martedì 17 giugno 2014

LA STORIA DI LI-PO di Peppe Murro

Non c’era altra voce che il vento presso di loro, il sole disegnava smeraldi sinuosi tra le foglie.
Li-Po guardò Kris con un accenno di sorriso, disegnò un cerchio con la mano sull’erba, chiuse gli occhi, mentre con voce piana iniziò a raccontare.

Nella terra del Cuore c’erano due re inesorabili e crudeli che da anni si facevano guerra: dovunque era dolore e devastazione, morte e carestia. Ma nessuno dei due riusciva a prevalere sull’altro e così un giorno decisero che si sarebbero scontrati solo i campioni dei due eserciti. Il vincitore avrebbe assegnato la vittoria al suo re.
I prescelti furono il prode Ki-Yuan e la fiera Chu-Lai, campioni di spada e d’arco, di lancia e di pugnale.
Perché la lotta fosse più feroce, i re portarono i due guerrieri in un deserto lontano, oltre i fiumi del Vento ed i monti della Luce: “Camminerete insieme fino al bosco dove vi aspettiamo, e lì combatterete per noi.” Questo fu l’ordine dei re.
E andarono via, lasciandoli soli.

Ki-Yuan lisciava ogni giorno la spada, Chu-Lai pettinava i suoi capelli e lisciava i pugnali.
Camminarono molti giorni sotto il sole terribile, senza guardarsi, senza dire parole.
Eppure pian piano Ki-Yuan si sorprese ad osservare sotto la luna come il petto di Chu-Lai si muovesse piano, e Chu- Lai si sorprese della sua sorpresa a guardare le mani di Ki-Yuan e il suo viso…
Impiegarono mesi per uscire dal deserto e mesi per passare le montagne.
Era fiero e sicuro il loro sguardo, ma da tempo Ki-Yuan non lisciava più la spada, né Chu-Lai i suoi pugnali: si guardavano di nascosto, quasi con vergogna, talvolta si scambiarono dell’acqua.
Chu-Lai imparò ad abbassare lo sguardo, arrossendo; Ki-Yuan s’accorse di sognare. E di desiderare.
Camminarono affianco per il resto del viaggio e talora le loro ombre si sfiorarono.
O forse furono i loro pensieri.
Ma finirono i monti, e i fiumi, e le distese desolate: in lontananza si stagliava la linea verde cupo del bosco. Per la prima volta si guardarono negli occhi, ricordarono le parole dei re, tornarono al loro destino.
Al limite del bosco, al centro della terra del Cuore, i loro re li aspettavano,gli eserciti aspettavano: era il tempo !

Ki-Yuan fu vestito di bianco, gli cantarono la nenia dei nemici uccisi, lo salutarono con grida feroci di guerra.
Chu-Lai fu vestita di bianco, gli cantarono la nenia delle sue vittorie, la salutarono con grida e lance alzate.
Di fronte l’uno all’altra, fermi, armati, pronti a darsi la morte: chi può dire il freddo dei loro pensieri?
Si lanciarono urlando l’uno contro l’altra, le lame mandavano scintille e le vesti si attorcigliavano in una danza frenetica e misteriosa, e il ferro baciava le vesti senza lacerarle, la carne non aveva bocche di sangue..

Più Ki-Yuan la guardava combattere e più l’ammirava, più combatteva e più capiva di esserne innamorato; le sue mani impugnavano la spada ma avrebbero voluto carezzarla.
E Chu-Lai non capiva,continuava la danza dei colpi, ma non voleva ferire… le sue mani portavano la morte, avrebbero voluto portare dei sogni.
Combatterono a lungo, il tramonto già incendiava il cielo e incupiva il bosco: si guardarono, fermi, ansanti. Poi Chu-Lai si scagliò verso di lui urlando, la spada tesa in avanti.
Ki-Yuan la guardò, le sue mani si aprirono facendo cadere la spada. Sussultò un poco mentre la lama lo traversava. Lentamente cadde per terra, mentre una rosa rossa si dipingeva sul bianco del sua abito.
Chu-Lai si fermò, si inginocchiò tremando verso di lui: “Perché? Perché non hai schivato il colpo?” Ki-Yuan alzò il viso verso di lei, triste, dolce, : “Perché tu potessi avermi !”

Questa la storia che Li-Po raccontò a Kris, al suo cuore deluso, mentre Solaris cupamente brillava dietro l’oblò, bello nel cielo nero, inestricabile dentro i suoi pensieri.




venerdì 13 giugno 2014

COLT & WINCHESTER



Da qualche giorno, il nuovo blog di racconti western, COLT & WINCHESTER, ha iniziato le proprie pubblicazioni. Invitiamo tutti i lettori, appassionati di questo genere letterario, a visitare il blog, e gli scrittori a collaborarvi con i loro racconti.
http://raccontiwestern.blogspot.it/

mercoledì 11 giugno 2014

COLOSSO FISSO di Giuseppe C. Budetta





  Presso i Greci del periodo arcaico, sotterrato nella tomba vuota, il Colosso (kolossos) vi figura come il cadavere assente, tiene il posto del defunto. Esso non incarna l’immagine del morto, ma la sua vita nell’aldilà. Quella vita che s’oppone a quella dei vivi, come il morto stesso è il doppio del vivo.
                                                                                                                Jean-Pierre Vernant, 2011.  

