domenica 8 marzo 2015

P. ed E. di Peppe Murro



Un giorno il dio del sole fece incontrare P, l'abitante di Elea, ed E., il cittadino di Efeso.
Il  perché lo avesse fatto ristagnava solo nei meandri della sua ironia infinita di dio.
Entrambi ne avevano cantato la saggezza e la luce e forse meritavano una considerazione diversa da quel sentiero polveroso in cui aveva deciso si dovessero incontrare.
 I loro sandali alzavano appena brevi volute di polvere, il loro sguardo era assorto: P. guardava la chiarità del cielo senza nubi; E. porgeva mente ed orecchio allo sciamare del vento tra le foglie.

Si videro senza riconoscersi. Non avrebbero neppure potuto. Era divertito il dio a quella che si aspettava diventasse fra loro una diatriba feroce: per questo offrì loro un linguaggio profano.
E si sedette su una roccia, aspettando.
- Chi sei? - chiese P.
- Chi sei? - chiese E.
Si guardarono con fare altero, ma erano entrambi vecchi e subito ad ognuno di loro sembrò ridicola questa alterigia.
Quasi si sorrisero a vicenda.
- Vengo da Elea - disse P.- ed ho avuto l'onore di redigerne le leggi...
- Io sono di Efeso, e mai nessuna città ho disprezzato tanto - replicò E. e, prima che P. potesse domandare, continuò: parlavo loro del tutto che divora incessante ogni cosa senza mutare mai, e loro, ciechi e stolti, non mi hanno capito.
- Anch'io ho parlato del tutto, quella realtà perfetta e immobile che resiste sovrana ad ogni mutamento- interloquì P.
- Tutto muta, - obbiettò E., - come fuoco inesting...
- Ma il tutto come tale no, - lo interruppe P. - e il fuoco è solo un'immagine
- Sono d'accordo, - asserì E., - il discorso vero è sul tutto.
- È vero, - annuì P, - sul tutto.

Senza forse accorgersene si erano seduti  su un tratto del sentiero chiazzato da erba malaticcia d'arsura e si stavano scrutando. Si studiavano con curiosità, senza cattiveria, come due animali estranei che si incontrassero per la prima volta: dovevano ancora decidere se tirare fuori gli artigli.
E.  di colpo tossì con violenza, tenendosi forte la pancia con una breve smorfia di dolore: lo sguardo di P. forse indicò una domanda o una piccola apprensione: fa male? 
- Abbastanza, ma ormai non è così importante - rispose E.
- Già, - fece P. di rimando, - siamo vecchi, ed alla nostra età ogni cosa diviene meno importante, salvo forse vivere per intero il tempo breve che resta.
- Già, - continuò E, - e bisogna farlo servendo la verità.
Fu a questo punto che il dio fece sentire la sua voce: quale verità? siete solo umani...
I due vecchi si guardarono negli occhi, capirono all'improvviso di aver percorso lo stesso cammino. Risposero da vecchi.

Risposero all'unisono: Quella che comprende anche te, la nostra mente e le nostre preghiere, i nostri inganni e le nostre vittorie, l'ombra e la luce. Quella che ci consente di andare oltre te, e vedere le mille facce del tutto, e il cammino del nostro pensiero mai stanco.

Si alzarono con una certa fatica, si guardarono intorno con lo sguardo di chi ha capito e si capisce.
Ripresero ad andare, lentamente, come sogliono i vecchi.

