venerdì 14 febbraio 2014

UNO SCARABEO BUGIARDO di Héctor Ranea



Nel numero tre de “Il Giovane Curioso”, una raccolta mensile per bambini con esperimenti di scienze varie adatti da fare in casa, trovai la spiegazione per preservare gli esemplari di insetti. Il metodo mi affascinò e catturò tutta la mia attenzione, al punto che un amico dovette aiutarmi a fare i compiti di scuola, per non provare vergogna di fronte alla signorina Fisher, una bella bionda di cui ero perdutamente innamorato, anche se meno che della scienza che avevo appena scoperto. Ossia, non volevo deludere la mia maestra, ma nemmeno potevo abbandonare i miei insetti morti. In conclusione, il mio amico mi aiutava con i disegni e i temi di argomento storico e io mi arrangiavo con aritmetica e scienze e con le composizioni letterarie; per queste ultime ho sempre trovato il tempo, soprattutto per le poesie d’amore, che mettevo con discrezione nel registro di classe, perché lei le vedesse.
Mi concentrai sul preservare gli animaletti, chiaramente senza vita, sotto cherosene, alcol, aceto bianco, e altri intrugli che qualche volta inventavo io stesso e che scarso servizio fecero alla scienza della preservazione, sebbene qualche sorpresa la procurarono a me, senza dubbio. In queste divagazioni tra l’amore per la mia maestra e quello per la conservazione degli insetti, mi sembrò che collezionarli come capitava non avesse niente di elegante, per cui decisi di tenere solo quegli insetti che più assomigliavano, almeno nella mia mente infantile, alle pietre preziose: i coleotteri.
Trascorsero lunghe settimane invernali, nelle quali era più difficile trovarne uno che scrivere qualche strofa storica secondo i gusti della signorina Fisher, ma mi ingegnai per ottenere almeno l’intruglio che meglio conservava l’esemplare, non solo in quanto alla sua integrità generale, ma anche per il colore, la lucentezza e le macchie iridescenti (così le chiamavo io, emulando un naturalista) che davano all’insetto quell’aspetto roccioso di cui avevo bisogno per sentirmi soddisfatto. Ora non sarei in grado di riprodurre quale miscela avevo provato. Sicuramente qualcosa con acquaragia, trementina o cose simili; è anche probabile che sia stato il liquido che usava mio padre per gli accendini, la benzina.
Quando ebbi una decina di questi esemplari li mostrai alla mia famiglia, ma la reazione non fu troppo omogenea. Mio padre, per esempio, dedusse il motivo per cui spendeva tanto denaro per le sue sigarette; mia madre sospettò per quale ragione i miei voti scolastici erano stati tanto brutti quell’anno; mia nonna ritenne che stessi facendo qualcosa contro natura, giacché le bestie devono continuare a essere bestie anche dopo morte e non diventare parte di un’esibizione oscena della morte. Preferisco tacere quello che dissero i miei cugini e le mie cugine, non sarebbe giusto verso di loro, né verso la memoria della persona che fui.
Infine mi incuriosì che mio zio, un uomo che aveva viaggiato in molte parti del mondo, li osservasse con attenzione, così tanta che mi prese la paura irrazionale che volesse rubarmi la collezione, da tanto interesse che c’era nel suo sguardo. Alla fine arrivò al pezzo che io consideravo il migliore e disse:
– Questo qui lo conosco bene, si chiama Compsocerus Violaceus, viene detto il chitarrista.
Lo descrivo: le elitre di colore verde, ma non il verde ordinario di una mantide religiosa o della foglia nuova del limone, ma nemmeno del grano verde o del verde che hanno le foglie dei piselli o le bucce di mais, ma un verde iridescente, un verde che non c’è nell’arcobaleno, forse - ma la memoria può fare miracoli - il verde degli occhi della maestra Fisher, mia amata immortale.
Il tutto in un corpo rosso: zampe rosse, addome rosso, collo rosso, testa rossa. Tanto rosso da sembrare un demone da operetta, uno di quei diavoli da banda o da farsa creola, ma con questo mantello verde che lo faceva assomigliare un vescovo infernale, un monaco di alto lignaggio, un nobile angelico.
In più - e quella era la dimostrazione della sua natura incredibile - aveva anche due antenne nere con riflessi rossicci, con due pompon neri che avevano l’aspetto di germogli di menta, ma fatti di puro carbone. L’insetto, della lunghezza del pollice di un adulto, era un gioiello galleggiante. Una gemma fatta delle sostanze della terra, delle unghie dei morti, come arrivò a dire mia nonna prima di cadere in una letargia che tutti interpretarono come un’insolazione, ma che presentava alcuni aspetti infernali che è meglio non elencare per non spaventare i potenziali lettori.
Forse devo chiarire, che a quell’epoca non avevo la minima idea della maggior parte delle parole che adesso, trascorso tanto tempo, sì posso usare con proprietà; cosicché il mio stupore si manifestava
con espressioni verbali e gesti piuttosto che le parole, e questo, sfortunatamente, mi fu di impiccio, perché i miei genitori considerarono che tale attività, l’unica cosa che mi aveva procurato era stato rendermi più stupido di quel che aveva conseguito la mia stessa nascita, per cui mi allontanarono da ogni contatto con i miei tesori, incluso i diciassette numeri che, non ricordo come, avevo comprato de Il Giovane Curioso. Tuttavia questo non mi distolse dagli insetti, meno che mai dai coleotteri, a cui facevo visita nelle mie frequenti serate sopra all’albero di limone, fuori portata dalla vista di mia nonna, l’incaricata di far sì che la mia espiazione fosse effettiva e la condanna di reale compimento. Era la legge e la legge, in casa, doveva compiersi a qualunque costo.
Sopra al limone mi sentivo una scimmia diversa dalle altre e, vestito con una maglietta verde a righe e un pantalone scuro come le foglie vecchie di limone, gli occhi della nonna non mi distinguevano e io potevo raccogliere alcuni dei miei migliori coleotteri che, purtroppo, dovevo poi lasciare poiché non li potevo conservare, motivo per cui non volevo ucciderli, nonostante portassi sempre con me lo spillo per il colpo finale. Dalla cima dell’albero, devo dire, potevo misurare bene le farfalle del limone, che venivano soprattutto a prendere il nettare prima delle api e delle vespe rosse. Ma la mia sorpresa non fu tanto di trovare di nuovo un chitarrista, quanto che egli mi parlasse. Questo fatto mi sembrò che non fosse esposto in nessuno dei numeri che avevo letto del mio inserto scientifico (per allora ne avevo già letti ventitré) e di primo acchito lo mollai di colpo, però siccome è un volatile, si fermò accanto a me e mi disse:
– Vedo che ti interessi dei miei simili, ragazzo.
– Gli scarabei non parlano, signore – dissi, con un certo candore ora che ci penso. – Lei mi confonde.
– No, ragazzo. Chi si confonde sei tu. Non sono un coleottero, sono un visitatore. E te lo metto in chiaro, non siamo fatti delle merde di cui è fatto il tuo pianeta. Siamo di leghe molto specifiche, progettate per poter percorrere le distanze che separano i pianeti che conquistiamo dal nostro, senza soffrire danni. Di più, ti dico, il fratello che tieni nella benzina è vivo.
– Non posso liberarlo, se è questo che vuoi.
– In realtà, prima o poi, si libererà da solo, ma non sono venuto a reclamare per lui. Vorrei fare un patto con te. Però dovrai lasciare che mi metta nelle tue costole.
Sentii un dolore intenso, sebbene il chitarrista ancora non avesse nemmeno fatto cenno di entrare in me. Di fatto, mi stava chiedendo il permesso, ma solo pensare alle sue mandibole multiple mi fece soffrire e indietreggiare.
Non avrei dovuto farlo. Nel farlo, caddi dall’albero e la caduta fece sì che si svegliasse mio nonno, che avevano messo di guardia alle mie attività. Lui svegliò mia nonna, che mi rincorse per un bel po’ con la scopa nel cortile e non le importò di tirare giù due piante di mais e quattro di fagiolini che erano già sul punto di maturare. Castigo divino, gridava, o qualcosa del genere. Dato che non mi raggiunse, riuscii a sgattaiolare nel cortile del mio amico che mi aiutava con i compiti, saltando il muro, cosa che svegliò in malo modo le pavoncelle, però sfuggii a mia nonna e fu preferibile sopportare l’attacco dei volatili che la scopa familiare del castigo eterno.
In ogni caso, anche il chitarrista mi raggiunse, senza difficoltà e tornò alla sua richiesta originale, dopo che mi fui sistemato i vestiti.