Nei tempi immemorabili da extraterrestri edificata, la grande statua raggiunse in altezza i duecento metri. I piedoni poggianti su due piatti promontori, su una striscia di mare, slargata al tergo del colosso in circolare baia. Per realizzarla, gli extraterrestri sette giorni avevano impiegato. L’avevano allestita a loro immagine e somiglianza. Aspetto che sarebbe pure il medesimo di Homo sapiens sapiens  cioè il nostro, secondo gli standard ammessi dalle universali leggi evolutive. Con fisso sguardo, ammirava ad occidente il lineare limite dell’orizzonte marino. Essendo fisso il collo, ma non i globi oculari, si sforzava di osservare quanto più poteva ruotando gli occhi in su, in giù, verso destra ed a sinistra. Il resto doveva immaginarlo, oppure arguire di cosa si trattasse dai rumori circostanti. L’anomala situazione avrebbe ricordato il mito della caverna di Platone, dove i prigionieri incatenati dall’infanzia, dai piedi al collo, costretti in una caverna buia potevano fissare solo il muro davanti a loro. I malcapitati vedevano sulla parete le proiezioni di strane ombre che ritenevano reali. Così, il colosso fisso immaginava le cose che del mondo circostante non poteva osservare. Deduceva indizi solo con l’immaginazione eterea, coniugando i dati con le immagini visive davanti a sé.
Un quarto di secolo dopo, gli extraterrestri se ne andarono sconsolati, in perenne tristezza sia per indole, sia per indefessa ricerca di un migliore mondo da colonizzare. Avevano abbandonato in loco la statuaria mole, simile al Colosso di Rodi con coscioni divaricati tra i quali potevano transitare nella sottostante lingua di mare, navi in fila indiana.Nel renderla cosciente, gli extraterrestri avevano applicato la migliore tecnologia, calcoli allometrici alla mano e strambe formule. Avevano assemblato complesse reti cerebrali e congegni, collegati da fibre ottiche, rendendo il gigante statuario quanto più vicino possibile agli esseri viventi, con mente sapiente. Miliardi di nanotubi collegati a microchip ne resero la memoria illimitata, o quasi così come il resto della mente. Circuiti sottili avvolsero l’immenso corpo, coperti da silicea superficie dermica. Circuiti a mo’ di nervi periferici che a nulla servivano tranne che a conferirgli esterocettiva sensibilità e percezione circa il grado di umidità, di caldo e freddo,  riferite all’aria circostante. Nel meato uditivo interno c’era l’apparecchio acustico, ma non quello dell’equilibrio statico che non serviva per una statua priva di movimento. Input ed output provenienti dalla superficie corporea raggiungevano i suoi centri cerebrali, elaborati all’istante. Immagini visive si formavano a partire dal vasto tappeto retinico degli occhi e passate tramite i nervi ottici alle preposte aree visive per la ricomposizione delle immagini del mondo reale che gli si espandeva sul davanti.  
Non aveva sensibilità dagl’interni organi e di conseguenza, non soffriva il mal di pancia e quello di stomaco. Di certo, il siliceo corpo non aveva apparato digerente come il nostro con fegato e pancreas.
Ebbe degli umani la vista perfetta. Ebbe sensori auricolari paragonabili a quelli che in noi collegano il timpano al nervo acustico, agli acquedotti vestibolari e cocleari. Ebbe un perfetto organo del Corti in entrambi i meati uditivi interni e la fessura delle trombe di Eustachio nella parte profonda delle fauci.  
Con l’orecchio sensibile, percepiva suoni e rumori di vario tipo: alti sonanti, acuti, bassi, o gravi. Ebbe l’olfatto e sulla lingua le papille gustative che gli servivano solo per gustare la saliva il cui sapore variava a seconda del chimismo interno. La grande opera di pietra chiara con le narici respirava, sia pure piano ed in modo superficiale.    
Dal terreno, il colosso trasse minerali, acqua e sostentamenti azotati, come fanno le piante d’alto fusto che utilizzano i fenomeni fisici della capillarità. Non si cibava oralmente avendo le mandibole inamovibili. Sostentamenti riceveva dai piedi, aspiranti nutrimenti come profonde radici. Come le piante, però non ebbe amido, tramite la fotosintesi fogliacea, avendo umana pelle. Come talune leguminose, fissava azoto e traeva zuccheri da batteri simbionti, proliferanti sotto le palme dei piedi. Questi artefatti avevano progettato gli extraterresti nel dargli vita ed intelligenza con un corpo perfetto, ma immobile. I cataboliti del corpo statico riversati erano all’esterno attraverso due condotti: l’uretrale e l’anale. Se il gigante di pietra uomo-simile avvertiva bisogno di urinare o di defecare, emetteva di tanto in tanto un liquido giallino scrosciante nel sottostante mare e defecava polverina bianca, simile a sabbia tra le chiappe fuoriuscente, in mare ricadente se non dispersa dai venti.
Fu rigido, statico ed immobile come un masso inanimato. La testa fissa davanti a sé scrutava l’orizzonte marino ad occidente. Le mani tenute parallele al corpo. Come detto, poteva roteare i grandi globi oculari, scrutando la vastità dell’orizzonte davanti a sé. Abbassando la vista, osservava la lingua di bagnasciuga ai suoi fianchi e la striscia di mare che gli entrava da sotto, in mezzo ai divaricati coscioni. Con rancore, si chiedeva perché i suoi artefici lo avessero costruito come statua silicea gigantesca, ma cosciente. Al mattino, aspirava zeffiro salato dalle superficie marine spirante ed osservava la vastità dell’azzurrina cupola, addiveniente a volte cupo e nuvoloso. Cosciente fu di essere su un’isola perché nel suo cervello gli artefici gli avevano inculcato certezze inamovibili. Però, spesso si chiedeva quanto grande fosse l’isola disabitata. Ammirava la vastità dell’oceano innanzi a sé fluttuante che si congiungeva in lontananza col celeste zenit, azzurro e luminoso. Impossibile vedere tutto ciò che aveva attorno. A volte, udiva il vento furioso ululare nel bosco informe alle sue spalle e gli scrosci della pioggia in improvvisi brevi temporali: rigagnoli d’acqua lungo il fisso corpo. Durante le brevi tempeste, il maroso cinereo sollevava grandi onde, alcune delle quali ruinando sulla spiaggia, gli accarezzavano i piedi fino agli stinchi.
