venerdì 17 novembre 2017

L’ALTRO PAESE di Paolo Durando

Sono passati molti anni da allora. Se è davvero questione di anni.
In certi momenti di fissazione, la Remigia del negozio di alimentari ripete ancora: “Era un uomo. Io l’avevo visto bene.”
Ma anche questo non è veritiero. Se prova a domandarsi chi avrebbe potuto essere, in alternativa, si accorge del dubbio. Una donna? O forse dei bambini? Che tutte e tre le eventualità siano pertinenti lo sanno bene lei, Remigia, e ogni altro abitante del paese, pur non volendolo mai ammettere.
L’unica cosa certa è che quella era stata la prima volta in cui si era visto qualcuno la cui incongruenza con la nostra comunità era, per così dire, tangibile. Non sconosciuti qualsiasi, come un parente o un amico in visita, ma proprio dei veri  estranei, con altri orizzonti e altre storie.
E dopo così tanto tempo, tutto si confonde ulteriormente. La memoria slabbra i contorni, conferma l’incertezza di allora e di sempre.
Fatto sta che, quando i carabinieri circondarono la casa, e dopo tutto quello che era accaduto, le grida, i botti, alcuni avrebbero riferito al vicino di casa, al benzinaio, che effettivamente erano dei bambini. Ma altri avrebbero giurato che era un “lui”. Quinto, il nerd che non usciva quasi mai dalla stessa cameretta sudata dell'infanzia, lo descrisse: un uomo lungo che  “pareva il conte Dracula,” osò con Flavio il barbiere, accostando la mano vicino alla bocca, come se gli facesse una confidenza speciale, mentre Oreste, il giornalaio all'angolo di via Gramsci, avendolo saputo, rivelò ad alcuni clienti, con una certa sorpresa, di non ricordare alcun presunto conte Dracula, ma semmai, una signora straordinariamente avvenente.
“Di un’eleganza incredibile. Ha degnato appena di uno sguardo i carabinieri e si è lasciata portare via senza alcuna protesta.” Su questo ci fu la conferma dell’assessore alla cultura, che comprava sempre il giornale a quell’edicola.
“Un’eleganza demodée. Non aveva forse un cappellino?”
“Il cappellino non lo ricordo,” ammise Oreste. “Ma era vestita di scuro. Un tailleur. E scarpe col tacco alto.”
“I capelli erano biondi, arricciati come negli anni ’30.”
“Dici?” Il giornalaio si smarriva un attimo, perché forse stava per dire qualcosa di diverso in merito ai capelli. Ma rinunciò.
Per Clara, la studentessa, che ogni sera tornava a casa dall’università carica di libri e di speranze, non ci fu mai un vero dubbio sul fatto che fossero dei bambini. Lo disse subito, con estrema naturalezza. Allora, del resto, era una bambina anche lei (o non lo era?) e ancora adesso, se capita di parlarne, ricorda un maschietto, un po’ più grande, e la sorellina che camminava appena, che furono portati via dai carabinieri con delicatezza e premura. Di fatto, a parlare dei bambini era una minoranza, ma nel paese, ogni tanto, ne sbucava fuori qualcuno che di quella versione aveva fatto una certezza.
Nessuno di noi si aspettava fatti strani. A maggior ragione a quel tempo, quando non era stata completata l’autostrada e le donne, in maggioranza, facevano ancora la pasta in casa. Allora c’era un patto di ferro tra cose e persone, sguardo e memoria. La realtà atavica della provincia italiana forniva a ciascuno una protezione che, nel rotolio degli anni, delle vicissitudini individuali e collettive, rendeva stabili psicologie, abitudini, radici. E così avremmo voluto che continuasse.
Va detto, però,  che qualcosa era già avvenuto, da tempo. Quella casa aveva iniziato a sottrarsi alla nostra strenua difesa dello status quo, e questo era stato fonte di occasionale stupore. 
In via Sturzo, tra le palazzine d’inizio novecento,  di tre o quattro piani, essa era di per sé, con i suoi soli due piani, una stonatura. C’era chi criticava l’anomalia  che, col suo sdrucito giardinetto davanti, costituiva nell’insieme della via. Altri sostenevano che si dovesse senz’altro abbatterla. Vi aveva abitato la vedova Decca al pianterreno e suo figlio, quasi sempre in viaggio, stava al piano superiore. Morta la madre, l’uomo si era definitivamente trasferito altrove. Per anni gli appartamenti erano stati disabitati. La facciata scrostata dalle persiane chiuse era un monito sull’incombere della solitudine, dell’abbandono. Si credeva spesso di indovinare ancora, dietro le ante, la vedova Decca che preparava una delle sue tisane mentre la televisione era accesa, a tutto volume, su qualche varietà dozzinale. Un’occasione ghiotta per meditare sulle miserie della provincia. Ma poi si tirava diritti, verso una vita che si dava per scontato essere migliore, più evoluta e magari proiettata altrove, nella metropoli a trenta chilometri di distanza, vicina e remota al contempo, invitante e inquietante come tutte le esperienze tentatrici.