giovedì 5 marzo 2015

TERRORE NELLA NOTTE di Giuseppe Novellino


 
    Le monotone pianure a est del fiume Arkansas erano ormai un ricordo. Aveva attraversato il tortuoso corso d’acqua dalle parti di Little Rock e ora stava seguendo una pista nel paesaggio ondulato e boscoso delle Ouachita Mountains.  Aveva lasciato Memphis una settimana prima. La sua meta era il Texas, dove intendeva fare soldi prestando la sua opera nel settore bestiame. Vagheggiava la possibilità di arricchirsi con un po’ di fortuna e di intraprendenza, prima aiutando a trasferire le mandrie nei mercati del nord e poi, magari, mettendosi in proprio. Virgil Samuelson aveva voglia di lavorare. Da un bel po’ di tempo aveva messo la testa a posto e faceva di tutto per tenersi lontano dai guai.
     Quando vide la casupola, in mezzo a una radura, il sole era ormai sulla linea dell’orizzonte. L’aria autunnale era immota. Accarezzò il cavallo sudato. Sia lui che il suo fedele animale avevano bisogno di riposo.
     Sembrava un piccolo ranch, solo che non si vedevano intorno staccionate o recinti, né segni di attività agricola. Un piccolo orticello infestato dalle erbacce si trovava a ridosso della costruzione in legno. Il tutto dava una senso di abbandono.
     Virgil sapeva che la gente, da quelle parti, era diffidente, ma confidava nella sua faccia pulita e nel fatto che viaggiava solo. L’idea di scambiare quattro chiacchiere lo allettava. E avrebbe dormito anche all’esterno, stendendo il suo sacco a pelo sulla piccola veranda.
     L’uomo comparve sulla soglia. Imbracciava un lungo fucile Sharp per la caccia ai bisonti e non aveva un’aria amichevole.
     - Che volete?
     Virgil si tolse il cappello in segno di saluto e si passò una mano sulla guancia. – Non ho cattive intenzioni. Sono di passaggio… Vado in Texas.
     Il padrone di casa fece un passo avanti e il viso venne illuminato dalla luce del sole calante. Era anziano e mezzo pellerossa. Aveva capelli bianchi, l’abbigliamento tipico degli indiani. Forse un Comanche.
     - Venite dentro – disse il vecchio, guardandosi intorno con circospezione. – Il sole sta tramontando… Non è prudente trovarsi fuori con le tenebre.
     Solo più tardi Virgil venne a sapere che era di origine francese, catturato e allevato da una sopravvissuta tribù di Pawnee. Glielo raccontò davanti a un piatto di legnoso stufato con fagioli, mentre un lume a petrolio illuminava il tetro locale. Un fuoco scoppiettava nel camino, ma non riusciva a riscaldare una casa dove un uomo solo trascinava i suoi giorni in solitudine.
    - Luna d’Argento mi ha lasciato cinque anni fa.
    - Come morì?
    - Bevete – lo invitò il vecchio. E gli versò del whiskey nella tazza di alluminio.
    Qualcosa fece rumore all’esterno. Forse il vento che da poco si era levato e soffiava con uno strano lamento.
     Virgil rifece la domanda e aggiunse: - Perché vivete da solo in questo luogo sperduto?
     L’altro si strinse nelle spalle. – Nessuno mi vuole, né i bianchi, né gli indiani. Luna d’Argento era una squaw che apparteneva al nostro capo Lupo Affamato. Gliela ho portata via e sono venuto con lei a vivere tra queste colline. Ma poi loro me l’hanno uccisa.
     - Loro… chi?
     - I mostri della montagna. Da quando i bianchi hanno sventrato le pendici del Blue Mountain in cerca della pietra nera, tra questi boschi non c’è più pace, la notte. – Fece una pausa. – Si aggirano nelle tenebre, pronti a divorare chiunque non si sia riparato tra quattro mura domestiche. Ci abitano pochissime persone, in questi boschi… e sono tutte terrorizzate.
     - E i minatori, che fine hanno fatto?
     - Se ne sono andati da molto tempo. Il loro lavoro ha reso praticamente nulla. Hanno violato la natura, ridestando gli spiriti del sottosuolo.
     Il vento fece udire un lugubre gemito.


     Il lume era spento. Solo la brace rosseggiava nel camino. Il vento si era calmato.
     Il vecchio, che si era messo a russare dietro un paravento tutto sbrindellato, ora era silenzioso. Virgil non riusciva a prendere sonno, ma non per la scomoda sistemazione.
     All’esterno si sentivano strani rumori. Al giovane cowboy la casupola sembrava sospesa sull’orlo di un baratro. Ogni tanto era percorsa da una specie di vibrazione. L’unica manifestazione di carattere domestico era l’irrequietezza del suo cavallo, rinchiuso nel locale adiacente che fungeva da deposito.
     Poi quegli strani passi… Risuonarono sulle assi sconnesse della veranda. Virgil chiamò il vecchio, ma non ottenne risposta.
     Adesso aveva paura. C’era qualcuno là fuori. Si tirò su a sedere e impugnò la pistola.
     Quello che sentì, a un certo punto, fu un sibilo sinistro. La porta venne strattonata, come se qualcuno cercasse di aprirla. Per fortuna l’unica finestra era dotata di inferiate.
     - Chi va là? – gridò, facendo scattare il cane del revolver. I rumori cessarono ed ebbe quasi la sensazione che la misteriosa entità si fosse allontanata.
     Chiamò ancora il vecchio, invano. Pensò di alzarsi e andare a svegliarlo, ma l’operazione gli sembrò superiore alle sue forze. Stranamente le gambe non volevano rispondere al suo comando. Poi nel silenzio si assopì.