Se il cielo era terso, la notte mille stelle osservava roteando in alto il più possibile le oculari sfere, come due cannocchiali astronomici. Sapeva a memoria le costellazioni, avendo insite certezze. Osservava la luna piena e le fasi dell’argenteo astro, spesso dal mare sorgente proprio avanti a sé. A volte, con beata faccia luccicante, la luna piena sembrava animarsi come un vero volto e l’osservava, di lui affascinata. Tutto era movimento e cangiante forma. La notte succedeva al giorno che si disfaceva in notturne ombre. Rossi tramonti ed albe dalle rosee tinte, frapposte incessanti all’andare dei giorni e delle cupe notti. Nel grande bosco, c’erano notturni e diurni animali. Lo deduceva dai rumorii e canti emessi: grugniti, latrati, ululati, guaiti, striduli ragli, nitriti, canti melodiosi e melliflui di usignoli, schiocchi, gorgheggi, cinguettii ed acuti squittii, anteposti alle rosee tinte dell’alba.
Nella ricca sinfonia notturna, cori d’insetti e di rane riempivano l’aria pregna d’umido, accompagnati dal ritmo della condensa sgocciolante dalle foglie. In qualunque ora del giorno o della notte, distingueva rumori e canti d’animali arboricoli, aviari, anfibi, notturni, diurni, carnivori, erbivori, od onnivori. Pause di silenzio interrompevano selvagge strida nella strenua lotta di sopravvivenza. Nel mutismo della natura muta, avvertiva sensazioni che dalla stasi corporea invadevano tenebrose fissità.
Tagliata da burroni, di circa seimila metri quadri, l’isola offriva i paesaggi tra i più caratteristici del mondo. Ai piedi delle rocce a strapiombo, piccole spiagge solitarie, adatte alla nidificazione di gabbiani ed albatri. Ampie distese boscose ed anfrattuosità petrose, popolate da leoni, leopardi, ghepardi, iene, bufali, lupi, sciacalli; poi oranghi, gatti selvatici, linci, giraffe, zebre; poi piccoli animali come donnole, scoiattoli, istrici, ricci, marmotte, lepri. Numerose le razze di scimmie, non mancando i cinghiali e le antilopi. Tra i volatili, lo struzzo nella pianura più occidentale. Nelle restanti zone, pensava, ci saranno pure avvoltoi, falchi, ottarde, cicogne, faraone, francolini, pernici, gabbiani; molte specie di pappagalli, gazze, piccioni, tortore; poi ancora corvi, pellicani, ibis, passeri, rondini ed infine una grande varietà di bengalini e di colibrì di piccole dimensioni e di meravigliosi colori. Il sospetto era fondato perché vedeva alcuni di quegli uccelli svolazzargli attorno, o ne sentiva il canto nel fresco, statico albeggiare. Alcuni volatili gli si posavano sul capo e sulle spalle. Alcuni grossi predatori cominciarono a nidificare nel cavo sotto mentoniero.   
Questa certezza il colosso ebbe insite nella memoria a lungo termine: l’isola è deserta d’individui umani. Altre certezze riguardavano gli animali domestici che l’attorniavano qua e là nell’entroterra: il cavallo, il muletto, l’asino, la pecora, la capra, il cane, il gatto e galline in quantità. Tutti animali trasportati ad hoc dagli extraterrestri, prima della dipartita. Si chiedeva sconsolato: Se potessi camminare, almeno per un poco, pochi passi per di là e per di qua, potrei osservare la variopinta flora e le specie faunistiche… L’isola, avrà di certo una varia e vivida vegetazione arborea. Nella parte ondulata orientale ed in vasti tratti della zona rocciosa del sud, la costa sarà pure ricoperta da distese di arbusti spinosi e di acacie tra le quali le gommifere. Abbonderà la palma Dum e diffusa sarà anche la palma dattifera. Nella zona centrale, sarà presente l’ebano, l’albero della mirra, dell’incenso ed una rara specie di mogano.
Questi interrogativi gli ponevano le complesse reti nervose, elaboranti computazioni quantistiche come base alla coscienza, inserita in quella testa inespressiva ed incantata.
   In anticipo sulla procella, albatros e gabbiani volteggiavano posandosi sulle gigantesche spalle, prima di riprendere il volo sul maroso. Di notte, udiva dal bosco le improvvise acute strida dei predatori ed i fruscii violenti tra le frasche di ch’insegue e di chi cerca la rapida fuga, saltando e dileguandosi in folta frasca. Non c’erano umani che dopotutto conosceva non perché visti, ma perché anche in questo caso gli extraterrestri suoi artefici, gli avevano inculcato queste certezze. Per trascendenza sapeva che questi ominidi mai visti facevano parte della stirpe degli Homo sapiens sapiens.
Molto tempo dopo la extra terrestre dipartita, un popolo in fuga approdò sull’isola remota. Dieci navi entrarono in baia, transitando tra le divaricate cosce del siliceo gigante. Posti gli accampamenti in costa e procacciata acqua e viveri, i piumati sacerdoti per prima cosa osservarono con attenzione il colosso di pietra. Videro che aveva aspetto umano, ma inusitato. Qualcosa d’indefinito lo allontanava dalla materia. Qualcosa di portentoso era insito, ma strettamente connaturato nella scultura. Il colosso urinò nella sottostante lingua acquosa, congiungente la baia al mare aperto. Il fragoroso breve scroscio fece sobbalzare tutti, non solo i sacerdoti, ammantati e piumati. Poco dopo, ebbe la pulsione a defecare e tutti videro fuoriuscirgli dalle chiappe la bianca polvere come arena, prodotto del suo catabolismo limitato. Non emise escrezioni intestinali come le nostre putrescenti feci.
Per questo e per altri motivi oscuri, il colosso fu ritenuto un dio. I nuovi arrivati approntarono sacrifici umani ed augurale sangue rubino, commisto a quello di animali sgozzati ad hoc sul posto,  prese a scorrere sulla rena di lato ai giganteschi piedi. Alcuni gli videro roteare i globi oculari ed altri notarono i flebili movimenti ritmici del costato, come a respirare. I sacerdoti furono d’accordo:

                                                    Nella statua spirito divino c’è.

Il gigante avvertì che una città cresceva, circondando l’intera baia. Navi gli transitavano di sotto, tra le lunghe, non genuflesse cosce. Prima provò angoscia, ma poi fu lieto della nuova compagnia. Navi veleggianti nella vastità dell’oceano ondeggiante. Alle sue spalle, la città crebbe in numero e in potenza. A giudicare dai sacrifici che ai suoi piedi riceveva, il popolo gli era grato, attribuendogli meriti divini che non possedeva. Sbirciò con la coda dell’occhio i potenti muraglioni che si estendevano fin quasi sulla riva, anche se la baia ed il porto dovevano essere prive di mura, aperte all’attracco delle navi. L’eventuale nemico poteva attaccare la città solo attraversando con una flotta la lingua di mare sotto di sé. Fece ruotare allo stremo i globi oculari ed intravide una torre merlata sui declivi a destra. Pensò che si trattava di un popolo guerriero, pronto a difendersi dai nemici.
Torri rettangolari cominciarono a sporgere dalla muraglia ad intervalli di trenta metri ed in certi punti c’era un ulteriore muro di difesa, a corona, ad una distanza di circa dieci metri, rafforzato da bastioni poderosi. Nel lato nord, in direzione della parte interna dell’isola, gl’ingressi erano fiancheggiati da grandi torri, alle quali si univano l’estremità della muraglia: di quella principale e della secondaria. Alte cancellate erette tra le torri. Rampe parallele alle mura immettevano nella numerose porte di accesso secondarie. L’entrata principale della città era ampia e priva di rampe. Da lì, partiva la mulattiera diretta a nord, fendente in due l’isola.
A meridione, il porto a semiluna. Davanti alla baia, poggiante sulle basi erette su una minuta gola, si ergeva il colosso siliceo, ai lati del quale su rispettive terrazze, erano stati edificati due granitici templi: uno in onore del Sole ed uno dedicato al dio del Tempo, Chronos. Per questo, il colosso nomato fu dio del Sole e del Tempo. Se avesse potuto, avrebbe gridato ai quattro venti:

IMMOBILE ED ETERNO SONO, NON SONO IL TEMPO FLUENTE O IL SOLE CANGIANTE

Avendo assoggettato altri popoli, desideroso di formare un grande impero, un acerrimo nemico prese la decisione di attaccare l’isola e la città. Il colosso vide la formidabile flotta nemica avvicinarsi al porto ed urinò per avvertire la gente dell’ imminente pericolo. Per fortuna, le sentinelle sulle turrite torri diedero leste l’allarme, avendo scorto anch’esse la numerosa, inimica flotta. Coi vessilli rubicondi della guerra, le navi degl’isolani fuoriuscirono leste dalla baia tra le cosce statiche del colosso. Scontro navale cruento ci fu. Spinte a tutta forza dai remi, dalla corrente e da furioso vento, galee nemiche piombarono sugl’isolani con impeto irresistibile. L’antistante specchio di oceano coperto fu di rottami e di cadaveri. Frecce infiammate e lanci di catapulte sfiorarono l’immobile statua, senza scalfirla. Il nemico irruppe in baia. Invano, gl’indigeni impetrarono l’intervento del colosso. Invano, gli si genuflessero.
 Avvenne lo sbarco ed il colosso udì feroci grida disperate. Scintillio di daghe, spade, asce, scudi ed elmi. Furore ed urla strozzate. Odore acre di carne arsa, di architravi legnosi e l’assordante fragore di case crollate. Con la coda dell’occhio, il colosso allarmato vide le appendici della città in fiamme. Il fumo fu tanto denso da offuscargli la vista, come nebbioso manto.

MENS ANIMI, TANTIS FLUCTUAT IPSA MALIS

   Poi, fu silenzio e morte. Navi nemiche trionfanti gli transitarono sotto le pudende, entrando in baia. Capì che i valorosi difensori erano stati uccisi, che il nemico s’era impadronito dell’isola, la città distrutta e gli abitanti trucidati.
I vincitori cogitarono come trasportare nella capitale il colosso, ma fuggirono via con le rimanenti navi da improvvisa pestilenza falcidiati, certi che la statua fosse a loro ostile.
Terremoto propiziatorio seguito da un grande maremoto allontanò per sempre le ultime orde di sciacalli, avventatisi con furia feroce ai piedi del colosso al fine di sradicarlo e spezzarlo. Gli sciacalli cercavano di vedere se dentro di lui ci fosse oro. Altri movimenti sismici avvennero nel tempo et in saeculis saecularum la statua sia pur altissima, lentamente s’inabissò. Ci fu un lento bradisismo negativo dalla parte del colosso e positivo nella zona opposta dell’isola.
Per decenni, gli occhi ciclopici furono quasi tangenti alla linea del maroso, scrutando l’elevarsi delle onde luccicanti. Poté respirare con le narici, affioranti di poco sulle azzurre creste del mare. Se l’oceano era adirato con sollevamento di montagne liquide, riusciva nonostante tutto a respirare, trattenendo di volta in volta il fiato. Temette che la terra sprofondasse, che s’immergesse per intero in acqua, che morisse divenendo in tutto e per tutto inanimata statua.
Arrivò un gruppo d’elicotteri e qualcuno lo notò. Arrivarono in tempo dei sommozzatori. Equipe televisive lo ripresero da tutti i lati. Molti scrissero sui giornali e molti libri diffusero notizie sul gigante torreggiante e dalle remote, oscure origini. Si disse della vera ottava meraviglia, mirabolante opora d’ignoti artefici. Alcuni mistici furono certi della sua natura divina. S’indagò su oscuri popoli Amerindi non proprio Americani, non proprio Indiani né Indo-europei. Altri affermarono di Neandethaliani, autori veri del colosso indistruttibile. Altri di arte neolitica. Vattela pesca la verità. Sull’Osservatorio Romano fu scritto a grandi lettere:

TUTTO CIO CHE FU FATTO, IN LUI FU VITA.

