domenica 23 marzo 2014

IL NASTRO VERDE di Natasha Beaulieu

a Marie-Ève Noël

L’ultimo treno del venerdì sfreccia nella notte. Osservo l’unico passeggero, inerte sul sedile, laggiù in fondo: ha gli occhi chiusi, la nuca riversa e la bocca spalancata. Immerso in un sonno abissale, come le vie della metropoli che sfilano sotto di noi. La sua sostanza secca è quella d’uno statale annoiato ed uggioso, prigioniero d’un mondo alla Kafka. Una valigetta, dal contenuto probabilmente insignificante, giace sulle sue ginocchia.
Fermata. Una fanciulla varca le porte scorrevoli e, per un attimo breve come un sospiro, i suoi candidi occhi azzurri incrociano il mio sguardo scrutatore. Le sue guance, già rosee, arrossiscono. Però si siede di fronte a me. Avvolta in un soprabito troppo leggero per la stagione, stringe una borsa informe, di cuoio nero, contro il ventre. Quando il treno ricomincia correre, ella fa finta d’ignorarmi. Contrariamente a quella dell’altro passeggero, la sua sostanza è acquosa: mi fa pensare ad una pianta affogata da una sovrabbondanza di premure, umide e fredde. Ciò nonostante, scorgo in lei uno stelo ancor sano, che ha solo bisogno di tepore e di luce per rigermogliare. Mi scopro una tempra di salvatore. Desidero aiutarla a divenire interamente viva, in un modo che forse non è il migliore, ma, quando si è giovani come lei, è meglio crescere sghembi e contorti che marcire fino alla linfa.
Scivola intanto il treno sulle rotaie. Lo statale continua a dormire. Allora m’alzo e m’appoggio alla sbarra verticale, davanti a lei, che tiene la testa china. Dimesso anche lo sguardo. Risento il suo nervosismo. Giocherella con la tracolla della borsa. Aspetto. Paziente. Ho bisogno d’un gesto da parte sua. Qualunque sia, giustificherà l’intervento. Aspetto. Ad un tratto, in un lento movimento grazioso, ella dirige la sinistra verso la nuca e scioglie il nastro di seta verde che le costringe i bei capelli bruni.
Allora mi siedo alla sua destra e raccolgo il nastro dalla sua mano fredda. Quasi gelida. Le libero il volto dalle lunghe ciocche che l’occultano e, con la punta dell’indice, le rialzo la testa. Non osa guardarmi. Allora rapidamente le annodo il nastro intorno ai polsi e ne tiro gli estremi verso di me. È proprio in quel momento che lei mi guarda, finalmente. È una cosa seria? Fino a dove sarai pronta ad andare? Non sa che rispondere, allora tiro ancora sul nastro, con fermezza. Comincia ad ansimare. Ripeto, fino a dove sarai pronta ad andare? I begli occhi si gonfiano di lacrime. No, quel che ti ci vuole, è il fuoco. Infilo la mano tra i capelli riversi. Si mette a fremere tutta. Le premo la mano sulla guancia, perché s’accorga che sono io, quel fuoco che le manca, inestinguibile dalle lacrime. Le mie dita esplorano la folta criniera, le afferrano la nuca. Non puoi continuare così. Hai bisogno di me. Bagliore eccitato negli occhi cerulei. Sono sconvolto. Una lingua di fiamma mi serpeggia per tutto il corpo. Tiro sul nastro, più forte, ed ecco che non può più scegliere : deve essermi vicina. Sottomessa. Non voglio che se ne vada. Mai più. Non voglio che si muova, se non per seguirmi, se così decido.
Il treno rallenta. Capolinea, dice una voce. Ci siamo già? Il passeggero si sveglia. Non ci vede neppure, s’alza ed arranca verso l’uscita, con la pesante valigetta in mano. Dobbiamo scendere, osa dirmi lei. Non far la stupida, lo so che dobbiamo scendere. Rincaro la tensione sul nastro per costringere la mia prigioniera ad alzarsi all’unisono con me. La borsa! – grida. Le prendo la borsa.
Scendiamo sulla piattaforma. Lo statale s’è già dileguato in una qualche via di periferia notturna. Vado avanti trascinando questa fanciulla che mi trasforma in fuoco. Adirato. Perché sei arrabbiato? Non voglio spiegarle che mi sono intrappolato con le mie proprie mani. Avrei forse fatto una proiezione? Non sarei, anch’io, un vegetale gonfio d’umidità alla ricerca d’una vampata di calore? Perché sei arrabbiato? Esasperato, guardo intorno a me. Cerco una risposta. Vedo una fermata d’autobus. Frugo nelle tasche del cappotto, ma non ci trovo niente di utile. Allora, fruga nella borsa mia, mi consiglia lei. Metto questa borsa sul marciapiede, l’apro e ci frugo dentro. Ci trovo oggetti familiari : corde arrotolate, manette, altri nastri adesivi, solidissimi, ed un paio di forbici. Ma che ci fai, con tutta questa roba in borsa? Non far l’ingenuo, hai indovinato. La odio. L’adoro. Cinque minuti dopo, eccola dritta davanti a me, legata alla sbarra verticale della fermata, costretta in una spirale di nastro adesivo grigio.
Siamo in un luogo deserto. Notte e freddo. Ma sono tutto un fuoco. Anche lei. Geme di desiderio. Le spingo i capelli dietro le orecchie. Calde come tizzoni, le mie mani. La sua pelle arde sotto le carezze. Allora, la bacio in modo che il mio fuoco dilaghi nel suo corpo, disseccando l’umido, il marcio, calcinando tutto nel dilagare. Tutto il rimanente che deve sparire. Ormai, ella è solo fiamma viva, che mi scotta le mani, tra un bacio e l’altro. Sono pazzo. Pazzo di lei, avvinta al palo. Lei balsamo, lei antidoto contro questa vita insipida nella quale sono immerso, credendo – somma presunzione – di essere diverso dagli altri. Ma lo sono? Sono poi tanto diverso dallo statale? Credevo d’averlo capito, ma è stata lei a smascherarmi, sciogliendo il nastro verde che le costringeva i capelli.
Quando reciderò i vincoli che la mantengono dritta, ella non cadrà. Ormai sa che sono io il suo tutore. Poco importa ch’ella riprenda vita in modo un po’ sghembo o distorto, saprò accudire ai suoi teneri germogli.
2 gennaio 2013

(Traduzione dal francese di Serena Gentilhomme)

