sabato 6 febbraio 2016

SOPRAVVISSUTI di Paolo Secondini

Ci fu un rumore nel buio.
Halem Duf ebbe un sobbalzo e rimase immobile, il fiato sospeso.
Si trovava nel proprio rifugio a decine di metri sotto la superficie di Orkel, al sicuro dalle micidiali radiazioni della bomba Akerion 240-T.
Chi altri, oltre a lui, era riuscito a salvarsi dalla tremenda esplosione?
Non lo sapeva, né poteva immaginarlo.
Sicuramente di sopravvissuti ce n’erano in tutto il pianeta: lui, d’altronde, ne era la prova.
Si sarebbe pazientemente ricostruito ciò che i crudeli avrediani avevano distrutto o, forse, creduto di distruggere in modo definitivo.
Sbuffò leggermente, quindi, con trepidazione, tese la mano: la mosse a tentoni a destra e a sinistra.
D’un tratto le dita avvertirono come una fonte di calore. Si arrestarono di colpo, in quella cieca ricognizione, ma subito dopo ripresero a muoversi, finché non urtarono contro qualcosa di molle.
Si udì un lamento, poi:
«Chi è… chi mi tocca?» chiese una voce di donna.
In un primo momento Halem Duf non rispose, serrò le mascelle e inghiottì la propria saliva.
«Sono… sono il notabile Duf,» disse alla fine. «Credevo di essere solo nel rifugio.»
«Oh, io ti conosco!» esclamò la voce femminile.
«Davvero?... Ma tu chi sei?... Che cosa ci fai…?»
«Mi chiamo Takàlen. Ti ho visto scendere nel sottosuolo un attimo prima che la bomba scoppiasse… Ti ho chiesto, mentre correndo mi passavi davanti, se potevo seguirti nel rifugio.»
Duf scosse la testa, quindi emise un lungo sospiro.
«Non ricordo… Non riesco in questo momento a rammentarmi di nulla, né di te né di altro, all’infuori di quell'esplosione spaventosa… Credo che resterà per sempre impressa nella mia mente.»
«Oh, sì! Impossibile dimenticarla. È stato qualcosa di molto terribile,» convenne Takàlen. Tacque un istante, e Duf poté ascoltarne il respiro un po’ affannoso. «Credo che pochi su tutto il pianeta,» riprese la donna, «siano riusciti a salvarsi: solo quelli che, come te, avevano a disposizione un rifugio sicuro, fornito dal Regime Oligarchico di Orkel.» Restò in silenzio per un istante poi, cambiando di colpo il tono di voce: «Ma gli avrediani non vogliono sopravvissuti tra i loro nemici, gli orkeliani. Per questo motivo hanno costruito ordigni-robot a guisa di esseri simili a voi nell’aspetto, come anche nel modo di muoversi, di parlare, perché si infiltrassero ovunque, specialmente in luoghi protetti come questo.»
Halem Duf inghiottì nuovamente la propria saliva, mentre un freddo sudore gli imperlava la fronte, gli scorreva lungo la schiena.
«Co-cosa significa?» balbettò. «Non capisco… Stai forse dicendo…»
«…che sono un ordigno-robot, e per te non c’è scampo.»
Di colpo il rifugio fu rischiarato da un bagliore violento, accecante, al quale seguì una cupa esplosione.

 

 

 

 

4 commenti:

  1. Beffardo destino di sopravvissuti messi in trappola dalla tecnologia. Bel racconto dal taglio classico, che gioca sulla puntuale sorpresa finale.

    Giuseppe Novellino

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  2. Questo racconto mi e` piaciuto parecchio, non solo per lo stile piacevole ma anche perche` tocca uno dei miei cliché` preferiti: il post-apocalisse.

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    1. Grazie tante, anonimo (peccato non sappia chi sei).

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