domenica 5 ottobre 2014

DELITTO IN BIANCO E NERO di Adriana Alarco de Zadra



                                                     Illustrazione di Adriana Alarco

Descrivendo il delitto perfetto nel mio diario, dopo poche righe sulla scena e sugli ambienti, ho presentato i personaggi. Conobbi il mio compagno nel secondo paragrafo. Era un uomo meraviglioso come un attore del cinema, alto, bello, dagli occhi celesti e con il sorriso sulle labbra. Seguì mezza pagina sulla nostra storia d’amore, la vita in comune e la mia vita tra le nuvole. Viviamo felicemente in un intero alfabeto di lettere e giardini, il che non si può descrivere con poche parole. Una macchia cancellò una parte della nostra felicità. Poi ho cominciato il paragrafo seguente.
La storia d’amore era stata perfetta, fino a quando capii che non ero l’unica ad aver conquistato il suo cuore. Tra parentesi aveva nascosto una delle sue amanti: "Garofano" con virgolette, punto e virgola, che arrivò fino a metà della pagina, dopo che passarono inosservati altri Nomi e Aggettivi femminili precedenti al nostro e meno importanti del nostro amore, evidenziati solo perché hanno fatto volume nell’ordinatore del mio computer. Affrontai il mio amato con tutta l'ansia, la tristezza e la delusione che potrebbe sentire, se lo si strappa, un foglio bianco di carta. Non posso sopportare la grande insolenza del personaggio da me inventato, che cerca di scusarsi con una miserabile parola: "Tesoro". Partì un colpo di pistola nel secondo paragrafo.
Avevo deciso di cancellare il tutto. Non uscì del sangue.  Neanche venne fuori inchiostro nero né blu né rosso. Capii che dovevo soltanto appoggiare un dito sul tasto “eliminare” per spegnere la finestra del computer. Tutto divenne bianco, ancora. E quel “Tesoro” è sepolto nella memoria dell'ordinatore.
Addio, caro Diario, ti saluto fino al prossimo racconto.