giovedì 20 marzo 2014

IL MISTERO DEL BAR DEI VECCHI E DEI GATTI di Cristian J. Caravello



Certe cose possono accadere solo di notte. La notte ha un velo magico, una corona di stelle e un esercito di ombre. E le stelle sono misteriose, e le ombre oscure.
Chi è attratto dalla magia e dal mistero deve amare la notte.
Chi può negare il sapore di una camminata nei sobborghi alle due di notte? Lì si ascolta il silenzio della luna, si avverte l’umidità dei vecchi edifici, si sentono respirare i giardini. I latrati sono diversi di notte, e il ronzio del motore di un’auto isolata. Tutto è unico, solitario e personale. Ogni cosa, ogni persona è più vicina se stessa.
Girai all’angolo e camminai sul marciapiede rotto, umido di rugiada. Sulla destra si stendeva la successione di locali commerciali, che dormivano con le loro persiane tirate giù come palpebre stanche. A sinistra, il pavé, con i suoi mulinelli di foglie nere sminuzzate che ondeggiavano sul selciato, agitate dalla corrente che, dopo aver accarezzato la Pampa, arrivava in città aprendosi in un delta di brezza. Di notte, Buenos Aires torna a essere una borgata che interrompe la campagna, una mera piaga nella pianura interminabile, dove dimorano i parassiti che si abbeverano al fiume.
L’auto nera prese l’imboccatura di una strada secondaria, due isolati più avanti. Tutte le auto sono nere alle due di notte. Le auto e i gatti. Forse per curiosità, forse per noia, percorsi i due isolati e piegai a destra seguendo la direzione del veicolo. Sbucai in un vicolo scuro e senza nome. L’auto nera era parcheggiata lì davanti, vicino a un vecchio bar la cui luce irradiava appena il marciapiede e la strada. Alcuni gatti gironzolavano sulla porta. Entravano, uscivano e saltavano sui tetti delle case vicine. Lì sopra miagolavano, correvano, si arrampicavano, si appostavano, si incontravano, litigavano stagliati contro la luce e si accoppiavano nascosti nell’ombra.
Entrai nel bar. Mi sedetti a un tavolino libero di fronte alla finestra. Fuori non c’era molto da guardare, ma tra le pareti e le finestre uno sceglie sempre le finestre.
Mi sembrò surreale trovare un bar aperto all’alba a metà di un vicolo, ma di sicuro il posto era abbastanza frequentato. Si trattava di una vecchia costruzione restaurata con più gusto che ricchezza. Si notava il pavimento originale di mosaici alternati in bianco e nero, con una cornice di due strisce nere intrecciate su fondo bianco che percorreva il contorno del locale.
Le pareti erano rivestite con un intonaco rustico e qualche scheggiatura intenzionale che lasciava vedere dei grossi mattoni consumati dal tempo e dalle battaglie, appena coperti con vernice opaca. Dal soffitto invisibile scendevano delle catenelle nere che terminavano in paralumi aperti come cappelli cinesi, di un materiale traslucido, che ondeggiavano sopra i tavoli dirigendo la luce verso il basso e lasciando al buio tutto lo spazio sopra i due metri. Non c’erano più di venti tavoli disposti in una geometria rettangolare, che formava una elle ampia e corta intorno al bancone. In fondo, sotto una grande arcata, c’era l’accesso ai sanitari. Sotto alle figure della dama e del cavaliere erano appesi due cartellini storti su cui era scritto “solo per clienti”. E, cosa sorprendente, nella parte inferiore di ogni porta c’era uno sportellino basculante per il passaggio di animali domestici che, come scoprii in fretta, erano invariabilmente gatti.
Nell’entrare avevo percepito il tocco ruvido degli sguardi altrui che ti fanno sentire forestiero. In un tavolo attiguo al mio, due anziane chiacchieravano animatamente, mentre sorseggiavano un infuso d’erbe, accompagnato da torta di mele e lemon pie.
Chiamai il cameriere e ordinai un cappuccino italiano con amaretti e un bicchierino di sherry. Era un uomo anziano, molto formale, che preparò subito la tavola e la riempì di oggetti con una routine lenta e ordinata. Mise una tovaglietta, un centrotavola, due cioccolatini avvolti in carta stagnola e cellophane, una caraffa d'acqua e un bicchiere basso e conico con le pareti spesse e striature verticali.
– Le porto subito quello che ha ordinato – disse. E se ne andò.
Mi appoggiai allo schienale per osservare la gente. Immediatamente uscì dal bagno un ottuagenario che avanzava a passi stentati appoggiandosi a un bastone di legno lucidato. Dietro di me, si alzò un individuo di mezza età, piegò il suo giornale e si affrettò ad aiutarlo.
– Io non so se le fa bene venire qua, Don Hipólito – gli disse mentre lo sosteneva.
– È meraviglioso ­– rispose l’anziano. – Domani ritorniamo.
L’assistente scosse la testa.
– Questa dipendenza la porterà alla tomba.
– Io sono già morto, Pepito. Vengo qua per vivere i miei ultimi momenti.
Uscirono lentamente, salirono su un veicolo blu che aspettava a metà dell’isolato e scomparvero girato l’angolo.
Mentre pensavo al mistero di quel dialogo, mi resi conto che quasi tutti i clienti del bar erano anziani.
Un gatto nero spuntò dallo sportellino basculante del bagno degli uomini. Uscì sul marciapiede, si avvicinò ad altri due o tre gatti che sembravano aspettarlo e insieme scomparvero nell’oscurità del vicolo.
Una gatta color cannella mi si avvicinò con decisione
e cominciò a strofinarsi contro i miei polpacci. Appoggiava i baffi e avanzava sfregando con fermezza tutto il suo fianco fino alla punta della coda, dopo faceva un otto tra le mie gambe e ripeteva l’operazione contro l’altro polpaccio. Le accarezzai la testa e socchiuse gli occhi con piacere. Dopo aver ripetuto per un po’ la sua routine affettuosa, se ne andò fulminea e scomparve dietro lo sportello del bagno delle signore, lasciando le mie calze di lana coperte di peletti gialli.
Il cameriere mi portò il cappuccino e ne approfittò per riscuotere il conto dalle vecchie dell’infuso d’erbe, che avevano una certa urgenza di pagare. Urgenza che si spiegò in fretta, perché subito dopo si diressero al bagno.
Io gustavo il mio caffè mentre guardavo la riunione dei gatti, all’esterno. Tutto il vicolo era gremito di gatti. Guardando sui tetti li si poteva vedere come sagome ritagliate nella luce dalla luna, che andavano e venivano con una strana frenesia. Di tanto in tanto scendevano sul marciapiede, si riunivano in due o tre e intraprendevano la marcia in gruppo, con un percorso definito: costeggiavano il vicolo fino a saltare il muro in fondo e cadere nel cortile posteriore di una vecchia cappella.
Un’anziana civettuola e vistosamente tinta passò accanto al mio tavolo, si fermò un momento, mi sussurrò qualcosa a voce molto bassa:
– Belle calze, soprattutto molto morbide – e continuò il cammino verso la strada.
Nello stesso tempo, un’altra anziana entrò nel locale, camminando pianissimo, leggermente inclinata in avanti. Avanzò appoggiandosi a tutti i tavoli e le sedie che aveva a tiro. Si sedette a un tavolo vicino al mio, mi guardò un istante e abbassò lo sguardo quando la osservai. Non poteva avere meno di novant’anni.
Due gatte uscirono dal bagno delle signore zampettando allegramente, la prima aspettò un istante la seconda ed entrambe si diressero verso il festino di gatti che sembrava svolgersi nel vicolo.
Un vecchio che era solo si alzò e si sedette al tavolo vicino all’anziana novantenne che era appena entrata. Conversarono, discussero, lui insistette facendo riferimento a un incontro precedente.
– Andiamo! Non ti è piaciuto? Se te la sei spassata, non mi puoi dire di no.
Lei lo respinse più volte e giurerei che a un certo punto mi guardò per chiedere aiuto.
Quando il nonno divenne più insistente e iniziò a tirarla per la mano, scuotendo la povera vecchietta avanti e indietro, ritenni opportuno intervenire.
– Mi scusi, nonno, ma credo che la signora preferisca stare da sola.
Il vecchio si voltò per guardarmi, con un giro d’effetto, tenendo fisso il collo e ruotando la vita, mi scrutò alzando lo sguardo, esitò un istante,
poi alzò entrambe le mani con le palme in avanti.
– Va bene – disse. Si alzò in piedi e si diresse al bagno sbandando per la fretta e con evidente malumore. Quasi cadde inciampando su un gatto che usciva dallo sportellino basculante, ma l’animaletto lo schivò con perizia e continuò il suo percorso.
– Grazie, giovanotto – disse l’anziana, mi accarezzò una mano e mi guardò con tenerezza. Le sorrisi e tornai al mio tavolo per scoprire che la scena non era passata inosservata e che tutti gli sguardi erano posati su di me; ostili quelli dei vecchi, inteneriti quelli delle vecchie.
– Non so che ci fa un uomo tanto giovane in questo posto – sentii commentare.
Mi fermai ancora un po’, intrigato dal movimento di quel luogo. Come marionette gravemente ferite dalla vita, questi personaggi pagavano il loro conto e si trascinavano in uno scricchiolare di ossa e cartilagini fino al bagno sovraffollato, dal quale uscivano ed entravano gatti per lo sportellino in basso. Osservai che le anziane dell’infuso dopo mezz’ora non erano ancora uscite. Mi accorsi che, in generale, nessuno di quelli che era entrato, era poi uscito. Uscivano altri, questo sì; e i gatti, che entravano e uscivano, ma non a caso: i maschi passavano dal bagno degli uomini e le femmine da quello delle donne, e mai nessuno sbagliava porta.
Alla fine la vecchietta novantenne pagò il suo conto e si spostò fino al bagno gridando con gli occhi i molteplici dolori della vecchiaia.
Chiamai il cameriere e chiesi il conto. Nel frattempo, un gatto grigio e nero mi balzò addosso e mi graffiò la faccia. Mi tirai indietro d’istinto, mentre la bestia scappava veloce verso la porta. Pagai il cameriere raccontandogli dell’attacco.
– Mi dispiace molto, signore, ma comprenderà che non possiamo cacciare i gatti – mi disse, e strizzò un occhio.
No. Non compresi. Ciò che mi appariva assolutamente chiaro era che lì accadeva qualcosa di strano con i vecchi e i gatti, e tutte le domande mi portavano verso il bagno, dove gli uni e gli altri entravano e uscivano senza logica né ragione.
Una gatta bianca attraversò lo sportellino e venne al mio tavolo. Mi rannicchiai aspettandomi un altro graffio, ma la gatta bianca mi si arrampicò in grembo e si arrotolò in posizione di riposo. La accarezzai un po’e la sentii vicina, dolce, direi quasi eccitata. Saltò sul pavimento, mi guardò con occhi grigi che cercavano di comunicarmi qualcosa. Andò alla porta del bagno, tornò al mio tavolo e poi di nuovo al bagno. Dalla porta mi guardava, si girava, e tornava a guardarmi. Alla fine imboccò la porta del locale e uscì in strada.
Io mi alzai risoluto e andai a quel bagno “solo per clienti”, con lo scopo di polverizzare i misteri.
Con mia sorpresa, trovai il bagno vuoto. Alla destra di un corridoio centrale, contro uno specchio che riempiva tutta la parete, c’erano quattro lavabi impeccabili di stile antico. A sinistra, tre piccole porte si aprivano su rispettivi cubicoli. Un gatto sbucò da sotto una di queste porte e uscì dal bagno. Mi chinai a esaminare la piccola area, poi entrai e chiusi la porta. C’erano un water, un rotolo di carta igienica e un cestino di plastica col coperchio. Sulla parete di sinistra, un cartello recitava una raccomandazione assurda: “Ricordate che non è opportuno estendere lo stato gattesco per più di due ore”. Prima di afferrare il significato della frase, cominciai ad avere le vertigini. Le pareti si allungarono e il water divenne improvvisamente gigantesco. Persi conoscenza e la recuperai all’istante. Uscii dal cubicolo completamente disorientato. Percorsi sbandando il corridoio immenso e deformato, sbucai nella sala e una pulsione istintiva mi fece uscire in strada.
Lì fuori c’erano tutti, a svelare il mistero. Abbandonati al vizio eterno della gioventù, godendo dell’agilità senza dolori, bevendo l’elisir della piroetta e del salto sui tetti, formando gruppi, parlando di vecchi balli nei club di quartiere, recitando la formazione del Boca del 47, sprizzando salute e fischiatine di tango di Hugo del Carril y Goyeneche. Riproducendo con miagolii feroci le vecchie zuffe da bulli. Innamorandosi della ragazza carina del quartiere che aspettava colposa nella sua avidità di sesso adolescente, nascosta nell’ombra, tra i tubi della grondaia. Vivendo ogni minuto con intensità, fino a terminare l’avventura seduti di fronte all’orologio dell’antica cappella.
Guidato da un’eccitazione esuberante, feci un salto fino alla grondaia. Atterrai con l’istinto di bilanciare il peso con la coda. Guardai la geografia delle tegole che si estendeva sotto la luce grigia della luna, come una selva misteriosa che mi invitava al movimento e mi tuffai nella notte in cerca della gatta bianca, per riprenderla in grembo e tenerla lì per le due ore seguenti, o forse di più, se per caso lei avesse preferito morire d’amore piuttosto che tornare alla vecchiaia.
(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)

