giovedì 1 settembre 2016

NERO COME LA NEVE di Piero Persiani




Non sarebbe stato facile, questa fu la prima cosa che pensarono quando furono almeno un po' e iniziarono a discutere sul da farsi. Poi, man mano che aumentarono di numero, la soluzione si presentò da sola. Deciso s'era deciso, ma tante cose, all'inizio, non le sapevano, o almeno non sapevano di poterle fare. Poi impararono, e iniziarono a muoversi. Erano circa una cinquantina là sotto, e da allora non erano aumentati più di numero. Ma erano abbastanza. Parlavano, e sempre della stessa cosa. Dapprima non si capivano, slavi sì, ma di paesi diversi. Senza contare gli italiani, pochi, che erano stati i primi, e qualche africano, la cui apparizione aveva dato colore al gruppo. Parlavano sempre della stessa cosa. La stessa cosa. Andare via.


 

***

Fuori dalla finestra la neve, bianca, scendeva copiosa, silenziosa e morbida. Era una condizione che capitava di frequente da quelle parti, e la sua villetta, isolatissima, era proprio in uno dei punti più alti della zona, sul passo del Cimino. Non una grande altitudine, ma abbastanza. Era solo, era il tramonto, che arrivava presto nelle serate d'inverno e col cielo grigio di nubi. La luce del lampione esterno illuminava la danza dei fiocchi che cadevano irriverenti sul dietro della casa e sul casotto per gli attrezzi. Viveva solo, per tutti, ma lui solo non era. Li aveva visti. Li aveva visti tornare da dove credeva di averli definitivamente chiusi, cancellati, sepolti. E invece li aveva visti. Erano tornati. Gli avevano detto che erano state le urla a farli tornare. E con le urla il ricordo. E con il ricordo la rabbia. Ed erano tornati. Era quasi impazzito, allora. Quasi? diciamo pure la verità, era impazzito. I capelli dal terrore erano divenuti improvvisamente bianchi, bianchi come la neve. Aveva smesso la professione, era un musicista di livello, affermato. Sua moglie lo aveva abbandonato. Era ricorso alle cure di uno specialista, uno psichiatra. E questi, naturalmente incredulo di fronte al racconto dei fatti, gli aveva imposto di affrontare i suoi incubi. I suoi incubi. Così aveva fatto, e quando erano tornati, una volta, ci aveva parlato e stretto un patto. Gli aveva proposto la rinuncia alle lezioni di violino, che impartiva regolarmente soprattutto a figli di immigrati e bisognosi, e loro, in cambio, sarebbero scomparsi. Sulle prime non accettarono, volevano vendicarsi a tutti i costi. Lui ribatté, e gli chiese di pensare a quanti dei loro cari avrebbero sofferto, lui morto e venuta a galla la verità. Non molti di loro avevano parenti o familiari ancora in vita, non molti, ma alcuni sì. Avrebbero sofferto ancora. E allora acconsentirono. A patto che lui non si fosse mai allontanato da lì per continuare altrove. Scomparvero. Lui restò solo, ma solo non si sentiva. Oramai era buio già da un po' e decise di andare a dormire. La neve scendeva copiosa, ma se una cosa aveva imparato, era che nulla di bianco può coprire una coscienza nera. Fu un assopirsi. Poi la sensazione. Erano anni che la temeva, erano anni che l'aspettava. Sapeva che prima o poi, in qualche modo, in qualche maniera, sarebbero tornati. Non avrebbero mai tenuto fede al patto. E ora erano lì. Tutt'intorno al suo letto. Lo guardavano, feroci, con il loro ghigno, la loro rabbia. Trasparenti, opachi, eterei. Alcuni con ancora indosso gli indumenti laceri con cui erano morti. Quelli del giorno in cui li aveva uccisi, dopo averli sottoposti ad ogni genere di abusi e sevizie. Gli dissero che il patto era rotto, infranto. Del resto con uno come lui non si fanno patti. Solo la forza, capisce, uno come lui, ed ora erano lì per ucciderlo. Poi, gli dissero ridendo, sarebbero finalmente andati via, lontano, finalmente a suonare, come lui quel giorno gli aveva promesso, che sarebbero andati via, lontano, a suonare. Che lui gli avrebbe insegnato. Invece li aveva seviziati, uccisi e bruciato i corpi. Ma prima doveva morire. Morire. La risata invase la stanza. Gli si fecero sotto, fin sui bordi del letto, e poi sempre più vicino. Erano gelidi, vitrei, grigi. Il freddo lo invase, il suo terrore gli bloccò il respiro, il cuore, se mai ne aveva avuto uno, si fermò. Restò una stanza buia, e un vecchio morto con gli occhi, spalancati, in cui si rifletteva il terrore di una terribile punizione.