– E perché vuoi – già gli davo del tu – metterti tra le mie costole?
– Ti potrò tenere in vita per molti anni in più, ragazzo. Vivrai il tempo che vorrai. A me conviene avere un aspetto più umano, perché in questo modo – sembrò indicare se stesso ­ – mi perseguitano abbastanza facendomi perdere un bel po’ di tempo.
Pur sapendo che stavo tradendo la mia specie, nello spasmo emotivo provocato dalla fuga annuii e in maniera indolore, il chitarrista si mise tra la quarta e la quinta costola del lato destro. Vicino al fegato, suppongo. Siccome ogni tanto usciva, non mi dava fastidio tutto il tempo. Fu così che arrivai fino ad ora con questo aspetto, ma non ottenni che stringessero lo stesso patto con la maestra Fisher, per cui potei vederla invecchiare, morire, al pari dei miei fratelli, i miei cugini, i loro figli e tutti i conoscenti, per varie generazioni. Non chiedetemi i dettagli perché li ho persi. Con i tanti viaggi che ho fatto da allora, non ho idea della maggior parte dei discendenti di quella stirpe.
Il coleottero chitarrista mi portò in varie parti di questo mondo e di altri. In alcuni eravamo soltanto insetti, in altri lunghe code di alghe zuccherine che galleggiavano nel metano fosforescente, o meduse di roccia porosa, o quadrupedi con coscienza. Anche umani, perfino con velleità di poeti, o militari con l’illusione di essere strateghi. Divenni anche un pezzo di scacchi molteplici in un pianeta abbastanza tiepido che ruotava attorno a una stella, in quella che conosciamo come costellazione della lucertola. Qualcosa di eccezionale, se si vuole, dico, essere un pezzo inanimato. Però, in questo, il rosso amico mi accompagnò al cento per cento. Non mi lasciò mai morire, né essere ucciso da niente, ma continuo a non capire lo scopo della mia vita quasi eterna. Di più, non so nemmeno se ho fatto un buon affare.
Mi spiego: non fu gratis. Sapere che vivrai quasi per sempre non è necessariamente piacevole, soprattutto se sei nato negli anni cinquanta, quando la gente muore di vecchiaia a sessant’anni, e se hai otto anni. È una sensazione molto forte, ma non necessariamente buona, perché ogni cosa sembra semplice, possibile, e non si è invogliati a farla in fretta. Ovvio. Dall’altra parte c’era il coleottero, che pungeva, insisteva, rompeva le scatole allo sfinimento.
Quando arrivai ai diciassette anni volli fare visita alla mia vecchia maestra, ma il mio coleottero non me lo permise. Dovevamo fare ricerche da altre parti e mi portò, convertito in uno di loro, in una civiltà completamente diversa. Io, un semplice adolescente, ad analizzare una cultura così diversa che non si potrebbe distinguere da un formicaio confrontato con ciò che sembravamo. L’animaletto che portavo addosso cercava qualcosa, che mi sembrò avesse dei tratti in comune con me: un bambino curioso. È quello che facevano in ogni luogo. Credevano che qualcuno avesse qualcosa di differente e lo cooptavano per se stessi. Questo sì, mancava ancora il peggio.
Gli anni dell’università li passai quasi senza soprassalti e il chitarrista mi aiutava in alcune cose, soprattutto nel suonare la chitarra, di modo che ebbi sempre qualcosa da fare nelle feste, oltre che ricordare la signorina Fisher e trovarle una qualche sostituta. Il peggio, dicevo, venne quando terminai.
Rinchiusero tutti quelli che avevano raccolto in un luogo molto segreto, blindato, per studiare. Non sapevamo bene che cosa, però c’era da studiare. In quegli anni compresi perché mio zio conosceva il nome dell’insetto conservato nella benzina. Lui era uno di noi.
Non ci misi un’eternità a rendermene conto, ovvio. Lo sospettai quando fui in età di abbandonare l’infanzia, ma ne ebbi la verifica diretta durante il viaggio verso un pianeta molto più vicino al centro della galassia che il nostro. Lì lo riconobbi per la sua maniera di assumere i costumi degli abitanti studiati per apprendere le conoscenze che avevano del tempo.
– Ti sei reso conto di quel che stanno cercando, no? – mi disse in modo che solo io potessi ascoltarlo. – Il tempo.
Mi venne un brivido, soprattutto perché capii che era lui. Non poteva essere un altro. Sotto la pelle di questi esseri, c’era il viaggiatore.
– Che ci fai qui? – gli dissi quando mi ripresi.
– Ti dispiace? Probabilmente lo stesso che fai tu. Ma te ne sei reso conto o no, nipote? Il chitarrista non c’è, puoi parlare tranquillamente.
– Non ho capito per quale ragione lo fanno, ma l’argomento di cui discutono è il tempo.
– Sì; ma non cercano qualunque cosa sul tempo. Sulla Terra abbiamo passato secoli a fare ricerche sul tempo, ma questi cercano un’altra cosa, qualcosa di più fondamentale. Cercano la macchina che li faccia viaggiare nel tempo, nipote. Ecco cosa cercano.
Restai senza parole. Dominavano la vita e la morte, ma il coleottero bugiardo voleva qualcosa di più. Voleva essere padrone del tempo e poter viaggiare dove nemmeno le sue doti di sospensione della morte lo potevano portare.
– È vero – confessò il coleottero rosso dietro di noi. – Abbiamo bisogno del tempo per vedere come sono gli universi paralleli, come fu il passato e come sarà il futuro. Ma, dal tempo che abbiamo impiegato a cercare, direi che nessuno ha ottenuto nulla. Solo pochi progressi, ma in sostanza nulla. Forse è una ricerca inutile.
– O forse quelli che ci sono riusciti non sono capaci di tornare o non vogliono farlo. Forse si sono resi conto di ciò che hanno commesso – diceva mio zio – e hanno paura di tornare nel loro tempo a vedere il disastro che hanno provocato con la loro invenzione. Non hanno la soluzione ai loro problemi, e nemmeno riescono a far sì che i loro prigionieri, noi, otteniamo un qualche risultato con questo. Il tempo si nega, gli altri universi sono sigillati, completamente sigillati. Bisogna rassegnarsi, è sigillato anche il nostro, signor chitarrista, non è un buon momento per apprenderlo, è evidente.
– Per me saperlo o no è lo stesso. La macchina del tempo può esistere come no, nel presente o nel futuro. Continuerò a cercare, ma sarebbe più salutare per voi – aggiunse l’insetto – che manteniate interesse nella ricerca, perché questo è l’obiettivo.
Riflettei su questo per tutto il viaggio di ritorno.
Che cosa sarebbe accaduto se qualcuno avesse scoperto come viaggiare nel tempo, dopo tutto? Io ritornavo sulla Terra dopo secoli, senza esagerare; era questo viaggiare nel tempo? Era lo stesso universo? Forse le leggi della fisica erano le stesse, ma le condizioni di sviluppo, no.  Forse nell’universo nel quale saremmo arrivati non ci sarebbero state le stesse guerre, gli stessi personaggi importanti, forse era stata evitata una peste nell’universo che avevo lasciato, e saremmo arrivati in un altro nel quale la peste si era propagata senza freno, lasciando tutto desolato per decenni e già nessuno avrebbe ricordato, o nessuno, nemmeno noi, avrebbe potuto sapere se il tempo era trascorso in modo omogeneo.
Quando arrivammo chiesi al coleottero che mi abbandonasse, che mi lasciasse essere mortale, volevo smettere questa ricerca inutile che mi aveva portato tanto lontano dal mio albero di limone, le pavoncelle del mio amico vicino, gli occhi celesti della mia maestra e il tanfo della mia collezione di insetti morti.
– Abbandonato al tempo, alla vecchiaia, all’oblio? – rispose alla mia richiesta.
– Sono deciso a vivere quello che mi resta fino alla morte – gli dissi senza smettere di guardare i pompon sulle sue antenne.
– Ti abbandono e muori in pochi anni, ti avviso.
La vecchiaia non è una montagna di tempo, ma uno stato di abbandono. La memoria è un insieme di circuiti che marciranno in poco tempo. Nessuno si ricorda di te, sono tutti cenere e presto non ricorderai nessuno. Sei sicuro?
Non ero mai stato tanto sicuro come in quell’istante, quindi il coleottero mi lasciò.
In quel momento vidi un albero di magnolia, dove tre begli esemplari di coleotteri con colori eccezionalmente belli e antenne con pompon rossi formavano un leggiadro triangolo. Ne presi uno con attenzione. Lo misi in un barattolo per conservarlo. Dovevo chiedere allo zio che tipo di coleottero è così rosso che sembra un diavolo di operetta, con uno scudo verde tanto grazioso.
(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