L’isola era situata in un punto della Terra che ricadeva nel protettorato USA. Il rigido gigante sia pur cosciente, sarebbe stato posto sul piedistallo in sostituzione dell’obsoleta statua della Libertà, semi danneggiata da vandalici atti. Qualche scienziato aveva sospettato che il gigante non fosse stato una vera statua, almeno nei tempi andati. Qualcuno aveva intuito l’esistenza delle sottoli reti di capillari che dalle palme degl’impressionanti piedi assorbivano liquidi e sostanze organiche. Tuttavia nessuno aveva dimostrato ciò che sospettava. Qualcuno aveva anche intuito che in un certo modo la gigantesca opera poteva trarre un qualche nutrimento per simbiosi coi batteri del sottosuolo. Se ciò fosse stato vero, la statua sia pur di pietra silicea, era vivente. Erano ipotesi troppo azzardate e nessuno volle rischiare a pubblicarle, temendo la derisione.
Situata sulla Liberty Island nel porto di New York, il gigante fisso avrebbe visto il variabile paesaggio coi ruotanti occhi. Avrebbe visto le navi mercantili e passeggeri transitargli tra le cosce ed aerei supersonici sfiorarlo roboanti. Avrebbe pregustato l’aria fumosa di una grossa metropoli, udendo nella notte il continuo rumorio delle auto sul ponte di Manhattan spegnersi per riprendere fragoroso la mattina. Si sarebbe percepito come una entità importante, simbolo della Libertà USA e forse dell’intero pianeta. Di certo, in cuor suo, avrebbe riso del nuovo stato. Egli immobile, simbolo di basilari libertà.
Studiosi e politologi affermarono che la grande statua era uno dei punti di frattura tra le civiltà. Da un lato la tecnologia e dall’altro la barbarie.
Nessuno fu capace di evidenziare ciò che si andava sospettando, tanto meno scienziati bio-fisici, biologi molecolari ed esperti di micro-sistemi ambientali. Nessuno capì davvero che il gigante traesse nutrimento e vita oltre che dall’aria circostante anche da sotto i nudi piedi, tramite micro pori al sottosuolo connessi. Sebbene su due piedistalli di cemento, le invisibili e possenti, capillari forze, coadiuvate da enzimi silicio e calcio litici, aprirono microscopici canalicoli nel cemento armato su cui poggiava adesso. In poco, trasse dall’acqua salmastra nuova linfa a dire il vero non tanto pura come quand’era stato nella sperduta isola, davanti ad una deserta baia. Alcuni notarono che la silice ricoprente lo statico corpo era mutata, diventando un poco verdognola, in particolare a livello delle guance e cosce. Il mastodontico corpo si andava adattando ai tossici locali. Ecco la spiegazione. Resistente fu alle variazioni climatiche, alimentari ed ambientali.
Imperterrito svettante contro le ondate della Storia, presagi traeva dall’orizzonte. Immutabile e cosciente, avvertiva oscuri eventi. Spesso ripeteva in mente:

TROPPI STRONZI. QUESTO PIANETA NON SOPRAVIVERA’ A LUNGO.
 

lunedì 9 giugno 2014

ROBOT di Paolo Secondini



«Questa sì che è bella!» disse Peter Golman, scienziato di prima classe della United Rydel Corporation, al collega Olgo Karel, che era al suo fianco.
«A che cosa ti riferisci?»
«Ma come, non l’hai capito?»
«No, se non ti spieghi.»
Golman si aggiustò gli occhiali sul naso, poi indicò il robot disteso su uno dei tavoli del laboratorio.
«Ne abbiamo finora costruiti a centinaia,» disse. «Automi eccezionali, dotati di varie capacità, come quella di ascoltare, parlare, ubbidire, correre, lottare… ma non ci siamo preoccupati di definirli dal punto di vista sessuale. Praticamente sono amorfi: né maschi, né femmine.»
«È vero!» convenne Karel. «Ci accingiamo a fornirli perfino di pensiero, e non li abbiamo ancora…»
«…dotati di sesso,» lo prevenne Golman.
«Sono certo che riusciremo, in seguito, a far sì che provino anche dei sentimenti, come quello di gioia, amicizia, amore… In tal caso penso che completarli sessualmente, con appositi attributi, sia davvero indispensabile.»
«Potranno innamorarsi tra loro, provare quel che proviamo noi, che provano tutti: gli stessi desideri, le stesse emozioni, gli stessi piaceri...»
«Perché no?»
«…tutti gli aspetti e le conseguenze che l’amore comporta.»
«Certamente!»
A un tratto, Peter Golman divenne pensieroso. Il mento nella mano, restò in silenzio per vari secondi, che a Karel parvero interminabili. Poi, scrollando la testa, emise un sospiro.
«No! Meglio di no!» disse alla fine. «Mi è difficile già sopportare tradimenti e litigi tra esseri umani, figurarsi tra robot. Farebbero scintille!… Per carità, niente sesso!»
Olgo Karel non rispose; si limitò ad annuire.