Ed erano cominciate le luci. Chi adesso si sofferma a ricordare la vicenda, magari nella fase postprandiale della domenica, concedendosi una sigaretta, è facilmente portato ad amplificare il fatto. Racconta di  guizzi vario colore, lampeggi nelle stanze. Alfredo dell’associazione Buongiorno, il pittore, aveva visto una luce dello stesso colore del cielo al crepuscolo, in un’onda vibrante, estenuata, che stentava ad emanciparsi dal buio. Aveva provato a dipingerla. Tipi più spicci, di indole pratica, parlavano semplicemente di effetti di ciò che restava dell’impianto elettrico. Ma sul fatto che la casa fosse davvero disabitata, erano cominciati proprio allora i primi dubbi. Sempre più persone, soprattutto bambini (e da qui la presenza di bambini, prima e dopo i fatti, iniziò a farsi insistente) dicevano di vedere una sagoma dietro i vetri, un uomo incappucciato, ma su questo punto, altri erano stati quanto mai decisi: c’era anche una donna, e nessuno dei due era incappucciato. Doveva trattarsi di una coppia di amanti, che si intrufolavano in qualche modo, nottetempo, nella casa, per fare i loro porci comodi.  La stessa Remigia degli alimentari confermava, in parte, ma precisava che erano tutti e due uomini.
“Due froci” concludeva, tornando a tagliare il prosciutto.
Una volta l’anziana maestra Ventre, sua fedele cliente, l'aveva guardata scandalizzata: “Ma quali froci? La casa è stata comprata. E’ una coppia sposata di amici di mia figlia. Hanno cominciato a metterla a posto.” Per un po’ di tempo la maestra era stata subissata di richieste di informazione e anche sua figlia, invano, non solo perché la casa riappariva rigorosamente disabitata, ma perché entrambe parevano intenzionate a non dire nulla di più di quanto già avevano detto. Poi le cose erano di nuovo cambiate. Non si era trattato più di luci, di ombre più o meno ricche di dettagli, ma di rumori, di lamenti, di schiocchi come di sconosciuti animali.
Un gruppo di uomini della via, all’insaputa delle mogli, si era appostato un pomeriggio oltre la cancellata, e dopo avere inutilmente atteso un segnale dell’infestazione, avevano sfondato la porta, solo per scoprire che dentro era tutto morto, freddo, inutile. La porta era restata a lungo così, aperta, senza che nessuno la aggiustasse. Qualcuno si era impadronito dei mobili, delle suppellettili, senza conseguenze.
Poi c'era stato il gruppo degli ufologi. Si era già, a quel punto, nei primi anni di Internet, e la notizia di una casa frequentata dagli extraterrestri si era diffusa in modo insolitamente virale per quei tempi. Erano stati organizzati curiosi raduni, veglie movimentate da canti e grigliate improvvisate, con grande fastidio degli abitanti della via. Ma gli incontri ravvicinati sperati non si erano verificati e anche gli ufologi si erano stancati.
Tutto così era tornato silenzioso e inerte.
Fino alla frattura di quel giorno memorabile. 
Ci sono dei momenti, nella vita di un piccolo centro, in cui si intuisce che esiste davvero qualcos’altro, di più, oltre alle quattro palizzate dell’abituale comprendonio in cui ci imbozzoliamo. E da questo, è ovvio, si tende ad allontanarsi, disturbati. Non che manchino le giustificazioni, in questo atteggiamento, ma se è vero che l’esperienza è necessaria, è indubbio che questa esperienza in particolare ci abbia insegnato qualcosa e, soprattutto, segnato.
Dopo le grida, l’acqua che stillava dagli stipiti lungo i gradini, e le sacche membranose squarciate che furono trovate dappertutto nella casa, sia al piano inferiore che superiore, si pensò di essere arrivati a un punto di non ritorno. 
Vennero chiamati i carabinieri subito dopo le prima grida strazianti e chi lo avesse fatto nessuno lo avrebbe mai saputo. E così lui o lei, o chi altro, fu preso nel pieno di un torrenziale e incomprensibile delirio e portato via sotto gli occhi dei numerosi che erano scesi in strada, allibiti e spaventati. I suoi occhi balenavano scintille, si disse. Erano quelli di un uomo alto e magro che assomigliava al conte Dracula, o di una bellissima giovane signora dall’eleganza antica o della coppia di bambini.