martedì 18 marzo 2014

IL LIBRO di Fabio Calabrese

Il gorgo risucchiò con forza Phil Carter verso il basso. Per quanto avesse cercato di allontanarsi dal punto del naufragio nuotando con il maggior vigore che gli era possibile, sapeva di non essersi allontanato abbastanza per portarsi fuori dal risucchio della nave che affondava.
Ebbe l’impressione di scendere sempre più giù verso gli abissi.
Là sotto, però, non sembrava affatto sgradevole: tutto era tranquillo, c’era una pace che contrastava con le ondate, le raffiche di pioggia gelida, le folate di vento che frangevano la superficie.
Per qualche istante, Phil Carter pensò di lasciarsi andare nella tranquillità e nella pace.
Fu l’improvvisa fame di aria a riscuoterlo dal torpore, i polmoni brucianti che sembravano essersi riempiti di scintille e la sensazione spasmodica nella gola. Con uno sforzo tremendo raccolse le energie che ancora aveva per un guizzo disperato.
Prese a risalire verso l’alto con tutti i muscoli provati che si ribellavano e che gli parevano dolere in ogni oncia, e lo sforzo per resistere all’istinto di aprire la bocca e dilatare le narici finché non fosse riemerso in superficie; sapeva che se avesse ceduto a quell’istinto atavico, sarebbe stata la fine.
Non credeva di essere sceso tanto in basso, la risalita gli parve innaturalmente lenta.
Riemergere, rimettere la testa sopra le onde fu come un'esplosione, con l'aria che gli si precipitava nei polmoni, anche se là fuori era l'inferno tra ondate e raffiche di vento stizzose miste a scrosci di pioggia e spruzzi di acqua salmastra.
Si guardò disperatamente intorno alla ricerca di qualche compagno superstite o almeno di un relitto, qualcosa a cui aggrapparsi, ma non riuscì a scorgere altro che muraglie torreggianti di acqua livida.
Lottò con tutte le sue forze per rimanere a galla, per tenere la testa fuori dall'acqua, per continuare a respirare, ma si accorse che stava perdendo rapidamente le energie, anche se gli parve che l'uragano attenuasse man mano la sua furia. Ormai a sorreggerlo, a tenerlo a galla era soltanto il suo animale istinto di sopravvivenza che spremeva ogni stilla di forza dal suo corpo martoriato.
Continuò fino a quando, paralizzato dalla stanchezza, non fu costretto a lasciarsi andare all'abbraccio mortale delle acque.
* * *
Phil Carter aprì gli occhi riemergendo da un gorgo buio, ma ora il gorgo era soltanto dentro la sua mente. Si accorse di essere disteso su una superficie solida, e non sul fondo dell'oceano, ma all'aria aperta.
La seconda sensazione fu di stupore: non riusciva a capire per quale ragione fosse ancora vivo.
La terza fu il dolore che gli procuravano alla schiena gli spuntoni di scabra roccia corallina sui quali era disteso.
Con fatica, si rizzò a sedere, e poi molto lentamente si alzò muovendo pian piano le giunture indolenzite. Si guardò intorno: non riusciva a credere di essere ancora vivo, doveva aver avuto una fortuna sfacciata. Ricordava di aver lottato per molte ore con la furia degli elementi per non annegare, poi non ce l'aveva fatta più e il mare l'aveva ghermito, ma per depositarlo come altri relitti su di una spiaggia.
Ciò poneva una serie di domande che gli si affollavano nella mente. Dove si trovava? C'erano altri superstiti? C'era qualche mezzo per chiamare soccorsi?
Si trovava su di un atollo, questo era chiaro, uno dei tantissimi, probabilmente non tutti cartografati e neppure contati, che variegavano la superficie dell'Oceano Pacifico.
Il cielo era limpido dello smagliante colore dei tropici e non c'era più la più piccola nuvola; le tracce residue dell'uragano erano tutte nei relitti che il mare aveva buttato sulla battigia. Phil Carter ignorava quanto tempo fosse giaciuto sulla battigia in stato di incoscienza, ma dovevano essere passate diverse ore.
Prese a camminare, dapprima con lentezza per vincere l'indolenzimento delle membra, poi con passo man mano più spedito.
La spiaggia sulla quale le onde l'avevano sbattuto faceva parte di un'isola, e non molto grande. Camminando senza affrettarsi troppo, ne fece il periplo in alcune ore. Non si trattava esattamente di un atollo, perché dalla laguna interna emergeva un po' di suolo, probabilmente roccia vulcanica, ricoperto da un folto bosco di palme.
La maggior parte degli atolli del Pacifico, Phil Carter lo sapeva, era costituita da barriere coralline che si erano formate attorno ad antiche isole vulcaniche poi sprofondate. Sui residui del corallo morto, poi si depositava un po' di humus fatto di pulviscolo trasportato dal vento e da residui lasciati dal mare sulla battigia; non era molto, ma permetteva alle palme da cocco di attecchire e prosperare.
Le palme e un po' di pesca potevano fornire a eventuali naufraghi il nutrimento indispensabile per sopravvivere, ma il grosso problema era la mancanza di acqua potabile. Phil Carter aveva sentito raccontare più di un caso di persone che erano morte di sete dopo essere naufragate su di un atollo. Guardando il folto palmeto dell'isoletta interna, Phil Carter si sentì sollevato: era certo che lì qualche fonte di acqua dolce dovesse per forza esserci, ma ne riservò la ricerca a più tardi: gli parve più urgente accertare se vi fossero altri superstiti del naufragio, e se l'uragano avesse gettato sulla riva dell'isola rottami recuperabili.
Non trovò traccia di nessun altro essere umano né vivo né morto, in compenso rinvenne parecchi relitti, soprattutto assi di legno che potevano tornare utili per costruirsi un rifugio o una zattera. Tra i relitti c'era anche una cassetta metallica, l'aprì: all'interno c'era un libro avvolto da una busta di plastica che gli aveva consentito di sopravvivere quasi indenne al naufragio. Phil Carter l'aprì e lo sfogliò vedendo con delusione che si trattava di un libro scritto in cinese; non conosceva né la lingua ne il complesso e bizzarro alfabeto. Lo lasciò dove stava.
La laguna, scoprì, non era molto profonda: tra la barriera corallina e l'isola all'interno, l'acqua non arrivava a più di un metro; poté attraversarla senza nuotare, togliendosi le scarpe e arrotolando i calzoni. Meglio così, lì si poteva pescare e raccogliere molluschi senza correre pericoli per gli squali.
L'isoletta interna aveva una forma all'incirca rotonda o, considerate le tre dimensioni, approssimativamente conica con un cono molto, molto schiacciato, un po' come un cappello cinese. Phil Carter trovò quasi sul punto più elevato una sorgente che sgorgava fra le radici delle palme e da cui un rigagnolo scendeva serpeggiando fino alla laguna.
Decise che quello era il punto migliore per costruirsi un rifugio, poiché non sapeva quanto si sarebbe prolungata la sua permanenza sull'isola.
Ritornò sulla barriera corallina e recuperò quante più assi, pezzi di legno e scampoli di cordame poteva. Fece diversi viaggi avanti e indietro, fino a quando non gli parve di aver recuperato abbastanza materiali per costruirsi una capanna; non gli occorreva molto di più: gli uragani come quello che aveva affondato la nave erano rari e, sempre che non accadesse di nuovo un caso del genere, a quella latitudine il clima era generalmente caldo e senza differenze stagionali avvertibili.
Dopo questo lavoro, decise di concedersi il primo pasto sull'isola dopo aver raccolto alcune noci di cocco e catturato alcuni granchi del cocco.
Accendere un fuoco si dimostrò un'impresa meno difficile di quel che aveva pensato: tolse la lente dal quadrante della sua bussola (che tanto si sarebbe rivelata inutile per esplorare l'isola dalle modeste dimensioni) e la usò per concentrare i raggi solari su di un mucchietto di fibre di palma secche.
Costruirsi un riparo si rivelò un'impresa ben più ardua. Sistemò le assi fissandole coi cordami che aveva raccolto in modo da formare quattro “pareti” utilizzando come “spigoli” e “pilastri” quattro palme i cui tronchi erano casualmente disposti più o meno come i vertici di un rettangolo, poi ci mise un “tetto” di fronde di palma. Lavorò fino a tarda notte, e il risultato finale era più simile a un covo di animali che a un'abitazione di esseri umani, ma per il momento si sarebbe accontentato anche perché, pensava, doveva tener duro solo fino all'arrivo di eventuali soccorsi. Stanco morto, alla fine si buttò su di un giaciglio di foglie di palma che era l'unico “arredo” della sua “casa”.
* * *
Quando Phil Carter si svegliò iniziando la sua seconda giornata sull'isola, la prima cosa che avvertì furono i morsi imperiosi della fame. Per fortuna, si era lasciato da parte un po' di noci di cocco e di polpa di granchio abbrustolita.
Una volta calmata la fame, arrivò il momento peggiore. Certo, poteva sopravvivere indefinitamente, ma quando sarebbero arrivati i soccorsi? Cosa ne avrebbe fatto del suo tempo su quella piccola isola una volta risolte le necessità immediate della sopravvivenza?
Si soffermò a fare un breve bilancio della vita che aveva condotto fin allora, bilancio che gli sembrò vuoto e inconcludente: se n’era andato di casa molto giovane, tecnicamente era fuggito, perché all’epoca era ancora minorenne: voleva girare il mondo, non starsene ancorato in un posto, aveva fatto molti lavori saltuari passando da un luogo all’altro. Era stato commesso, lavapiatti, aveva persino portato a spasso cani fino a quando non era diventato un marinaio. Aveva viaggiato su carrette un po’ in tutto il mondo, perlopiù vecchi ruderi che issavano la bandiera liberiana, panamense o di altre nazionalità di comodo.
Aveva guadagnato o vinto al gioco molto denaro, e altrettanto ne aveva sperperato o perduto alle carte o alla roulette. Era stato con molte donne, ma con nessuna aveva avuto una relazione più lunga di una settimana.
Una vita randagia in cui non aveva costruito nulla di stabile, la cui vuotezza ora gli pesava; anzi, man mano era sceso a livelli più infimi, e si era ritrovato a scorrazzare sulle vecchie carrette con equipaggi composti prevalentemente da cinesi o da altri asiatici su e giù per il Pacifico trasportando merci spesso di dubbia liceità.