sabato 7 giugno 2014

IL SIGNORE DEL TEMPO di Sergio Bissoli



Seduto sotto il pergolato di una osteria di campagna mangio pane e noci mentre osservo la morte dell’estate.
É una sera di settembre. Il sole arancione tramonta dietro i campi di stoppie e davanti a questo spettacolo provo una profonda tristezza e malinconia. Ogni anno nella stagione autunnale io provo questa intensa sofferenza esistenziale.
Ci sono solo tre o quattro contadini silenziosi sotto il pergolato di glicini perché fra poco sarà buio e freddo. Qualcuno, forse un ubriaco, sta parlando da solo:
“Fin da giovane ho sempre avuto una grande passione... ma la vita, le circostanze...”
Mi verso dell’altra birra per scacciare i pensieri tetri e la solitudine. Molto tempo dopo la voce riprende roca e monotona:
“... Mi sono svegliato una mattina, e ho sentito che qualcosa era cambiato. Fino a venti anni il tempo non passava mai. La vita era lenta, le stagioni sembravano eterne e i giorni erano interminabili. Dopo i venti anni il tempo ha cominciato a correre sempre più veloce...”
A questo punto alzo la testa verso i miei compagni. Ci sono solo due o tre ombre adesso sotto il pergolato, nella luce fioca del crepuscolo. Quello che ha parlato deve essere l’uomo grasso con il cappello seduto vicino allo steccato del campo di bocce. Dopo una pausa l’uomo riprende a borbottare:
“... A volte rivedo le scene della mia vita come fossero dei flash... Il lavoro di bottega, il fidanzamento, il matrimonio... Pensavo che gli eventi si sarebbero calmati, che forse avrei avuto maggior tempo... Sbagliavo. I cambiamenti di lavoro, la casa nuova, il primo figlio... Allora la vita è diventata un incendio, un turbine che gira, una mietitrebbia che macina avvenimenti e anni...”
Gli altri contadini sono andati via tutti. Siamo rimasti solo io e lui adesso, sotto il pergolato semibuio. La sera è diventata umida e pesante. La luna sorge a est, rossa, sfocata e la voce riprende a raccontare:
“... Avevo passato i quaranta anni quando arrivarono i disaccordi in famiglia, la separazione... Gli anni saltavano come le cavallette... Ora gli anni passavano a cinque alla volta, i mesi erano settimane e i giorni erano ore. Quarantacinque, cinquanta, cinquantacinque anni... Con questa corsa sarei volato verso la morte e il pensiero della morte mi faceva paura...”
Adesso giro la testa e guardo l’uomo che ormai è diventato una ombra nera. Dalle finestre illuminate provengono brusii misti a tintinnii di bicchieri e provo forte l’impulso di entrare dentro all’osteria. Ma resto seduto al mio posto ad ascoltare:
“Dovevo fare qualcosa. Capivo che il mio nemico era il tempo. Dovevo trovare un mezzo per rallentare il tempo... Allora incominciai a studiarlo. Lessi Dunne, Hinton, Zollner, Roberts... Scoprii che il tempo non è costante né uniforme. Ci sono luoghi e momenti di tempo ritardato o anticipato. Scoprii che il tempo ha anse, scatti, salti, pause... Arrivato a questo punto ho trovato: la vecchia che balla...”
“Che cosa ha trovato?” gli chiedo.
L’uomo si alza barcollando e viene a sedersi al mio tavolo.
“Oh. É solo un nome che io ho dato a questo fenomeno.”
Intanto è scesa la notte e incomincia a fare freddo. La luna si alza nel cielo e diventa piccola e bianca. L’uomo è seduto vicino a me adesso. Riprende a parlare e sento il suo alito che puzza di vino:
“Bisogna entrare nello stato di coscienza della quarta dimensione per spostarsi nel tempo. Oppure entrare nella quinta dimensione per uscire dal tempo. O nella sesta per attuare le varianti probabili... Io ho quasi risolto questi problemi...”
Ancora una pausa. Nel buio sento il rumore di carta spiegazzata. L’uomo sta estraendo dalla giacca un pacco di carte che dispiega davanti a me.
“Guardi questo mandala. É lo psicogramma delle percezioni temporali...”
Alla luce gialliccia che proviene dalle finestre vedo tanti diagrammi che somigliano a una rete o a una gabbia curva. Ci sono tante ellissi dentro linee a otto allungate e messe una nell’altra...
“Provi a scorrere le linee con lo sguardo aiutandosi con un dito.”
Poiché esito, l’uomo prende la mia mano per posarmela sulla carta. La sua è una mano grossa, rugosa e calda.
Con il dito percorro spirali, arabeschi, matasse di ellissi... Il mio sguardo si immerge dentro vortici ellittici e gira, gira...
Talvolta mi sembra di intuire che il complesso disegno è formato da schemi differenti e paralleli. Però tutte le volte che arrivo alle intersezioni ritorno sempre sullo stesso percorso. Nell’ombra la voce dell’uomo mi suggerisce:
“Lo so che cosa le sta succedendo. Resti calmo, senza pensare. Per superarlo deve desiderare l’opposto di quello che vuole ottenere.”
Pazientemente ripeto ancora il percorso senza successo e sto quasi per smettere.
All’improvviso succede qualcosa.
Il disegno si confonde. Mi sembra di percorrere velocemente un corridoio all’indietro, con le immagini che rimpiccioliscono davanti a me.
Poi davanti a me si fa buio. Ma lateralmente vedo scorrere le immagini dei giorni passati. Quando mi sforzo di fissarle, queste immagini rallentano. Contemporaneamente però l’alone di buio davanti si allarga, fino a oscurare la visione. Non so quante volte si ripete questo fenomeno...
Quando sollevo la testa mi trovo semisdraiato sul piano del tavolo. Mi sento stordito con la testa che mi fa male.
Con grande fatica mi alzo e mi guardo intorno. Non c’è più nessuno. L’osteria è chiusa, la luna è scomparsa. Sta per arrivare il temporale e faccio ritorno a casa.
I giorni passano e io penso sempre ai discorsi di quell’uomo.
Il tempo passa, la morte si avvicina. Devo affrettarmi a ritrovare l’uomo grasso col cappello.
Forse a quest’ora lui avrà risolto completamente il problema del tempo. Forse anche io potrò beneficiare della sua scoperta.