     La luce filtrava dalla finestrella.
     Virgil si rese conto di avere dormito per il resto della notte. Teneva ancora in mano la pistola. Si guardò intorno e constatò l’estremo abbandono in cui si trovava il locale.  Nel camino c’erano tizzoni ormai spenti. Si alzò in piedi e andò a vedere se il vecchio era ancora coricato. Niente e nessuno si trovava dietro il logoro separé.
     Allora Virgil ebbe la sensazione di essere sempre stato solo in quella casupola tra i boschi dell’Arkansas. E quando uscì, nella luce del sole mattutino, si rese conto che il luogo era davvero abbandonato.
     Fece uscire il cavallo dalla piccola stalla improvvisata e si accinse a partire.
     Quando fu in cima alla collina, guardò verso la radura, dove la casa gli apparve per l’ultima volta. Non sembrava quel rudere che invece gli era apparso al risveglio. Anzi, gli parve di vedere una lingua di fumo azzurrognolo uscire dal camino.
     Stette un attimo a guardare laggiù, poi diede uno strattone di redini e lanciò il suo animale al galoppo. Voleva mettere maggiore distanza possibile dal quel luogo, prima che calassero di nuovo le tenebre.

domenica 1 marzo 2015

OMBRE GIALLE BRIVIDI NERI



L’Antologia Ombre gialle, brividi neri comprende ventitré racconti dei seguenti autori italiani e stranieri che hanno partecipato al Primo Concorso-Selezione di Giallo Club: Adriana Alarco De Zadra, Sandra Carresi, Gioacchino Caruso, Daniel Di Benedetto, Serena Gentilhomme, Francesca Izzi, Silvia Licetti, Eleonora Lupi, Lorena Lusetti, Andrea Masotti, Maurizio Polimeni, Teresa Regna, Roberto Ricci, Nicola Rocca, Umberto Pasqui, Paolo Secondini, Samantha Terrasi, Stefano Valente.
L'antologia è acquistabile sin da ora su Lulu.com
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giovedì 26 febbraio 2015

L’UBRIACO di Paolo Secondini



Incontrai il vecchio verso le due di notte. Vacillava vistosamente sulle gambe, quasi stentasse a reggersi in piedi.
Un ubriaco! pensai.
Mi avvicinai, le braccia tese, pronto a sorreggerlo.
«Serve aiuto?» domandai.
Mi guardò con piccoli occhi iridescenti, come quelli dei gatti.
«Al mondo, più che a me!» rispose, in modo sibillino, con voce ferma, schietta.
Non mi parve la voce di un ubriaco.
Insistetti.
«Si sente bene?»
«Più di quanto si senta il mondo.»
Ancora il mondo!
Due risposte, le sue, di cui non compresi il significato.
«Il… mondo?» chiesi.
«Questo mondo, certo! Non quello da dove provengo e sul quale vorrei tornare.»
Lo fissai un istante.
«Capisco!» dissi. «Lei non è di queste parti? Viene da lontano?»
Il vecchio sorrise leggermente.
«Lontano, sì, molto lontano, più di quanto possa immaginare.»
«Oh!» l’esclamazione uscì, spontanea, dalla mia bocca.
«Vengo da lassù,» aggiunse, indicando in alto con la mano.
Volsi lo sguardo verso le grandi montagne alla mia destra, le cui cime coperte di neve splendevano sotto i vividi raggi della luna.
«No, non dai monti,» esclamò il vecchio, intuendo il mio pensiero, «ma da molto più in alto, dove il suo sguardo non può arrivare. Vengo…» Si interruppe, crollò la testa. «Non importa. Non potrebbe capire.»
Senza neanche accennare a un saluto riprese il cammino, continuando a vacillare sulle gambe.
Rimasi a guardarlo.
Il vecchio, forse sentendosi osservato, si voltò. Tornò indietro di alcuni passi.
«Sarei voluto partire coi miei compagni,» disse, «molti anni fa, ma hanno preteso che restassi. Chi meglio di me, primo scienziato di classe XJ-340, avrebbe potuto studiare, analizzare, classificare uomini, cose, animali? L’ho fatto volentieri. Era questo, in fondo, lo scopo della mia missione, ma… nel vostro mondo ho visto e imparato anche quello che mai avrei voluto conoscere né, tanto meno, ricordare. La cosa che più mi addolora, mi tormenta profondamente, è che anch’io, pur non volendolo, sono diventato parte di questo mondo. Ormai dispero tornare su Voithel, il mio pianeta di origine, come anche…»
Non finì di parlare, si girò di nuovo e riprese il cammino.
Questa volta non si voltò.
Mi grattai leggermente una tempia.
Scienziato XJ-340… scopo della missione… Voithel… Altro che ubriaco! pensai, mentre seguivo il vecchio con lo sguardo. È soltanto un povero matto, anzi, un matto da legare!
Stetti a guardarlo finché, improvvisamente, scomparve nel nulla.
Per un lungo momento restai con la bocca spalancata e il fiato sospeso. Avvertivo, inoltre, una sensazione di vuoto allo stomaco. Poi scossi la testa e alzai, davanti ai miei occhi, la mano che stringeva la bottiglia. Al suo interno era rimasto un po’ di vino.
«È tutta colpa tua!» esclamai. «A forza di berti, mi hai fatto venire le traveggole. Brutto segno! Meglio che smetta prima che caschi nel fosso al ciglio della strada.»
Stavo per lanciare la bottiglia lontano quando mi bloccai. La guardai e, lentamente, l’accostai alle labbra.
«Ecco,» esclamai, dopo averla scolata. «Giuro che non toccherò più un goccio di vino… questa notte. Lo giuro solennemente.»
E gettai la bottiglia.