Si ripromise che quando fossero arrivati i soccorsi e fosse tornato alla civiltà, lui avrebbe cambiato completamente stile di vita, ma per ora il risultato era vuoto davanti e vuoto dietro le spalle.
Seguendo un impulso che non avrebbe saputo ben definire, uscì dalla capanna, attraversò l’acqua bassa della laguna e si recò sulla barriera corallina esterna, nel punto dove il fortunale che aveva provocato il naufragio aveva buttato a riva i relitti della nave.
Ritrovò la cassetta metallica con il libro. Lo raccolse e lo sfogliò.
Asciugandosi, le pagine inumidite si erano un poco arricciate, ma non era un danno grave, probabilmente era possibile riportarle alla forma primitiva tenendole compresse sotto un peso. Gli era venuta in mente un’idea pazzesca, forse null’altro che un’assurdità, ma cosa aveva da perdere a provarci?
La scrittura cinese, lo sapeva, non era alfabetica come quella latina usata nel mondo occidentale, era ideografica, cioè ogni segno esprimeva una parola, un concetto, un oggetto, un nome; praticamente per indicare la parola “uomo” si rappresentava un uomo, per la parola “cane” il disegno di un cane, e quello di una casa per la parola “casa” e così via. Col tempo gli ideogrammi si erano sempre più stilizzati e deformati, ma forse con un’osservazione attenta si poteva imparare a coglierne il significato.
Il bello delle scritture ideografiche era che per comprendere i significati scritti, a differenza di quelle alfabetiche, non era necessario conoscere la lingua e neppure sapere quali suoni corrispondessero a quali segni, così come non occorre conoscere la lingua di un artista per ammirare la sua pittura o la sua scultura. Phil Carter aveva sentito dire che un tempo, quando s’incontravano cinesi del nord e del sud che parlavano dialetti troppo diversi per essere reciprocamente comprensibili, comunicavano tracciando ideogrammi sul palmo della mano, come una specie di linguaggio per sordomuti.
Prese il libro e si mise a sfogliarlo. Dopo un poco lo rimise giù. Quei segni, quei tratti contorti e spezzati, non gli dicevano nulla.
* * *
Nei giorni seguenti Phil Carter non prestò molta attenzione al libro che aveva accantonato in un angolo. C'erano molte cose da fare: doveva sistemare la sua capanna meglio possibile, doveva raccogliere una scorta di acqua e di viveri, che erano prevalentemente noci di cocco, si esercitò ad accendere il fuoco. Con una lunga scheggia di legno e uno spuntone di corallo acuminato come punta, si fabbricò un arpione rudimentale ma che si rivelò piuttosto efficace per trafiggere i pesci che sguazzavano nelle acque basse della laguna interna.
In realtà, si accorse, sull'isola non c'erano pericoli e neppure problemi di sopravvivenza immediata. Il cibo non mancava, e neppure l'acqua. Il clima era costantemente mite, bastava evitare di rischiare un'insolazione standosene all'aperto nelle ore più calde della giornata.
Il boschetto di palme si rivelò un'ottima fonte di cibo: non solo le noci di cocco, ma anche i grossi granchi del cocco dalle abitudini terricole, che andavano ad aggiungere il loro apporto proteico a quello degli altri crostacei e dei molluschi di cui erano piene le acque basse della laguna.
Era trascorsa una settimana dal naufragio, quando Phil Carter si accorse di avere praticamente esaurito tutte le sue risorse per trascorrere il tempo. Nuotare nelle acque della laguna (quelle esterne erano troppo spesso frequentate da pinne triangolari), prendere il sole sulla spiaggia corallina, esplorare il boschetto di palme nel centro dell'isola, sistemare meglio che poteva la capanna che si era costruito con gli scarsi materiali a disposizione, raccogliere noci di cocco (una noce di cocco svuotata, aveva scoperto, era un ottimo recipiente), pescare, dedicarsi alla raccolta di molluschi e crostacei, scoprì, erano tutte attività che esaurivano presto la loro attrattiva. In più, non sapeva quanto tempo gli sarebbe toccato rimanere sull'isola prima del passaggio di qualche nave.
Riprese in mano il libro che aveva lasciato in un angolo della capanna per pura disperazione di noia. Sforzandosi di esaminare con attenzione uno per uno gli ideogrammi disposti in lunghe colonne verticali, gli parve quasi di cominciare a intravvedere il significato di qualcuno di essi: quel segno era forse una figura umana estremamente stilizzata, quell'altro riproduceva forse le quattro mura di un edificio, quell'altro ancora indicava dell'acqua o forse il movimento. Piccole radure di significato che emergevano qua e là in una foresta di segni contorti e indecifrabili.
Si ricordò che i cinesi usavano leggere i libri sfogliandoli da quella che per un occidentale era l'ultima pagina, e gli sembrò che la sua comprensione facesse un passo avanti, ma sempre troppo poco.
Fu solo dopo tantissimo esercizio che gli parve di riuscire a interpretare due o tre segni in fila, un abbozzo di frase. Lentamente, molto lentamente, gli sembrò di cominciare a intravedere un senso compiuto.
* * *
Phil Carter aveva perduto il senso del tempo trascorso, la sua vita solitaria sull'isola si era ormai assestata su di una routine consolidata. La mattina e la sera andava a pesca o a raccogliere noci di cocco o molluschi sulla barriera corallina, o faceva scorta di acqua (le noci di cocco svuotate erano ottimi contenitori naturali), si preparava da mangiare e consumava i pasti. Nelle ore più calde, quelle centrali della giornata, si dedicava invece alla decifrazione, alla lettura del libro.
Se riconoscere il significato di certi ideogrammi che si riferivano a oggetti comuni era abbastanza semplice, alcuni gruppi ricorrenti di segni – che dovevano essere nomi propri – erano impossibili da decifrare; se la cavò assegnando loro dei valori sillabici arbitrari.
Non che, in ogni caso, quel testo fosse facile da decifrare, ma in un certo senso era meglio così, perché l'idea di terminare la lettura del libro prima che una nave, qualcuno, venisse a toglierlo da lì, e affrontare senza alcuna compagnia, neppure quella di quelle pagine dagli strani caratteri, una lunga e vuota attesa, lo sgomentava.
Non aveva idea di quanto tempo fosse già trascorso dal naufragio, ma aveva dovuto accettare l'idea che, privo di comunicazioni con il mondo, perso su di un minuscolo atollo, comunque il suo salvataggio non sarebbe avvenuto in tempi brevi.
Le storie contenute in quel libro erano una sorta di tuffo in una mitologia arcana, qualcosa che per un occidentale era poco familiare e imprevedibile.
Stimare il tempo trascorso gli diveniva di giorno in giorno più difficile, anche perché il clima dell'isola non era soggetto a mutamenti stagionali, ma poco per volta aveva finito per fare del libro e della sua scrittura enigmatica il suo vero centro d'interesse. La lettura lo sottraeva a quel mondo limitato di pochi gesti ripetuti all'infinito: il cibo, il sonno, andare alla fonte per riempire d'acqua i gusci delle noci di cocco, nuotare nella laguna; per proiettarlo in un universo di sogno, una terra fantastica popolata di personaggi favolosi dove era possibile vivere le avventure più incredibili.
Pian piano, i luoghi e i personaggi del libro cominciarono a popolare anche i suoi sogni. Lentamente, una quieta serenità che non aveva mai conosciuto nella sua vita precedente, diventò il tono dominante delle sue giornate solitarie; così non si accorse che gli anni passavano.
La nave era una delle tante carrette di solito male in arnese che percorrevano le acque del Pacifico. Non che la cosa importasse molto, ma batteva la bandiera di una società di comodo liberiana, la maggior parte dei membri dell'equipaggio però erano cinesi, c'era qualche malese, qualche vietnamita e un paio di marinai di Singapore. Erano approdati sull'isola alla ricerca di una fonte d'acqua, perché si erano accorti che le riserve a bordo erano scarse.
La nave aveva ormeggiato al largo, piuttosto distante dall'anello di corallo, ed era stata calata in acqua una scialuppa che stava cercando un varco nella barriera corallina perché, se mai era possibile trovare una fonte di acqua dolce, doveva trovarsi nella parte interna, rocciosa dell'isola, ma il nostromo era certo che ci dovesse essere, perché altrimenti non sarebbero cresciute le palme.
La scialuppa approdò sull'isola sulla breve spiaggia davanti al palmeto e gli uomini scesero, erano il nostromo e una mezza dozzina di marinai.
“Signore, guardi!”
La voce del marinaio richiamò il nostromo. In mezzo alle palme c'era una rudimentale capanna fatta forse con le assi di un antico naufragio.
Gli uomini entrarono scostando una stuoia sbrindellata fatta di foglie di palma.
Su di un pagliericcio fatto alla bell'e meglio c'era il cadavere di un uomo. Videro che si era mummificato senza corrompersi. In quel clima caldo e ordinariamente secco, a volte poteva succedere: poteva essere lì da anni o da decenni senza essersi alterato se non poco o nulla.
Il volto rinsecchito era circondato da una corona di capelli e di barba bianchissimi, i lineamenti rugosi lasciavano intendere che l'uomo si fosse spento a un'età molto tarda, e anche questo era un fatto insolito – pensò il nostromo – a meno che non si fosse messo per mare a un'età avanzata, questo faceva pensare che l'uomo, forse sopravvissuto a qualche naufragio, fosse rimasto a consumare la sua vita sull'isola per decenni.
L'uomo era morto stringendo convulsamente fra le mani un libro.
Il nostromo allungò le mani e lo staccò con un certo sforzo da quelle incartapecorite del cadavere.
Il libro era scritto in cinese; altra stranezza, perché i lineamenti del morto facevano pensare a un bianco, un occidentale, e gli occidentali di solito il cinese non lo conoscevano.
Il nostromo sfogliò quelle vecchie, fragili pagine.
Era un vecchio libro contabile con l'indicazione delle quantità di merce caricata e scaricata nei diversi porti e dei noli incassati da una nave con ogni probabilità scomparsa da molto tempo.
“Mi domando”, disse a voce alta, “Cosa avrà potuto trovarci d'interessante quest'uomo”.