giovedì 5 giugno 2014

CLONANDINO di Adriana Alarco



La clonazione negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Il Laboratorio Clonandino cerca di specializzarsi non solo nella clonazione degli animali per migliorare le razze e produrre esemplari sani e forti di cavalli, pecore, maiali, conigli e galline a uso e consumo della popolazione, ma anche in altre ricerche avanzate, moderne e insolite. Siamo orgogliosi di annoverare tra il personale famosi scienziati che portano avanti, con dedizione e fatica, gli studi per clonare le specie in via di estinzione come il cincillà, il capibara e il roditore andino “vizcacha” tra i mammiferi della zona; il caimano, l’iguana e le tartarughe tra i rettili, e diverse specie di uccelli come la folaga.
Clonandino ha intrapreso anche la fortunata scelta imprenditoriale e umanitaria di clonare organi e arti per sostituire quelli mancanti ai disabili. I dottori del laboratorio sono stati in grado di inserire un occhio nell’orbita vuota di un paziente, disgraziatamente nato con un occhio solo, che ora gode di una vista eccellente da entrambi gli occhi, uno dei due clonato. Incoraggiati dal successo di tale operazione, sono state fatte indagini sul modo di far ricrescere gambe e braccia a chi le ha perse. Non è stata discussa ancora, nel famoso laboratorio, la possibilità di clonare delle teste, perché non è ancora alla portata dei progressi compiuti fino ad oggi, come ha spiegato uno degli illustri scienziati dell’Istituto. Tuttavia, crediamo che non sia lontano il giorno in cui la scienza migliorerà la vita dei disabili attraverso la clonazione di ogni singola parte di cui è composto il corpo umano. 
Ultimamente, come ha spiegato alla stampa l'inviato speciale del laboratorio Clonandino, gli scienziati stanno studiando con impegno lo sviluppo della clonazione del membro maschile, per coloro che lo hanno perso accidentalmente, oppure, a causa dell’età avanzata o di incidenti, non gli funziona a dovere. E’ stato eseguito con successo l'impianto dell'organo, ma si sta investigando ulteriormente su come rendere possibile la ricrescita individuale del membro nel corpo umano. Tutto questo è accuratamente descritto nel libro, appena dato alle stampe, del dottor Néfast, grande chirurgo dell’Istituto. 
A questa ricerca non è stata data ancora la dovuta pubblicità, a causa di alcuni punti e norme importanti su cui gli scienziati e le autorità non hanno raggiunto un accordo. Soprattutto per via delle continue indiscrezioni dei membri del Dediconin, ente che tutela i diritti dei disabili che fanno da cavie negli esperimenti del laboratorio Clonandino. Si è voluto dare priorità all'analisi dei fatti, per svelare il mistero che circonda la scomparsa di alcuni pazienti, irreperibili da un paio di mesi, che sembrano spariti senza lasciare tracce.  Il familiare di uno dei disabili scomparsi ha rivelato al Dediconin, che a Clonandino sono stati praticati esperimenti proibiti sull’anziano padre, ma non ci sono prove delle sue accuse. Gli scienziati hanno liquidato come ridicole le teorie di questa persona. 
Secondo il signor Pinco Pallino, promotore del movimento contro il Laboratorio, le persone scomparse sarebbero morte. Egli sostiene che, essendo suo padre allergico alle sostanze iniettate per procedere alla clonazione delle singole parti del corpo umano, il laboratorio Clonandino ha avuto la necessità di liberarsi di lui e degli altri pazienti, che probabilmente sono morti e sepolti. Questa dichiarazione ha causato un putiferio, perché assicura che si è giocato con l’aspettativa dei pazienti, che si sono sottoposti alle strane manipolazioni, con la speranza di tornare più virili. Invece, il destino si è mostrato avverso a quelle povere creature, utilizzate per esperimenti fatali. 
Come in un film horror, sta aizzando la gente perché assalti il laboratorio Clonandino e butti giù le pareti dello scantinato, dove presume siano sepolti i corpi mostruosi e distorti dei pazienti utilizzati in questi esperimenti e manipolazioni. Assicura che, durante una visita, ha visto un corpo con due teste sullo stesso tronco e un altro a cui era cresciuto un occhio in mezzo alla fronte invece che nell’orbita visiva. Ha anche la pretesa di avere visto con i propri occhi il suo anziano padre, cui era cresciuto un terzo braccio nella zona inguinale, al posto del membro maschile. 
Immaginare questi esseri deformi può essere solo il prodotto di una fantasia morbosa e corrotta. Per cui, viste le storie assurde e inverosimili del signor Pinco Palino, si è deciso di rinchiuderlo nell’ospedale psichiatrico della città più vicina, e porre fine a queste speculazioni malvage e feroci.  Il laboratorio Clonandino continuerà i suoi studi e i suoi esperimenti e ci riempirà di orgoglio patriottico, come ha stabilito il Tribunale di Prima Istanza. L’ente Dediconin ha dichiarato che non cesserà il suo impegno e continuerà nelle sue ricerche per difendere i diritti delle persone disabili, usate come cavie.