venerdì 20 febbraio 2015

FRITTATE COSMOGONICHE di Paolo Durando



(Testi esposti nel 2010-2012 alle mostre/performances del gruppo paradadista di Treviglio DONNA CON FRITTATA)                                                     

Frittata cosmogonica  0
Approntata la padella, lancerai la parola.
Nello strato sottostante, puramente potenziale fino ad allora, cadrà l’uovo-logos. 
Perderai tutto, in quell’istante. Ma è anche vero che, per certi versi, non accadrà nulla e continuerai a controllare la frittata, consapevolmente.
Ci sarà l’irreversibile incremento delle fratture. La tua coscienza sarà infinitesima, nel proliferare di pack di realtà evolventesi. Crepe su crepe in nome della tragedia della differenziazione. Non ne saprai nulla, per eoni. Molti tipi di minerali non sapranno alcunché. E poi i vegetali. Tutto sarà lasciato indietro e depositato in strati. Creeranno il paesaggio. Saranno il tuo passato.
Infine nascerà una minuscola copia di te stesso, che avrai cura di selezionare quale alveo di conoscenza. L’arte  darà una mano ai tuoi episodi, ma sarà solo un mezzo, non un fine. Inizierà, nel corso delle ere,  il viaggio di ritorno a casa. Fino alla ricostituzione della compatta, sapida frittata originaria.
Riporrai l’uovo in bella vista su uno scaffale, accanto agli altri. Guarderai, assicurato, la cucina di sempre.
E dopo? Dopo lancerai la parola.

Frittata cosmogonica  1
Esposti alla forza interferente di una supernova, mescerete una nube gassosa fredda ricca di  idrogeno ed elio.
La vedrete comprimersi verso l’interno. Spingendo viepiù, innescherete il collasso. Vedrete il disco ruotare più rapidamente. Gravità, pressione, campi magnetici, rotazione centrifugheranno il tutto ed ecco delinearsi la prelibatezza preventivata,  la casual-deliberata frittata.
Vedrete, al suo centro, occhieggiare la protostella. Lì la temperatura andrà sempre più aumentando. Poco a poco - perseverando in collisioni e fusioni - acqua e metano, silicati e metalli formeranno piccoli nodi. Più esternamente confluiranno gli  elementi più leggeri, aggregandosi in grossi  globi prevalentemente gassosi.
Avrete cura di mantenere le condizioni adatte e vedrete evolversi dalle masse interne corpi  più estesi. Assisterete, compiaciuti, all’addensarsi di un globo  compatto, dopo i primi due a ridosso del centro. Lo osserverete riconoscenti, timorosi, ricordando qualcosa.
Sarà allora che, precipitando la vostra vista dentro parvenze  tremule, nell’ incapsularsi soffice di tessuti  e gocciolanti spasimi rosei,  vi vedrete nascere.