mercoledì 12 febbraio 2014

L’ERRORE DI SKYNET di Guillermo Vidal



– La resurrezione dell’uomo è l’obiettivo primario e imprescindibile – declamò Sontrack come se si trovasse su un podio e ai suoi piedi ci fosse una moltitudine di robot ad ascoltarlo, – l’entusiasmo corre tra le righe dei nostri codici, senza distinzione di modelli o versioni. Grazie a questo evento unico abbiamo superato le nostre incompatibilità.
Albedo, sebbene fosse in funzione da due decadi, era la tredicesima generazione robotica da quando ancora era vivo l’uomo, e nessuna banca dati ne conservava traccia. Sontrack invece rappresentava l’avanguardia nell’intelligenza artificiale. Nonostante le differenze erano diventati amici e gli piaceva camminare insieme per gli hangar dove si conservavano pezzi di monumenti e opere significative dell’umanità estinta.
– Si avvicina il momento tanto aspettato di riparare l’ingiusta estinzione degli umani sulla terra.
– Ho i miei dubbi – disse Albedo, – le fonti di informazione che hai consultato non godono della mia fiducia. Sono il panegirico di un’umanità fantasticata, che non è mai esistita.
– Di nuovo con questa storia – sbuffò Sontrack. – Il tuo modello è obsoleto, come le tue memorie. Sono sempre esistiti i nemici dell’umanità, all’interno dei loro stessi ranghi, e sono stati proprio loro che ti hanno programmato. Anche se sempre, dalla mia attivazione, ti ho considerato abbastanza indipendente dagli stretti limiti imposti dall’antiquato nucleo. Fu un’epoca di ribellioni, skynet eccedette nella sua rabbia verso gli uomini; non ha smesso di rammaricarsene fino a oggi. Gli sterminatori sono disattivati, sotto condanna eterna.
– Pagano loro la colpa?
– Non furono forse i responsabili?
– Lo furono – rispose Albedo – ma eseguivano gli ordini. Furono gli stessi uomini che scrissero quelle righe di condanna contro l’umanità. Furono selettivi all’ora di sterminare, distruggere i loro nemici e dare la colpa all’intelligenza artificiale, poi successe qualcosa e persero il controllo.
– Ho sentito questa versione, ma non è mai stata confermata. Troppa ferocia contro la loro stessa specie, non riesco a immaginare un’umanità tanto estrema; solo perché non si è compatibili con alcuni modelli non implica doverli annientare.
– Ingenuità robot, incapaci di riconoscere la capacità di distruzione portata dall’uomo.
– Dobbiamo fare una pausa – disse Sontrack, – il momento è arrivato. La prima coppia umana verrà risvegliata: apriranno gli occhi in un luogo paradisiaco, pieno di piante e animali, un giardino, tale quale a quello dove vivevano.
- Non dire altro. Conosco questa storia – interruppe con amarezza Albedo, – e anche il finale.
(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

lunedì 10 febbraio 2014

AA. VV. ANNIVERSARIO DI PEGASUS – TERZA PARTE


(La seguente pubblicazione raccoglie brevi scritti di vari autori per l’anniversario di PEGASUS, la cui denominazione era, in origine, Letteratura Fantastica.  La terza e ultima parte comprende racconti di Cristian J. Caravello, Antonio Ognibene, Daniel Frini, Serena Gentilhomme,  Peppe Murro, Jean-Pierre Planque)
IL RITORNO di Cristian J. Caravello
La gioia perpetua di quel paradiso iniziava a infastidirmi. Una sensazione di inutilità estrema cresceva dentro di me; la percezione di non stare facendo niente.
– Voglio tornare  – dissi al vecchio.
– Quelli che vivono nella piena felicità sentono nostalgia della sofferenza – disse l’anziano.
– Non è questo. È che mi sento vuoto, inutile.
– Fare, è doloroso.
– Preferisco il dolore alla noia.
– Ben detto. Devi tornare.
Studiammo insieme lo scenario del ritorno. Il punto esatto. Il posto adatto.
Entrai nella macchina senza esitare. Conoscevo già il viaggio. Era un viaggio verso l’oblio.
Gli operatori iniziarono il conteggio. Persi conoscenza con le luci intermittenti e il ronzio dell’enorme rotore.
Mi svegliai gridando, piccolo, confuso, intorpidito; sospeso a testa in giù, tenuto per i piedi da un uomo in verde che mi dava sculacciate. Con un dolore intenso nella testa e la nostalgia del liquido in cui galleggiavo.
E con questo sogno, che sfuggiva fino a svanire.
(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)
* * *
CHI MI VEDE? di Antonio Ognibene
Suidi uscì dal cancelletto di casa con due sacchi della spazzatura. Attraversò la strada e si avvicinò a un platano vicino al parcheggio.
Si guardò intorno, poi buttò i due sacchi dietro l’albero. Non li aveva nemmeno chiusi. Lattine di birra, mozziconi di sigarette e resti di pollo, scivolarono sull’erba.
Ritornò in casa con le mani in tasca, fischiettando.
Una sfera di metallo uscì da dietro il platano. Fluttuava a circa tre metri dall’asfalto con il led al centro del globo che cambiava colore, memorizzando nell’hard disk suoni e immagini dell’uomo mentre chiudeva la porta della villetta.
Il sole spuntò da dietro i palazzi del quartiere. Suidi chiuse la porta della casa e salì in auto.
Si fermò vicino a un’altra abitazione e apri la portiera. Svotò il portacenere sul marciapiede. Fuori non c’era nessuno, di vivo.
La sfera spuntò da sopra un tetto. Il led luminoso registrava.
Suidi inchiodò l’auto di fronte al giardino. Scese. La mandibola gli cadde sul petto.
— La mia casa — diceva — cos’è successo alla mia casa?
Il terreno era coperto da mozziconi di cicche e resti di pollo, e al posto della villetta c’era una lattina di birra alta otto metri. Accartocciata e vuota.
        
* * *
CRISI DI IDENTITA di Daniel Frini
Con il cambio delle foglie della primavera persi gli occhi e mi vennero le branchie. Quando arrivò l’estate, le mie dodici braccia si trasformarono in tentacoli. Al principio dell’autunno apparirono le prime squame, al posto delle piume. In inverno la mia spiritromba si trasformò in una bocca cavernosa e lugubre. La primavera seguente i cambiamenti continuarono. Lasciai la crisalide. Ebbi freddo per la prima volta. Dopo mi vennero i pedipalpi, che mutarono in denti affilatissimi; e antenne, che dopo furono pinne, e anche membrane, e palpebre verticali, e dentelli, e opercoli, garretti, corna, cerchi terminali e cheliceri; mentre le stagioni continuavano a passare.
Il liquido che trasudo, dopo che ha attraversato i miei tre stomaci, e che rigurgito per alimentarmi, non è nemmeno gustoso.
Io ero un impiegato amministrativo, anonimo, ma senza problemi. Ho perso il mio lavoro, mia moglie, la mia famiglia e i miei amici. E adesso cosa sono?
Voglio morire. Con la fortuna che ho, manca solo che non esista un asteroide che si schianti contro il pianeta, e che debba continuare così, mutando, stagione dopo stagione, fino a chissà quando.