(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

giovedì 2 ottobre 2014

UN ACCOMODAMENTO CONVENIENTE di Fabio Calabrese





Edgar era nato nella casa di Shum-um-ttl. “ttl” indicava che Shum-um era un personaggio di rilievo fra gli Ukhuraj. La casa era una grande fattoria economicamente autonoma immersa nella campagna, e con pochi contatti coi centri cittadini. I campi producevano grano, vino e lletel, una pianta alimentare che si era ben acclimatata sulla Terra, ma che proveniva dal pianeta degli Ukhuraj.
Edgar conosceva la storia, l'aveva sempre sentita come parte della propria cultura, di quelle cose che tutti sanno da sempre, come il fatto che il lletel provocava intossicazioni agli umani se non lo si cucinava prima di consumarlo. Cinque o sei generazioni prima, gli Ukhuraj erano giunti sulla Terra e avevano trovato un pianeta distrutto. Gli uomini, aveva saputo dai racconti degli anziani, avevano sempre avuto la nefasta tendenza a uccidersi fra di loro, talvolta in immani scontri di grandi dimensioni che coinvolgevano migliaia o milioni di persone, ed erano chiamati “guerre”.
Qualche secolo prima, gli uomini avevano raggiunto una conoscenza della natura sufficiente a dar vita a una società tecnologica, na non avevano avuto la saggezza necessaria a mantenere l'equilibrio, a fare un uso ragionevole delle risorse, delle materie prime e delle fonti energetiche. Quando queste avevano cominciato a scarseggiare, si erano scatenate guerre feroci fra i vari stati umani.
Quando gli Ukhuraj erano atterrati, avevano trovato un pianeta distrutto e un'umanità quasi estinta, e avevano cominciato a rimettere insieme le cose.
Edgar incontrò Desmond e lo salutò.
“Buon giorno”, disse.
“Bun girn”, rispose Desmond con quello strano, rauco tono di voce.
Desmond era un “utrath”, un interprete e cui corde vocali erano state modificate chirurgicamente per poter pronunciare le sillabe gutturali che formavano il linguaggio degli Ukhuraj.
Si avviò di buon passo: quella mattina c'era parecchio lavoro da fare, occorreva controllare gli impianti di irrigazione delle serre, dare gli antiparassitari e controllare la maturazione del lletel. La pianta continuava a seguire per la sua maturazione un ciclo annuale di quattordici mesi, che era quello di Ukhura, il pianeta di origine degli Ukhuraj, ed era regolarmente sfasata rispetto alle stagioni terrestri, occorreva proteggerla con attenzione, soprattutto durante i mesi invernali.
Tuttavia Desmond lo richiamò indietro.
“Pu portr qust al pdron?”, chiese e gli porse un fascio di documenti.
Edgar li guardò con aria distratta: non sapeva leggere, non era una cosa di una qualche utilità per il suo lavoro, tanto più cose scritte nella lingua degli Ukhuraj e nel loro alfabeto. Solo guardare quei segni a volte spezzati, altre volte dall'andamento serpentino, gli faceva venire mal di testa. Comunque si trattava certamente di contabilità relativa all'andamento dell'azienda.
Lo studio di Shum-um-ttl si trovava al piano superiore. Edgar percprse la breve scala dai gradini di legno, poi un tratto di corridoio. Davanti alla porta dello studio si fermò e bussò.
Ricevette una voce nel caratteristico tono rauco degli Ukhuraj.
Aprì ed entrò. Come esigeva l'etichetta, a metà percorso fra l'ingresso e la scrivania di Shum-um-ttl, si profuse in un profondo inchino.
L'ukhuraj gli fece cenno di poggiare il fascicolo sulla scrivania: nessuno dei due era in grado di parlare la lingua dell'altro, e la comunicazione si riduceva forzatamente all'essenziale.
L'alieno aveva un aspetto che non si sarebbe potuto in nessun modo scambiare per quello di un essere umano, a malapena lo si poteva definire un umanoide. La testa di forma allungata si protendeva in una specie di lungo muso: una piccola bocca, gli occhi in posizione molto arretrata dalle iridi giallastre. Le spalle sottili terminavano con due braccia e le mani sottili che apparivano assurdamente piccole.
Il torace e la parte inferiore del corpo apparivano sproporzionati, larghi e tozzi: le gambe che si intravedevano sotto la scrivania, tozze come tronchi d'albero, terminanti con piedi muniti di unghie simili a piccoli zoccoli, erano larghe il doppio della coscia di un uomo. La testa, il corpo e le estremità, a eccezione delle palme delle mani e delle piante dei piedi, erano uniformemente coperti da una peluria brunastra folta e corta. Sul muso dell'ukhuraj non era possibile leggere emozioni di sorta, o almeno gli esseri umani non ci riuscivano.
Dopo aver poggiato i documenti sul tavolo, Edgar arretrò senza voltare le spalle all'ukhuraj fino a quando non ebbe oltrepassato la soglia, così come esigeva l'etichetta, quindi richiuse la porta dietro di sé.
Che età poteva avere Shu-um-ttl? Edgar ricordava di averlo visto sempre uguale da quando era nato. Gli Ukhuraj, si diceva, avevano una vita lunghissima, ma erano pochi e si riproducevano raramente. Gli uomini in compenso, da quando gli alieni erano arrivati sulla Terra, avevano prosperato e si erano moltiplicati.