sabato 15 marzo 2014

MAGIC SENSATION di Donato Altomare

VENGHINO, SIGNORI, VENGHINO,
per poche miserabili gocce potrete avere autentiche sensazioni, non quello stupido surrogato di immagini che vi rifilano ogni giorno, ma vere, verissime sensazioni d'altri tempi, di tempi felici, percezioni che vi manderanno in visibilio. Pensate, potrete provare il piacere dell'amore, l'estasi della droga, il morso della frusta, senza poi parlare dei gusti particolari. Avete soltanto da scegliere.
MAGIC SENSATION è il miglior computer del mondo. Ed è a vostra disposizione per una miseria. Non c'è trucco né inganno.
Potrà sembrare assurdo, ma nessuno vi toccherà davvero né dovrete toccare voi qualcuno. Conservate le tute anti-tatto, tenete pure attivi gli apparecchi medico-sanitari. Dovrete soltanto inserire nel vostro casco lo spinotto cerebrale di MAGIC SENSATION.
VENGHINO, VENGHINO,
vi sembrerà di TOCCARE gli altri, vi sembrerà di TOCCARE gli oggetti A MANI NUDE. O ADDIRITTURA DI ESSERE TOCCATI SENZA ALCUNA PROTEZIONE. Reprimete il disgusto e provate. L'apparecchio è sterilizzato e ogni spinotto, dopo l'esperienza, viene distrutto. Non c'è rischio di funghi, batteri o virus.
Lei... lei, signore. Bravo… finalmente una persona che vuole godersi la vita. Venga, venga pure, s'accomodi, segua le luci gialle così non si perderà nello smog. Un solo particolare, il biglietto. Bene, apra il rubinetto collegato alla vena... non indugi... e pensi alle meraviglie che sta per assaporare, le costa soltanto un decimo di litro di sangue, di buon sangue.
Cosa? Ha scelto? Bene, benissimo, magnifico. Si accomodi e buon divertimento.

