domenica 29 maggio 2016

PROBLEMA RISOLTO di Fernando Sorrentino

Chi non conosce il Gruppo Finanziario Insignia per operazioni creditizie su veicoli, macchinari agricoli, industriali e beni mobili complessi in genere?
Ho lavorato tre anni alla succursale di Parque Patricios ubicata in avenida Caseros. Promuovendomi di categoria, la ditta mi trasferì alla succursale Palermo, in avenida Santa Fe. Siccome abitavo in calle Costa Rica, a solo sei isolati, il cambio mi tornò decisamente a favore.
Benché il regolamento lo vietasse, alcuni venditori o rappresentanti di prodotti vari visitavano ogni tanto l'ufficio. I capi solevano tollerare e permettevano loro di entrare cosicché era già consuetudine che noi impiegati facessimo acquisti da queste persone.
Fu così che conobbi Boitus, un personaggio abbastanza strano. Era magrissimo e semicalvo, portava degli occhiali antiquati ed indossava sempre il medesimo completo grigio logoro e costellato d’indelebili tracce d’antiche macchie il quale gli dava l'aria di uno venuto fuori da qualche film dell'epoca del cinema muto; pronunciava la erre come fosse la di.
Vendeva enciclopedie e dizionari a rate e, per contanti, altri libri meno costosi. Divenni cliente di Boitus visto che la relazione mi tornava assai comoda: io gli chiedevo il tal titolo del tale autore ed alcuni giorni dopo al più tardi Boitus, scrupoloso, tornava con il libro in questione ed al medesimo prezzo che in libreria.
Non tardai molto a rendermi conto che Boitus era stravagante non solo nell'aspetto, ma pure nelle azioni e nel modo di parlare. Faceva uso d'un esclusivo vocabolario tutto suo: per nominare Juan Pérez, presidente della nazione, faceva riferimento all'amministratore Tizio dei Tali; non camminava per la strada ma per la pubblica via; non viaggiava in autobus, metropolitane o treni, bensì nel sistema di pubblico trasporto dei passeggeri. Non diceva mai “Non so”: sempre Ignoro.
In un'occasione, a fronte d’un certo dialogo, stentai a credere alle mie orecchie. Dalla mia scrivania, mentre prestavo attenzione a particolari del mio lavoro, udii che Lucy —una delle impiegate con maggiore anzianità di servizio e prossima alla pensione— gli chiese:
—Mi dica, Boitus, non ha mai pensato di sposarsi?
La curiosità m'indusse ad alzare gli occhi e ad osservare Boitus. Questi accennò un sorriso comprensivo e, se si vuole, indulgente:
—Vede, signorina Lucy, la sua domanda ha una spiegazione semplice —fece una pausa d'effetto—. Non posso sposarmi per tre motivi: in primo luogo, non sono nelle condizioni economiche; in secondo luogo, manco di denaro; e, in terzo luogo, non ho soldi.
La risposta di Boitus e lo stupore sulla faccia di Lucy mi produssero un attacco di riso che dissimulai meglio che potei. “Bene”, mi dissi, “questo Boitus è un umorista geniale”.
Fatto fu che mi abituai alle periodiche visite di Boitus durante le quali, oltre a concretare l'acquisto di libri, di lui mi divertivano eccentricità, paradossi, ragionamenti e spropositi.
Si presentava con una cartella di cuoio marrone, logora al punto da essere grigiastra, in cui custodiva fatture, ricevute, opuscoli di enciclopedie, biglietti da visita…, insomma, diversi fogli a carattere commerciale che genericamente chiamava, e vada uno a saper perché, elementi di giudizio. Oltre la cartella egli recava però sempre con sé cinque o sei colli: pacchetti di cartone ondulato o scatole di cartone rigido con le pubblicazioni che gli erano state richieste.
Arrivò il giorno in cui il direttore della succursale, il signor Gatti —bonaccione e comprensivo—, fu promosso e trasferito alla sede centrale. Chi ne prese il posto, il signor Linares, non era cattiva persona, ma uomo dal barocco linguaggio si, amante di circonlocuzioni e devoto a norme e regolamenti: come assunse l'incarico ripristinò la regola che non veniva osservata, ed allora né Boitus né gli altri venditori poterono varcare le soglie della succursale Palermo del Gruppo Finanziario Insignia.
Fu un problema minimo rapidamente risolto. Io e Boitus ci scambiammo i numeri di telefono cosicché i miei acquisti e le sue vendite continuarono a svolgersi con solo una cosa ora diversa: invece di consegnarmi i libri in ufficio Boitus me li portava a casa.
A un dato momento mi resi conto ch'era già un anno che lavoravo alla succursale Palermo e che, pertanto, era anche un anno che conoscevo Boitus e che, ad intervalli più o meno regolari, acquistavo libri da lui. In nessun momento s’era egli detto “venditore di libri”: dicevasi diffusore di cultura.
In effetti il diffusore di cultura, ingombro della sua cadente cartella e dei suoi pacchetti e scatole di cartone, arrivava al mio appartamento, mi consegnava i libri, soleva inanellare una sfilza di sorprendenti sofismi e, dopo una quindicina di minuti, se ne andava.
Ricordo molto bene la sua ultima visita; in essa Boitus aveva sciorinato un monologo particolarmente singolare ed assai lungo per mezzo del quale mi rese edotto in merito ad una assurda tassonomia di sua invenzione. Secondo il suo schema il caffè era una pozione, il tè una infusione ed il mate bollito un intruglio; non lasciai però certo che mi spiegasse i fondamenti d'una tale classificazione.
Strana cosa: i suoi argomenti che m'erano risultati inizialmente piacevoli, ad un tratto m'irritarono, indubbiamente per il viscerale rifiuto che provo per l'irrazionalità e l'errore. E benché io avessi dissimulato il mio fastidio, accolsi con gioia il momento in cui Boitus infine si accomiatò con la sua consunta cartella, le sue scatole ed i suoi pacchetti.
Poiché la porta al pianterreno è chiusa permanentemente a chiave, dovetti accompagnarlo per consentirgli l'uscita dall'edificio. Di ritorno all'appartamento m'accorsi che Boitus aveva dimenticato su una sedia uno dei suoi pacchi.
Era una scatola di cartone, rotonda, alquanto simile a quelle che venivano usate per conservare cappelli da uomo. Due nastri verdi, fuoriuscenti dal bordo e ora caduti a fianco, avrebbero dovuto avere la funzione di trasportarla comodamente.
Alzai il coperchio ed all’istante tornai a riporlo. Andai in cucina, scaldai del caffè e mi sedetti a fumare una sigaretta di riflessione finché il mozzicone non giunse al minimo.
Nonostante non avesse ancora potuto giungere a casa propria, chiamai Boitus. La suoneria squillò cinque volte ed entrò in funzione la segreteria telefonica: lasciai un messaggio il cui tono —pur se cortese, perentorio— non lasciava adito a dubbi.
Quella notte Boitus non mi richiamò. Tanto meno il giorno seguente. Tornai a chiamarlo ed a lasciargli messaggi in segreteria per vari giorni ed in orari diversi.
Chiamandolo una settimana dopo squillò non so quante volte ma non risposero né Boitus né la segreteria. “Non sarà connesso”, mi dissi.
Alcune ore più tardi dette risposta alle mie chiamate una voce femminile che recitava: “Telecom informa che il numero richiesto non appartiene a nessun cliente abilitato”. Più avanti, al comporre il numero di Boitus seguì un silenzio assoluto, come se già non esistessero più né il suo numero, né il suo apparecchio.
Quando in ufficio commentai l'accaduto, Rossi, la cui scrivania è attigua alla mia, si offrì di venire a casa:
—Sempre che non t'infastidisca —aggiunse.
—Al contrario —dissi—, ti ringrazio per l'aiuto.
Al termine dell'orario di lavoro Rossi —per la prima ed ultima volta— visitò dunque il mio appartamento. Scoperchiando la scatola ebbe un gesto di contrarietà:
—Perbacco —disse—. La questione sembra complicata.
—Ovviamente si: già t’avevo preavvertito.
Rossi perse poi ogni interesse alla scatola e si distrasse guardando attorno. Riuscì in pochi secondi ad innervosirmi. È egli un inquieto e si lanciò a perlustrare tutto l’appartamento e ad esprimere svariate critiche o suggerimenti che non gli avevo sollecitato del tipo, ad esempio, “Qui faresti bene a mettere uno specchio” oppure “Non hai paraspifferi alle porte? Paiono esservi correnti d’aria”.
Si soffermò davanti al portaritratti di Cecilia Capelli, lo tenne in mano alcuni istanti, gli cambiò di posto leggermente e commentò:
—Così questa è la tua fidanzata? Bella ragazza, mi congratulo con te.
Mi dissi che avrebbe potuto risparmiarsi il commento e le congratulazioni: il mio idillio con Cecilia s’era già venuto alquanto deteriorando e più volte avevo provato la tentazione di togliere il ritratto, visto che la sua sola presenza m’arrecava disturbo.
Passò poi ad analizzare la biblioteca ed approfittò per chiedermi in prestito una Storia del calcio argentino. Detesto prestare libri (e parimenti chiederne in prestito), poiché però era stato tanto gentile da venire a casa per aiutarmi, non osai dirgli di no.
Ho asserito Rossi essere un inquieto. Constatai alcuni giorni più tardi che, al pari, amava parlar troppo. Il signor Linares mi convocò in effetti il venerdì nel suo ufficio e, dopo il mio ingresso, chiuse la porta. Al dittafono ordinò:
—Flavia, fino a nuovo avviso non mi passi per favore nessuna chiamata.
Mi fece sedere davanti alla sua scrivania e, con un sorriso che pretendeva essere cordiale ma era teso, mi disse:
—Non è che mi piaccia intromettermi nella vita del prossimo, mio caro Sainz, ma in certo qual modo, essendo lei un giovane di circa ventotto anni, relativamente nuovo nella compagnia, ed essendo io …
“Ora va a cacciarmi nel labirinto della sua prosa impervia”.
—…un uomo con qualche anno in più, con più esperienza di vita, e pure suo direttore, una specie di padre nell’ambito della ditta, no?, ho come una specie di, come potrei dire, di obbligo morale d’aiutarla. Non è così…?