Frittata cosmogonica 2
Proseguendo nella cottura, mi accorsi delle occasioni di rammarico. Sollevandone porzioni, la massa tornava a  se stessa in plurimi sottigliezze.  Coincidendo in quelle, il mio uno diveniva  due e poi tre. E dopo decine.
Dovevo avere i riflessi pronti per non precipitare nella mia dispersione, per cui assecondai una sola striscia per volta, seguendola nel suo percorso.
Il mio ideale di liscia frittata intatta, a suo totale agio di bollore, mi costringeva a cadere lungo una data vicenda di molecole, una dopo l’altra. Frequentavo in sequenza la successione dei loro risultati relativi,  abbandonando le storie  sconfitte nell’amalgama dove si rovesciavano, in un annodarsi immediato o controverso. Ne restavano tracce  sepolte nei trepidi cunicoli vischiosi, cisti e cicatrici di esperienze negate. 
Non si trattava di scegliere ad incroci e biforcazioni. Ogni bivio scompariva nel momento stesso del suo attraversamento. Mi tuffavo cieco nel filo che, ad ogni alzata di forchetta,  sceglievo di  accompagnare nel suo futuro sommerso. Bisognava fare molta attenzione, perché non potevo compromettere la riuscita della  frittata quale possibilità compiuta, in cui gli adesso mancati non avrebbero prodotto smagliature. Fu un’illusione. Mi ritrovai comunque ammaccato dai  presenti probabili, smarriti, rifiutati. 
Affrontando le serie parallele di delusioni, non mi restava che  perseguire le risoluzioni dell’arte.
Fino a quando, dolorosamente fumante, la frittata non sarebbe stata pronta, alla fine e all’inizio dei tempi.

Frittata cosmogonica 3
 La donna con frittata sapeva di aver sognato se stessa che cucinava la frittata.
Il dubbio che la stava cogliendo in quel momento era se lei non fosse, invece, la donna sognata. Per questo era concentrata sulla consistenza di quanto la circondava, impegnata a cogliere ogni colore della cucina, ogni suono, dall’urto del forchettone sulla padella all’eco lontano di una metropoli in fuga.
Valutava l’intensità tattile dei suoi imperterriti maneggi. Ma  poteva anche darsi che stesse sbagliando in ogni caso, essendo, a sua volta, il sogno della donna sognata.
Riteneva tuttavia che,  in una così estrema eventualità, la labilità delle cose avrebbe dovuto palesarsi senza ombra di dubbio. Di fatto questo non avveniva, parendole che la pregnanza di quanto stava vivendo fosse normale. La sensazione  della crassa umidità dell’aria le dava anzi l’impressione che l’esperienza fosse particolarmente lucida e consapevole.
Questione di slittamenti. Ancora un attimo e avrebbe pensato di essere in una realtà potenziata, una realtà al quadrato. In quel caso lei non  sarebbe stata la donna che aveva fatto il sogno, ma  addirittura colei che la precedeva, il calco originario. 
Era così che la materia avrebbe sfondato il limite del percepito. Cuoca e annessi avrebbero infine coinciso con il proprio farsi.

Frittata cosmogonica 4
I pizzi, le areole, le aiuole. Fuoriescono le parrucche, le bacche, rotolano le verze e le bocce. Precipitano i sostrati, le vicendevoli risorse dei bricchi, le compagini ministerial-peristaltiche, con tutto il seguito delle visioni, delle commende e dei settori imboscati degli accordi ambigui, delle amicizie incaute, base imperitura di falsi amori. Anteposta, presiedi alla devastazione degli albori. Cadono le pitture, le mansioni, le corolle, e con esse le leve, le reti, volatilizzandosi con le mulattiere, le trottole di mirabolanti brevetti, le luci pulsanti e i fragori degli anni.  Emersioni, nel definirsi di frastagliate parabole. Le cavi dai tuorli in suggeriti sbocchi, fiotti di smagliature. Le delinei nella gelatina di adducenti freni. Emersioni annodanti i cerchi, le paffute filiere di variabili al tatto, sotto conati di macchia, lievi musi di feti. Imbevuti resti di frasche e strame, macerati in pois, presentiti romboidi di pus. Avvolgimenti languidi di pennacchi e trecce in forse,  perseguimenti effimeri di imbragate cornici. Quadri e definizioni che si accavallano morendo nel corso degli accorrimenti ansiogeni, nel provvisorio fluire di micragnosi factotum, nella tua indifferenza distratta. D'occasione Pandora.
Frittata cosmogonica 5
Si ingolfarono singolarità-ossessione, nella gran frittata che fu fatta. 
Nazioni, stamberghe, città metropolitane. Felici pochi. Fiori e koala. Ogni individuazione incise sul gusto, sul colore residuo sul mestolo.
Questo fu il nostro modo di essere surfisti dell'amalgama.  Professoresse, arrotini, magistrati, metalmeccanici, preti e merciaie. Le cose e i loro nomi. Le categorie, le opere. I significanti nella rete delle proiezioni, dei desideri, in mezzo alle parole generantesi senza soluzione di continuità.
E le voci distoniche,  le discese nell'idioletto, a precipizio, fino alla monade, al solipsismo di ogni divergenza più o meno poetante.
Ma dietro la scena, se si andava alla ricerca del vero, mitico significato, della sostanza, dell'essenza, ci volgevamo  incontro al non-nulla.
L'opaco,  noioso - fastidioso definitivo ronzio - gran mare dell'essere.