Si trovava su un'isola assolutamente deserta tranne che per la presenza di una donna. Era di una bellezza straordinaria. Oh, non che lui ricordasse esattamente come fosse fatta una donna, o che avesse chiaro il concetto di bellezza, ma sapeva che quella donna era molto attraente. Le si avvicinò per guardarla meglio. Lei sorrise e, quando meno se lo sarebbe aspettato, si tolse di dosso l'esile vestito restando nuda. Nuda? Doveva essere una pazza o una suicida. Stava ancora riprendendosi dalla sorpresa quando lei lo abbracciò e lo baciò su la bocca.
Un violentissimo conato di vomito gli salì per la gola bruciandogliela. Dal tubo che portava fisso tra le labbra gli fu immesso nello stomaco un composto a base di biossido di magnesio e alluminio che chetò subito l'acidità e gli impedì di rimettere. Ma gli occhi erano ancora sbarrati e, per prudenza, il servomeccanismo sanitario della tuta li spruzzò di collirio nebulizzato. Eppure la mente restava in subbuglio. L'aveva baciato. E toccato. Carne su carne, labbra su labbra. Milioni di microbi che assalivano il suo corpo. Si sentì pieno di prurito. Nubi di disinfettante l'avvolsero soltanto perché il suo odore lo tranquillizzasse. Non avrebbe mai creduto che fossero giunti al punto di creare l’effetto contatto. Corpo su corpo, senza alcuna protezione. Era sconcertato e disgustato. Doveva esserci una censura più severa che impedisse simili proiezioni mentali. Qualcuno poteva impazzire.
Pigiò il secondo tasto. La scena mutò radicalmente. Si trovava su una strada molto lunga. Provò un senso di panico poiché la visibilità era perfetta. Guardò in alto il cielo libero dallo smog, terso e infinito, e l'agorafobia s'impadronì di lui. Una piccola compressa scivolò in gola calmandolo. Gli parve di essere a una competizione sportiva. Centinaia e centinaia di persone gli facevano ala applaudendo e urlando. Si chiese perché fossero così accalcati quando intorno c'era tanto spazio vuoto. Capì di colpo che erano lì per lui. Era il primo, d’una antica competizione, e stava per tagliare il traguardo. Primo quindi unico… unico
Un'immensa eccitazione si impadronì di lui. Non capiva perché, ma sapeva che giungere prima degli altri era una cosa eccitante e straordinariamente bella. Vide lo striscione d'arrivo e la folla si stringeva ai suoi fianchi. Riusciva egualmente a muoversi con una certa agilità. Doveva vincere. Doveva. Tagliò il traguardo e centinaia di persone lo circondarono. Lui urlò di raccapriccio. Decine di mani lo toccarono, decine di uomini e donne l'abbracciarono. Violenti brividi cominciarono a scuoterlo mentre il cuore batteva all'impazzata.
Il servomeccanismo gli iniettò per vena una dose bilanciata di calmante mentre l'allarme della tuta lampeggiava sull'arancione. Era vicino al collasso. L'uomo urlò ancora quando percepì la sensazione delle mani, cariche di spore mortali, che lo afferravano e lo sollevavano da terra inneggiando alla sua vittoria. Per un istante fu certo di non farcela, poi lentamente i fluidi iniettati nelle vene cominciarono a far effetto. L'allarme divenne giallo, poi azzurro. Aveva superato la crisi.
Un fastidioso cicalio gli disse che la macchina si era spenta. Tutto era finito.
Cominciò a respirare più regolarmente. L'impianto di condizionamento interno faticava ad assorbire il sudore ancora abbondante del suo corpo. Ne avrebbe estratto preziosi sali da riutilizzare. Al suo fianco una decina di altri individui si stavano muovendo. Due non davano cenni di vita. La lucetta laterale era sul rosso cupo. Dovevano essere morti da poco poiché non era ancora nera. Avrebbero fatto in tempo a prendersi dal loro corpo tutto ciò che poteva essere riutilizzabile.
Ripensando alla precedente esperienza sentì ancora i brividi scuoterlo dalla testa ai piedi, ma un leggero piacere gli disse che, nell'inconscio, quell'esperienza gli era piaciuta. E non poco. Però la censura doveva essere più decisa. Tutti quei corpi a contatto diretto… disgustoso, orribile. Ma eccitante. Forse sarebbe tornato. Quando sarebbe stato di nuovo in grado di cedere un decimo di litro di sangue.

VENGHINO, SIGNORI, VENGHINO.
Guardate. So bene che non è possibile penetrare quei caschi luccicanti, ma vi assicuro che nascondono volti felici, cervelli che hanno vissuto un'esperienza unica, un divertimento inimmaginabile e presto torneranno a provare il gusto rancido della nausea.
Nei loro occhi allucinati…
VENGHINO
la ruota gira, ingigantisce…
VENGHINO
ci si sporca di tecnologia…
VENGHINO.
E CHE NESSUNO OSI TOCCARMI!

giovedì 13 marzo 2014

IL CANE SCRITTORE di Sergio Gaut vel Hartman



Ossimoro Mangiavelli non aveva mai prestato attenzione alla pipì del suo cane. Così, quando Balzac, un bellissimo labrador dal pelo dorato, lasciò una scia d’orina sul tappeto di Bukhara – dono della zia Angelica –, la sua prima reazione fu quella di prendere l'AK-47, che aveva portato dall'Iraq, e di sforacchiare l’animale come un pezzo di groviera. Ma per fortuna, Ossimoro si fermò in tempo. L’orina aveva tutto l’aspetto di un insieme di parole piuttosto coerenti, come se Balzac avesse cercato di trasmettergli un messaggio.
– Cane pazzo! – disse Ossimoro accarezzando l’animale, che egli, pur avendo pensato di sopprimere pochi momenti prima, aveva sempre amato. – Posso sapere perché hai orinato sul mio tappeto di Bukhara?
Il cane orinò le seguenti parole: – Era quello il mio modo di comunicare.
Confuso dall’assurdo messaggio, Ossimoro guardò il suo cane, poi guardò il tappeto, poi di nuovo Balzac e ancora una volta il tappeto. In breve: Ossimoro impiegò pochi minuti per scoprire che le parole di Balzac erano letteratura, e della migliore. Il cane compose testi come questo: "Quando scese la notte, l'uomo, accovacciato sul ciglio della strada, si preparò un pasto frugale e ascoltò il crepitio delle fiamme mentre portava il cibo alla bocca e lo masticava pensieroso".
– Ottimo! Potresti creare cose migliori, – esclamò Ossimoro.
Il cane scrisse: – Ma certo! Un romanzo, forse?
– Un romanzo! Molto Bene! Il primo best seller scritto da un cane. – Ossimoro si fregò le mani; gli brillarono gli occhi e fece un salto degno di un ballerino classico, colpendo tra essi i talloni prima di ricadere a terra.
Balzac, facendo onore al suo nome, scrisse il romanzo in tre mesi. Ossimoro dovette investire nell'impresa, il che gli costò un paio di migliaia in birra... perché era questa – e non l’acqua – che Balzac beveva per stimolare la propria vescica o, per meglio dire, la penna.
Secondo Ossimoro, il romanzo era meraviglioso e si divertiva a leggerlo. Il suo entusiasmo fu tale che fece di tutto per cercare l'editore più importante della città e offrirgli l'opera di Balzac. E il suo sforzo ben presto diede i suoi frutti, dacché fu convocato da Erasmo Bibliotek al trentesimo piano della Torre Universum, dove aveva il suo ufficio l'editore di best seller più famosi.
Abbrevio la narrazione omettendo i preliminari dell'incontro e passo direttamente al dialogo che Erasmo e Ossimoro, accompagnato quest’ultimo da Balzac, ebbero nell'ufficio del primo.
– Intendi dire che questo manoscritto è opera del cane qui presente?
– Lo ha composto utilizzando la propria orina… chiedo perdono. Io mi sono limitato a trascrivere il testo.
– Ah! Il cane orina e voi trascrivete?
– Esatto! – rispose Ossimoro, e prima che Erasmus avesse una qualche reazione, Balzac diede una dimostrazione delle sue capacità.
– Stop! Stop! Stop! – esclamò Erasmus e, sull'orlo del collasso, gridò: – Il mio tappeto di Bukhara!
– Ha rovinato anche il mio,– disse Ossimoro. E tutto per amore della letteratura. Leggete la sua pipì… voglio dire quello che ha scritto.
Erasmo lesse e poté constatare che Balzac aveva composto alcunché di molto interessante e di coerente.
Lo scritto diceva: “Quella sera, dopo aver redatto una lettera per il suo avvocato e discusso con il maggiordomo una questione di mezzadria, tornò alla lettura del libro nella tranquillità del suo studio che dava su Oaks Park.
– Cosa ne pensi? Non è meraviglioso?
Trattenendo il respiro, ma incapace di morire senza prima aver chiarito la situazione, Erasmus rispose:
– È... meraviglioso... in par... in particolare per… per… perché questo ... lo ha già… scritto Cor... tazar, e... e... il roman... il romanzo è Anna Kare ... Karenina, pa... parola... per... parola. – Raccolse le sue ultime forze, e gridò ad alta voce—: Il vostro cane è un plagiario.
(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