Siccome Linares attendeva una risposta, in breve assentii mosso dal desiderio che cessasse di parlare prima possibile.
—In modo che —continuò—, se lei me lo permette, domani, che è sabato e che abbiamo tempo, farò una capatina a casa sua a vedere cosa possiamo fare…
Non potei esimermi dall’accettare la sua proposta. Quando tornai alla scrivania Rossi evitò il mio sguardo. Qualche minuto dopo, tuttavia, s’avvicinò e mi bisbigliò all’orecchio:
—Non credere che sia stato io a raccontarglielo. Egli lo sapeva già: non è facile tenere nascoste certe cose.
Mi chiesi come sapesse Rossi che Linares lo sapeva.
Il sabato dovetti alzarmi presto poiché non potevo ricevere il signor Linares in un tipico appartamento da scapolo che non veniva pulito da almeno due settimane. Dedicai gran parte della mattina al detestabile compito di far correre l’aspirapolvere sui pavimenti, ripassare i mobili con un panno di flanella, lavare il bagno e la cucina… Alla fine, verso le undici, casa mia era ormai in condizioni presentabili per poter ricevere il signor Linares.
Non arrivò solo, ma accompagnato da Araujo, il commesso dell’ufficio appassionato di giochi d’azzardo e da un signore —a me sconosciuto— in abito completo, cravatta e occhiali.
—Il dottor Venancio —lo presentò il signor Linares— è lo scrivano altresì detto notaio che redigerà l’atto. Quanto ad Araujo —aggiunse assai affabilmente—, non necessita di presentazioni. Chi è che non deve qualche favore ad Araujo, non è vero?
Araujo, vestito con l’uniforme di servizio, sorrise timidamente.
—Araujo è qui solo in veste di testimone, affinché il dottor Venancio possa apporre la sua firma nell’atto.
—Va bene —dissi—. D’accordo.
Il signor Linares aprì la scatola e, col coperchio nella destra, osservò attentamente il contenuto; lo stesso fecero poi il dottor Venancio ed il commesso Araujo.
—Tutto a posto, Araujo? —chiese Linares.
—Si, signore, nessun problema.
Il dottor Venancio dispiegò l’atto sulla tavola da pranzo. Erano tre fogli; firmò a margine dei primi due e quindi in fondo al terzo. Indicò poi ad Araujo che doveva fare lo stesso; questi firmò con una certa lentezza: si vedeva che non era persona avvezza a carte e scritture.
—Io devo firmare? —chiesi.
—Non è necessario —rispose il notaio—, ma neppure è sconveniente. Mi rimetto al suo criterio.
—Firmerò, nel dubbio.
Approfittai per leggere l’atto e constatai che il suo contenuto era rigorosamente aderente al vero. Allora firmai.
—E lei, Linares, desidera firmare?
—No, dottore, non mi pare imprescindibile. Né tanto meno prudente.
Tra qualche parola anodina sullo stato del tempo i miei visitatori s’accomiatarono.
Avevo convenuto di recarmi quella sera al cinema con Cecilia. Verso le sei del pomeriggio però mi chiamò per disdire l’uscita:
—Il problema è mio papà —mi spiegò—. Se problema lo si può chiamare. A me pare che non abbia nulla a che vedere, ma a lui si: ritiene che nell’attuale campagna elettorale la tua situazione possa fargli perdere il municipio.
Ebbi voglia di mandarla al diavolo assieme al suo distinto padre, poveraccio invischiato negli intrighi della politica, ma mi limitai a dirle:
—Va bene, d’accordo.
E pensai: “Meglio così, ne ho già abbastanza”.
Cercai in una guida su Internet il numero telefonico di Boitus e constatai che viveva in calle Fraga, a Chacarita. La domenica, al mattino, mi avviai alla casa in questione; trovai uno steccato in legno ed un cartello che diceva: DEMOLIZIONE TOTALE E NUOVA COSTRUZIONE. APPARTAMENTI DA DUE E TRE AMBIENTI.
Eccezion fatta per qualche circostanza particolare, la mia vita seguitò il suo corso normale.
Non occorse molto tempo perché ottenessi una nuova promozione la quale comportava un vantaggio ed un inconveniente.
Il primo consisteva in un aumento di stipendio assai sostanzioso: passavo in pratica a percepire quasi il doppio di quanto guadagnassi in quel momento (che poco non era). L’inconveniente derivava dal fatto di dover svolgere le mie nuove mansioni nella succursale Béccar, di certo abbastanza lontana dal mio domicilio di calle Costa Rica.
Soppesai i pro ed i contro ed alla fine accettai la promozione rassegnandomi ad effettuare il lungo viaggio tra Palermo e la mia nuova destinazione. L’ideale sarebbe stato comprar casa a Béccar o a San Isidro, ma per mettere assieme il denaro necessario avrei dovuto assolutamente prima vendere l’appartamento di calle Costa Rica.
Acquisii pure, senza cercarla, una certa notorietà e mi resi conto che provarla non era cosa sgradevole. Ricevetti cronisti e fotografi dei quotidiani La Nación e Clarín e delle riviste Caras e Gente; fui sottoposto a reportages e fotografato —ora sorridente, ora serio— accanto alla scatola rotonda. Fui anche invitato in televisione a vari programmi giornalistici cui partecipai con una certa vanità. E non declinai inviti a presenziare a frivoli programmi di chiacchiere e pettegolezzi.
Il “dottor” Ignacio Capelli, ad ogni modo, non riuscì a farsi eleggere sindaco di Tres de Febrero, del che mi rallegrai non poco. Dato ch’ero in urto con Cecilia, qualche giorno più tardi colsi un occasionale pretesto e troncai le relazioni.
D’altra parte, qualcosa d’assai piacevole m’era occorso. All’uscita dall’impiego solevo andare a far merenda in un caffè prossimo alla stazione di Béccar. Alla stessa ora, dopo la fine della giornata scolastica, v’affluivano alcune maestre d’una scuola vicina, ragazze molto simpatiche che ciarlavano ad alta voce e se la ridevano a crepapelle.
Mi sentii attratto da una di loro (già sapevo che il suo nome era Guillermina) e più d’una volta i nostri sguardi —gli occhi suoi erano chiarissimi— s’incrociarono da un tavolo all’altro. Un giorno, all’uscita, finsi l’incontro sul marciapiede e potei intavolare un primo dialogo. Qualche istante dopo l’accompagnai, prima in treno fino a Belgrano, poi a piedi per alcuni isolati fino a casa sua. Aveva venticinque anni, si chiamava Guillermina Grotz e viveva ancora con i genitori.
Fatto sta che non tardai molto a diventare suo fidanzato e, dopo qualche settimana, ad entrare in intime relazioni.
Una certa sera —eravamo a letto, in un hotel— mi disse:
—Non sarebbe più economico invitarmi nel tuo appartamento?
Sorpreso, la guardai negli occhi:
—Non sai forse il problema che ho…?
—Come non lo so: lo sa il mondo intero. Però non credo che la questione sia tanto terribile…
Nel suo sorriso c’era una tale generosità che mi commosse. Sentii una lacrima spuntarmi e la dissimulai.
Il sabato seguente andai con Guillermina ad un cinema di Belgrano. La invitai poi a cena in un ristorante di avenida Cabildo:
—Bene —dissi—, ora andiamo a casa a concludere degnamente la notte.
Entrati nell’appartamento ed accesa la luce Guillermina esclamò:
— Finalmente conosco il misterioso bunker del signor Sainz!
Tuttavia, prima di perlustrare gli altri ambienti, si fermò davanti alla scatola rotonda. Dopo un istante d’esitazione, sollevò il coperchio. L’espressione del suo viso non mutò minimamente, disse però:
—Avevi ragione. Sarà meglio continuare come prima…
Onde indurla a spiegarsi le chiesi:
—Andiamo in camera da letto o te ne vuoi andare?
—Se non t’offendi, preferirei andar via.
—Perché dovrei offendermi? È nel tuo pieno diritto…
Guillermina abitava in Cuba e Mendoza. In strada le presi un taxi e m’accomiatai da lei.
Ma non per sempre, non v’era alcun motivo d’interrompere le relazioni; al contrario: la cosa ci avvicinò ancora di più.
Tre mesi dopo ci sposammo ed andammo a vivere in un minuscolo appartamento che prendemmo in affitto a San Isidro e che finì riempito oltre misura dalla mobilia che Guillermina ed io avevamo preso dalle rispettive precedenti abitazioni. Il mio arredo da pranzo era composto da un tavolo e quattro sedie, ma di queste ne potei portare a San Isidro solo tre.
Sul lavoro sopportai alcune domande, tanto ingenue quanto attendibili, e diversi lievi inconvenienti burocratici che non impedirono il mio continuo esser promosso.
Sotto quest’aspetto direi anzi che non mi posso lamentare. Ogni nuovo successo generava un nuovo avanzamento e la mia carriera continuava a progredire in gerarchia e stipendio.
Un venerdì pomeriggio (il migliore momento della settimana) fui convocato alla sede centrale. Lo stesso amministratore generale mi fece le sue congratulazioni e mi palesò che, senza ombra minima di dubbio, prima che passasse un anno sarei stato nominato direttore della succursale di Mar del Plata:
—Di modo che, stimato Sainz, le conviene predisporre le sue cose per tempo.
Mar del Plata è un magnifico trasferimento che, tuttavia, obbligherà Guillermina a rinunciare al suo incarico di insegnante ed a noi cambiare domicilio. Una volta colà non sarà difficile per mia moglie trovare lavoro in un’altra scuola.
Guillermina ed io siamo diventati taccagni sino all’estremo della più gretta avarizia: desideriamo avere disponibilità sufficienti per poter comprare, a Mar del Plata, un appartamento relativamente spazioso, e credo che riusciremo a farcela. L’unico modo è risparmiare, risparmiare, risparmiare poiché non potremo contare nella somma che ci darebbe l’impossibile vendita della mia ex casa di calle Costa Rica, immobile per il quale —sia detto di passo— ho dato disdetta a tutte le utenze: elettricità, telefono, gas, acqua… Ho pure smesso di pagare le spese di condominio e le imposte municipali.
—T’intenteranno un’azione legale e ti metteranno all’asta l’appartamento —suole commentare Guillermina.
Immancabilmente io replico:
—Non troveranno però chi l’acquista.
—Vero —risponde Guillermina ogni volta —, ma non è questo problema nostro.
 
