venerdì 4 dicembre 2015

UNA NUOVA GIORNATA di Giuseppe Novellino


   
 
- Giova, non hai dello sciampo?
La voce veniva dal bagno. Suonava identica alla sua, quando la udiva registrata.
- È sulla mensola, sopra la lavatrice – rispose Giovanni.
Dopo mezzo minuto:
- Ma è solo un residuo. Come pensi che possa lavarmi tutta questa…
Non l’aveva ancora visto con i suoi occhi. Si chiese se doveva considerare ovvio e naturale quell’essere lì.
Se l’era trovato in casa (cioè si era accorto che esisteva) dopo che era suonata la sveglia. Lo aveva sentito trafficare in cucina, producendo un meraviglioso aroma di caffè. Era corso di là per vederlo, ma quello non c’era più. Subito dopo aveva sentito la sua presenza in salotto, mentre lui sorseggiava pensieroso il suo caffè con un biscotto. Poi gli sembrò che fosse in camera a rovistare nei cassetti. Ed ora era là, chiuso in bagno, a farsi una doccia.
Giovanni Dabbene, scapolo trentacinquenne, viveva solo (lui diceva da single) in un appartamento al terzo piano e faceva il contabile. Si considerava una persona normale, un tipo comune insomma, né bello né brutto, né buono né cattivo.
Ma in quel momento si sentiva buono, anzi buonissimo, come non lo era mai stato, in pace con tutti e con tutto. Quella sensazione prevaleva dentro di lui e gli consentiva di vedere le cose in modo estremamente positivo. Non c’era nulla di strano, dunque, che il tizio invisibile si trovasse, quella mattina, in casa sua. Non riusciva a reperire un motivo plausibile, ma le cose stavano così ed era tutto perfettamente a posto. Sorrise.
Suonò il telefono. A quest’ora? Erano appena le sette e quaranta. Fra poco avrebbe dovuto raggiungere il suo posto di lavoro.
- Pronto – disse, dopo avere premuto il tasto del cordless.
- Sono Giacomo. – La voce era fioca e un po’ rauca.
- Giacomo, cugino carissimo! – esclamò Giovanni.
- Scusami… l’orario – fece l’altro, esitante.
- Ma figurati! So perché mi hai chiamato.
Solo dopo un bel momento l’altro disse:
- Sono disperato, Giovanni. Se non trovo i soldi entro questa sera, quelli mi ammazzano. Sul serio.
- Non devi essere così catastrofico – lo rimproverò Giovanni affabilmente. – A tutto c’è rimedio. – Sì, pensò, anche allo sventurato debito che Giacomo aveva con quella specie di boss, di cui gli aveva parlato il giorno prima. Giacomo era la pecora nera del parentado, disprezzato e abbandonato da tutti, anche da una moglie che gli aveva sbattuto la porta in faccia da quattro mesi.
Silenzio.
- Sì… hai ragione – disse il cugino, - ma a cosa mi servono le tue parole di incoraggiamento. Lo so che l’ora è sbagliata e che già ieri pomeriggio mi hai detto che non potevi aiutarmi. Ma, vedi, sono sicuro che solo tu puoi darmi una mano. La tua condizione di single e la tua sicurezza economica…
- Ma certo! – lo interruppe Giovanni. – Quanto ti serve?
Una specie di gorgoglio venne dall’altro capo del filo. – Davvero mi puoi aiutare?
- Spara la cifra.
- Beh, diciamo… cinque, seimila. Giusto per tenerlo buono, poi si vedrà. – Ebbe un attimo di esitazione e si affrettò ad aggiungere: - Vedrai, me ne tiro fuori. Ho deciso di prendere il toro per le corna. Cambierò del tutto vita e naturalmente ti restituirò tutto, fino all’ultimo centesimo.
Giovanni sentì provenire dal bagno il rumore dell’asciugacapelli.
- Facciamo diecimila? Non c’è bisogno che tu me li restituisca. Prendili come un contributo, un regalo che ti faccio per stimolarti al cambiamento. Giacomo, tu devi uscire da questa condizione, devi salvarti l’anima, insomma, redimerti. Allora ti si apriranno nuovi orizzonti.
- Grazie.
- Ci vediamo tra un’ora, in banca. D’accordo?
- Oh! – Evidentemente Giacomo non si aspettava un intervento così rapido e positivo. – Sai che un po’ mi stupisci. Ieri ti sei limitato a farmi un predicozzo e poi mi hai quasi mandato al diavolo. Sembravi così categorico. Hai cambiato idea, dunque. Adesso provi compassione per un poveraccio come me.