lunedì 10 marzo 2014

IL PIANETA INVIVIBILE di Pierre Jean Brouillaud



Smrtch si ritemprò con una sorsata di anidride solforosa. Gli ricordava il suo paese. E lo riscaldava. Su questo maledetto pianeta faceva un freddo cosmico. Quaranta gradi, secondo la loro curiosa scala termometrica. Un pianeta gemello – come dicevano su Zkrd, il suo mondo. Ma come potevano essere così dissimili due gemelli? Non avevano in comune che lo stesso sole.
Ancora uno sbuffo di SO2! Ah! Questo profumo. Con un niente di H2SO4. Meglio non abusarne. Rischiava di rompersi… Perché questa espressione cruda? Nel suo caso, non voleva dire un gran che. Ma gli capitava di parlare terrestre quando era solo. E anche di pensare, sognare in terrestre.
Ciò che rischiava era di disaggregarsi… Rompersi, un’espressione volgare come tutto il parlato terrestre, creato per proferire cose volgari. La lingua di Zkrd, era nata per tradurre le sottili sfumature degli stati gassosi, il movimento, la fluidità, la metamorfosi. Qui, ogni cosa era diversa da ciò che sembrava. Si trasformava poco e con un certo disappunto.
Questo cratere, per esempio, che stava aspettando a emettere il suo flusso di lava?
Quando la temperatura si abbassava – e stava sopraggiungendo la sera – gli elementi di Smrtch avevano tendenza a solidificarsi. Viveva tra due pericoli: la disintegrazione per abuso di SO2 e, per colpa del raffreddamento, il passaggio allo stato di rigidità.
Invivibile, totalmente invivibile, questo pianeta Terra! Il solo cambiamento, era l’alternanza senza fine dei giorni e delle notti. Appena il tempo di abituarsi alla notte, che si levava il giorno. E questo sole che vi accecava, che faceva serpeggiare ovunque le sue ombre. Smrtch aveva quasi paura di questa forma che lo seguiva, anche se essa avrebbe dovuto, grazie alla sua immaterialità, sembrargli familiare, dare del visitatore un immagine più fedele, infine meno estranea. Al suo arrivo, il viaggiatore non lasciava alcuna ombra, cosa che lo preoccupava. Aveva paura che lo scoprissero per questa mancanza. Ma gli uomini erano troppo indaffarati, troppo preoccupati di se stessi. Non guardavano i loro simili, e le loro ombre ancor meno. Un giorno, però, una donna, vedendo Smrtch, aveva levato gli occhi al sole poi li aveva abbassati sul visitatore, come per stupirsi di quell’assenza.
In sovrappiù, Smrtch doveva liberare un odore che lo tradiva. Annusavano là dove era passato. Perché no? Le percepiva molto bene, lui, le emanazioni scialbe e asprigne degli umani. Un odore di carne.
Come loro, trascinava il suo corpo. Pesante. Incerto. Solo un lungo allenamento gli permise di servirsene senza attirare troppo l’attenzione. Sulla sua scheda – 1,82 m – capelli castani – i terrestri avrebbero aggiunto: segni particolari, nessuno. Un uomo, con tutti i suoi organi, secrezioni, deiezioni. Morte e putrefazione. Per niente allettante, il loro pianeta.
Degli organi inutili! Degli occhi che non gli servivano a nulla, perché lui vedeva con tutte le cellule del corpo. Mentre gli umani, con tutti i loro occhi e le loro telecamere, non vedevano niente! La prova: su Zkrd non saprebbero distinguere una forma di vita superiore! Perché la vita di Zkrd non somigliava affatto alla loro. E non erano capaci di immaginare ciò che non era percepito dai loro sensi o dai loro strumenti. Di raffigurarsi quello che da loro non esisteva: un abitante di Zkrd per esempio.
Un getto di aria bruciante gli solleticò piacevolmente il polpaccio.
Quando gli mancava l’animo, ossessionato dalla visione della ribollente Zkrd, tornava su quella solfatara per riprendere le forze, grazie a una razione di SO2, e ricompromettersi.
Il terreno scricchiolava, sprizzava fumarole. Tutt’intorno, un suolo giallo disseminato da una vegetazione arbustiva bruciacchiata dai vapori di zolfo.
Smrtch stava per ridiscendere verso il mare.
Sul sentiero sassoso stazionava una vettura blu cielo. Non lontano di là, una Terrestre, munita di tutta un’apparecchiatura, si dava a delle misure. Una bella donna, almeno per i suoi simili. Bruna, pelle chiara, seno appuntito sotto un corsetto rosso, ventre piatto, cosce lunghe modellate dai jeans, scarpe da ginnastica.
Smrtch avrebbe preferito evitarla. Ma lei l’aveva intravisto e gli lanciò un:
«Che caldo!»
Si avvicinò. Sotto il suo passo, la crosta pustolosa scricchiolava, si fondeva, liberava getti di vapore e di lava.
Sorridente, la ragazza sudava.
«Attenzione!» gridò lui. «Non si muova! Il suolo sta per cedere sotto di lei. Non conosce questo terreno. Sta per abbrustolirsi i piedi!»
L’ha presa per la mano:
«Mi segua!»
Lei lo giudica con un occhiata. Bell’uomo. Ma di una bellezza troppo normale. Tutta la personalità nella curva del naso.
Lui la guida, tra i getti sulfurei, fino a un’anfrattuosità della roccia che forma un riparo. Col respiro corto, la donna si appoggia alla parete. Il sudore discende sul suo collo.
«Si riposi,» le dice lui.
Lei riprende il suo respiro normale:
«Questi luoghi – sembrano – esserle familiari. Eppure, qualcosa – mi fa credere – che lei non sia di queste parti.»
«Si vede? Da cosa?»
«Dalla sua ombra.»
«Cos’ha di particolare?»
«È così pallida, capricciosa. Di colpo, pare abbandonarla.»
«La sua è netta, ben ritagliata. Si potrebbe quasi afferrarla.»
Fu più forte di lui. Un riflesso terrestre. Smrtch non poté impedirsi di passare una mano sul viso di lei, che si chiamava Prisca.
«Un bel nome, ma poco comune.»
«Si trova nel calendario. E lai?»
« Euh! Daniel.»
«Non le sta bene.»
«Che nome mi darebbe?»
«Più esotico.»
Non aggiunse altro e prese la mano di Smrtch nelle sue.
Distrattamente, si accarezzarono.
Lei appoggio le sue labbra su quelle del visitatore.
Non avrebbe dovuto. In fondo, la cosa non gli diceva nulla. Ma non gli era stato chiesto il suo parere. Era là per il sesso. E i terrestri non pensavano ad altro. Una genia lubrica, si diceva su Zkrd.
Smrtch iniziò i check-up e il cronometraggio delle fasi.
Si recitò la scaletta delle operazioni in bell’ordine. Lasciarsi guidare dalla natura, questo non poteva permetterlo.
La sua partner lo richiamo alla realtà del presente:
«Ho sempre sognato di fare l’amore con un E.T.»
«Ne resterà delusa.»
«Non vi sottostimate. La maggior parte degli uomini, voglio dire dei Terrestri, hanno una reputazione esagerata.»
«Ma non le da fastidio?»
«Cosa?»
«Tutta questa carne…»
Lei fa una smorfia. Lui riprende:
«Mi scusi. Non volevo infastidirla. Mi manca l’abitudine. Qualche volta, faccio delle topiche.»
«Viene da lontano? Mi dica del suo pianeta.»
«Si chiama Zkrd.»
«Non lo conosco. I mondi sono infiniti.»
Le indicazioni erano giuste: era venuto il momento dell’orgasmo.
In fondo alla vagina, le contrazioni si calmavano.
Prisca aveva l’aria soddisfatta. Lui non sentiva niente. Mai. Era programmato per dare piacere, non per provarne. In fondo, questa ginnastica lo riscaldava.
«Proprio come un Terrestre,» fa lei.
«Sei delusa.»
«Ma no! Fai l’amore come il più dotato dei Terrestri. Dico io! Sul tuo pianeta le donne provano piacere?»
«Noi non procediamo in questo modo.»
«Racconta!»
«Da voi, è una questione di ghiandole, di nervi e, come dite? di neuroni.»
«E da te?»
«Accade a livello molecolare. Tutto sta nell’armonia delle combinazioni.»
Prisca fa una smorfia:
«L’amore disincarnato, in qualche modo… È molto tempo che sei qui?»
«Sedici dei vostri mesi. È un bel po’.»
«Che vuoi dire con questo?»
Sorpreso, la squadra in viso:
«Voglio dire che un periodo troppo lungo.»
«E quando riparti?»
«In questo istante stesso.»
Si alza:
«Ho già completato la mia missione. Con qualche minuto di ritardo, e noi ci saremmo mancati, Prisca.»
«E ora?»
«Torno a casa mia.»
«Felice di ritornare nel tuo mondo, eh?»
«Prima di tutto devo togliermi questa mimetizzazione.»
Esce dal suo corpo come un insetto dalla sua crisalide. Ma l’insetto sarebbe visibile. La pelle flaccida ricade a terra.
La ragazza ha un soprassalto.
«Desolato,» dice una voce così chiara che Prisca riconosce appena quella di Smrtch. «Ma avevo pensato che ti sarebbe piaciuto tenerla per ricordo. Ti varrà un certo successo come curiosità.»
La spoglia non misurava ora più di un metro e cinquanta. E stava tendendo al grigio.
Superando la sua ripugnanza, Prisca ficcò la pelle nel cofano della vettura. Poi mise in moto. Sarebbe andata fino al primo villaggio per acquistare una pala. Poi avrebbe dato alla spoglia una sepoltura decente, secondo il rito terrestre. Il viaggiatore avrebbe lasciato una traccia del suo passaggio.
Lui, anche se invisibile, non si decideva a lasciarla.
Seguiva la vettura blu cielo. Ma, per la velocità e a causa della spogliazione, aveva ancora più freddo. Smrtch rischiava problemi molecolari. Doveva ritornare al suo mondo originario.
«Il tuo pianeta, a quanti anni luce sta?»
«Molto vicino.»
«Dove?»
«Guarda!»
Nel crepuscolo che saliva, Venere si alzava sull’orizzonte.
«Più di 400 gradi,» dice Prisca. «Nuvole di acido solforico. Invivibile, quel pianeta.»
Smrtch non risponde. È già così lontano.
Presa da un dubbio, Prisca ferma l’auto, discende, apre il baule.
La spoglia era scomparsa.
Mormora:
«Questi Venusiani, non fanno niente come gli altri. L’armonia delle combinazioni! Mi ha preso per un idiota. Ora, rientro per rinfrescarmi un po’. Direzione Marte!»
E scompare, in una nuvola di polvere.
 Il baule rimase aperto.