(Tratto da El crimen de san Alberto, Buenos Aires, Editorial Losada, 2008. Traduzione italiana © Mario De Bartolomeis)

sabato 21 maggio 2016

HARMONIA di Teresa Regna

Sono l’unico ospite fisso di questa prigione. Gli altri carcerati rimangono qui per un breve periodo, poi se ne vanno.
Io no: sono condannato a vita. Un tempo il nome delle condanne come la mia era ergastolo, ma ora non hanno più bisogno di essere definite.
Io sono stato definito, invece, e nel modo peggiore. Mi hanno considerato indegno di far parte del genere umano, indegno di vivere una vita vera, al di fuori di queste mura.
Hanno appeso un cartello lampeggiante davanti alla porta della mia cella, in modo che tutti quelli che varcano la soglia della prigione lo sappiano: io sono indegno.
Tutti mi trattano con estrema gentilezza, come se, oltre ad essere indegno, fossi anche un mentecatto. I secondini mi portano libri e giornali, per aiutarmi a trascorrere le lunghe giornate solitarie; il direttore mi accompagna personalmente nella saletta speciale riservata a me, dove posso trastullarmi con l’olovisione e tanti giochi da tavolo; i medici mi visitano ogni giorno, ridacchiando fra di loro senza farmi capire cosa si dicono, però sono sempre cortesi e disponibili. Potrei chiamarne uno anche se mi si spezzasse un’unghia, e so che accorrerebbe a confortarmi e a curarmi.
Eppure mi sento come un appestato dei tempi antichi: nessun altro prigioniero può conversare con me per oltre mezz’ora al giorno, e mai per due giorni di seguito; i secondini che si occupano del mio braccio, nel quale sono solo, si avvicendano ad ogni turno, in modo che io non possa rivedere lo stesso secondino se non dopo tre o quattro giorni.
Non riesco ad instaurare un rapporto di amicizia con nessuno, qui dentro. Mi viene impedito dal regolamento; perciò la cortesia che tutti esibiscono nei miei confronti mi sembra più gelida dei ghiacci dell’Antartide, più formale di una cena con il Presidente Supremo degli Stati Uniti d’Europa.
La mia vera condanna non è l’ergastolo, ma la solitudine.
 ***
Il giorno in cui Yarno Sulik ricevette il Premio Nobel per la Pace tutto il mondo esultò. Nessuno più di lui ne aveva diritto: grazie alla sua geniale intuizione, non soltanto la guerra con i suoi orrori, ma anche i crimini, comuni o efferati, e la follia che li causa o ne è conseguenza erano stati debellati.
Il mondo conosceva la vera pace, finalmente, grazie a Sulik. Dopo millenni di lotta, distruzione, conflitto e beghe di ogni genere, l’umanità poteva vivere in pace.
Ogni tendenza alla guerra, alla battaglia, alla destabilizzazione dell’ordine costituito; ogni pulsione verso il delitto, il furto, la truffa o altri crimini più o meno efferati, poteva essere stroncata sul nascere. E se, malauguratamente, il gesto infame fosse già stato perpetrato, il suo autore poteva ritrovare la pace interiore nel giro di pochi giorni, permettendo alla società intera di ritrovare la pace esteriore.
Il nome di questa sorta di bacchetta magica era Harmonia. Se il suo autore non fosse stato un musicoterapista oltre che un musicista, forse le proprietà della sua sinfonia non sarebbero state scoperte così presto. Invece Sulik, consapevole che la sua opera aveva una marcia in più rispetto alle altre sinfonie, che racchiudeva qualcosa che andava oltre la sua incomparabile bellezza, la sperimentò quasi subito sulle persone che si rivolgevano a lui per essere curate.
Organizzò delle sedute individuali, piazzando il paziente al centro di una stanza perfettamente rotonda, e diffondendo la sua Harmonia da ogni punto della camera, in modo che l’uomo, o la donna, la assorbisse da tutte le direzioni. La genialità della sinfonia consisteva appunto in questo: la musica, in un alternarsi di crescendo e diminuendo, riverberava nel corpo del paziente e veniva a poco a poco assorbita dal suo cervello, fino ad infondere in esso una sensazione di pace estrema.
Coloro che avevano sperimentato i suoi effetti erano concordi nell’affermare che la sinfonia di Sulik era diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta. Non c’era nulla di più sublime al mondo, dicevano. Risvegliava i loro sentimenti migliori, affermavano.
E avevano ragione. Il musicoterapista cominciò a ricevere nel suo studio, oltre ai consueti pazienti colpiti da dolorini vari, alcune persone affette da malattie mentali, portate lì dai loro familiari.
Uno di essi, il primo uomo al mondo a ricevere un vero e proprio trattamento, durato tre settimane, era considerato incurabile: alle manie suicide alternava quelle omicide. Era tenuto costantemente sotto sedativi, per evitare che nuocesse agli altri o a se stesso. Una volta terminata la terapia, però, smise di attentare alla sua vita e a quella altrui, non ebbe più bisogno di sedativi né di altre droghe, e rifiorì anche fisicamente.
Yarno, con sua immensa gioia, aveva scoperto che Harmonia curava allo stesso tempo lo spirito e il corpo, penetrandovi a poco a poco e rigenerando sia l’uno che l’altro.
***
 Oggi mi hanno lasciato parlare con un altro detenuto per qualche minuto in più: forse speravano che l’incontro avesse un influsso positivo sul mio carattere. Spesso sono arrabbiato, infatti, e scatto per un nonnulla. Nonostante la gentilezza con cui mi trattano, o forse proprio per quella.
A volte vorrei essere nato un secolo fa: sarei stato condannato ugualmente, ma almeno avrei avuto dei compagni di cella con cui dividere le giornate, inveire contro i secondini e organizzare improbabili piani di fuga. Se soltanto i miei guardiani fossero meno cortesi, avrei qualcosa di concreto di cui lamentarmi, e otterrei un po’ di solidarietà da parte degli altri carcerati, quelli temporanei.
La situazione in cui mi trovo mi fa rabbia, e quando la mia rabbia esplode tutti si comportano in modo ancora più gentile del solito, nel tentativo di rabbonirmi: il direttore mi lascia visitare il suo ufficio, l’unico luogo senza sbarre in cui sono ammesso; i secondini mi portano delle leccornie, pagandole di tasca loro; i medici decretano che ho bisogno di ricaricarmi di energia e mi fanno trascorrere interi pomeriggi nel solarium.
Fingo che la rabbia si plachi per accontentarli, ma dentro di me ribolle il desiderio di ribellarmi a loro, di urlare fino a spaccare i loro timpani, di sbattere quelle loro facce sorridenti contro il solido muro della mia prigione.
Sarebbe più umano condannarmi a morte, ho detto un giorno. Mi hanno guardato con aria di compatimento, e i loro sorrisi si sono allargati ancora di più mentre si affrettavano a spiegarmi che la pena di morte è stata abolita tanto tempo fa perché costituiva una tortura indicibile.
E quella che infliggete a me non è tortura?, ho chiesto. Sono rimasti sgomenti per un attimo, poi mi hanno portato nella saletta dei giochi, per distrarmi. Pensano di avere sempre ragione, e non riesco a fare o dire niente che li smuova da questa convinzione: dopotutto, il matto sono io.
***
Il giorno in cui Yarno Sulik venne ucciso tutto il mondo pianse. Fu un dolore indicibile per ogni singolo uomo e donna del pianeta, e una perdita incommensurabile per l’umanità.
La sua sinfonia era ormai utilizzata in ogni angolo della terra; le apposite camere rotonde, indispensabili per la terapia, erano state costruite negli studi medici, negli ospedali, nelle prigioni e persino nelle case private; Harmonia era diventata il sottofondo musicale della vita di ogni essere umano che calcasse il suolo del pianeta.
Ai solenni funerali di stato del grande musicoterapista che aveva rivoluzionato la storia dell’umanità partecipò una folla immensa, e una ancora più immensa li seguì in olovisione. Piansero tutti, all’unisono, per l’incolmabile perdita subita.
Sulik, infatti, non aveva ancora compiuto i 50 anni, e stava lavorando ad una serie di variazioni alla sua sinfonia che avrebbero permesso anche agli animali di usufruire dei benefici effetti che essa procurava sia all’anima che al corpo.
I discepoli del grande inventore si misero subito all’opera per continuare i suoi esperimenti, ma l’uomo comune non poté fare a meno di pensare che era accaduta una terribile disgrazia, e che niente e nessuno avrebbe potuto ripagare l’umanità della morte del grande Yarno.
***
Ho chiesto delle scarpe da ginnastica, urlando che sono stufo dei mocassini monopezzo in dotazione. Nessuno me le ha date: hanno capito subito che avrei usato i lacci per tentare di soffocarmi. Per lo stesso motivo non ho mai avuto un sacchetto di plastica, un temperino o una forbicina: mi lasciano usare quelle con la punta arrotondata, da lattanti, soltanto in presenza di un secondino.
Se almeno l’aria della prigione non fosse filtrata così bene, liberata dalla impurità e dalle spore, potrei sperare di prendere una malattia seria e morire, finalmente. Invece la mia salute, peraltro ottima, è tenuta sotto controllo dall’equipe medica della prigione, che si allarma anche se starnutisco e corre subito ai ripari.
Vogliono che stia bene, per poter marcire fino alla fine dei miei giorni inutili in questo edificio spazioso e arioso, bene illuminato e costruito secondo i principi dell’armonia universale.
Ieri ho avuto una crisi: ho cominciato a sbattere la testa contro il muro imbottito della mia cella. Mi sentivo soffocare, dalle premure e dalla cortesia. Naturalmente, la loro reazione è stata ben diversa da quella che avrei voluto affrontare: mi hanno preso, di peso, e trasportato in quell’odiosa stanza rotonda in cui mi inondano di vibrazioni sonore fino a intontirmi. Sono costretti a legarmi alla sedia senza spigoli che sta al centro, ma non si arrendono.
È per il mio bene, dicono. E io, pur di non essere costretto a restarci troppo a lungo, fingo di essermi calmato.
L’unica cosa che potessi fare per la mia pace mentale l’ho già fatta. Ed è per quella che mi hanno condannato alla galera a vita.
Io ho assassinato a sangue freddo il loro eroe, Yarno Sulik. In un giorno d’estate, mentre andava a trovare una sua ex paziente, gli ho infilato nel cuore un tagliacarte, fino all’elsa. È spirato mentre lo trasportavano in ospedale.
Io ero già qui, in questa prigione che odio come ho odiato l’uomo che ho ucciso. E che continuerò ad odiare, finché avrò un alito di vita. Lui e la sua maledetta Harmonia. Perché non ha nemmeno pensato a quelli come me, che non possono usufruire della sua invenzione.
Se sono diventato un assassino, l’uomo più odiato della terra, è per un motivo soltanto: sono sordo. Irrimediabilmente, incurabilmente sordo.