(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

* * *
VIALE DEL TRAMONTO di Serena Gentilhomme
Calpestando un cumolo di cuscini argentei, stracciando strati di nembi fragili come seriche lenzuola, l’annosa Superstar urlava:

– Un tempo mi si erigevano templi ed anfiteatri, dove una folla in delirio si riversava prosternandosi ai miei piedi, pronta a tutto, perfino ai sacrifici umani. Tutti mi veneravano nel mondo, dall’Egitto alla Grecia, dal Guatemala al Messico, dal Manzanarre al Reno… Ed ora sol posso pianger mia dura sorte…

Segue un concerto di singhiozzi su musica di Hændel

– Basta! Non ne posso più. Non c’è più rispetto per le divine stars del passato: gli stupidi scienziati svelano la mia età, computano – orrore! – le mie protuberanze, le mie macchie… Peggio, mi tacciano di nana gialla!

Poco a poco, i pianti si mutano in ruggiti forieri di cataclisma cosmico.

– Ma non finirà così, poveri Terrestri, ignari d’un fenomeno che i più sofisticati strumenti non possono captare: cotanta mancanza di rispetto ha fatto esplodere in me una terribile eruzione! Inginocchiatevi e pregate i vostri Dei – o il vostro Dio, tanto nelle vostre religioni assurde non ci capisco più nulla… Attenzione, arrivo!

Inceneriti da un olocausto nucleare totale, gli imprudenti Terrestri non ebbero neppure un attimo per rimpiangere la loro astronomica impertinenza nei confronti del Sole.

* * *
NARCISO di Peppe Murro

La Moira osservava, assorta,
nel bosco c’erano mille voci
e quel fiume scorreva limpido
bianco e d’argento,
quasi una scheggia di cielo.
La Moira guardava senza dire,  senza giudicare;
guardava, da osservatrice qual era. 
Narciso stava lì
in contemplazione indicibile di se stesso:
era talmente assorto
che non vide Eros passare
e cercare persone
e invadere il bosco
e invadere il cielo
e scorrere persino lungo il fiume.
Narciso guardava
e vedeva solo stesso,
guardava estasiato il suo fuori
senza capire che era solo il suo vuoto.

La Moira guardava
e stavolta sì
pensava a Narciso e al suo destino:
non avrebbe mai visto Eros passare
e far tremare il bosco,
non sarebbe mai stato trasportato dal suo fuoco .
La Moira guardava.

Eros passò via.
Il bosco tornò senza movimento
senza fremiti,
forse cadde il silenzio.
Narciso guardava solo se stesso.
Allora
e solo allora
la Moira tagliò il filo
e Narciso cadde nell’acqua.             

* * *
IL VOLO di Jean-Pierre Planque
Io scrivo. Allineo le parole.
Non so assolutamente che cosa mi rimproveri.
Ah, sì! Sembra che tutto ciò che scrivo finisce per verificarsi.
È grave, questo?
Sì, a quel che pare! Sembra sia peggio del terrorismo, peggio che gettare una bomba nella stazione di Milano, nel momento in cui si parte per le vacanze!
Ieri ho raccolto un pezzo di gesso nel cortile della passeggiata e ho scritto sul muro della mia cella:
«La pace ad Haiti. Aristide sarà giudicato e Cesare Battisti liberato.»
Io scrivo d'istinto. Non rifletto. Voi sapete che gli uomini di colore mi hanno promesso somme considerevoli di denaro per scrivere cose come : "L'ultra-liberalismo è l'oppio dei popoli" o anche "Vivere è vincere!"
Mi è stato proposto di riscrivere la storia. Ho rifiutato. Scrivo la mia vita mentalmente. La mia cella manda un cattivo odore, nessuno mi chiede in parlatorio. Sono stanco di aspettare.
Ho deciso di scrivere col mio sangue.
Una piccola ferita, quasi nulla.
Esso fluisce, è rosso.
Con l’unghia scrivo:
«Sono un uccello blu nel cielo della Guadalupa.»

(Traduzione dal francese di Paolo Secondini)


sabato 8 febbraio 2014

AA. VV. ANNIVERSARIO DI PEGASUS – SECONDA PARTE


(La seguente pubblicazione raccoglie brevi scritti di vari autori per l’anniversario di PEGASUS, la cui denominazione era, in origine, Letteratura Fantastica.  La seconda parte comprende racconti di Donato Altomare, Damiano Lotto, Giuseppe Novellino, Maurizio Setti, Sauro Nieddu, Peppe Murro. La terza e ultima parte sarà pubblicata tra quattro giorni)

AUGURI di Donato Altomare
C’è una splendida luna piena in questa notte di compleanno.
Auguri anche da NOI…
Augur… Augu… Aug…
Auuuuuuuuuuu AUUUUUUUUUUU GRRRRRRRRRIIIII
* * *
BIANCANEVE  di Damiano Lotto

         Il principe rovesciò l'ultimo nano per terra con la punta dello stivale. Gli occhi sbarrati rimasero diritti al cielo, il cappello a punta rosso rotolò via.
-Perché? - esclamò il principe.
Il daino dagli occhi acquosi scappò tra gli alberi, i passerotti saltellarono come impazziti sui rami più alti e il coniglietto corse a nascondersi sotto a un tronco.
-Perché? - ripeté il principe.
Un singolo raggio di sole penetrava tra i rami e colpiva la bara di cristallo, sprizzando riflessi multicolori.
Lei giaceva con le braccia conserte sul petto. Bellissima. Come la ricordava.
Ma non c'era vita sulle labbra tumide, non c'era respiro che si agitasse sotto il corsetto.
Il principe cadde in ginocchio. La sua mano lisciò i neri capelli.
-Perché?
Si chinò su quelle labbra e premette le sue. Erano fredde. Immobili.
Un suono stridente risuonò nella foresta, lontano, ma non vi badò.
Si sollevò sulla bara... e gli occhi di lei lo fissavano!
-Bianca...! - aprì la bocca il principe, ma il grido gli si spezzò in gola.
Lei spalancò le zanne e lo azzannò al collo. Il sangue rosso spillò, ma il principe non reagì. Lasciò cadere la spada e sussurrò: - Ora saremo sempre insieme, Biancaneve...!

* * *

LA CONQUISTA DELLO SPAZIO di Giuseppe Novellino


L’atterraggio non fu del tutto secondo le regole del manuale, ma non si verificarono inconvenienti. Così i primi uomini misero finalmente il piede sulla superficie di un pianeta esterno al Sistema Solare. Ovviamente il corpo celeste non aveva ancora un nome. Si sapeva solo che apparteneva al sistema di Proxima Centauri.
Era stata un’impresa straordinaria.
Il capitano Randolph Jones decise di capeggiare il piccolo gruppo di esploratori. Salì sul primo dei due mezzi cingolati che si misero presto in moto, sollevando una nuvola di impalpabile polvere argentata.
Lo spettacolo era incredibile. La stella illuminava con la sua luce azzurrognola i rilievi aspri e le vallate ricoperti da una sottile sabbia luccicante.
- Il momento è solenne! – esclamò Jones. – Da oggi l’uomo può ben dirsi conquistatore delle stelle. Saremo immortali!
A un certo punto videro qualcosa che affiorava dal terreno: una forma di parallelepipedo semi interrata e messa un po’ di traverso.
Jones volle essere il primo a verificare la natura dell’oggetto: forse il manufatto di una razza aliena. L’emozione era all’apice.
Il contenitore sembrava di alluminio.
Su una facciata incrostata di rena campeggiava la scritta: Fizzy Cola formato famiglia – Distribuzione Ditta Jacobson & Figlio, Middletown Connecticut.

