martedì 10 ottobre 2017

NEBBIA di Paolo Secondini

Roma, autunno 1891.
Annetta Collepardi era in ritardo. Aveva indugiato davanti allo specchio ad aggiustare una ciocca di capelli che le ricadeva sulla fronte. Le dava un’aria che non le piaceva: da sciattona, mentre lei amava mostrare di sé un aspetto ordinato, impeccabile.
Dopo diversi tentativi, tra piccoli sbuffi e imprecazioni, era riuscita ad allineare la ciocca al resto della chioma, nera e fluente.
Indossato il cappello e il soprabito, si era precipitata fuori di casa e immersa nella nebbia, come ormai le accadeva ogni mattina, in quell’umido mese di novembre.
Il luogo in cui doveva recarsi, lo studio dell’avvocato Nicola Preschetti – dove lei svolgeva mansione di segretaria –, era a qualche isolato più avanti.
Benché per via della nebbia non vedesse a più di tre metri di distanza, Annetta sapeva orientarsi molto bene. Conosceva il quartiere a menadito, soprattutto l’ubicazione di uffici e negozi, tanto da percorrere via Papa San Sisto a occhi chiusi.
E infatti, per gioco, ella strinse le palpebre e, rasentando i muri delle case, brancolò come un cieco, le mani protese in avanti.
D’un tratto una voce:
«Felice di vederla, signorina!»
Annetta si fermò; dischiuse le palpebre.
«Oh, signor Romualdo!» disse al vecchio fruttivendolo il quale, con un mezzo toscano tra le labbra, se ne stava sull’uscio del proprio negozio. «Buongiorno!»
«Anche a lei, signorina!» quegli rispose, accennando un inchino. «Speriamo che questa nebbiaccia sparisca al più presto. È molto triste, non crede?… Mi raccomando, faccia attenzione. Di questi tempi è prudente tenere gli occhi ben aperti.»
Annetta avvampò di vergogna.
«Sì, sì, certo!… Ha proprio ragione, signor Romualdo… Accadono cose terribili… Buona giornata,» concluse la ragazza.
«Speriamo sia buona davvero,» augurò il fruttivendolo.
Chissà che cosa avrà immaginato il signor Romualdo vedendomi andare a quel modo? Si chiese mentalmente, allontanandosi a passi veloci. Che sono un po’ matta, senza dubbio!
Sorrise, rallentò l’andatura e strinse di nuovo le palpebre. Continuò a procedere a tentoni. Il che le sembrava divertente, per quanto infantile.
D’improvviso un grido straziante di donna, piuttosto vicino, la fece sobbalzare. Si fermò, il cuore che le pulsava violentemente nella gola, e rimase in ascolto.
Le era parso che il grido fosse venuto da sinistra, da una stradina laterale, probabilmente dal Vicoletto del Vecchio Tritone.
Benché fosse in preda allo spavento, si avviò in quella direzione, decisa a prestare soccorso a chiunque ne avesse bisogno in quel momento.
Procedette con circospezione, mentre le sue mani stringevano convulsamente sul petto i lembi del soprabito.
D’un tratto i suoi piedi inciamparono in qualcosa. Solo per poco non cadde. Abbassò lo sguardo e vide un corpo di donna bocconi sull’acciottolato.
Annetta Collepardi restò immobile. Lì per lì non seppe che fare. Poi volse la testa a destra e a sinistra in cerca di qualcuno cui chiedere aiuto, ma non scorse nessuno, tanto meno un gendarme.
Allora, dopo un profondo respiro, si chinò sulla donna e, tesa la mano, la scosse più volte per la spalla. Ma quella non si mosse, non diede alcun segno di vita. Lentamente Annetta la rigirò sulla schiena.
I suoi occhi si dilatarono per lo stupore quando nel viso della donna ravvisò le proprie sembianze.
«Oh, mio Dio!» esclamò  ritraendosi un poco. «Ma… ma come è possibile?... Sto forse sognando?... Questa poveretta mi somiglia in modo impressionante… È davvero incredibile.» Inghiottì con fatica la propria saliva.