domenica 15 maggio 2016

Primo Incontro di Francesco Gallina

Da lontano la vide.
In quell'istante molte ombre cominciarono a dissiparsi, lasciando libera la sua mente di fluttuare tra i desideri scaturiti da quella visione. Privo di incertezze, decise di avvicinarsi alla donna che tanto desiderava. Senza scampo la vide arrestarsi e con aria allibita osservarlo fulgidamente. Di fronte ad un concentrato di tale bellezza, lui non seppe far altro che rimanere bloccato nel silenzio corrotto da quella forte emozione. Passarono interminabili secondi, alla fine fu lei ad affrontarlo accennando a ciò che lui fin troppo anelava.
Fu così che negli anni a venire, entrambi si sarebbero ricordati il giorno del loro primo incontro.

giovedì 5 maggio 2016

GATTI di Peppe Murro

Si sentiva davvero stanca ma era molto contenta di aver finito di tagliare a pezzettini il fegato per i suoi gatti… poveri micetti, avevano sempre fame, ma erano così dolci e di compagnia… e poi le frattaglie già le aveva passate al tritacarne come per farne polpettine piccole piccole." Già - disse fra sé - ce ne voleva per soddisfare quelle birbe", ma erano la sua sola compagnia da quando il suo uomo aveva deciso di morire. Non erano stati bei momenti, sola a portare avanti il necessario per la locanda… non è che si facessero grandi affari, quella era una strada secondaria e la città più vicina distava chilometri e chilometri. Ogni tanto però qualcuno si fermava e tanto le era sufficiente, lei non aveva grandi pretese, e neppure i suoi micetti.
A volte, quando arrivava qualche cliente si sentiva subito presa da una strana ed allegra frenesia, le tornavano tutte le forze… eppure era faticoso e diceva a se stessa di non sapere fino a quando ce l’avrebbe fatta. C’erano i suoi gattini, però, e sentiva che era un piacevole dovere provvedere a loro. E certo che la ricambiavano: si strusciavano morbidi alle sue caviglie scarne, si sdraiavano pigramente sul suo grembo e si lasciavano carezzare quasi con avidità da quelle dita ossute che scavano piccoli sentieri nel loro pelo, mentre si stiracchiavano sonnolenti e sornioni. Era felice, perché in fondo la loro era la sola compagnia che aveva, diversamente forse sarebbe impazzita per la solitudine.
Si scosse da quei pensieri, raccolse a piene mani i pezzettini di fegato e chiamò mici... micetti..." e subito fu sommersa da miagolii quasi imperiosi che la circondarono petulanti. Sorrise e si abbassò mettendo tutto in diverse scodelle. Guardò con soddisfazione i gatti che si affannavano lì intorno famelici e ingordi…"bravi,
mangiate, mangiate pure senza litigare, ce n’è tanto…"
Si pulì le mani sul grembiule, raccolse con cura le frattaglie per riporle nel frigo... sì, ai suoi micetti piacevano veramente tanto fegato e frattaglie e chissà perché non mangiavano altro.
 Si guardò intorno… certo, ce n’era di roba da spazzare, e tutto quel sangue, poi.
Scosse le spalle, beh, a tagliare il cadavere ci avrebbe pensato poi… chissà da dove veniva quel forestiero?  

