domenica 2 febbraio 2014

IL TRAVESTIMENTO di Sergio Gaut vel Hartman



Era distratto, con la mente persa nei labirinti di un dolore recente. Per questo, quando il mendicante entrò nel vagone farfugliando il suo discorso, non gli prestò attenzione.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore. – Le parole si fecero strada con difficoltà, e ci mise un po’ a mettere in relazione la richiesta con la figura voluminosa che dondolava nel corridoio al ritmo del treno. – A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
Strano, si disse, c’è qualcosa che non quadra. Osservò il mendicante negli occhi e percepì il contrasto tra il discorso, ripetuto come una cantilena, e i gesti con cui l’uomo si muoveva nell’ambiente. Erano le diciotto passate; l’ora di punta. Il vagone era pieno di gente che tornava a casa sua, nei sobborghi. Ma il mendicante si muoveva come se il treno fosse vuoto. Sta mentendo, pensò; finge: non c’è dubbio che sta interpretando un personaggio creato per chiedere l’elemosina. Non ne fu sorpreso. Sebbene appartenesse più al folklore urbano che all’ambito degli studi seri, era risaputo che molte persone praticavano l’accattonaggio con la stessa professionalità con cui si riparano gli orologi o si lustrano i mobili. Decise che non valeva la pena torturarsi con una riflessione tanto inclemente. Cercò alcune monete e si preparò a dargliele quando si fosse avvicinato.
Sarebbe finito tutto così, se non fosse stato che il mendicante si lasciò scappare un’esclamazione, sicuramente per aver ricevuto una moneta falsa. Non fu l’esclamazione in se stessa a sorprenderlo; non l’avrebbe fatto nemmeno se fosse stata pronunciata in un’altra lingua. Lo stupore venne dal fatto che per un istante, per un’infima frazione di secondo, il mendicante oscillò ai confini della percezione, mostrando che sotto il suo involucro umano, c’era un artefatto, o qualcosa di non umano che lo faceva sembrare tale. Si stropicciò gli occhi, sconcertato, come se fosse logico attribuire il fenomeno a un'illusione ottica. Quando il mendicante lo raggiunse, cercò di scoprire qualche altro segno che mettesse in evidenza la sua natura occulta, ma vide solo un uomo corpulento, gravemente danneggiato da un ictus cerebrale; trascinava la gamba sinistra, e il braccio dello stesso lato pendeva come un pezzo di carne morta. Le difficoltà nella dizione erano dissimulate dall’abitudine di ripetere lo stesso discorso, tuttavia la voce gli tremava ogni volta che pronunciava la parola “incidente”. Gli diede le monete che aveva preparato. Il mendicante si fermò e disse: – Dio la benedica e le dia il doppio. – Poi, con un movimento che smentiva l’inutilità del braccio, strinse il pugno e le monete scomparvero. Non le ripose in tasca, né le depositò nel berretto attaccato alla cintura: scomparvero. Un’altra illusione ottica? Pensò che non avrebbe perso nulla affrontandolo; nel peggiore dei casi avrebbe ricevuto una risposta incomprensibile, fuori programma, o nessuna. Ma il mendicante gli aveva già dato le spalle, e continuava il suo cammino per il vagone affollato, con la gamba a rimorchio e la mano che pendeva flaccida all’estremità del braccio. Non chiedeva permesso: si spingeva e passava tra la gente, come una macchina programmata per svolgere questo compito.
Un episodio banale; già passato. Aveva senso continuare a farsi domande su ciò che aveva visto, il presunto artefatto travestito da mendicante? Una macchina per chiedere elemosina. Ingegnoso. Una volta ammortizzati i costi del progetto e della costruzione, ci si sarebbe trovati davanti a un generatore instancabile di profitti, in attività ventiquattr’ore al giorno, tutto l’anno, per anni e anni, infaticabile, efficace. I costi di manutenzione sarebbero stati minimi: le macchine non mangiano, non dormono, non ricevono stipendio, non fanno proteste sociali, non chiedono vacanze, non si ammalano… Perfetto! Abbandonò l’idea perché era troppo fantasiosa e ricadde in fretta nella sua profonda malinconia. In realtà non gli interessava; quand’anche fosse come aveva immaginato, non gli importava.
Tuttavia, quando il mendicante passò nel vagone seguente, lo seguì con gli occhi. C’era una coincidenza, per lo meno intrigante. L’ultimo vagone percorso collimava alla perfezione con l’arrivo al capolinea. Otto vagoni, sedici stazioni. Matematicamente esatto; una concessione spettacolare alla simmetria, che in realtà, di solito, si limita ad andare a occhio.
Scendendo, prolungò l’investigazione mettendosi a venti passi dal mendicante. L’uomo (resisteva ad accettare che la sua ipotesi potesse essere veritiera) restò fermo accanto all’ultima porta dell’ultimo vagone. Questa, quando il convoglio avesse invertito la marcia per percorrere il tragitto dal terminal alla testa del treno, si sarebbe convertita nella prima porta del primo vagone. Le precisioni matematiche nel comportamento del disabile continuavano a fare a pugni con la logica. Se l’impressione che derivava dal suo aspetto e dal suo comportamento faceva supporre che l’uomo riuscisse a mala pena a badare a se stesso, il modo in cui aveva organizzato il suo lavoro dimostrava il contrario. Credette di intravedere, di sfuggita, un cambio di atteggiamento, quando i nuovi passeggeri iniziarono a occupare le carrozze, ma non gli diede peso. In quel momento aveva già deciso di seguire il mendicante fino alla fine del mondo, se fosse stato necessario.