 
***

Qualche centinaio di chilometri, ma ne valeva la pena. L'ultimo tratto di strada era stato difficile in particolar modo, ingombrato com'era dalla neve, ma ce l'aveva fatta nonostante il suo furgoncino fosse vecchio e malandato, ce l'aveva fatta. Aveva aspettato il calare della notte e stava per entrare. Era assai curioso. Quella telefonata, il giorno prima, incredibile. Il suo fratellino, che poi era il suo fratello maggiore, che però lui non poteva fare a meno di ricordare come un bambino, perché erano bambini l'ultima volta che si erano visti e parlati. Erano all'orfanotrofio di Timinsoara, ed erano uniti come solo due fratelli orfani potevano esserlo. Non si dividono due fratelli in orfanotrofio, ma l'occasione era veramente importante, e se tutto fosse andato bene si sarebbero ricongiunti, anni dopo, d'accordo, ma in un Paese straniero, liberi, e forse addirittura con una casa e un lavoro. Suo fratello più grande aveva la passione per la musica, era un portento con il violino, ed era arrivato l'invito ad andare a perfezionarsi in Italia, un famoso musicista offriva ai bambini orfani di talento un'opportunità. Così lo vide partire. E poi non si seppe più nulla. Lui, dal suo canto, non aveva nessuna qualità, o forse la più importante, sapeva sopravvivere. Ed era sopravvissuto, infrangendo regole, accettando compromessi, spesso umiliazioni, e a sua volta impartendole. Era arrivato anche lui in Italia, anni prima, ma non con una borsa di studio, nel vano merci di un camion. Ed ora viveva di furti, lavori di muratura, piccoli trasporti. Come avesse fatto il suo fratellino a trovare il suo numero di cellulare, oltretutto clonato, era un mistero. Eppure quella voce era la sua, seppur così lontana, profonda, quasi cavernosa. La sua, del suo fratellino. La stessa inflessione, le stesse espressioni che solo loro, nella loro solitudine di orfani, usavano l'uno con l'altro. Gli aveva comunicato il nome di una località sperduta tra i monti cimini. Gli aveva detto che era un buon colpo, un buon bottino. Avevano riso a quel punto, lui gli aveva detto che se gli proponeva una cosa del genere un musicista di certo non era diventato. Il fratellino, tra uno scherzo e l'altro, gli aveva risposto che no, musicista non era diventato, ma che voleva suonare, a tutti i costi, e che si sarebbero incontrati lì, e lui doveva portarlo via. Era prigioniero o qualcosa del genere. Avevano di comune accordo chiuso la comunicazione, non si parlava di certe cose per telefono. E poi c'era poco da dirsi, si sapeva come andava la vita per quelli come loro. Un padroncino infame gli aveva probabilmente sequestrato il passaporto e lo costringeva a lavorare per due soldi. Ma insieme gliel'avrebbero fatta vedere loro. Gli avrebbero tolto tutto e sarebbero andati a spassarsela, uniti, come ai vecchi tempi. Non certo senza aver prima impartito una severa lezione all'infame. Scacciò pensieri e idee e scavalcò il cancello, era buio, il posto isolatissimo, il silenzio era interrotto solo dal fragrante cedere della neve sotto i suoi passi. Una breve perlustrazione, costruzione a due piani, un casotto a dire il vero molto grande per gli attrezzi, giardino curato così così, del resto era tutto coperto da uno spesso velo bianco. Restò in attesa di qualche segno di vita, per un po', ma nulla, nessun rumore. Che il fratellino gli avesse tirato un bidone? Oramai era lì e non sarebbe certo tornato indietro a mani vuote, non aveva nemmeno i soldi per la benzina del furgone. Infranse il vetro di una finestra e fu dentro. Faceva più freddo che fuori. Girò