mercoledì 27 aprile 2016

L’ENIGMA DI PIERO DELLA FRANCESCA di Giuseppe C. Budetta

Nel 1492, il giorno in cui Piero della Francesca trapassò in aldilà (lo stesso della scoperta dell’America), Luca evangelista in pompa magna convocò, in un celebre convegno ultraterreno, i principali artisti della futura arte pittorica. Tema del convegno era la dissertazione puntigliosa sull’arte di Piero della Francesca, da imitare sulla Terra. Nell’aula magna dell’ultratombalità, il santo evangelista fu assistito da due tecnici, angeli d’indiscussa professionalità, che ad ogni cenno, proiettavano sullo schermo le immagini pittoriche del sommo artista toscano, trapassato, guarda caso, lo stesso giorno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Il titolo del convegno, illustrato per sommi capi su un dépliant distribuito ai presenti, fu, com’è noto:
L’ENIGMA DI PIERO DELLA FRANCESCA.
L’aula a forma di ferro di cavallo era affollata da artisti per lo più italiani che sarebbero venuti al mondo nei secoli successivi. Prima della rispettiva nascita sulla Terra, era degno di nota positiva che ci s’industriasse sull’originale opera pittorica di Piero della Francesca, da poche ore trapassato in aldilà. Nei primi scanni, avevano preso forma alcuni sommi artisti addivenienti tali, una volta nati sulla Terra: il livornese Guido Guidi (1901 – 1998) ed il romano con lo stesso cognome ma che di nome avrebbe fatto Virgilio (1891 – 1984). Accanto ad essi, c’erano i futuri Carrà, Donghi, de Chirico, Casorati, Morandi, Fiumi, Campigli (Le cucitrici ed il grande olio La spiaggia del 1937). San Luca comandò ai due angeli-tecnici-assistenti di proiettare in alula le prime immagini in riferimento alle opere del trapassato fresco Piero della Francesca. L’evangelista dunque disse ai presenti in ossequioso ascolto:
“Le madonne con lo sguardo allucinato, il volto severo, isolate dal conteso della rappresentazione pittorica…mi chiedo e vi chiedo: l’immagine può funzionare come imitazione dell’apparenza?”
I futuri artisti fecero tutti cenno di un mezzo sì. San Luca spiegò la gigantesca immagine “La flagellazione di Cristo” proiettata sullo schermo alle sue spalle:
“Vedete? Il Cristo che sta per essere flagellato, ma è in una invisibile nicchia spaziale, lontanissima dall’individuo con la frusta in mano. Pilato, un simulacro afflosciato su se stesso sopra un trono di pietra. Oltre le colonne di stile corinzio, tre uomini in primo piano con lo sguardo fisso, come statue viventi. Ogni figura è nettamente isolata dall’altra. La forma umana è una rappresentazione pittorica compiuta che esclude ogni altra. C’è solo vicinanza raffigurativa. Icone, sperse nel vuoto. La rappresentazione religiosa della flagellazione è nello sfondo, al di là dello spazio-tempo, con le colonne dell’antichità romana e greca a sottolinearne la lontananza prospettica. In primo piano, il tempo presente con tre personaggi che sembrano dialogare tra loro, ma serrati nell’ampio silenzio di un eterno presente, incapsulati in una invisibile e statica geometria.”
Nei loro scranni, i presenti-futuri-artisti sembravano interessarsi alle immagini che gli angeli tecnici-assistenti andavano proiettando dietro la grande cattedra, dove signoreggiava, come un docente universitario di ruolo San Luca evangelista. La spiegazione su Piero della Francesca si ampliò sull’epoca medioevale: “Le residuali nebbie del medioevo si stavano diradando, ma resistono davanti alla misteriosa simbologia di Piero della Francesca. La sua arte figurativa non rappresenta la realtà cangiante, ma la fissità ieratica di un unico momento che per questo motivo diviene un simbolo in cui credere, come le tante statue e reliquie sacre nelle chiese di quel secolo. La pittura come pura immagine, da ammirare e da venerare, ma impossibile da interpretare e verso cui commuoversi. Assordante silenzio.”
Il silenzio era totale, si può dire mistico, anche nell’aula magna della perfetta ultratombalità. Che significava questo assordante silenzio? Chi è che taceva? Dunque, Piero della Francesca voleva evidenziare sia il vuoto esistenziale dei tempi andati, sia la perdizione umana in epoca medioevale?
 Nessuno degli addivenienti artisti presenti in aula volle obiettare alcunché rispetto alle spiegazioni ed alle domande esistenziali dell’evangelista. Poteva essere che il santo se ne risentisse, ma meglio non interromperlo. Egli dunque disse ai muti ascoltatori:     
“Dovete sapere, o futuri artisti, che i dipinti di Piero della Francesca, almeno quelli di carattere religioso, non indicano l’aldilà come meta della vita umana, ma sono immagini monumentali come muri impenetrabili, muraglie medioevali erette dal potere ecclesiastico. Parlo del potere ecclesiastico di quei tempi bui. Lunga muraglia imperiosa davanti a cui era lecito genuflettersi e pregare. Chi cercava d’infrangere la muraglia rischiava la pena di morte. Oltre l’invisibile confine, l’inferno. Al di qua, rimanevano le guerre continue, le epidemie e le carestie che bisognava comunque accettare. L’unica cosa che restava da fare sarebbe stato l’atto di genuflessione davanti alle icone religiose, anche se enigmatiche come sfingi.”
I presenti che ascoltavano ammutoliti, si scambiavano muti sguardi, non osando contraddire al momento l’oratore, lo sapevano: le ambiguità erano e sarebbero rimaste nella Chiesa terrena, davanti a cui la ragione umana deve comunque arrestarsi per un incerto percorso di fede. Il santo evangelista spiegò:
“Cari beati che qui albergate ben lungi dai problemi terrestri, aspettando il tempo di nascere in qualità di sommi artisti, vi dico questo. Vedete i volti che Piero della Francesca ha dipinto nel corso della vita terrena? Rifletteteci. Non sono facce ch’emozionano per l’estrema solitudine che li circonda e permea. Intenzionalmente, voi artisti delle future epoche cercherete di trasmettere allo spettatore questo tipo d’impressione. Però, cercate di comprendere…Vedete? In Piero della Francesca, le figure umane respingono oggettivamente qualsiasi sentimento. Si tratta di cariche negative, che contrastano con la comune commiserazione. Le immagini prodotte da Piero della Francesca sono atemporali ed anaffettive. Facce realistiche, ricordatelo. Le stesse facce che avevano i nobili di allora, insensibili alla disperazione dei popoli a loro sottomessi.”
Giudo Guidi avrebbe voluto esclamare: gente di merda, ma stette zitto per non urtare l’evangelista che disse ancora:
“Amici artisti, addivenienti tali una volta nati sulla Terra, vedete? C’è solo l’ammirazione per un’arte unica e la curiosità per gli enigmi che pone e che resistono a qualsiasi interpretazione razionale. L’enigma incrementa l’incertezza, l’indeterminazione e l’ambiguità, piena di mistico silenzio e di raccoglimento. Il fatto è che la simulazione muta che i personaggi di Piero della Francesca mostrano, non si accosta all’immobilismo ieratico della statue dell’antichità classica. Si tratta di simulacri allo stato puro, dove lo spazio ed il tempo si annullano in un problematico misticismo. Gruppi di figure umane e divine che si fronteggiano in una misteriosa e profonda simmetria invertita. Figure umane e divine che nella eterna fissità fanno trapelare l’assenza di un conforto ultraterreno.”
Un futuro artista presente in aula e precisamente Felice Casorati volle chiedere all’oratore:
“Ma Piero della Francesca che vi apprestate ad accogliere in paradiso ci credeva o no nei santi ed in tutti voi altri beati evangelisti?”  
San Luca evangelista non fu sorpreso dell’obiezione del futuro Casorati, artista anche lui problematico una volta incarnatosi sulla Terra. L’evangelista disse:
“E questo il punto. Piero della Francesca non è stato un vero santo. Egli ha cercato di comprendere l’aldilà con l’arte, ma l’arte non dà risposte certe. Solo la fede va oltre. Comunque, Piero della Francesca va premiato perché il problema metafisico se lo poneva sinceramente ed era ossequioso della parola evangelica. E’ stato un vero cristiano, oltre che sommo artista. La sua arte pone dei problemi, questo è vero, come tanti artisti. Però Piero della Francesca illustra alla gente la via mistica da seguire per raggiungere il paradiso. Lui offre alla gente una soluzione mistica”
Un altro futuro artista, questa volta de Chirico che una volta nato in al di qua e dopo essere stato regolarmente battezzato si sarebbe chiamato Giorgio, disse:
“Evangelista, scusa, ma le opere di questo sommo e problematico artista saranno preservate nel tempo, o resteranno sulla terra solo infruttuose imitazioni?”
Il santo evangelista che nel periodo in cui visse sulla Terra come tanti altri, si chiamò Luca fece una breve disquisizione sulle eterotopie del tempo e la tendenza del tutto umana a preservare le opere d’arte nei musei, disse:
“Nella società umana, c’è la tendenza a preservare dal flusso del Tempo alcuni luoghi, illudendosi che tutto resti fissato in un eterno presente. Sono queste le eterotopie del Tempo di cui Michel Foucault, un altro che vivrà nel futuro remoto, parlerà in un suo saggio pubblicato nella seconda metà del XX secolo. Le eterotopie del Tempo si accumulano all’infinito in alcuni edifici come i musei, le biblioteche. Le eterotopie del Tempo si trovano in un più ampio raggio, in alcune zone geografiche ed addirittura in alcune grandi chiese. Le opere di Piero della Francesca parlo della gran parte, saranno preservate dalla distruzione che i secoli futuri apporteranno ovunque. Parte delle sue opere sopravvivrà perché conservate in appositi musei. Il futuro de Chirico chiese:
“Ma, evangelista, ci spieghi cos’altro indica la pittura di Piero della Francesca che può esserci utile una volta operativi sulla Terra?”
“La pittura di Piero della Francesca esprime la tendenza all’isolamento dal contesto spazio-temporale del mondo circostante. Nel pittore aretino, c’è il desiderio di voler accumulare tutto in un dipinto, di fermare in qualche modo il tempo, o di farlo depositare all’infinito in uno spazio privilegiato, rinchiudere in una rappresentazione pittorica ogni immagine, ogni forma per ogni epoca, una specie di eterotopia del Tempo. In Piero della Francesca, ascoltatemi o futuri artisti, c’è l’illusione che nulla fluisca al di fuori dell’immagine pittorica, essendo questa la somma eterotopia del Tempo. Si tratta d’immagini che neutralizzano e contraddicono tutte le altre rappresentazioni, perché in esse, la differenza col mondo reale è assoluta. Piero della Francesca è stato un artista pienamente intercalato nel suo tempo, quando il potere costituito, più che l’essere umano, si è cominciato a porsi al centro della realtà economica e sociale umana. Intorno al potere costituito, essendo propinquo alla divinità, ruotava tutto il mondo medioevale, mentre intorno all’altro, il nostro, quello dello spirito, ruotavano i sette cieli. Nel medioevo dunque, si pensava che oltre c’era il Cielo del Paradiso, governato dai Cherubini e che allogava le stelle fisse. Ogni cosa, compreso gli esseri umani, aveva la perfetta ed imperturbabile collocazione. Sulla Terra, regnava il potere politico e religioso, splendente in un’unica sfera come il sole, con un proprio invalicabile firmamento. La fisica moderna avrebbe capovolto drasticamente le antiche teorie del tardo medioevo. Ad avere importanza cruciale sarebbero state le interrelazioni e le connessioni, dirette od indirette tra gli esseri umani e l’ambiente circostante.”
Alzandosi dallo scranno, Casorati obiettò:
“Maestro, allora nel prossimo futuro, la gente cercherà le interazioni sociali e non andrà più in chiesa a pregare…è vero questo?”
“Per alcuni, soprattutto i giovani che nel XXI secolo dialogheranno con gli I-phone questo è vero. Per molti altri, la fede si rinsalderà e andranno in chiesa, anche nel XXI secolo.”
De Chirico chiese:
“Maestro evangelico, il potere politico, quando saremo viventi veri, come si evolverà?”
 “Ai tempi di Piero della Francesca, c’è stato il potere politico e quello economico che però rappresentavano la sottile rete che sorreggeva le umane vicende. La statica visione del mondo coi suoi sette cieli, più l’ottavo, propria del tardo medioevo sarà annullata in modo radicale dalla scienza moderna, quella più o meno che sarà a voi contemporanea.”
Massimo Campigli che stando a quanto stabilito dalla divine sfere, sarebbe nato il 4 luglio del 1845, si interessò della nuova scienza e chiese:
“Maestro, ci dica. E’ vero che la relatività generale di cui qui se ne sente il clamore, sconvolgerà la visione del mondo?”           
“La relatività generale smentisce l’immagine intuitiva dello spazio-tempo come un contenitore in cui si trovano oggetti vari. Lo spazio-tempo non può sostenere alcuna struttura localizzata. Non osserviamo le cose in posizioni assolute, isolate da un contesto. L’ubicazione di un oggetto nello spazio-tempo avviene in base alla disposizione con cui si collega ad altre strutture materiali. Ad essere oggettive, sono le reciproche posizioni. Ripeto, sono concezioni scientifiche che si diffonderanno nel XX secolo. Nel medioevo di Piero della Francesca tutto ciò era ignoto. Nel XX secolo, si capirà che sono le relazioni, i rapporti tra persone, oggetti e cose i veri punti di riferimento e sono essi a determinare gli eventi del mondo esterno. La fisica del futuro mondo dimostrerà alla gente che ogni oggetto materiale non è distinto dagli altri, ma legato in maniera inseparabile all’ambiente e le sue proprietà possono essere comprese solo nei termini delle sue interazioni col resto del mondo. Secondo il principio di Mach, un altro scienziato del prossimo futuro che alcuni di voi conosceranno, questa interazione si estende all’universo in generale, perfino alle stelle ed alle lontane galassie. Sarà chiaro che l’unità fondamentale del cosmo è presente, non solo nel mondo dell’infinitamente piccolo, ma anche a livello macroscopico. Tutto ciò sarà sempre più evidenziato dall’astrofisica e dalla cosmologia del futuro in cui la maggior parte di voi, ripeto, vivrà. Concezioni nuove che in seguito saranno a loro volta confutate.”
Massimo Campigli disse: “Allora, maestro, Piero della Francesca non aveva capito niente. Noi Non siamo statue con una vita del tutto scollegata da quella degli altri. Non siamo come i personaggi ritratti da Piero della Francesca.”
“E così e non è così. Per esempio lei, Campigli, quando vivrà sulla Terra cercherà d’imitare Piero della Francesca pur sapendo fin da adesso che non aveva capito niente. Cercherà d’imitarlo perché nonostante le cose girino in modo diverso, parlo del prossimo futuro. Lei capirà che c’è qualcosa che di Piero della Francesca sfugge comunque. C’è un qualcosa d’indeterminato, ma che è pieno di allusione mistica.”
 Morandi ne voleva sapere di più: “Maestro ci dica qualcosa in più del prossimo futuro in cui noi siamo destinati a vivere.”
“Nel prossimo futuro, perfino a livello inconscio e nei sogni, sarete interconnessi gli uni con gli altri. Invece, la fissità e la solitudine degli esseri umani, dipinti da Piero della Francesca, esistono come icone solo all’interno della sua arte. Plotino aveva scritto che non c’è un punto dov’è possibile fissare i propri limiti in modo da affermare: fino a qui, sono io…Mi capite? Contro questo pericolo del non limite, il potere costituito del medioevo aveva posto ferree barriere nella sfera politica e religiosa. L’Uomo doveva restare come lo aveva definito Aristotele: un animale vivente ed inoltre capace di una esistenza politica. L’invalicabilità dei limiti imposti dall’alto è affermata da molti artisti tra cui Piero della Francesca. Mi Capite? E adesso, non chiedetemi perché nel futuro in cui siete destinati ad esistere ci saranno guerre mondiali con milioni di morti. Non chiedetemi a che serve l’Arte di fronte a simili catastrofi. Vi dico solo che l’Arte agisce meglio per lunghi periodi. L’Arte fa in modo che la pianta millenaria dell’umanità, nonostante gli attacchi del Male, cresca armoniosa e bella.” 
Sul grande schermo dell’aula magna ultraterrena, apparve la proiezione di un’opera pittorica che Felice Casorati avrebbe prodotto di lì ad alcuni secoli, quando una volta nato con tutti i crismi, avrebbe raggiunto la piena padronanza dei mezzi pittorici. La pittura del Casorati avrebbe fatto riemergere, a livello inconscio, quella di Piero della Francesca.
I presenti, futuri artisti terreni, fecero un breve applauso al relatore e si apprestarono a lasciare l’aula.  
 