Non aveva niente d’importante da fare, nessuno lo aspettava, e gli avrebbe fatto bene, in ogni caso, concentrarsi su un’impresa romanzesca, anche se fosse stata un’illusione, una colossale sciocchezza.
Quando il convoglio fu sul punto di partire, all’ultimo secondo il mendicante montò sul treno e lui, distratto nelle sue congetture, dovette correre per non perderlo. Solo l’aiuto spontaneo di uno che tenne bloccate le porte automatiche, gli permise di salire prima che il treno si mettesse in marcia.
Una volta a bordo, senza la possibilità di sedersi, si rannicchiò per passare inosservato e seguire con attenzione i movimenti del mendicante.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore. – Le stesse parole, la stessa incomprensibile oscillazione su “incidente”. Con un’invidiabile precisione, il mendicante percorse il vagone nello stesso tempo che il treno  impiegò a raggiungere le prime due stazioni.
Mentre sentiva crescere dentro di sé l’eccitazione che generava stare dietro alla risoluzione di un enigma, per piccolo che fosse, immaginò tre o quattro conclusioni possibili, alcune delle quali comportavano un certo rischio alla sua integrità. Stava forse agendo sotto l’influenza di un impulso suicida? Accettò l’idea, anche se non del tutto. La sua ferita interiore era profonda, di quelle che non cicatrizzano tanto facilmente. Ma era sicuro che la sua brama di conoscenza avrebbe avuto la meglio su qualsiasi disgraziata tendenza.
Cercò ancora una volta il mendicante. Non lo vide, in effetti. Doveva trovarsi nel terzo vagone e se la sua modalità di azione era quella prevista, non aveva motivo di preoccuparsi; non l’avrebbe perso. A quel punto lo assalì un nuovo dubbio. Se la teoria dell’artefatto era corretta, il mendicante non sarebbe mai sceso dal treno, o per lo meno non sarebbe mai uscito dalla stazione di arrivo, mantenendosi in una sorta di circuito chiuso. Sicuramente sarebbe entrato in contatto con l’incaricato di raccogliere gli incassi, ma lui non sarebbe riuscito a ottenere una sola informazione in più. Sarebbero stati i suoi stessi limiti, mangiare, dormire, soddisfare le necessità fisiologiche, quelli che avrebbero finito per fargli perdere la pista del disabile. Non aveva senso. Stava inseguendo un fantasma. Sarebbe stato meglio abbandonare a quel punto, prima che l’ossessione imprigionasse la sua volontà.
Tuttavia, si concesse un ultimo tentativo. Se riusciva a dimenticare l’indagine, tenuto conto che già sapeva che non l’avrebbe condotto da nessuna parte, e scopriva tra gli altri passeggeri qualcuno che avesse notato lo strano comportamento del mendicante, forse avrebbe ottenuto una risposta soddisfacente senza ulteriori indugi. Questa possibilità lo animò a tal punto che osò abbordare il tipo più vicino a lui.
– Mi scusi – disse a un giovane dai capelli rossi e ricci, che aveva passato tutto il viaggio cercando un posto adatto al suo grande zaino. – Ha osservato il mendicante che è passato un momento fa, quello afasico, grasso, che ripete un discorso come un disco rotto?
Il ragazzo lo guardò perplesso, ma non sembrò infastidito dall’intrusione. ­ – Lo vedo tutti i giorni che viaggio, ormai non gli faccio più caso. Che cosa ha fatto?
– Fare non ha fatto niente di speciale. È difficile da spiegare. Sicuramente penserai che sono matto o che inseguo qualcosa di strano.
Il giovane si strinse nelle spalle. – Di sicuro avrò ascoltato cose peggiori.
– La mia è solo una sensazione, un flash. Ho visto qualcosa di molto strano quando è passato vicino a me, qualche tempo fa; lo sto inseguendo da allora.
– Allora se l’è fatto scappare, perché è almeno tre vagoni dietro.
– Non importa. So dov’è in questo momento. Non è questo. Agisce con regolarità, come se fosse una macchina.
– Un robot mendicante? – Il ragazzo aveva subito colto l’idea. – Suona assurdo.
– Sì, vero? – Il treno si era riempito a ogni stazione e l’atmosfera era ormai soffocante. Si chiese come avrebbe fatto il mendicante per attenersi al suo schema: un vagone per ogni tratto. – Secondo il mio calcolo – proseguì ­ – all’ottava stazione sarà arrivato all’ultimo vagone, il che lo obbligherà a prendere un treno che torna indietro o il prossimo nella stessa direzione di questo.
– È sicuro di quello che dice? Guardi, io Lei non la conosco. Potrebbe essere un lunatico a cui oggi gira così. A me il mendicante non ha fatto niente. Devo scegliere tra voi due?
– Hai ragione, ti chiedo scusa.