Strinse le palpebre e scosse il capo più volte, quasi a volervi scacciare quella che forse era solo un’allucinazione. Riaperti gli occhi, tornò a osservare il viso della donna. Era in tutto identico al suo: fronte, naso, labbra, mento… anche il neo sullo zigomo destro. La donna indossava perfino vestiti simili ai suoi, compreso il cappello e la borsetta.
Annetta mandò un grido di orrore quando si accorse che il collo della poveretta era solcato da una ferita da taglio, da cui il sangue ancora sgorgava a piccoli fiotti.
Di scatto si raddrizzò nella figura e, istintivamente, si portò alla gola le mani tremanti. Vi sentì qualcosa di caldo, di viscoso. Subito le sollevò all’altezza degli occhi: erano tinte di rosso.
Sangue!
Com’era possibile?
Rimase a guardare le mani per un po’, incredula, smarrita, il cuore in subbuglio. Infine mosse le labbra senza riuscire, per l’agitazione, a pronunciare una sola parola. Dopo qualche momento, tornata padrona di se stessa:
«Il viso… la ferita… il sangue… ma allora…?» balbettò con esile voce. «La poveretta distesa per terra sono… sono…»
In preda al panico, Annetta Collepardi lasciò il Vicoletto del Vecchio Tritone e, quasi correndo, raggiunse un tratto del lungotevere, dove la nebbia già cominciava a diradarsi. Volse lo sguardo in ogni direzione, in cerca di qualcuno che potesse prestarle soccorso.
Vide, poco distante, la figura di un uomo appoggiato al parapetto di un ponte.
«Signore, signore… per carità! » gridò la ragazza convulsamente. «Mi aiuti, la prego!... Mi aiuti!»
Ma il tizio non si mosse, non si voltò.
Continuando a gridare, a chiedere aiuto, Annetta gli si avvicinò, ma quegli, che indossava abiti lisi, dimessi, e in testa un berretto sformato, pareva che non sentisse la sua voce.
Quando fu a un passo da lui, ella tese la mano per afferrargli un braccio, ma le sue dite parvero stringere aria. Sbalordita, provò di nuovo a toccarlo, a scuoterlo… ma l’uomo pareva impalpabile, immateriale.
Al culmine della disperazione, la ragazza gridò più forte che poté. Solo allora l’uomo si scosse leggermente, si girò. Il suo sguardo parve attraversare il corpo di Annetta senza vederlo.
Ella, invece, scorse nella sua destra un rasoio dalla lama scintillante, nella sinistra un pezzuola tinta di rosso. Non c’erano dubbi: era sangue.
Rabbrividì, ripensando alla gola squarciata della donna in Vicoletto del Vecchio Tritone.
La sua gola!
L’uomo finì di pulire il rasoio, lo ispezionò con molta attenzione da ambo i lati e, quando non vide più macchie di sangue, lo richiuse e gettò la pezzuola nel Tevere. Quindi, fischiettando, si allontanò nella strada, le mani nelle tasche.
Annetta lo seguì un istante con lo sguardo, poi, lentamente, si affacciò al parapetto del ponte. Nonostante la nebbia, scorse, nelle torbide acque del  fiume, la pezzuola di panno sporca di sangue, prima che si posasse sul fondo.

8 commenti:

  1. Come sempre Paolo non delude. Il suo stile è inconfondibile, dinamico e accattivante. Davvero uno splendido racconto con un'ambientazione piacevolmente familiare.
    Complimenti!

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  2. Grazie, Annalisa, del tuo giudizio lusinghiero.

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  3. Interessante racconto scorrevole e incantevole. Complimenti!

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  4. Ciao, Adriana. Felice di ritrovarti su Pegasus.

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  5. Ottimo stile narrativo.
    Complimenti Paolo.

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  6. Un'insolita Roma nebbiosa, un anno lontano e una donna dalla chioma nera e fluente. A volte basta poco...

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