mercoledì 20 aprile 2016

DUE TIPI A POSTO di Laura Silvestri

Mio fratello è un tipo a posto.
È anche morto, a volerla dire tutta, ma questo è meno rilevante.
Mi preme innanzitutto sottolineare che è un tipo davvero a posto, anche se ha il brutto vizio di morire, o meglio di farsi ammazzare. Ma ritorna, sapete? Ritorna ogni volta. Se esiste il detto che l’erba cattiva non muore mai, lui è la prova che anche quella buona ha i suoi modi per riproporsi e, fidatevi, ve lo dice uno che di erba buona ne sa parecchio.
Mi rendo conto che molti di voi non avranno un fratello come il mio, che si fa accoppare e poi rispunta all’improvviso ma, in fondo, non sono tutti quanti spine nel fianco, i fratelli minori, ognuno a modo proprio?
Ma lasciate che mi presenti: potrei dire di essere un uomo facoltoso e raffinato, ma sarebbe un po’ scontato. Dirò invece che anche io sono un tipo davvero a posto, come mio fratello, anche se di solito per tutti è più facile credere che io lo sia. Sapete, penso sia colpa del look. Per quanto mi sforzi di consigliarlo per il verso giusto, lui continua a essere affezionato a quel suo stile anacronistico da hippie. Glie l’ho detto, che quella barba non sarebbe stata ammissibile nemmeno su un rocker degli anni settanta, che la gente lo scambia per qualcuno di pericoloso, in giro per la strada, e cambia marciapiede in gran fretta. Ma lui, sapete, è un tipo testardo. Gli piace quello che gli piace. È un po’ viziato, perché è il piccolo di casa, e lo sa che papà un giorno se ne andrà in pensione e lo metterà a dirigere la baracca, a prescindere da quante bravate abbia compiuto in gioventù il suo ragazzaccio.
Quanto a me, mi è toccato mettere da subito la testa a posto.  Fratello maggiore e tutto il resto, sapete. Il mio vecchio mi ha fatto capire sin dall’inizio che a me sarebbero toccate le rogne da gestire, e ho cercato di farmelo piacere. Dopotutto, quando si fissa abbastanza a lungo qualcosa, qualsiasi cosa, non importa quanto noiosa o patetica, si finisce per trovarci qualcosa di positivo, e io ho guardato molto, molto a lungo.
All’inizio ho avuto i miei momenti di disaccordo con mio fratello, come spesso succede fra ragazzi, ma direi che ormai siamo una bella squadra. O, per lo meno, adesso riusciamo a capirci. Più che altro è lui che viene a piangere da me quando qualcosa gli va storto, il che significa che me lo ritrovo fra i piedi piuttosto spesso. Ma sono affezionato al mio fratellino scavezzacollo, e non mi dispiace averlo in giro per casa mia. Vorrei soltanto che fosse un po’ più propenso ad ascoltare i miei consigli. Dopotutto, sto al mondo da più tempo di lui, conosco come vanno le cose, capisco la gente. Ma no, è come parlare con il muro: lui ascolta, sorride, mi volta le spalle e va a farsi sparare, tutto a modo suo.
Questa volta è così che è successo: gli hanno sparato. Niente di eclatante, si sarà guadagnato si e no un trafiletto sulla prima pagina dei giornali locali. “Opinionista di talk show assassinato all’uscita degli studi televisivi”. In realtà, questa volta è stata un po’ colpa mia. Mio fratello ci tiene tanto che la gente lo stia a sentire, ha tante cose da dire, è fatto così. È un utopista, un sognatore, e finisce che riesce a rendersi antipatico anche al più paziente degli ascoltatori. Ho pensato: se prova a parlare a tanta gente, qualcuno d’accordo con lui dovrà pur trovarlo, e gli ho proposto un’ospitata in un bel programma di prima serata. Ci ho messo due mesi a convincerlo: lui diceva che non era il suo stile, che non era capace a stare davanti alle telecamere. Io conosco tanta gente, non mi è stato difficile trovargli un posticino al sabato sera, e un’intervistatrice intraprendente, di quelle che saprebbero rendere interessante anche il sermone di un pastore protestante. E mio fratello, incredibile ma vero, per una volta si era preparato un discorsetto come si deve, accattivante, pieno di attivismo, intriso di protesta vibrante. Tutta roba pacifista, naturalmente, niente incitamento alla violenza, soltanto sani, vecchi valori di una volta. Un discorso di quelli che strappano applausi spontanei, sincero e mai retorico. Be’, non ci crederete, ma gli ascolti erano stati buoni, e gli sponsor si erano subito dichiarati pronti a sborsare un bel po’ di quattrini per fargli fare un bis. Ma figurarsi se lui avrebbe accettato di farsi pagare. È un cane sciolto, mio fratello, chi lo conosce da un po’ ormai se n’è accorto.
E così, alla diretta successiva, eccolo pronto a dirne altrettante, inveendo col suo solito stile irriverente contro il malcostume e un sacco di altre cose tanto di moda, che probabilmente hanno dato fastidio a più di una persona in posizione di rilievo. Gli hanno sparato all’uscita degli studi, e la Polizia sta ancora indagando su chi sia stato il mandante dell’assassinio. Io ho una mezza idea in proposito, ma poco conta. So già che tanto, di qui a qualche giorno, mio fratello si rifarà vivo, nel senso letterale del termine. Mica come queste storie dell’occulto da quattro soldi in edicola, con case infestate e fantasmi che sbattono le catene. Si rifarà vivo e, come sempre, col suo gusto per il plateale, farà prendere un grande spavento a Consuelo, la governante, mostrandole i nuovi fori di proiettile proprio al centro del petto. Ma è un giocherellone, in realtà, non lo fa con cattiveria. Forse, un po’ è colpa anche dei suoi amici, che gli danno sempre ragione. Se li porta dietro da un sacco di tempo, ormai non riescono più a contraddirlo per abitudine. Sono tipi a posto, anche loro. Quasi tutti. Quando passano dalle mie parti li chiamo J.C. and the Sunshine Band, e loro ridono sempre.
Ecco, credo proprio che questa volta si sia sbrigato, sento dei rumori dal piano di sotto. È una fortuna che Consuelo sia a portare a spasso il cane.
I passi sono pesanti, stanchi, proprio quelli che ormai riconosco a mio fratello. Mi alzo dal salotto e gli vado incontro. Eccolo lì, sulla porta, con la sua aria scarmigliata da bello e dannato che gli ha sempre valso un certo successo con le donne. Ha indosso i vestiti della sera che gli hanno sparato, la camicia ancora strappata dove i proiettili, più di uno, si sono conficcati. È un bel ragazzo, anche se non ha più vent’anni, ma io sono meglio, e non lo dico per vantarmi. Nel nostro circolo sostengono tutti che papà con me abbia fatto un mezzo capolavoro.
- JC, ce ne hai messo stavolta! – esordisco aprendo le braccia in un invito silenzioso – Quanto ti ci è voluto, una settimana? Un tempo te la cavavi nella metà del tempo!
Mio fratello storce il naso. Non gli piace quando lo chiamo con le sue iniziali, ma ha smesso di rimproverarmelo. Dopotutto, lo ha capito persino lui che ogni tanto bisogna adattarsi al nuovo che avanza. – Provaci tu, a svignartela da una camera mortuaria senza far prendere un accidente al custode. – mi risponde abbracciandomi sbrigativamente. – Ho dovuto aspettare il week end.
- Che peccato. – commento andando a versare una coppa di vino per entrambi dal raffinato mobile bar. Mi piace coccolarlo, quando ritorna da qualche peripezia finita male. Una volta era molto popolare, più di me, ma adesso mi pare che non esista una sola persona al mondo in grado di comprenderlo come lo comprendo io. – Stavolta avevi fatto un buon lavoro, sai? Tutta quella passione, quell’accusare i corrotti insospettabili, il clero e tutto il resto. Avrei scommesso che ti avrebbero creduto, a questo giro.
- No, non lo fanno mai. Mi hanno creduto a malapena la prima volta che sono venuto da queste parti. – mio fratello si stringe nelle spalle, con l’aria affranta. – Mi sa che hai ragione tu. Finirà che verrà il gran giorno, e nessuno si sarà fidato di me, di quello che ho da dire.
- Oh bè, peggio per loro, fratello caro. Lo sai come la penso su questa gente. Non ti meritano, non ti hanno mai meritato. – gli dico porgendogli un calice di cristallo. Lui lo prende, con la mano stanca e segnata dall’ennesima cicatrice. – E alla fine, verranno tutti alla mia festa. È una fortuna che io sia un così bravo organizzatore di eventi. Sarà proprio la fine del mondo.
Mio fratello non apprezza il mio umorismo. Lo trova troppo cinico, dice, e forse ha ragione. Ma come potrei non esserlo? Provateci voi, a vedere vostro fratello spiegare il bene a piccole menti ottuse, tentativo dopo tentativo, secolo dopo secolo, rivolgersi ai presunti pii, agli autoproclamati benefattori, e venire scacciato, deriso, assassinato. Voi, non sareste amari di fronte a un simile trattamento, se aveste per fratello la migliore persona che abbia mai calcato la terra?
- Ti dispiace se sto un po’ da te, Luke, prima di tornare alla base? – mi chiede con quel viso triste che gli conosco, e come posso dirgli di no?
È un tipo a posto, mio fratello, ma ancora una volta non ha avuto successo. Quando ci riproverà, per cortesia e per il vostro stesso bene, siate un po’ più gentili con lui. Voglio dire, lo so che è facile avermi in simpatia, perché io ci so fare, ho i modi accattivanti, i soldi e le amicizie, e un senso dell’umorismo al quale non si può resistere. So come prendere le persone, so che proposte fare, e finisce che sono sempre molto popolare, in ogni stagione, anno dopo anno, dopo anno.
Ma mio fratello… be’, lui è un tipo scomodo. Lo è stato sin dalla prima volta che se l’è presa con alcuni mercanti in un vecchio tempio. Si infervora quando dice le sue cose, ma voi dovreste proprio starlo a sentire, sapete? Quindi date retta a uno come me, un uomo ricco e di buon gusto, in giro da parecchio tempo: se per caso doveste incontrare mio fratello, e lui dovesse dirvi il suo nome per intero e darvi qualche consiglio su come evitare di essere invitati alla mia grande festa… be’, fatemi un piacere: dimostrate per lui un po’ di simpatia, e delle buone maniere.
E forse, quando verrà il momento di scegliere cosa fare di voi, una volta che le vostre anime patetiche singhiozzeranno e attenderanno di diventare carne da macello per i miei mastini… potrei chiudere un occhio.