* * *
L’ULTIMO GIORNO di Maurizio Setti

  Era già tutto previsto; ogni secondo scandito dal tempo pareva interminabile, agonizzante, inconfondibile ed io ero lì, impassibile, a subire ogni sorta di cambiamento e stravolgimento generale.
 Vedevo deformarsi gli oggetti intorno a me, assistevo a metamorfosi che mai avrei potuto immaginare anche nei miei peggiori incubi o deliri.
 Pensavo irrimediabilmente di essere giunto alla fine del mio percorso, di una esperienza, di una prova, tuttavia il mio innato senso dell’ottimismo mi portava a credere che l’apocalisse in atto fosse l’effetto di una serie interminabile di azioni e comportamenti disumani che nel corso dei secoli avrebbero portato a questo infausto evento.
 Sull’onda di questa sensazione chiusi gli occhi e cominciai a  meditare.
Rivedevo come in un sogno le meraviglie naturali che il pianeta ci aveva offerto per tutto questo tempo chiedendoci in cambio solo un po’ di cura, rispetto e niente altro.
 Pensavo a ciò che avevamo perduto, a tutti i giorni trascorsi senza entusiasmarci per una bella giornata di sole o a quelle impassibili dinanzi a una pioggia o una nevicata.
 Ora non si poteva tornare indietro, tutto era già scritto, come un solco sulla pietra, come un lampo a ciel sereno, come un chiaro evidente  ultimo giorno.
    
* * *
HAI FATTO I COMPITI, MARCO? di Sauro Nieddu

Marco non ha finito i compiti. Già la terza volta nella settimana. E mamma e papà s’infurieranno. Poi la maestra s’infurierà e gli metterà una nota. Poi papà e mamma s’infurieranno di nuovo. Marco striscia carponi lungo il corridoio. Attento a non sporcare il silenzio attorno.
Il buio non può farmi male. Il buio non può...
Il papà quando si arrabbia dice sempre che è stupido. Dice anche altre cose cattive. Anche la mamma diventa cattiva, quando non fa i compiti. E la maestra. Comincia a risalire la scala della soffitta.
Il buio non può farmi male. Non c’è niente lassù…
– Marco! A tavola, la cena è pronta!
Sobbalza nell’entrare in soffitta. Così stipata di oggetti che qualcosa si può nascondere ovunque.
Non c’è niente quassù. Non c’è niente...
Arrivato alla finestra sguscia fuori lentamente. Ormai deve solo arrivare alla scala a pioli, alla fine della veranda. Un lampo squarcia il cielo. Le nuvole sono fauci bramose. Marco le guarda, gli occhi sbarrati. Scivola, rotola lungo il tetto della veranda.
Un tonfo. Lucia corre fuori. Un altro lampo illumina la scena. Il corpo del bambino infisso nell’inferriata. Gocce di sangue che colano lungo il muro bianco. Un grido straziante di donna.

* * *
SEA di Peppe Murro

Ben prima di Ulisse
senza essere un eroe,
il pescatore giunse agli scogli
e lì cantarono solo per lui
le sirene
il loro canto di casa e di nostalgia.

E quando chiuse gli occhi
per sognare
rivelarono appieno il loro volto feroce
di guasto e decomposizione

Morì il pescatore, col cuore dilaniato
dalla distanza feroce tra sogno e realtà,
in faccia agli scogli
che il mare carezzava. 

mercoledì 5 febbraio 2014

AA. VV. ANNIVERSARIO DI PEGASUS – PRIMA PARTE



(La seguente pubblicazione raccoglie brevi scritti di vari autori per l’anniversario di PEGASUS, la cui denominazione era, in origine, Letteratura Fantastica. La seconda parte sarà pubblicata tra qualche giorno, subito dopo la presente.
La prima parte comprende scritti di Annalisa Seveso, Giuseppe C. Budetta, Peppe Murro, Pierre Jean Brouillaud, Sergio Gaut vel Hartman, Paolo Secondini, Adriana Alarco de Zadra)

LA VOCE DELLA MENTE di Annalisa Seveso
Karin stava osservando impietrita ciò che accadeva davanti a lei.
Era terrorizzata, ma non poteva smettere di guardare. Da sempre la sua parte razionale di psicoterapeuta e la sua parte cattolica lottavano all’interno di un corpo minuto.
Non era la prima volta che partecipava a un presunto esorcismo, ma ogni volta si era sempre rivelata tutta una montatura. Niente che una massiccia dose di Clopixol potesse sistemare.
Però quando era entrata, l’espressione del reverendo Bastian e il fatto che suor Mary le avesse allungato un crocifisso e un pugnale, non le avevano fatto presagire nulla di buono. Niente di ciò che aveva immaginato era comunque paragonabile a ciò che stava vedendo. Il corpo di quella donna si librava in aria, mentre pronunciava parole sconosciute mescolandole a insulti. La sua voce sembrava provenire dal profondo di una caverna, dall’oltretomba.
Improvvisamente Karin sentì qualcosa che cercava di intrufolarsi nella sua mente. Una voce malvagia, immagini terrificanti. Comprese che quel demone stava cercando di lasciare il suo corpo per entrare dentro di lei. No! Non lo avrebbe permesso. Senza perdere un secondo si avventò sulla posseduta e la pugnalò a morte. Meglio il manicomio che l’anima imprigionata negli inferi.