gli interruttori della corrente elettrica e la luce mostrò una casa che andava in malora. Salì al piano di sopra, quello delle stanze da letto. Sembravano abbandonate da anni, tranne una. In un letto disfatto ammuffiva il cadavere di un vecchio, gli occhi spalancati, nero per effetto del freddo, i denti in mostra da una bocca distorta, un'espressione di terrore. Doveva essere morto da giorni, forse settimane, col freddo chi poteva dire. Di sicuro morto male. Tutt'intorno al letto delle foto crudeli, orrende, insane. Un uomo che abusava di creature piccole, minuscole. Le torturava, rideva in piedi davanti a piccoli corpi esanimi. Restò immobile, mentre il disgusto gli stritolava piano lo stomaco. Lui era un duro, lui era un duro, cominciò a ripetersi per reagire, rimettersi in moto.  La finestra della stanza si aprì piano, mossa da una brezza fuori contesto in quel panorama di orrore immobile. E andò a sbattere su una custodia, che cadde. Una custodia di violino. Solo allora si mosse, aprì la custodia e trovò uno strumento antico, che sembrava di valore, anzi, era certamente di valore. La rabbia gli diede energia, prese lo strumento e lo ridusse in mille pezzi, furioso. Il cadavere cadde dal letto, con un rumore soffocato dalle lenzuola, e si fermò in una posa sconcia, di dolore. Oramai in preda all'ira, cominciò a devastare la casa in cerca di bottino, bottino, bottino. Lui era un ladro, e a parte cadavere e foto, bisognava far presto in quelle situazioni. Il respiro si calmò e si concentrò sull'efficienza delle proprie azioni. Arraffò tutto quello che sembrava aver qualche valore e dopo pochi minuti era già nel furgone. Era andata, ma poco denaro, solo oggetti, argenteria, piccoli monili, due orologi, targhe di partecipazione a concerti che forse si potevano fondere. Il silenzio, il gelo e il buio lo circondavano. Era notte fonda. E lui era un duro. Si era fatto spaventare dal cadavere e dalle foto, ma ne aveva viste e vissute di storie così, in orfanotrofio era roba quotidiana. Sorrise e scese di nuovo dal furgone, finalmente calmo. Una casa isolata, pedofili o meno, nessuno gli avrebbe impedito di vuotarla per bene e a fondo. Pochi istanti dopo stava forzando la serratura di quello che sembrava il casotto ove riporre gli attrezzi da giardino, anche se un po’ troppo grande. Aperta la porta e girato l'interruttore della luce stavolta si illuminò la stanza del tesoro. Non era un casotto per gli attrezzi, era un piccolo museo. Ai muri, appesi, decine di violini con relativa custodia. Si fregò le mani. Un attimo. Poi invece iniziò a piangere. Accanto ad ogni strumento la foto del piccolo proprietario. Foto di bambini sorridenti, ben vestiti, spesso con un violino, in posa con un adulto, probabilmente il vecchio più giovane. No, non era un museo, era un cimitero, l’orrenda sala di trofei di un mostro. Una prigione, dove erano rinchiuse le anime di quei piccoli sventurati. Cercò, e nemmeno troppo a lungo. Suo fratello gli sorrideva, dalla foto, era contento che lo avesse trovato. Allora fu certo, solo allora, e seppe con esattezza cosa doveva fare. Ripose tutti i violini nelle custodie, con la relativa foto, tranne una, che dopo aver baciato infilò nel portafoglio. Poi trasportò tutto nel furgone. Li avrebbe venduti o regalati, non importava, e avrebbero suonato ancora. Chissà dove, ma lontano da lì. Anche quello che gli era più caro. Soprattutto quello.
 

2 commenti:

  1. A Piero un caloroso benvenuto sulle pagine di Pegasus con il suo interessante racconto.

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