lunedì 11 aprile 2016

APPROACH TO MARS di Fabio Calabrese

Gino Lazzari era appena uscito dal terminale dell'aeroporto guardandosi intorno con aria disorientata. I paesaggi tropicali avevano questo di negativo: ti aggredivano con un flusso stordente di colori e sensazioni.
All'improvviso si senti chiamare:
“GINO, GINO!”
Una squillante voce femminile richiamò la sua attenzione.
Gino Lazzari si avvicinò. Accanto a un piccolo elicottero, c'era una ragazza che si stava sbracciando nella sua direzione, una ragazza, dovette ammettere subito, dalle curve di tutto rispetto, una cascata di capelli biondi, e il cui abbigliamento, tolti occhiali da sole e zoccoli, non era costituito da nulla di più di un generoso bikini che non nascondeva per nulla le curve procaci.
“Gino”, disse lei togliendogli la sacca dalle mani e sistemandola dietro i sedili dell'elicottero, “sono la sua elicotterista”.
Per un istante, Gino Lazzari si domandò come avesse fatto a non rendersene conto: l'emisfero australe è completamente diverso da quello boreale: distanze enormi riempite da una quantità spropositata d'acqua marina, rade isole dove viveva un'umanità ancora più rada. Era quasi ovvio che non ci fosse nessun collegamento di linea tra Noumea e Mururoa, ma ci si dovesse andare in elicottero.
“Mi chiamo Denise”, disse la ragazza mettendosi ai comandi, “hanno scelto me per venirti a prendere perché parlo italiano. Mia mamma è italiana, ma mio padre è un vero french polinesian”.
Gino sorrise.
“Qualunque sia la combinazione”, disse, “il risultato mi pare particolarmente riuscito”.
Mentre l'elicottero si sollevava, la ragazza fece finta di non aver sentito il complimento.
“Dì un po'”, chiese Gino,”ma questi affari non sono pericolosi?”
“Meno della tua automobile”, rispose lei, “a meno che tu dimentichi di stare fermo fino a quando le pale e il rotore hanno smesso di girare”.
Dopo poche ore stavano sorvolando Mururoa. Gino era del tutto impreparato a quello che avrebbe visto, ma Denise che aveva lasciato l'isola poche ore prima, era altrettanto impreparata. Sotto di loro, la superficie dell'isola era un caos di polvere e detriti che a tratti ne mettevano a nudo il bianco scheletro calcareo.
“Sembra sia stata bombardata”, disse Gino.
“Qualcuno deve avere usato un esplosivo ad alto potenziale”, commentò Denise. “È chiaro che qualcuno vuole impedirci a tutti i costi di arrivare su Marte”.
Qualche ora più tardi, Gino ebbe modo di incontrare gli altri membri della spedizione in una villetta isolata. Tranne i comandanti della spedizione, i colonnelli Lapierre e Savcenko, rigidi nelle loro uniformi militari, tutti gli altri avevano adottato un look alquanto disinvolto. Quei fisici da pin-up e culturisti che strabordavano dai costumi e dalle magliette tropicali, tendevano a far dimenticare che quegli uomini e quelle donne erano tutti scienziati o tecnici con un'elevata specializzazione e militari addestrati a una rigida disciplina.
Al centro dell'ampio tavolo c'erano le bandierine dell'Unione Europea e della Federazione Russa. Questo sorprese Gino: si era aspettato la bandiera dell'ONU, come di solito si usava per le missioni internazionali, ma evidentemente le Nazioni Unite non avevano dato la loro benedizione. Gli altri membri dell'equipaggio erano europei, in netta maggioranza francesi, e c'erano alcuni russi.
Jean Lapierre, un uomo di circa cinquant'anni, dai capelli grigi, rigido ma in qualche modo elegante nell'uniforme militare, comandante semi-ufficiale della spedizione, prese la parola.
“Abbiamo controllato i danni alle attrezzature”, disse, “sono andati distrutti un hangar prefabbricato e due booster vuoti. I danni non sono gravissimi, gli attentatori sono stati alquanto maldestri. Tuttavia è chiaro che ci stiamo confrontando con una forza ostile che desidera che questa spedizione non si faccia. Mi sono confrontato con il colonnello Savcenko e abbiamo convenuto sulla stessa linea di condotta: Emetteremo un comunicato molto drammatico dal quale risulterà che i danni alla base siano molto più gravi di quanto in effetti non sono, tali da metterci fuori gioco per molti mesi, e intanto procederemo più velocemente possibile alla preparazione della spedizione”.
Il colonnello Savcenko era un uomo molto diverso da Lapierre: aveva l'aspetto volpino e sornione di chi ha fatto carriera soprattutto a forza di astuzie.
“La Russia”, disse, “senza il KGB non sarebbe niente, ma in questo caso scomodare il KGB non è proprio necessario. Ricordate che la nostra non è una spedizione internazionale, ma euro-russa. Se il Giappone ha declinato la sua partecipazione, e la Cina ha fatto altrettanto, c'è una sola spiegazione: pressioni da parte degli Stati Uniti, o almeno da una parte dell'élite americana; questo spiega anche il mancato appoggio dell'ONU. Il problema è che sappiamo chi, ma non sappiamo il perché. Ci è tuttora ignoto perché almeno una parte dell'élite statunitense intende sabotare la prima spedizione umana su Marte”.
 