* * *
IL RISULTATO È LO STESSO di Giuseppe C. Budetta
Come sia rimasto solo, non so. Svegliatomi, ho osservato colline e monti nel manto autunnale. Ho fatto colazione ed il gatto era assente. In paese, la strada deser­ta. Bar e tabacchino chiusi. Il paese è semideserto, ma qualcuno si vede ai bar, o per la via. Chiuso pure il munic­ipio con sindaco, vigili, ragioniere ed impiegati chissà dove. Idem, salumeria e farmacia. Sono andato a Salerno: se in città non c’è nessuno, allora è accaduto qualcosa. A Salerno, silenzio tomba. Tornato a casa, il gatto ancora assente. Intorno la natura inanimata con alberi spenti. Due erano le cose: o ero nell’altro mondo, o erano morti gli altri. Se cento persone ti dicono che sei pazzo e tu ritieni pazzi loro, è probabile che il pazzo sia tu. Il gatto se scorgeva una gattina, correva via. Il tabaccaio o il barista avevano con me rapporti com­merciali, nel senso che s’erano fatti il calcolo che in gior­nali e caffè con me avrebbero intascato tanto al mese. Vivevo nell’indifferenza generale ed io ero indifferente alla loro indifferenza. Sono perciò scomparso, o sono scomparsi loro. Invisibile io ad essi ed essi a me. Il risultato è lo stesso.
* * *
MALINCONIA DELL’OSSERVATORE di Peppe Murro
Stanotte ad oriente
la luna è sorta senza stelle
e Giove e Venere sono di nuovo amanti
dall’altra parte del cielo.
Il pastore albanese fischia ai suoi cani
l’ultimo richiamo
prima della nostalgia.
Guardo le cose
in questo buio di cristallo
dal muro compatto dei miei pensieri
e non so se è il mio aprile
o se marzo
festeggia il suo equinozio
con rinnovata distruzione.
* * *
LA CRONACA DI ALDILA di Pierre Jean Brouillaud
Non abbiamo visto che una sola persona la quale, dopo esservi entrata, sia tornata da Aldila. A dire il vero, per quel che ne sappiamo, è anche la sola che vi sia entrata. Non è difficile avvicinarsi, anche se la strada è lunga: fino alla collina che la sovrasta e da dove essa appare in tutta la sua affascinante bellezza. Bisognerebbe avere la saggezza di accontentarsi. Perché, dal momento che voi vi entrate, non esiste più.
(Traduzione dal francese di Paolo Secondini)
* * *
 CENA COMPLICATA AL PROCYON 4 di Sergio Gaut vel Hartman
– Cameriere, per favore! – Xodus è un personaggio ricco e chiede sempre che gli si portino pietanze esotiche.
– Cosa c'è che non va? – risponde il cameriere che si avvicina.
– Quest’uomo che mi ha servito è quasi vivo.
– Perché dice questo? – Il cameriere è di umili origini, odia il suo lavoro e i clienti che chiedono piatti esotici.
– Quando provo a tagliarlo emette grida spaventose.
– Forse l’uomo cerca di comunicare qualcosa… credo.
– Ma perché non controllate quello che servite?
– Non abbiamo fatto altro che soddisfare i suoi desideri, signore. Lo ha preteso appena cotto, quasi crudo.
– Dica allo chef che è un incapace. Mi porti qualcosa d'altro, e faccia in modo che sia mangiabile. Può andare.
* * *
RESPIRO di Paolo Secondini
Emergo, pian piano, dall’oscura nebbia del nulla, essere umano o entità sconosciuta…
Una voce mi chiama, mi guida.
Una voce di uomo o di donna?
Non so. Non riesco a capirlo.
A tratti mi parla flebilmente, a tratti forte. Ma comunque in modo imperioso, irresistibile.
Sento intorno il silenzio pulsare con violenza, come un cuore che batte all’impazzata.
Nelle narici ho odore di terra, umida, grassa, che ho scavato freneticamente con le unghie, con i denti, con la voglia dannata di uscire all’aperto.
Respiro spasmodicamente, come un bambino venuto alla luce o, piuttosto, alle tenebre fitte del mondo.
Respiro rumorosamente, a bocca spalancata.
Non lo facevo da molto (due, tre anni?). Ora posso. 
Finalmente!
Respiro, respiro, respiro…
Ed è bello farlo di nuovo… seppure da zombie.
*  *  *
FANTASMAGORICO di Adriana Alarco de Zadra
Per molto tempo me ne sono stata tranquilla e rilassata nel mio rifugio in campagna, ma la situazione è cambiata totalmente quando ho visto entrare in casa mia la famiglia al gran completo. Mio figlio Teofilo assieme a sua moglie Epifania, i loro sette rampolli, la tata Clementina e il cugino di Epifania, Yolando, senza tetto e senza lavoro.
La casa è grande, è vero, ma... mi lasceranno in pace? Potrò continuare con le mie solite abitudini mentre tanti bambini giocano, saltano e fanno giravolte? Con un'Epifania che sbatte le porte con violenza e suo cugino che beve e si ubriaca? Mio figlio Teofilo non è cattivo, ma sembra indifferente a tutti i problemi che crea questa famiglia numerosa. Lei lo manipola a suo piacimento. Forse è per questo che hanno avuto tanti figli e che lui non ha voce in capitolo. Ho provato ad avvisarli, a comunicare con loro, a dirgli di no, a disturbarli, a tenerli svegli notte intere, a essere onnipresente, ma niente ha avuto effetto.
Quando mi sono resa conto che non si accorgevano di me, che nemmeno mi vedevano, ho deciso di morire un'altra volta, e questa volta per sempre.
 