- Dobbiamo aiutarci a vicenda, carissimo. – Aveva un vago ricordo di quel suo rifiuto e il pensiero gli provocava un certo malessere.
- Dici sul serio?
- Certo, non posso lasciarti nei guai.
- Eppure, ieri…
- Beh, non stiamo a rivangare il passato. Mi sembra giusto e doveroso darti una mano. Anzi, puoi contare su di me anche nel prossimo futuro, se hai bisogno di un mio appoggio per quel cambiamento di vita.
Il rumore dell’asciugacapelli era diventato più forte, segno che il suo ospite misterioso l’aveva messo sulla velocità massima.
- Allora ci vediamo – disse Giacomo con voce chioccia.
- Contaci. A dopo, ciao.
Va bene, pensò Giovanni, adesso è il momento di vedere in faccia il nostro uomo.
Raggiunse la porta del bagno e mise una mano sulla maniglia. In quell’istante il rumore dell’asciugacapelli si spense.
- Ehi… hai finito?
Ma la voce di risposta venne dalla camera. – Che ne dici se mi metto una delle tue camicie, Giova?
Giovanni raggiunse con uno scatto la porta della camera. Niente, il locale era vuoto.
Ancora la voce, questa volta dalla cucina
- Bene io sono pronto per uscire. E tu?
In punta di piedi andò verso la cucina. Nemmeno lì si trovava.
Poi il tizio chiamò dal piccolo disimpegno, alle sue spalle. – Giova, dai, apri questa cazzo di porta.
Giovanni si rese conto che quella frase era stata pronunciata con la stessa voce e con la stessa intonazione di quando frequentava la Bocconi, facoltà di Economia e Commercio, qualche annetto addietro. Si girò lentamente.
E lo vide.
Non si spaventò, anche se ne avrebbe avuto tutto il diritto. Provò, invece, una specie di calda compassione, come se il tizio che gli stava di fronte fosse il più povero dei poveracci, destinato a fare una brutta fine.
Certo, qualcun altro avrebbe cacciato un urlo. Giovanni no. Era in casa sua ed era inspiegabilmente pronto a trovarselo davanti. Sopra un pelo arruffato, che copriva per intero il corpo ricurvo dell’individuo (sembrava quello di un gorilla), mal si adattava una delle sue camicie: proprio quella azzurra con il colletto bianco, all’ultima moda, che gli aveva regalato sua sorella il giorno del compleanno.
- Fammi uscire, su. Eviterei di sfondare la porta o passarle attraverso. Lo sai che devo avere atteggiamenti e comportamenti esteriori come quelli di un uomo normale, altrimenti non riuscirò ad avvicinarmi alla gente. – Fece un ghigno. – E sai anche che, per entrare in comunione con gli altri (qui protese una mano artigliata), il mio aspetto non mi aiuta. – Spalancò le fauci, mostrando una dentatura spaventosa. Un filo di bava verdastra colò sul pavimento.
Giovanni non poteva fare altro che aprire la porta, anche se una strana sensazione di malessere gli stava salendo dal profondo. Tutto ciò era tristemente inevitabile. Ma lui avrebbe fatto da contrappeso a quello sgorbio. Se lo ripromise ardentemente.
Quell’altro sembrava un cane preso dalle fregole davanti alla prospettiva di fare una passeggiata con il suo padrone. Adesso grattava con gli artigli un battente ed emetteva un orribile mugolio.
Anche Giovanni bramava di uscire. Sentiva il profondo desiderio di vedere Giacomo, di incontrare gente, di abbracciarla, di aiutare chi fosse nel bisogno, di accogliere, di amare. Gli si presentava davanti una giornata piena d’amore.
- Non vedo l’ora di avvicinarmi a qualcuno – disse il mostro. – Questa città deve essere piena di quelle deliziose creature.
Giovanni aprì la porta. Vide quell’essere sgattaiolare fuori come un monello, guardarsi di qua e di là con diabolica bramosia e scendere le scale a rotta di collo, emettendo un gridolino raschiante.
Lui, invece, chiuse la porta alle sue spalle e si avviò con passo leggero.


   

1 commento:

  1. Davvero un bel racconto, Giuseppe. Pieno di suspense come sempre e ottimamente scritto.

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