– No, va bene. – Il giovane sembrò accorgersi di aver agito bruscamente e cercò di rimediare al suo comportamento. Tese la mano e si presentò. – Mi chiamo Julián; faccio questo percorso tutti i giorni. – Sorrise. – Studio in centro, Scienze Sociali.
– Splendido! Io sono Esteban Gandolfo. Come vedi, perdo il tempo con queste sciocchezze.
– Ha intenzione di seguirlo? – Fece un gesto vago, nella direzione probabile in cui avrebbe potuto trovarsi il disabile in quel momento. Nella domanda era implicita un’altra.
– Non ho niente di meglio da fare. Sono rimasto vedovo, due mesi fa. Quando torno a casa, mi siedo su una sedia e rimango per ore a guardare il vuoto. A volte mi ricordo e accendo la televisione; allora resto ore a guardare la televisione come se fosse il vuoto. Questa cosa almeno, sebbene sia ancora più pazza, sembra più interessante, non credi?
– Mi dispiace – disse il giovane, a disagio, poco abituato a esprimere condoglianze.
– Non c’è problema. Mi scuso ancora una volta per averti coinvolto.
Il ragazzo indossò lo zaino e si preparò a superare la marea umana che occupava l’intera area della vettura. Ma non riuscì a fare nemmeno cinque passi.
– Sarà difficile sorprenderlo. È molto preparato.
– Credo che sarà meglio intercettarlo nell’ottava stazione, fuori dal treno.
– Meglio. Conti su di me. – A quanto pare, Julián aveva deciso di confidare nell’istinto del suo reclutatore. Che cosa lo aveva attratto della proposta? Vi aveva trovato qualcosa d’interessante o era uno di quei ragazzi accondiscendenti che si lasciano incantare da tutto? Esteban si sentì invaso da una serie di emozioni violente. Considerando che il mendicante doveva trovarsi a cinque vagoni di distanza, avevano appena il tempo di pensare a una strategia. Due stazioni. Una e mezza, in realtà.
Per questo li sorprese vedere il mendicante che tornava indietro, avanzando con difficoltà, fuori tempo e distanza, recitando la sua monotona cantilena.
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me. Per me, chiedo. Ho avuto un incidente; ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Parlava di questo qui, no? – disse Julián.
– Parlavo di lui – ammise Esteban. – Ma qualcosa non quadra. Non dovrebbe essere di ritorno. Ho rilevato un modo di agire, immutabile, o così credevo; questo non segue lo schema.
– Sta ritornando prima dell’ottava stazione. Si sarà reso conto? Lei ha detto che percorreva il treno in una direzione e all’ottava cambiava nell’altro.
– Era un’ipotesi. Pare che sia stata smentita.
Il mendicante era molto vicino, e trascinava la gamba, il braccio penzoloni, flaccido, lo stesso discorso, con la sua scivolata su “incidente”.
– Se non c’è una routine, non c’è mistero – disse il ragazzo.  – Solo un povero storpio che cerca di guadagnare qualche moneta.
– Un momento! Il braccio.
– Che cos’ha?
– È l’altro.
Inaspettatamente, una donna con la pelle scura, le ciglia lunghe, e l’espressione stanca sembrò interessata alla conversazione, e senza che nessuno le desse corda, decise di intervenire.
– L’ho notato ­– disse. – Quando è passato all’andata, il braccio e la gamba danneggiate erano quelle del lato sinistro, mentre ora trascina il destro.
– Esatto! – Senza approfondire troppo, Esteban aveva tratto un paio di conclusioni preliminari: i mendicanti erano due, identici o quasi, e percorrevano il treno in senso inverso; il mendicante era uno solo, ma lo schema non era un vagone a stazione, bensì si adattava alle decisioni di un operatore che lo gestiva con un controllo remoto. Questo spiegava il cambio del braccio e della gamba invalidi. Assurdo? Non aveva, al momento, una spiegazione migliore. Julián e la donna sembravano essersi sintonizzati e si scambiavano opinioni, ragionando sul fenomeno del mendicante.
– Oso andare oltre ­– ­ stava dicendo lei. – Credo che non sia un essere umano.
– Davvero l’ha pensato? ­ – disse Esteban. – Non mi dica!
– È da pazzi, no?
– Niente affatto; io ho percepito o ho creduto di percepire qualcosa di simile.
– Silenzio – disse Julián. – Sta arrivando. Affrontiamolo. Cosa potrebbe succedere?
– Facciamolo. Togliamolo dalla routine. – Senza esitare, Esteban estrasse un biglietto, non monete, dal taschino interno della giacca e lo mise davanti agli occhi del mendicante. Questi alzò la mano sinistra per raccogliere il denaro, mentre recitava il ringraziamento di rito.
– Che Dio la benedica… – Ma il biglietto era sparito, fatto scomparire con un semplice movimento del polso. Non ci fu smarrimento nell’espressione del mendicante, però sì uno strano fischio acuto, come se una valvola avesse liberato aria compressa.
– Una risposta e il denaro è suo.
– Che cosa gli fa? ­ – disse una donna anziana, con i capelli grigi. – Non sia crudele. Gli dia i soldi e lo lasci in pace. Non lo provochi. È un povero storpio!
– A me non mi manda nessuno; io chiedo per me – disse il mendicante.
– Mente! È una macchina per elemosinare.
– Per me, chiedo. Ho avuto un incidente.
– Non ho mai visto niente del genere! ­ – tornò a protestare la donna anziana, furiosa. – Non lo faccia soffrire. Bisogna essere una bella canaglia per…