(Traduzione dal francese di Giorgio Sangiorgi)

sabato 8 marzo 2014

IL PULEDRO ASSATANATO o LE FANCIULLE DEL WEST di Valérie Bédard



Ora vi racconto una storia che mi è capitata molti inverni fa a Sainte-Thècle, nella remota e nordica regione chiamata Mauricie.  Siccome le conseguenze dei fatti di cui vi parlerò sono state tremende, vi prego di non dir niente a nessuno.
Una mattina di gennaio tanto fredda che il piscio dei cani si gelava prima di toccar terra, ricevetti una drammatica telefonata dall’amica con cui allevo cavalli. Il terrore che vibrava nella voce di Julie mi fece rabbrividire, nonostante l’ardore della stufa rovente. Spooky Moonlight, il puledro ultimo nato, fiore all’occhiello dell’allevamento T-Boucly, era stato colpito da un fiero morbo : di prima mattina, il rampollo di Silver Moonlight  – indubbiamente il più bello stallone della contea – sgambettava a fava ritta e a trentacique gradi sotto zero. Cosa di pessimo auspicio, ovviamente.
Mi precipitai sul posto. Il ranch sembrava intirizzito nel freddo e nel vento, un’aria di sciagura si aggirava nei dintorni, simile a quello stramaledetto, fottutissimo puma che bazzica ancora oggigiorno le nostre contrade, date che nessuno ce l’ha mai fatta a stenderlo.
In un battibaleno, mi diressi allo stabbio. Effettivamente, lo splendido puledro appaloosa ce l’aveva duro e dritto come un fuso, noncurante del vento, del freddo e dell’opinione pubblica. Julie piangeva – in più, era gravida – ed io con lei, tremante di paura e di freddo. Mai avevamo visto un tal prodigio nella nostra carriera d’allevatrici. Ma sentivamo, con una stretta al cuore, che la volontà divina non c’entrava per niente..
Telefonammo a Isabelle, la numero tre del nostro temutissimo trio di cowgirls : siccome aveva fatto la scuola veterinaria, magari avrebbe potuto tranquillizzarci… Macché! Anzi, confermò la peggiore ipotesi : sicuramente, tale erezione sgangherata era opera del Maligno. Voialtri cittadini ridete di noialtri campagnoli, che considerate come una banda di deficienti superstiziosi. Al che vi rispondero’nel seguente modo:
1) Venitecelo a dire in faccia, allora, porca puttana! Avvertendoci in anticipo, magari, così faremo digiunare i cani per un paio di giorni… 
2)  Voi non siete altro che una manica di degenerati tagliati fuori dalla natura e dai suoi insondabili misteri, belli e terribili, cazzo!
Insomma, ritorniamo al puledro. Ormai era chiaro che nessun veterinario ci sarebbe accorso in aiuto. Allora Julie chiamò la parrocchia, controstomaco. Come la maggior parte delle cowgirls locali, non avevamo più rimesso piede in chiesa dal giorno in cui, durante l’omelia, il parroco aveva tuonato contro di noi dal pulpito, chiamandoci amazzoni peccatrici, intemperanti e sguaiate. Tuttavia, anche se Don Lalonde è un grandissimo stronzo misogino che condanna perfino la musica country, resta sempre l’esorcista più bravo della regione… Ma era quel giorno era fuori parrocchia, in diocesi, come ci fece sapere il sagrestano, che Julie convocò immediatamente : infatti correva voce, in paese, che non se la cavava mica male, in campo d’esorcismi.  Non come il parroco, ma quasi.
Il sagrestano arrivò ubriaco fradicio. Malgrado ciò, in tale situazione d’emergenza e d’estremo pericolo per il puledro, fu giocoforza aiutarlo a trascinarsi fino al recinto… Nonostante la solenne sbornia, quel brav’uomo del sagrestano Paquet ce la mise tutta e si lanciò nell’esorcismo detto fatto.
Fu una scena terribile.
Immaginatevi il sagrestano che barcollava, salmodiando roba in latino davanti ad un essere che non aveva più niente d’un puledrino coccoloso. Spooky, con gli occhi rosso fuoco e col membro bluastro che faceva proprio pena a vedersi, scalpitava e s’inarcava nitrendo, muggendo e belando. Prese il malcapitato a zoccolate, vomitandogli gavettoni di mangime in faccia. La battaglia ci parve durare ore e ore! Alla fine, il sagrestano si tirò giù la chiusura lampo, ne trasse fuori il pene in erezione e cadde riverso, cacciando un immenso grido di dolore. Accorremmo subito, ma non potevamo fare più niente per il poveretto. Ci inginocchiammo sul ghiaccio ai suoi piedi e recitammo la preghiera del cowboy, quella che si dice sempre prima del rodeo, l’unica che sappiamo a memoria. Accanto a noi, Spooky, placato, con la fava ridotta a miti consigli, ci guardava con i suoi begli occhioni chiari.
Il sant’uomo aveva vinto il duello contro il Male.
Sì, però la salma conservava spaventose tracce della tenzone. Che avrebbero pensato quelli della diocesi, nello scoprire il sagrestano in queste condizioni, tutto sbrodolato di vomitaticcio, puzzolente d’alcole, con l’uccello violaceo e dritto come un baston di maresciallo? Se il corpo era insozzato, la memoria non doveva esserlo. E così la mia cara Julie, incinta fino agli occhi, ed io, piena di dolori artritici, prendemmo l’unica decisione possibile.
Ci mettemmo tre ore, a terminare la mesta impresa. Nell’aria gelida dei campi soli risuonavano i nostri singhiozzi, semicoperti dal rombo del trattore. Il coraggioso sagrestano, colui che aveva dato la vita per la salvezza dell’allevamento, fu sepolto sotto un mucchio di letame, destinato a rimanere intatto nei secoli. Ora come ora, del grand’uomo resterà al massimo qualche misero osso. Non appena la triste e maleodorante tomba fu su di lui richiusa, Julie ed io ci giurammo di non svelare mai questa terribile storia e di venerare per sempre la memoria del caro estinto nei nostri cuori.
 Zia Valérie
(Traduzione dal francese di Serena Gentilhomme)