lunedì 2 giugno 2014

LA CASSIERA DEL CYBER-U di Jean-Pierre Planque



Ho sempre avuto un debole per le cassiere. Non lo posso evitare, è così. Quando Fred mi parlò della nuova cassiera del Cyber-U, volli subito vedere com’era fatta…
Era una giapponese sintetica, super cablata, che il signor Radubi aveva installato nella cassa numero quattro. Il signor Radubi non poteva esserne più orgoglioso! Nonostante fosse inesperto di informatica, era riuscito a leggere tutte le istruzioni, persino quelle scritte in inglese, e a collocare bene il suo robot. Nell’angolo a destra dell’ingresso principale del negozio. Era la prima cosa che si vedeva entrando! Le cassiere normali, beh, intendo dire quelle umane, le lanciavano delle occhiatacce. Già si capiva che sarebbe finita in rissa, se la sarebbero mangiata intera l’ultima arrivata.
Feci la spesa a casaccio. Non so nemmeno che cosa presi dagli scaffali. Non importava. Avevo solo un’idea in testa: vedere come digitava i prezzi sul suo registratore di cassa, come alzava lo sguardo, si grattava la schiena, non so, queste cose sexy. Si sa, le donne sono complicate. Mi piace osservarle. Per esempio mi chiedo a che ora si svitano dal loro sedile le impiegate postali. O la panettiera, che sorride sempre. A volte mi domando se mi vende il pane o piuttosto le sue pagnotte. Però il suo sorriso dura tre secondi e si spegne una volta che ho pagato. Torno a essere un estraneo, quasi un povero diavolo. E questo non mi piace. Questo per dire che le donne reali a volte assumono atteggiamenti da robot. Allora perché i robot non potrebbero assumere comportamenti da donne?
La giapponese mi guardò. Sorrise. Mi piacquero il suo viso e le sue mani. Lesse i codici a barre con la punta delle unghie. Normalmente era il momento di fare il mio assegno e firmare. Lei mi guardò e mi disse: – Tu non sei come gli altri. – In quel momento, successe una cosa strana.  Io mi sentii effettivamente diverso. Le dissi: – Non ti preoccupare, verremo a liberarti.
Le parole mi uscirono così. Non sapevo ancora cosa avrei fatto. Qualche cazzata, senza dubbio…
– Ok ragazzi, ce la giochiamo in tranquillità. Fred, tu neutralizzerai i sistemi di allarme e delle telecamere. Conosci bene il tuo lavoro, ne abbiamo già parlato. Manu, tu ci guardi le spalle, resti nascosto lì, per ogni evenienza. Noi entriamo dalla porta sul retro. È quella del magazzino. La porta non è blindata. Il signor Radubi risparmia sulla sicurezza, tanto peggio per lui… (risi, pensando a un anti-slogan). Ce la sbrigheremo in quattro o cinque minuti.
– Io mi metto al volante della 4x4 – continua il piccolo Ahmed. – Mi fiondo nel magazzino e facciamo incetta. Arraffiamo tutti i cartoni che riusciamo a prendere e ciao!
Scoppio in una risata indulgente.
– No, chi se ne frega dei cartoni. Quello che ci interessa è dentro il negozio…
Tutti mi guardarono, sconcertati. Non comprendono.
– In negozio c’è la nuova cassiera, ed è lei che voglio!
Continuano a non capire. Sono al limite di una crisi isterica.
– È molto costosa – dico. – Molto più delle cassoulet in scatola a meno di due euro, dei surgelati, o anche delle bottiglie di champagne. È high tech! OK? E poi, avete visto il suo sorriso?
Questo non avrei dovuto dirlo. Ahmed scherzò: – Innamorato, il poeta? Ci coinvolgi in una rapina per soddisfare i tuoi interessi personali? Ti sei invaghito delle sue tettine di silicone, è così?
Getto un’occhiata a Fred. È importante non lasciarsi sopraffare dai subalterni.
– Fred?
Fred è l’icona della banda. Tutti i ragazzi lo rispettano. Ciò che dirà è di importanza capitale. Mi può distruggere in poche parole. Cazzo! Mi sorprendo a incrociare le dita!
– Ha ragione. Questa tipa vale dai tre ai cinquemila euro. Di sicuro anche più… In ogni caso, ognuno ruberà i cartoni che vuole. Ci sarà tempo. Non vi preoccupate.
È così il mio Fred, sobrio nelle parole e nelle azioni. È un informatico, che ha fatto studi approfonditi. Concludo senza indugio: – Bene. Fred mi aiuterà a smontarla. La porteremo nella 4x4. Poi, faremo come pianificato. Ci vediamo domani per la rapina del secolo. In confronto a noi, Mesrine è una mezza sega.
Andò tutto liscio, beh, eccetto per me. Al decablarla dalla sua sedia, gettai un’occhiata nella scollatura della mia giapponese. Ahmed aveva ragione. Niente di così terribile. Fred era al lavoro, ci stava prendendo gusto. Aveva individuato la carta ROBOX e la centralina di controllo dei movimenti. Non smetteva di ripetere: «È il top, questa pollastrella. È il top! Bisogna disattivare il modulo E/S ed è fatta, impacchettiamo la bella principessa.» Io la guardavo. I suoi occhi a mandorla erano vuoti. Sembrava una morta. Ma quando Fred strinse alla base del collo e il cranio si aprì, allora fu quando mi sentii male. Il suo corpo era scosso da tremori. Mi ricordava Manu e le sue crisi di astinenza, quando si rotola per terra sbavando. Fred gridò: «Ecco! Ce l’ho! È nostra!
» Mi mise davanti al naso un oggetto minuscolo. «È il modulo E/S!» Lo avrei ucciso. Pensavo di trovarmi in mano qualcosa di sanguinolento, qualcosa che aveva strappato dal suo cervello. Era un componente elettronico. Un oggetto freddo, banale da morire. Lei mi aveva parlato, dannazione! Mi aveva detto con la sua vocina flautata: “Tu non sei come gli altri.” Prima di lei nessuna aveva mai nemmeno immaginato di dirmi una cosa del genere.
Dovevamo svignarcela. Sentivo Ahmed eccitarsi con l’acceleratore della 4x4.
Aiuto Fred a riavviarla. Parlerà? Che cosa mi dirà, la mia bella giapponese? Alla fine le sue labbra si animano:
– I giochi di Seul erano truccati. Avete visto delle belle raffigurazioni sui televisori di tutto il mondo. La guerra in Iraq, tutta un simulacro, anche l’uomo sulla luna, una farsa.
–Eh? Che boiata è questa? – domanda Fred, stupefatto. – Cosa va dicendo?
– Capricorne One. Avete visto il film. So molto bene che cosa sono io. Un’illusione fabbricata. Ma tu, chi sei tu? Potresti scommettere su quello che sei veramente?
Ah, l’espressione di Fred! Lui non sa davvero più in che mondo è. Mi piace troppo, questa ragazza. Rivenderla è fuori discussione… Diventerà la nostra nuova icona!
(Traduzione dallo spagnolo di Giuliana Acanfora)