orlo di un marciapiede mentre sta per attraversare. Lorelei è seduta su una delle panchine sparse lungo la strada. Un riverbero getta la sua luce ramata su di lei.
“Si sieda e riprenda fiato. Respiri questa buona aria di mare. Perché è così agitato? Per il mio nome? Mia madre è appassionata di mitologia. E come si chiama? Doris, e non ha trovato niente di meglio che affibbiare alle mie sorelle e a me dei nomi ridicoli. La più piccola si chiama Galatea, è tutto dire. Mio padre era un marinaio, è morto da molti anni. Mamma pretende che quella notte abbiamo cantato di continuo, io e le mie sorelle. Anche Galatea gorgogliava nella sua culla. Mamma dice che era un canto strano, magnetico e così selvaggio che il mare si era ingrossato con una violenza eccezionale. Afferma che si sentivano da casa nostra le onde che s'infrangevano sugli scogli. Mio padre ha fatto naufragio con tutto il suo equipaggio”.
Protesta vedendo che Philippe stava per mettersi a parlare.
“Io non c'entro niente con la bottiglia nel negozio. C'è stata una piccola scossa sismica, capita spesso su questa parte della costa. Lei non è di qui?”
“No, sono forestiero. Sono contento di aver scovato questo lavoro per l'estate, o forse per tutto l'anno se sono un buon venditore. Mi piace questo negozio, e in più la vista sul porto è piacevole. Almeno nei quindici giorni da che sono qui, d'inverno dev'essere più triste. Il tempo è bello per essere maggio, non trova?”
Alzò il viso verso il cielo che cominciava a punteggiarsi di stelle.
“Vuole che...”
“Andiamo a far l'amore da te”, tronca lei determinata.
Philippe si alza, lei anche e lui le porge il braccio. Lei lo guida verso la vecchia città come se conoscesse la strada. Le viuzze si smarrivano tra file di case dalle finestre per la maggior parte cieche, dei sentori sgradevoli avevano sostituito il forte odore di salso del mare e quello più acre del catrame. Passarono davanti a un bar prima di sbucare in un corridoio tenebroso.
Fu ancora la donna che accese la lampadina nuda che pendeva appesa a un filo. Quel po' di luce rivelava dei muri lebbrosi, la scala dai gradini irregolari. Lorelei precede l'uomo e si ferma al primo piano. Philippe apre la porta dell'appartamento. Un angolo cucina è sistemato da una parte, dall'altra una tenda plastificata dissimula una doccia e un lavabo.
“Mi ci sono appena trasferito, non ho ancora potuto sistemare niente”.
“Incantevole”, mormora Lorelei gettando uno sguardo indifferente sull'insieme.
Gli scatoloni accatastati erano ancora chiusi con lo scotch, ma s'indovinava una preoccupazione di comodità: dei cuscini disposti sul divano, una lampada con il paralume avvolto da un drappo di mussolina, tanti dettagli che il commesso aveva preso dal magazzino del suo padrone.
Philippe invita la sua compagna a sedersi. Lei si toglie il suo leggero soprabito. Sotto di esso è vestita di un abito di fine lana nera. Il desiderio blocca la respirazione del giovane. Abbraccia Lorelei e premendo sulla sua bocca la trascina su divano. Presto i loro corpi diventano uno solo.
E' più tardi, molto più tardi, nel cuore della notte, che Philippe si sveglia e il suo desiderio si riaccende. Tasta al suo fianco cercando il corpo morbido e docile. La luna riversava la sua luce beffarda attraverso la finestra senza tende. Il giovane era solo. La porta dell'appartamento era socchiusa. Una sofferenza acuta isola Philippe. Egli accende tutte le luci, fruga più volte lo stesso cantuccio alla ricerca di un ipotetico biglietto. Solo un braccialetto di perle perso fra due cuscini prova che non aveva sognato. Singhiozza come un bambino. Nella sua mano le perle gelate intiepidiscono.
Per giorni interi Philippe restò appostato dietro la vetrina. Quando passava una donna dai lunghi capelli biondi, il battito del suo cuore si accelerava.
Il padrone gli affida il negozio e Philippe, rasserenato, accetta l'impiego. Rivide la giovane donna nel mese di maggio dell'anno seguente. Giorno dopo giorno, i loro sguardi s'incrociarono attraverso la vetrina. Gli occhi d'acquamarina di Lorelei erano vuoti, distaccati. Philippe si sentì deluso, ma avrebbe giurato che lei avesse articolato una frase muta. Quale?
Quella sera nel suo appartamento fece come le altre sere da un anno. La nave in bottiglia era là davanti, l'aveva poggiata su un basso tavolino davanti al divano. Si siede e rievoca il minimo dettaglio che l'aveva colpito al loro primo incontro. Un solo particolare gli sfuggiva, così tenue che si domandava perché lo ricercava quando sarebbe stato più semplice evocare le carezze scambiate con Lorelei.
Si era comportato come un idiota, non aveva saputo pronunciare le parole che lei si attendeva. Doveva essere per questa ragione che lei era passata indifferente. Come doveva burlarsi della sua timidezza e della sua goffaggine! Si inginocchia davanti alla tavola, vi appoggia i gomiti, e col viso tra le mani fissa la bottiglia.
No, non sognava.
Dei minuscoli fremiti sulla superficie dell'acqua facevano muovere lo scafo. Due uccelli si posarono sull'albero. In sordina, una voce lontana, stupenda e priva di corpo, risuona. Un canto soprannaturale, quando la tempesta si scatena e fa affondare la barca come la prima volta.
“Il mare del Nord non attira più che le sirene”.
Si, era stata questa frase che le labbra di Lorelei avevano articolato.
Philippe si alza e si dirige verso la porta.
Già essa si apriva...

(Traduzione dal francese di Fabio Calabrese)

1 commento:

  1. Bellissimo racconto con descrizioni dell'intorno molto attraenti.

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