Dopo la conferenza, Gino Lazzari ebbe modo di conoscere gli altri membri della spedizione. A parte le quattro persone di nazionalità russa, tra cui una bella ragazza, Tanja Georgeva, gli altri erano tutti europei, francesi la più parte, anche se c'erano uno spagnolo, un tedesco, e Paula Van Djemen, una graziosa ricercatrice olandese. Tuttavia, quel che lo stupì di più, fu la distribuzione delle specializzazioni. A parte i tecnici come lui, specialista nell'assemblaggio di strutture modulari, fra gli scienziati c'erano soprattutto geologi e vulcanologi.
“Ma come, non lo sai?”. Glielo spiegò Tanja Georgeva con il tono che avrebbe usato con un ragazzino. “Noi sbarcheremo nei pressi del Monte Olympus, che è il più grande vulcano del sistema solare, e quando Marte era geologicamente attivo, deve aver eruttato un bel po'. C'è un motivo preciso e semplice: sulle pendici dei vulcani durante le eruzioni si formano i cosiddetti tunnel di scorrimento. La lava più esterna si raffredda e si solidifica, mentre quella all'interno continua a scorrere, così si forma una sorta di galleria. Noi pensiamo che su Marte, durante le eruzioni del Monte Olympus di tunnel di scorrimento se ne debbano essere formati un bel po', anche perché data la sottile atmosfera marziana, e il fatto che questo pianeta si trova più lontano rispetto al sole della Terra, la differenza fra temperatura esterna e quella della lava incandescente doveva essere considerevolmente maggiore. In sostanza, noi ci aspettiamo di trovare nei tunnel di scorrimento del Monte Olympus qualcosa di molto simile a una base naturale già bella e fatta che potremo adattare facilmente alle nostre esigenze”.
I giorni seguenti passarono molto in fretta per Gino: c'era da fare tutto il lavoro di preparazione al lancio: preparazione fisica ed esami medici, e un po' di ripasso teorico sul lavoro che gli sarebbe stato affidato una volta giunti sul Pianeta Rosso. Il comunicato del colonnello Lapierre che teoricamente rinviava la spedizione quasi sine die lo faceva sentire abbastanza al sicuro. Chiunque fossero gli attentatori, li avrebbero gabbati con una partenza improvvisa. Sdraiato sulla cuccetta anti-accelerazione, Gino Lazzari aveva l'impressione che una mano gigante gli premesse le viscere verso il basso per fargliele uscire dalle reni. Quello era davvero il momento critico a cui tutto il lavoro teorico e gli allenamenti precedenti non preparavano veramente mai, l'improvviso aumento dell'accelerazione quando l'astronave si staccava dalla superficie e poi dal campo gravitazionale terrestre. I veterani delle missioni spaziali finivano per acquisire una certa abitudine, ma per i novellini era il momento più duro, il battesimo dello spazio.
Tuttavia passò. Pian piano, dopo qualche minuto l'attrazione gravitazionale tornò dapprima alla normalità, per poi scendere al disotto dei livelli abituali sulla superficie terrestre, e trasformarsi in caduta libera a gravità ridotta. Questa era una sensazione completamente diversa che dava piuttosto una sorta di euforia. Gino si ricordò quasi con sorpresa, che quella gravità ridotta sarebbe stata appunto la condizione in cui avrebbe dovuto vivere per la maggior parte del tempo nei mesi seguenti. C'era da ringraziare comunque la propulsione a ioni, che avrebbe consentito di arrivare sul Pianeta Rosso in un paio di mesi, invece dei quattro anni che sarebbero occorsi con un razzo a propulsione chimica.
Certo, venne da pensare a Gino; in realtà Marte sarebbe stato raggiungibile anche nel XX secolo, quando poco dopo la metà di esso, era iniziata la corsa allo spazio, ma sarebbe stato necessario un tempo spropositato.
Gli altri membri dell'equipaggio cominciarono a uscire dalle cuccette, e anche Gino lo fece con la maggiore prontezza che gli fu possibile, non ci teneva a fare la figura del novellino. Era strano fluttuare in quel modo, ma non spiacevole.
Poco dopo, arrivò il comandante Lapierre che teneva una scatola sotto il braccio. La sua espressione era raggiante.
“Ragazzi”, disse, “ho aperto adesso la busta sigillata con gli ordini per la missione. Vi comunico che sono stato ufficialmente nominato comandante della spedizione e che mi sono stati conferiti i gradi di generale. Qui ci sono dei cioccolatini per tutti voi. Attenzione quando li togliete dalla scatola, che con la bassa gravità non schizzino chissà dove. Poi però scordatevi che possano fare parte delle vostre razioni abituali nei prossimi mesi”.
Fra i membri dell'equipaggio, l'applauso scoppiò spontaneo.
Qualche minuto più tardi, arrivò il colonnello Savcenko, e la sua espressione era completamente diversa, aveva una faccia rabbuiata che non lasciava presagire nulla di buono.
“Devo darvi delle notizie”, disse l'ufficiale russo. “Poco fa mi sono fatto trasmettere le coordinate della missione da Houston, da Baykonur, da Atacama nelle Ande peruviane, che come sapete, è una base europea. Naturalmente, i nostri amici americani sono all'oscuro del fatto che il nostro controllo è triplice, e credono di essere gli unici a fornircele. Bene, i risultati sono molto chiari. Mentre le coordinate che ci hanno fornito russi ed europei coincidono, quelle che ci ha dato Houston sono completamente sballate, ci porterebbero a perderci nello spazio”.
L'espressione di Lapierre si era incupita.
“Vuoi dire”, commentò, “che sacrificherebbero con tanta facilità la vita di una trentina di persone?”
“A quanto pare, si”, rispose il russo.
“Devono avere qualcosa di grosso da nascondere”.
La vita a bordo dell'astronave, che i francesi avevano deciso di chiamare “Ariane” come i loro primi razzi, si stava assestando su di una routine che contribuiva a dare alle cose un senso di normalità.
Di tutte le procedure che formavano la routine a bordo della Ariane, quella che Gino gradiva di meno, era la cosiddetta ruota del criceto, si trattava di un'apparecchiatura di forma circolare che in effetti Gino trovava molto simile alle ruote nelle gabbie dei criceti, ma il suo scopo era quello, ruotando su se stessa, di creare una sorta di gravità artificiale. Lapierre era stato categorico: tutti i membri della spedizione dovevano fare una corsa di almeno un'oretta al giorno su quella sorta di tapis roulant circolare per non disabituarsi a una gravità di tipo terrestre: l'assenza di gravità indeboliva il sistema osseo e poteva procurare seri problemi circolatori.
Nulla appariva più appropriato alla dimensione onirica, che fluttuare nella bassa gravità, sembrava di spostarsi come una medusa immersa nell'acqua marina, piuttosto che come un vertebrato terrestre. Ovviamente, nello spazio interplanetario non c'erano né giorno né notte, ma Lapierre e Savcenko avevano imposto un ciclo giornaliero preciso simil-terrestre, e in quel momento a bordo della Ariane era “notte”. In quel momento, Gino Lazzari non sarebbe stato capace di dire se fosse sveglio o stesse sognando un sogno con strane coloriture realistiche.
Si avvicinò all'impianto di regolazione dei gas e dei propellenti. L'impulso che provava era estremamente forte: sarebbe bastato aprire un paio di valvole e chiuderne un altro paio, per fare in modo che il comburente destinato all'alimentazione dei razzi ausiliari, si espandesse nell'impianto di aerazione della Ariane. Pochi minuti e tutti sarebbero morti avvelenati, non sarebbe stata un'agonia lunga.
Si bloccò. Per quale motivo avrebbe mai dovuto fare una cosa tanto assurda? Con uno sforzo si allontanò, fluttuando di nuovo verso la propria cuccetta.
Era di nuovo là: il tempo sembrava aver girato all'indietro riportandolo al punto di partenza. In realtà, Gino Lazzari era semi-conscio che le cose non stavano così, che quella era la notte successiva, nel corso della quale un impulso incontenibile l'aveva di nuovo riportato davanti alle valvole dell'impianto di regolazione. Questa volta, l'impulso era fortissimo. Allungò la mano verso la valvola, ma non la raggiunse mai. Un dolore fortissimo gli esplose poco sotto la mascella, e prese a volare all'indietro, finché la sua testa andò a sbattere con forza contro una paratia. Nella bassa gravità sembrava impossibile farsi male, ma non era così, perché non c'era nessun attrito, nessuna resistenza a frenare gli effetti di un colpo o di una spinta. Non solo gli incidenti nella bassa gravità erano possibili, ma a volte potevano anche essere parecchio dolorosi. Gino Lazzari svenne.
Quando riprese conoscenza, Gino si accorse di essere saldamente legato a una branda. Vide sopra di sé il volto di Konstantin Savcenko.
“Mi dispiace”, disse il russo, “ho dovuto usare la mano pesante, ma ne andava della sicurezza di tutti”.
“Non capisco”, rispose Gino.
“La cosa non mi sorprende”, replicò Savcenko, “sotto alcuni lati, gli Americani sono gente molto in gamba, ma ti sorprenderesti di sapere quante volte il nostro KGB li ha presi per il naso. Abbiamo subito pensato che avessero infiltrato un sabotatore nel nostro equipaggio, e tu eri il candidato più probabile, perché hai avuto un periodo di studio e addestramento negli Stati Uniti”.
“Ma io non volevo fare del male a nessuno!”, obiettò stupefatto Gino.
“Su questo non ho dubbi”, rispose il colonnello. “Non siamo sulla Terra ma nello spazio. Un sabotaggio qui, è anche un suicidio. Io sono sicuro che sei stato ipnotizzato. Io, tu e il comandante Lapierre rimarremo gli unici a conoscenza della faccenda, ma capirai che per non correre ulteriori rischi, ti terremo sotto controllo”.
 
Il secondo mese di viaggio fu per Gino un vero tormento: sentirsi sorvegliato, sia pure con molta discrezione, era estremamente sgradevole. Per sfuggirle, si tuffò nel lavoro: la sequenza di operazioni robotiche che avrebbero trasformato le pendici del Monte Olympus in una base abitabile per gli esseri umani, poteva essere progettata con un certo anticipo anche senza conoscere esattamente la morfologia dei tunnel di scorrimento lavico che i vulcanologi si aspettavano di trovare: occorreva per prima cosa sigillarli in modo che non disperdessero la preziosa atmosfera, poi occorreva portarvi luce e calore; infine si arrivava all'installazione robotica dei moduli prefabbricati, che avrebbero trasformato quei cunicoli in un posto decente dove vivere.
Certo, Gino avrebbe voluto controllare i risultati con qualcuno; magari Denise, la ragazza italo-kanak, oppure la russa Tanja Georgeva, ma a quanto pareva, era già fortunato che le cose erano andate come erano andate, e non si trovava agli arresti.
Quasi non se ne accorse fino a ventiquattro ore prima dello sbarco. Quello era un momento storico: era la prima volta che gli esseri umani atterravano su di un pianeta diverso da quello che li aveva generati; almeno questa era la versione ufficiale, ma era davvero così, oppure no?
Una dozzina di ore dopo lo sbarco sul suolo marziano, Gino Lazzari era già al lavoro; questo gli dava una soddisfazione enorme, sentiva di aver riguadagnato credibilità. Alle falde del Monte Olympus c'era una quantità di tunnel di scorrimento lavico, che formavano un labirinto intricato. Qualche ora dopo aver iniziato il lavoro, soprattutto dopo aver cominciato a posizionare le luci, le prove cominciarono ad apparire evidenti: loro non erano i primi esseri umani provenienti dal pianeta Terra ad aver messo piede su Marte.
Gino aveva chiesto di poter parlare all'equipaggio nel salone centrale dell'astronave, dove c'era il lungo tavolo in grado di ospitarne i membri al completo. Ora che il momento era arrivato, però, si sentiva in forte imbarazzo: non era un oratore, sapeva di non esserlo; sperò ardentemente che il materiale che aveva raccolto e custodiva nella grossa sacca per campioni vicino a lui, fosse abbastanza eloquente di per sé.
“Ci sono prove evidenti”, esordì, “che noi non siamo i primi esseri umani a mettere piede su Marte. Siamo stati preceduti da una o più spedizioni statunitensi e, direi in base al materiale da me ritrovato, che siamo stati preceduti da qualcosa come mezzo secolo. Quel che tuttora non mi rimane comprensibile, è il perché sia finora stato mantenuto il segreto su ciò”.
A questo punto, fu Savcenko a prendere la parola.
“Caro Lazzari”, disse, “io mi sorprendo che tu abbia ancora dei dubbi a questo riguardo. Io ci ho riflettuto e qualche idea me la sono fatta. Considera l'epoca nella quale sarebbe avvenuto ciò. Agli inizi degli anni '70 del XX secolo, il programma Apollo fu improvvisamente interrotto dopo lo sbarco umano sulla Luna. Possiamo pensare che non sia stato affatto interrotto, ma proseguito in segreto, avendo come obiettivo non più la Luna, ma Marte. Il motivo, lo si comprende anch'esso molto bene se si tengono presenti l'epoca e il contesto storico. Erano gli anni della guerra del Vietnam, della contestazione generale, dell'avanzata comunista negli stati ex coloniali del Terzo Mondo. La sensazione generale era che il crollo del sistema americano e l'avvento di un sistema comunista mondiale fossero imminenti, poi sappiamo che dagli anni '80 la tendenza si è del tutto invertita. Mettiamoci nei panni dell'élite statunitense dell'epoca, o almeno di una parte di essa. Cosa di meglio per mettersi al sicuro, che trasferirsi su Marte dove vivere beatamente nello stile dei piantatori del vecchio sud, serviti da migliaia di schiavi robotici? Noi comunicheremo la nostra scoperta alla Terra, e quando torneremo, sono sicuro che troveremo un mondo cambiato, dove sicuramente la reputazione degli Stati Uniti avrà subito un notevole ribasso”.
“Benissimo”, replicò il generale Lapierre, “possiamo vedere queste prove?”
Gino estrasse un oggetto dalla sacca: era un bidoncino per la raccolta dei rifiuti: sul lato superiore del coperchio, si leggeva chiaramente la scritta TRASH.
“Non vorrei essere polemico”, disse Lapierre, “ma si potrebbe anche pensare a un oggetto recente che ci siamo portati dietro per costruire una messinscena”.
“Capisco”, rispose Gino, “Forse troverà questo più persuasivo. Intendiamoci, nulla garantisce nemmeno in questo caso che non sia un falso, e sono sicuro che al nostro ritorno dovremo confrontarci con polemiche furiose, ma certamente è più nello spirito dell'epoca”.
Estrasse un altro oggetto dalla sacca: era una lattina dove qualcuno aveva inciso una caricatura, schematica ma riconoscibile, di un Elvis Presley molto capelluto. Più sotto era stato inciso:
“US HAIR FORCE”.