– Chiede per un soggetto a noi sconosciuto, per motivi che non sappiamo. Non è un essere umano!
– Che dice? Di che parla? –­ Un uomo vestito con l’uniforme verde e gialla di una società di smaltimento rifiuti avanzò verso Esteban col proposito di colpirlo. Senza volerlo, la folla gli impedì di raggiungerlo. Nonostante ciò, alcune persone iniziarono a prendere le parti del disabile, che, per chiunque osservasse la scena, era la vittima di un sadico, di un demente o peggio. Perfino la donna dalle lunghe ciglia e Julián iniziarono a guardarlo con sospetto, domandandosi se non si erano schierati dalla parte dei cattivi. Sarà stato disturbato dal principio o il processo era iniziato in quel momento?
– Lo lasci stare! Non si rende conto che ne ha già abbastanza con la sua croce? ­– intervenne una donna incinta. – Lei non sa cos’è il rispetto. – Una fertile onda di proteste si alzò in coro, fondendosi con i suoni del treno che continuava la sua marcia, estraneo al conflitto scoppiato al suo interno.
– Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Che qualcuno chiami la guardia! ­ – gridò un uomo alto e obeso, con la testa rasata e folti baffi neri. – Sicurezza! Sicurezza!
– Aspettate – disse Esteban, bloccato contro una delle porte automatiche; le sue possibilità di essere catapultato sulla piattaforma nel caso che il treno si fosse fermato erano enormi: la pressione della gente era in aumento e lui, con le mani in alto, non riusciva a convincere nessuno; semmai tutto il contrario. ­ – Non cerco di far del male allo storpio. Ascoltate: succede qualcosa di molto strano con quest’uomo. L’unica cosa che mi interessa è verificare. Anche loro l’hanno notato – aggiunse indicando Julián e la donna dalla pelle scura.
– Ho bisogno che mi aiutino. Una moneta, per favore.
– Io no – si difese il ragazzo. – L’ho seguito solo per curiosità. La donna restò in silenzio; aveva esaurito i suoi argomenti e la stanchezza tornava a prendere possesso della sua volontà.
– A me non mi manda nessuno – insisteva, ostinato, il mendicante. Il treno si era fermato a una stazione, ma le porte non si aprivano. La fermata si prolungava più del necessario: non era irragionevole supporre che la notizia del tumulto fosse arrivata alle orecchie del personale di sicurezza, che si stava organizzando per intervenire sulla questione. Il tempo stringeva e a Esteban non veniva in mente niente di efficace. Per fortuna, l’aggressività della gente, in ansiosa attesa, era diminuita, ma non c’erano garanzie che la violenza non si scatenasse al minimo stimolo.
– Nel primo vagone! – sentì Esteban che gridavano – C’è uno che ha fatto del male al Pinguino!
Il Pinguino! Così lo chiamavano? La contorta ilarità che produsse a Esteban l’idea, svanì al notare che lo stavano accusando di un abuso non commesso. La gente si era allontanata da lui e lo guardava con disgusto, con apprensione, con risentimento. Era ciò di cui aveva bisogno. Strappò lo zaino a Julián e prendendolo per le cinghie con le due mani, lo scaricò sulla testa del mendicante nello stesso momento in cui questo ripeteva per l’ennesima volta la sua litania:
– Ho avuto un incidente…
– Ne avrai un altro! – urlò Esteban.
Lo zaino impattò contro la testa, che volò come una meteora, sfiorando al suo passaggio tutti i sostegni di una fila, che tintinnarono musicalmente. Il corpo del mendicante iniziò a girare senza controllo e una pioggia di placche, componenti, condensatori, resistenze e chissà che altro si riversò sui passeggeri del treno. Viti e rondelle rotolarono sul pavimento del vagone, formando un assurdo ruscello.
– Una moneta, per favore – continuava a pregare il corpo decapitato. Esteban dedusse che il riproduttore era in qualche punto vicino all’ascella. Ma questa deduzione passò in secondo piano quando notò che quasi tutti i passeggeri si avventavano sui componenti sparsi del mendicante e altri, più audaci ancora, lo smembravano per impadronirsi delle braccia e delle gambe. All’altra estremità del vagone, lo smaltitore di rifiuti vestito di verde e giallo, esibiva trionfante la testa, imponendo la superiorità del suo fisico contro quelli che cercavano di strappargliela. Quando fu certo che tutti riconoscevano il suo diritto, svitò la propria testa e provvide a sostituirla con quella del mendicante.
– È di ultima generazione! – esclamò, euforico. Un’ovazione coronò la conquista.
La maggior parte dei passeggeri si disinteressò di Esteban, che solo pochi minuti prima era pronta a linciare, e si dedicò a confrontare e soppesare i pezzi ottenuti nello smantellamento. Del mendicante restava solo il nucleo del tronco con l’unità di suono, che per qualche strana ragione nessuno aveva reclamato. Esteban si chinò e poté ascoltare, anche se il volume era già molto basso, l’invariabile aringa, quasi impercettibile.
– … io chiedo per me. Per me…
Infine le porte si aprirono e la folla si riversò sulla piattaforma.