Di lì a pochi giorni, tutte le reti televisive parlarono di una tragedia senza nomi. Si trattava di due bambini violentati e uccisi in una cittadina piuttosto lontana da lì. In base alle foto, alcuni testimoni di quella notte furono certi di riconoscerli. Quinto il nerd dichiarò di sapere, dopo appassionate ricerche in Rete, che anche il signore draculeo e la dama fatale corrispondevano a personaggi reali. All'inizio del secolo scorso, il primo era morto sulle Dolomiti precipitando in un dirupo, forse suicida,  la seconda, raffinata frequentatrice di certi salotti della capitale, accoltellata da un marito geloso. Inutile aggiungere che i carabinieri e gli addetti all'obitorio, a riguardo, non ebbero nulla da smentire o confermare. Loro avevano fatto solamente il loro dovere.
E dopo quella notte, nel corso degli anni (sono davvero anni?), si  moltiplicarono le comparse.
Mirca, la pazza solitaria, appariva galvanizzata. I suoi occhi accesi bucavano le ciocche spioventi dei capelli grigi, incontravano i consueti sguardi perplessi, ma anche insolitamente solidali.
Pareva consentire a quanto stava accadendo, agitava le braccia e sorrideva a labbra strette, con aria saputa, a chi incrociava per la strada o nei bar dove da sempre si sedeva a sproloquiare. C'erano coloro che non si soffermavano, andò ripetendo, e altri che invece dovevano essere aiutati. Lei avrebbe potuto passare oltre, ma si intratteneva perché l'amore è libertà.
Nessuno capiva di cosa stesse parlando finché, all'approssimarsi di un inverno, scomparve dalla circolazione e fu dimenticata in fretta.
Non era più coinvolta soltanto  la casa.
Uomini in doppiopetto e signore ingioiellate sbucavano all’improvviso dai sentieri che si perdevano nella campagna, dai tombini o dalle canne fumarie. E non mancavano, ancora, i bambini, a due, a tre, riversi ai piedi delle saracinesche o sulle panchine dei giardinetti. 
Le forze dell'ordine accorrevano sempre al momento giusto, quando i malcapitati sbattevano gli occhi nel più totale smarrimento. Secondo alcuni testimoni i carabinieri avevano, a guardarli bene, una divisa assai insolita, di una luminescenza impossibile. La maggioranza, tuttavia, non aveva avuto la stessa impressione. E solo alcuni ricordarono, a loro volta, che uomini biancovestiti apparivano ai margini del paese, lungo le rogge, dell’umidità delle nebbie mattutine, come sentinelle silenziose. Il gruppo degli ufologi tornò a scambiarsi post trionfanti. Del resto, altri fatti strani si aggiungevano ai nuovi arrivi. Era una crepa che si stava estendendo sempre di più. Certi vedevano talvolta apparire sul bordo della strada strane bisce, con piccole antenne retrattili. Altri furono sicuri del volo di un Serafino oltre la rotonda del Centro Commerciale. Vennero organizzati incontri di preghiera e meditazione per dirimere le energie positive. Ancora di più, oggi, c’è chi individua nelle pozzanghere il riflesso di volti grifagni o sente melodie scaturire dalle fontanelle pubbliche. Ognuno si crogiola nelle proprie certezze.
Ma esiste un’altra possibilità, che insieme rinnega e supera le percezioni soggettive. Quella che Clara, la studentessa carica di libri e speranze, ha confidato a qualcuno, in un tramonto di primaverile sollievo, in cui la bellezza e semplicità della vita parevano una conquista definitiva. Una possibilità che lei, a dire il vero, pur continuando a parlare dei due bambini della prima volta, e di strani effluvi che salivano dalle pagine stesse che studiava, aveva coltivato tra le sue personali, esclusive intuizioni. Era questione di punti di vista, ancora una volta, ma in un altro senso.
Se n’era accorta prendendo il treno per andare all’università, quando, a un certo punto, questo si era arenato in piena campagna, nel più profondo silenzio.  Non era la prima volta che accadeva. Clara fu quasi convinta che, da quando tutta la storia era cominciata, non aveva mai potuto raggiungere l’università. I binari svanivano in un biancore stanco, oltre il quale, dopo un decorso sospeso di tempo, si delineavano case, chiese, strade.
Erano di nuovo quelle, del tutto familiari.
Le case, chiese e strade del loro paese.
Un paese in apparenza identico a quello che lei, e Remigia, Quinto, Alfredo, la maestra Ventre e tutti gli altri avevano ricreato a proprio uso e consumo. Quel treno non poteva tornare che dove era partito.
Fu così che Clara iniziò a raccontarci, obbedendo al richiamo del passato e della nostalgia, che forse stava trovando una risposta in se stessa.
O magari, chissà, più di una.
 

 

1 commento:

  1. Davvero particolare come racconto, una storia che tiene attaccati alla lettura fino alla fine. Pieno di suggestioni, molto evocativo.

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