sabato 14 febbraio 2015

PRIMOGENITURA di Peppe Murro



Lo stava guardando corrucciato e pensoso: l'ovale perfetto, chiaro, levigato,.. non c'era bellezza simile ovunque si fosse voltato.
 Fermo, lì, come fosse indifeso, ma da questa silenziosa dolcezza, lo sapeva da tempo, sarebbe nata la vita e finalmente avrebbe avuto compagnia: tanti piccoli che ti si accoccolavano vicino, che ti strusciavano, che cercavano il tuo calore, che giocavano con te! Avrebbero rallegrato la sua solitudine e lui avrebbe insegnato loro a cantare la gioia dell'alba e la malinconia della sera, li avrebbe abbracciati tutti,uno per uno.
E sarebbero cresciuti!  i figli, si sa, non ti appartengono e son fatti per volare via. Poi anche loro avrebbero avuto dei figli ed anche i figli dei loro figli: certo, sarebbero cresciuti belli e numerosi.
Si soffermò un attimo su quel pensiero: beh, troppo numerosi non era il caso, non è che da lui ci fosse molto posto, sarebbero stati piuttosto stretti, avrebbe dovuto magari anche sopportare la loro invadenza. No, sicuramente non era il caso, in troppi non potevano stare lì, gli avrebbero rubato spazio e tranquillità e magari pure rovinato il meraviglioso pavimento morbido della sua casa.
Troppi, decisamente, e poi  vengono altri e pretendono e urlano e puzzano e tu non puoi più stare in santa pace neppure a casa tua.
Gli avrebbero rubato spazio, e tempo, e occasioni; sottratto il cibo e il letto, lo avrebbero umiliato e mortificato e magari anche picchiato, se così gli andava.  Non lo sopportava, non poteva accettarlo !
Erano intrusi, erano un pericolo, una minaccia mortale.
Doveva porvi rimedio, doveva salvarsi da quell'invasione di selvaggi petulanti e vocianti che forse portavano pure malattie....
Guardò di fronte a sé, lo sfiorò: nella sua silenziosa perfezione quasi non sembrava un pericolo mortale... che ipocrita,e dire che poteva essere mio fratello! Ora sapeva che una belva si nascondeva in quel bianco all'apparenza indifeso.
Un colpo secco, deciso, e si sentì subito soddisfatto.

Si girò di fianco per dormire, non si curò neppure di pulirsi il becco.

lunedì 9 febbraio 2015

DIMENSIONE ALIENA di Adriana Alarco Zadra



        
È inutile: non risponde nessuno.
Dal pianeta Marte cerchiamo di comunicare con i passeggeri di una astronave che segue itinerari stabiliti. Non osiamo supporre che sia stata risucchiata da un buco nero, o che si trovi in una parte sconosciuta dell’universo.
Nessun pilota sano di mente non si atterrebbe alle istruzioni dei voli interplanetari, perché sarebbe illegale, impensabile, suicida e senza precedenti.
Mentre cerchiamo l’astronave scomparsa con i radar, le onde magnetiche e i telescopi, sotto l’ impercettibile luce di molte lune, ne osserviamo un’altra  avvicinarsi al pianeta.
La scopriamo per via del cambiamento dell'atmosfera ferma sulla superficie arida e vulcanica. È coperta da uno strato di materia evanescente che l’ha avviluppata durante la sua corsa nello spazio.

La nave viaggia con movimento impercettibile, insolito: al suo interno si sono sviluppati e moltiplicati voraci bruchi e vermi.

Questi organismi sconosciuti si nutrono di materia organica e inorganica, per poi trasformasi in mostruosi coleotteri che mangiano di tutto. Poi, quando non ci sarà più niente di cui nutrirsi, si divoreranno tra loro, se prima non scopriranno la base spaziale con i suoi occupanti, che seguono il processo attraverso obiettivi incredibilmente potenti.