(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

10 commenti:

  1. Bellissimo racconto, quello di Sergio: intenso, avvincente... significativo.

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  2. Excellent texte ! Vous pouvez le lire en français, traduit par Pierre Jean Brouillaud, à l'adresse : http://pagesperso-orange.fr/jplanque/Deguisement.htm
    Bonne lecture !

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  3. Caspita, un racconto davvero bello, a tratti anche angosciante. Devo ammettere che ho sentito il cuore che accellerava e mi sono commossa.

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  4. Piaciuto moltissimo. Bravo Sergio.

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  5. Davvero un bel racconto, ben scritto e lineare, con un atmosfera in bilico tra realta e sogno. Molto ben sviluppata la reazione della massa di fronte all'avvenimento insolito.

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    1. Prima di tutto mi scusi per il pessimo italiano. Grazie a tutti per li gentile e interessanti commenti. Spero di poter postare un altro nelle prossime settimane. Grazie Giuliana. grazie Paolo.

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    2. Grazie a te, carissimo Sergio. Credo di farmi portavoce di tutti nell'asserire che i tuoi racconti sono perfetti quanto a stile, interessanti quanto a contenuti. Un grazie, ovviamente, anche alla cara Giuliana, traduttrice e scrittrice impeccabile.
      Paolo

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  6. Un bel racconto... che cattura da subito.

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  7. Posso appendere qui alcuni link di flash fiction pubblicati per Stefano Valente, curatore di Il sogno del Minotauro?

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  8. Racconto tesissimo e avvincente. Costringe il lettore a immedesimarsi in una situazione prima misteriosa e poi davvero allucinante, C'è da chiedersi, alla fine, se Esteban non sia capitato in un mondo di robot.
    Un robot mendicante non lo avevo ancora incontrato. Quello di cui ho letto è destinato a rimanere impresso nella mia mente. Grazie per la bella lettura!

    Giuseppe Novellino

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