domenica 2 febbraio 2014

IL TRAVESTIMENTO di Sergio Gaut vel Hartman



Era distratto, con la mente persa nei labirinti di un dolore recente. Per questo, quando il mendicante entrò nel vagone farfugliando il suo discorso, non gli prestò attenzione.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore. – Le parole si fecero strada con difficoltà, e ci mise un po’ a mettere in relazione la richiesta con la figura voluminosa che dondolava nel corridoio al ritmo del treno. – A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
Strano, si disse, c’è qualcosa che non quadra. Osservò il mendicante negli occhi e percepì il contrasto tra il discorso, ripetuto come una cantilena, e i gesti con cui l’uomo si muoveva nell’ambiente. Erano le diciotto passate; l’ora di punta. Il vagone era pieno di gente che tornava a casa sua, nei sobborghi. Ma il mendicante si muoveva come se il treno fosse vuoto. Sta mentendo, pensò; finge: non c’è dubbio che sta interpretando un personaggio creato per chiedere l’elemosina. Non ne fu sorpreso. Sebbene appartenesse più al folklore urbano che all’ambito degli studi seri, era risaputo che molte persone praticavano l’accattonaggio con la stessa professionalità con cui si riparano gli orologi o si lustrano i mobili. Decise che non valeva la pena torturarsi con una riflessione tanto inclemente. Cercò alcune monete e si preparò a dargliele quando si fosse avvicinato.
Sarebbe finito tutto così, se non fosse stato che il mendicante si lasciò scappare un’esclamazione, sicuramente per aver ricevuto una moneta falsa. Non fu l’esclamazione in se stessa a sorprenderlo; non l’avrebbe fatto nemmeno se fosse stata pronunciata in un’altra lingua. Lo stupore venne dal fatto che per un istante, per un’infima frazione di secondo, il mendicante oscillò ai confini della percezione, mostrando che sotto il suo involucro umano, c’era un artefatto, o qualcosa di non umano che lo faceva sembrare tale. Si stropicciò gli occhi, sconcertato, come se fosse logico attribuire il fenomeno a un'illusione ottica. Quando il mendicante lo raggiunse, cercò di scoprire qualche altro segno che mettesse in evidenza la sua natura occulta, ma vide solo un uomo corpulento, gravemente danneggiato da un ictus cerebrale; trascinava la gamba sinistra, e il braccio dello stesso lato pendeva come un pezzo di carne morta. Le difficoltà nella dizione erano dissimulate dall’abitudine di ripetere lo stesso discorso, tuttavia la voce gli tremava ogni volta che pronunciava la parola “incidente”. Gli diede le monete che aveva preparato. Il mendicante si fermò e disse: – Dio la benedica e le dia il doppio. – Poi, con un movimento che smentiva l’inutilità del braccio, strinse il pugno e le monete scomparvero. Non le ripose in tasca, né le depositò nel berretto attaccato alla cintura: scomparvero. Un’altra illusione ottica? Pensò che non avrebbe perso nulla affrontandolo; nel peggiore dei casi avrebbe ricevuto una risposta incomprensibile, fuori programma, o nessuna. Ma il mendicante gli aveva già dato le spalle, e continuava il suo cammino per il vagone affollato, con la gamba a rimorchio e la mano che pendeva flaccida all’estremità del braccio. Non chiedeva permesso: si spingeva e passava tra la gente, come una macchina programmata per svolgere questo compito.
Un episodio banale; già passato. Aveva senso continuare a farsi domande su ciò che aveva visto, il presunto artefatto travestito da mendicante? Una macchina per chiedere elemosina. Ingegnoso. Una volta ammortizzati i costi del progetto e della costruzione, ci si sarebbe trovati davanti a un generatore instancabile di profitti, in attività ventiquattr’ore al giorno, tutto l’anno, per anni e anni, infaticabile, efficace. I costi di manutenzione sarebbero stati minimi: le macchine non mangiano, non dormono, non ricevono stipendio, non fanno proteste sociali, non chiedono vacanze, non si ammalano… Perfetto! Abbandonò l’idea perché era troppo fantasiosa e ricadde in fretta nella sua profonda malinconia. In realtà non gli interessava; quand’anche fosse come aveva immaginato, non gli importava.
Tuttavia, quando il mendicante passò nel vagone seguente, lo seguì con gli occhi. C’era una coincidenza, per lo meno intrigante. L’ultimo vagone percorso collimava alla perfezione con l’arrivo al capolinea. Otto vagoni, sedici stazioni. Matematicamente esatto; una concessione spettacolare alla simmetria, che in realtà, di solito, si limita ad andare a occhio.
Scendendo, prolungò l’investigazione mettendosi a venti passi dal mendicante. L’uomo (resisteva ad accettare che la sua ipotesi potesse essere veritiera) restò fermo accanto all’ultima porta dell’ultimo vagone. Questa, quando il convoglio avesse invertito la marcia per percorrere il tragitto dal terminal alla testa del treno, si sarebbe convertita nella prima porta del primo vagone. Le precisioni matematiche nel comportamento del disabile continuavano a fare a pugni con la logica. Se l’impressione che derivava dal suo aspetto e dal suo comportamento faceva supporre che l’uomo riuscisse a mala pena a badare a se stesso, il modo in cui aveva organizzato il suo lavoro dimostrava il contrario. Credette di intravedere, di sfuggita, un cambio di atteggiamento, quando i nuovi passeggeri iniziarono a occupare le carrozze, ma non gli diede peso. In quel momento aveva già deciso di seguire il mendicante fino alla fine del mondo, se fosse stato necessario.
Non aveva niente d’importante da fare, nessuno lo aspettava, e gli avrebbe fatto bene, in ogni caso, concentrarsi su un’impresa romanzesca, anche se fosse stata un’illusione, una colossale sciocchezza.
Quando il convoglio fu sul punto di partire, all’ultimo secondo il mendicante montò sul treno e lui, distratto nelle sue congetture, dovette correre per non perderlo. Solo l’aiuto spontaneo di uno che tenne bloccate le porte automatiche, gli permise di salire prima che il treno si mettesse in marcia.
Una volta a bordo, senza la possibilità di sedersi, si rannicchiò per passare inosservato e seguire con attenzione i movimenti del mendicante.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore. – Le stesse parole, la stessa incomprensibile oscillazione su “incidente”. Con un’invidiabile precisione, il mendicante percorse il vagone nello stesso tempo che il treno  impiegò a raggiungere le prime due stazioni.
Mentre sentiva crescere dentro di sé l’eccitazione che generava stare dietro alla risoluzione di un enigma, per piccolo che fosse, immaginò tre o quattro conclusioni possibili, alcune delle quali comportavano un certo rischio alla sua integrità. Stava forse agendo sotto l’influenza di un impulso suicida? Accettò l’idea, anche se non del tutto. La sua ferita interiore era profonda, di quelle che non cicatrizzano tanto facilmente. Ma era sicuro che la sua brama di conoscenza avrebbe avuto la meglio su qualsiasi disgraziata tendenza.
Cercò ancora una volta il mendicante. Non lo vide, in effetti. Doveva trovarsi nel terzo vagone e se la sua modalità di azione era quella prevista, non aveva motivo di preoccuparsi; non l’avrebbe perso. A quel punto lo assalì un nuovo dubbio. Se la teoria dell’artefatto era corretta, il mendicante non sarebbe mai sceso dal treno, o per lo meno non sarebbe mai uscito dalla stazione di arrivo, mantenendosi in una sorta di circuito chiuso. Sicuramente sarebbe entrato in contatto con l’incaricato di raccogliere gli incassi, ma lui non sarebbe riuscito a ottenere una sola informazione in più. Sarebbero stati i suoi stessi limiti, mangiare, dormire, soddisfare le necessità fisiologiche, quelli che avrebbero finito per fargli perdere la pista del disabile. Non aveva senso. Stava inseguendo un fantasma. Sarebbe stato meglio abbandonare a quel punto, prima che l’ossessione imprigionasse la sua volontà.
Tuttavia, si concesse un ultimo tentativo. Se riusciva a dimenticare l’indagine, tenuto conto che già sapeva che non l’avrebbe condotto da nessuna parte, e scopriva tra gli altri passeggeri qualcuno che avesse notato lo strano comportamento del mendicante, forse avrebbe ottenuto una risposta soddisfacente senza ulteriori indugi. Questa possibilità lo animò a tal punto che osò abbordare il tipo più vicino a lui.
– Mi scusi – disse a un giovane dai capelli rossi e ricci, che aveva passato tutto il viaggio cercando un posto adatto al suo grande zaino. – Ha osservato il mendicante che è passato un momento fa, quello afasico, grasso, che ripete un discorso come un disco rotto?
Il ragazzo lo guardò perplesso, ma non sembrò infastidito dall’intrusione. ­ – Lo vedo tutti i giorni che viaggio, ormai non gli faccio più caso. Che cosa ha fatto?
– Fare non ha fatto niente di speciale. È difficile da spiegare. Sicuramente penserai che sono matto o che inseguo qualcosa di strano.
Il giovane si strinse nelle spalle. – Di sicuro avrò ascoltato cose peggiori.
– La mia è solo una sensazione, un flash. Ho visto qualcosa di molto strano quando è passato vicino a me, qualche tempo fa; lo sto inseguendo da allora.
– Allora se l’è fatto scappare, perché è almeno tre vagoni dietro.
– Non importa. So dov’è in questo momento. Non è questo. Agisce con regolarità, come se fosse una macchina.
– Un robot mendicante? – Il ragazzo aveva subito colto l’idea. – Suona assurdo.
– Sì, vero? – Il treno si era riempito a ogni stazione e l’atmosfera era ormai soffocante. Si chiese come avrebbe fatto il mendicante per attenersi al suo schema: un vagone per ogni tratto. – Secondo il mio calcolo – proseguì ­ – all’ottava stazione sarà arrivato all’ultimo vagone, il che lo obbligherà a prendere un treno che torna indietro o il prossimo nella stessa direzione di questo.
– È sicuro di quello che dice? Guardi, io Lei non la conosco. Potrebbe essere un lunatico a cui oggi gira così. A me il mendicante non ha fatto niente. Devo scegliere tra voi due?
– Hai ragione, ti chiedo scusa.
– No, va bene. – Il giovane sembrò accorgersi di aver agito bruscamente e cercò di rimediare al suo comportamento. Tese la mano e si presentò. – Mi chiamo Julián; faccio questo percorso tutti i giorni. – Sorrise. – Studio in centro, Scienze Sociali.
– Splendido! Io sono Esteban Gandolfo. Come vedi, perdo il tempo con queste sciocchezze.
– Ha intenzione di seguirlo? – Fece un gesto vago, nella direzione probabile in cui avrebbe potuto trovarsi il disabile in quel momento. Nella domanda era implicita un’altra.
– Non ho niente di meglio da fare. Sono rimasto vedovo, due mesi fa. Quando torno a casa, mi siedo su una sedia e rimango per ore a guardare il vuoto. A volte mi ricordo e accendo la televisione; allora resto ore a guardare la televisione come se fosse il vuoto. Questa cosa almeno, sebbene sia ancora più pazza, sembra più interessante, non credi?
– Mi dispiace – disse il giovane, a disagio, poco abituato a esprimere condoglianze.
– Non c’è problema. Mi scuso ancora una volta per averti coinvolto.
Il ragazzo indossò lo zaino e si preparò a superare la marea umana che occupava l’intera area della vettura. Ma non riuscì a fare nemmeno cinque passi.
– Sarà difficile sorprenderlo. È molto preparato.
– Credo che sarà meglio intercettarlo nell’ottava stazione, fuori dal treno.
– Meglio. Conti su di me. – A quanto pare, Julián aveva deciso di confidare nell’istinto del suo reclutatore. Che cosa lo aveva attratto della proposta? Vi aveva trovato qualcosa d’interessante o era uno di quei ragazzi accondiscendenti che si lasciano incantare da tutto? Esteban si sentì invaso da una serie di emozioni violente. Considerando che il mendicante doveva trovarsi a cinque vagoni di distanza, avevano appena il tempo di pensare a una strategia. Due stazioni. Una e mezza, in realtà.
Per questo li sorprese vedere il mendicante che tornava indietro, avanzando con difficoltà, fuori tempo e distanza, recitando la sua monotona cantilena.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Parlava di questo qui, no? – disse Julián.
– Parlavo di lui – ammise Esteban. – Ma qualcosa non quadra. Non dovrebbe essere di ritorno. Ho rilevato un modo di agire, immutabile, o così credevo; questo non segue lo schema.
– Sta ritornando prima dell’ottava stazione. Si sarà reso conto? Lei ha detto che percorreva il treno in una direzione e all’ottava cambiava nell’altro.
– Era un’ipotesi. Pare che sia stata smentita.
Il mendicante era molto vicino, e trascinava la gamba, il braccio penzoloni, flaccido, lo stesso discorso, con la sua scivolata su “incidente”.
– Se non c’è una routine, non c’è mistero – disse il ragazzo.  – Solo un povero storpio che cerca di guadagnare qualche moneta.
– Un momento! Il braccio.
– Che cos’ha?
– È l’altro.
Inaspettatamente, una donna con la pelle scura, le ciglia lunghe, e l’espressione stanca sembrò interessata alla conversazione, e senza che nessuno le desse corda, decise di intervenire.
– L’ho notato ­– disse. – Quando è passato all’andata, il braccio e la gamba danneggiate erano quelle del lato sinistro, mentre ora trascina il destro.
– Esatto! – Senza approfondire troppo, Esteban aveva tratto un paio di conclusioni preliminari: i mendicanti erano due, identici o quasi, e percorrevano il treno in senso inverso; il mendicante era uno solo, ma lo schema non era un vagone a stazione, bensì si adattava alle decisioni di un operatore che lo gestiva con un controllo remoto. Questo spiegava il cambio del braccio e della gamba invalidi. Assurdo? Non aveva, al momento, una spiegazione migliore. Julián e la donna sembravano essersi sintonizzati e si scambiavano opinioni, ragionando sul fenomeno del mendicante.
– Oso andare oltre ­– ­ stava dicendo lei. – Credo che non sia un essere umano.
– Davvero l’ha pensato? ­ – disse Esteban. – Non mi dica!
– È da pazzi, no?
– Niente affatto; io ho percepito o ho creduto di percepire qualcosa di simile.
– Silenzio – disse Julián. – Sta arrivando. Affrontiamolo. Cosa potrebbe succedere?
– Facciamolo. Togliamolo dalla routine. – Senza esitare, Esteban estrasse un biglietto, non monete, dal taschino interno della giacca e lo mise davanti agli occhi del mendicante. Questi alzò la mano sinistra per raccogliere il denaro, mentre recitava il ringraziamento di rito.
– Che Dio la benedica… – Ma il biglietto era sparito, fatto scomparire con un semplice movimento del polso. Non ci fu smarrimento nell’espressione del mendicante, però sì uno strano fischio acuto, come se una valvola avesse liberato aria compressa.
– Una risposta e il denaro è suo.
– Che cosa gli fa? ­ – disse una donna anziana, con i capelli grigi. – Non sia crudele. Gli dia i soldi e lo lasci in pace. Non lo provochi. È un povero storpio!
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me – disse il mendicante.
– Mente! È una macchina per elemosinare.
– Per me, chiedo. Ho avuto un incidente.
– Non ho mai visto niente del genere! ­ – tornò a protestare la donna anziana, furiosa. – Non lo faccia soffrire. Bisogna essere una bella canaglia per…
– Chiede per un soggetto a noi sconosciuto, per motivi che non sappiamo. Non è un essere umano!
– Che dice? Di che parla? –­ Un uomo vestito con l’uniforme verde e gialla di una società di smaltimento rifiuti avanzò verso Esteban col proposito di colpirlo. Senza volerlo, la folla gli impedì di raggiungerlo. Nonostante ciò, alcune persone iniziarono a prendere le parti del disabile, che, per chiunque osservasse la scena, era la vittima di un sadico, di un demente o peggio. Perfino la donna dalle lunghe ciglia e Julián iniziarono a guardarlo con sospetto, domandandosi se non si erano schierati dalla parte dei cattivi. Sarà stato disturbato dal principio o il processo era iniziato in quel momento?
– Lo lasci stare! Non si rende conto che ne ha già abbastanza con la sua croce? ­– intervenne una donna incinta. – Lei non sa cos’è il rispetto. – Una fertile onda di proteste si alzò in coro, fondendosi con i suoni del treno che continuava la sua marcia, estraneo al conflitto scoppiato al suo interno.
– Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Che qualcuno chiami la guardia! ­ – gridò un uomo alto e obeso, con la testa rasata e folti baffi neri. – Sicurezza! Sicurezza!
– Aspettate – disse Esteban, bloccato contro una delle porte automatiche; le sue possibilità di essere catapultato sulla piattaforma nel caso che il treno si fosse fermato erano enormi: la pressione della gente era in aumento e lui, con le mani in alto, non riusciva a convincere nessuno; semmai tutto il contrario. ­ – Non cerco di far del male allo storpio. Ascoltate: succede qualcosa di molto strano con quest’uomo. L’unica cosa che mi interessa è verificare. Anche loro l’hanno notato – aggiunse indicando Julián e la donna dalla pelle scura.
– Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Io no – si difese il ragazzo. – L’ho seguito solo per curiosità. La donna restò in silenzio; aveva esaurito i suoi argomenti e la stanchezza tornava a prendere possesso della sua volontà.
– A me non mi manda nessuno – insisteva, ostinato, il mendicante. Il treno si era fermato a una stazione, ma le porte non si aprivano. La fermata si prolungava più del necessario: non era irragionevole supporre che la notizia del tumulto fosse arrivata alle orecchie del personale di sicurezza, che si stava organizzando per intervenire sulla questione. Il tempo stringeva e a Esteban non veniva in mente niente di efficace. Per fortuna, l’aggressività della gente, in ansiosa attesa, era diminuita, ma non c’erano garanzie che la violenza non si scatenasse al minimo stimolo.
– Nel primo vagone! – sentì Esteban che gridavano – C’è uno che ha fatto del male al Pinguino!
Il Pinguino! Così lo chiamavano? La contorta ilarità che produsse a Esteban l’idea, svanì al notare che lo stavano accusando di un abuso non commesso. La gente si era allontanata da lui e lo guardava con disgusto, con apprensione, con risentimento. Era ciò di cui aveva bisogno. Strappò lo zaino a Julián e prendendolo per le cinghie con le due mani, lo scaricò sulla testa del mendicante nello stesso momento in cui questo ripeteva per l’ennesima volta la sua litania:
– Ho avuto un incidente…
– Ne avrai un altro! – urlò Esteban.
Lo zaino impattò contro la testa, che volò come una meteora, sfiorando al suo passaggio tutti i sostegni di una fila, che tintinnarono musicalmente. Il corpo del mendicante iniziò a girare senza controllo e una pioggia di placche, componenti, condensatori, resistenze e chissà che altro si riversò sui passeggeri del treno. Viti e rondelle rotolarono sul pavimento del vagone, formando un assurdo ruscello.
– Una moneta, per favore – continuava a pregare il corpo decapitato. Esteban dedusse che il riproduttore era in qualche punto vicino all’ascella. Ma questa deduzione passò in secondo piano quando notò che quasi tutti i passeggeri si avventavano sui componenti sparsi del mendicante e altri, più audaci ancora, lo smembravano per impadronirsi delle braccia e delle gambe. All’altra estremità del vagone, lo smaltitore di rifiuti vestito di verde e giallo, esibiva trionfante la testa, imponendo la superiorità del suo fisico contro quelli che cercavano di strappargliela. Quando fu certo che tutti riconoscevano il suo diritto, svitò la propria testa e provvide a sostituirla con quella del mendicante.
– È di ultima generazione! – esclamò, euforico. Un’ovazione coronò la conquista.
La maggior parte dei passeggeri si disinteressò di Esteban, che solo pochi minuti prima era pronta a linciare, e si dedicò a confrontare e soppesare i pezzi ottenuti nello smantellamento. Del mendicante restava solo il nucleo del tronco con l’unità di suono, che per qualche strana ragione nessuno aveva reclamato. Esteban si chinò e poté ascoltare, anche se il volume era già molto basso, l’invariabile aringa, quasi impercettibile.
– … io chiedo per me. Per me…
Infine le porte si aprirono e la folla si riversò sulla piattaforma.

(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)