Era una classica giornata di fine estate, luminosa e ancora calda, ma non in modo eccessivo. La lunga fila delle trebbiatrici si dirigeva, partendo dalle vicinanze della fattoria verso l'estremità del campo, fino alla rete elettrificata. Edgar era alla guida di una trebbiatrice. Quello era un lavoro che gli piaceva: tutta la parte che a mano, come usavano i contadini di epoche remote, sarebbe stata terribilmente faticosa, la svolgeva la macchina che agguantava a centinaia per volta gli steli del grano, separava i chicchi dai calami, stivava il frumento nel capace carrello, ed espelleva la paglia sotto forma di balle compresse e già perfettamente squadrate.
Lui non doveva fare altro che mantenere l'allineamento con gli altri veicoli e stare attento quando si avvicinava alla recinzione là in fondo. La recinzione elettrificata serviva a tenere lontani bestie selvatiche e uomini randagi, ma ovviamente era pericolosa anche per la gente della fattoria, se non si stava attenti.
La cabina della mototrebbiatrice era scoperta, e il vento che arrivava in faccia a Edgar gli procurava una piacevole sensazione di frescura, anche se era meglio tenere il cappello calcato in testa per evitare copi di sole. Si mise a fischiettare. La vita era bella.
Lise era bionda, non molto alta, dagli occhi azzurri, la pelle chiara e una spruzzata di efelidi fra gli occhi e l'attaccatura del naso. I seni e le natiche formavano delle rotondità che Edgar trovava molto piacevoli. Incontrandola nel corridoio, le strofinò il posteriore, anche se non era che lo spazio per passare fosse poi così stretto.
“Sporcaccione!”, protestò lei con finta indignazione.
Gli rivolse un'occhiata di sottecchi.
“Non ora”, disse, “Stasera vieni nella mia stanza, non chiuderò la porta a chiave”.
Edgar aveva una relazione con Lise da diversi mesi; non c'era alcun bisogno di ufficializzarla, e non era affatto detto che durasse per sempre. Se Lise fosse rimasta incinta e avesse avuto un bambino, neppure questo era un problema: la casa di Shum-um-ttl se ne sarebbe presa cura. Lo stesso Edgar d'altra parte non aveva idea di chi fosse suo padre, e per quasi tutte le persone che vivevano alla fattoria, era lo stesso.
Quella sera dopo aver fatto l'amore, Edgar e Lise giacevano abbracciati. A un tratto lei si strinse più forte a lui e gli chiese:
“Mi vuoi bene?”
La domanda lasciò Edgar spiazzato. Certo, provava una forte attrazione per Lise, e condividevano il piacere da mesi, ma amare o voler bene cosa significavano in realtà?
Non aveva una risposta.
“Tu sei molto importante per me”, rispose cercando di metterci il minor imbarazzo e la maggiore sincerità possibile.
“Ti devo mostrare una cosa”, disse lei, “Vieni con me e cerca di non fare rumore”.
Si alzarono, uscirono dalla camera, e cercando di essere silenziosi come fantasmi, raggiunsero il portone principale. Lise tirò il chiavistello che scivolò silenzioso, doveva essere stato ben oliato.
Una volta all'esterno del corpo principale della fattoria, la donna portò per mano Edgar verso un fienile.
“Ora guarda!”, disse lei scostando la paglia che ingombrava il pavimento dell'edificio.
Edgar guardò e non capì: erano teloni di plastica di quelli che si usavano per coprire i raccolti quando minacciava grandine, che erano stati tagliati e cuciti in modo da formare delle rozze tute.
“Questi a che servono?”, chiese lui.
“Come a che servono?”, replicò Lise, “Servono a superare la recinzione elettrificata, a scavalcarla senza rimanerci secchi”.
“E perché?”, chiese lui.
“Come perché?”, rispose Lise, “A che serve la recinzione elettrificata?”
“Beh, a tenere lontane bestie selvatiche e uomini randagi”.
“Non ti sei mai chiesto, non hai mai capito che serve soprattutto a tenere dentro noi? Gli Ukhuraj sono i nostri padroni, e noi siamo i loro servitori, i loro schiavi, li teniamo in vita col nostro lavoro, e loro comandano tutto e tutti. Là fuori c'è la libertà, la possibilità di vivere padroni di noi stessi. Domani notte io e un gruppo di compagni fuggiamo. Vuoi unirti a noi?”
Edgar non rispose subito, poi lentamente scosse il capo e disse: “No!”
Libertà? Un bel concetto astratto: li aveva visti qualche volta gli uomini selvatici, lui, quando si avvicinavano cercando un varco nella recinzione elettrificata per entrare e rubacchiare qualcosa nei campi della fattoria: creature magre, lacere, sporche, fameliche. Alla fattoria Edgar aveva da mangiare, un riparo sopra la testa, stare al caldo durante i mesi invernali, divertimenti come la stessa Lise.
Gli Ukhuraj erano i loro padroni, e con questo? Per un lunghissimo tempo gli uomini non avevano avuto padroni, e si erano distrutti a vicenda in una serie interminabile di guerre fratricide, e avevano quasi completamente distrutto il loro pianeta e la sua biosfera. Forse semplicemente gli uomini non erano capaci di vivere liberi. Il dominio degli Ukhuraj era in fondo quanto di meglio potesse essere loro capitato, forniva un accomodamento conveniente.
“No”, ribadì, “Non vengo, andate voi!”
Lise fuggì la notte successiva insieme ad altri quattro o cinque umani. Nessuno si diede la pena di dare loro la caccia: di personale umano alla fattoria ce n'era più che a sufficienza. La scomparsa di Lise mise Edgar parecchio di malumore, ma presto non ebbe tempo di stare a pensarci su.
Era in previsione un summit degli Ukhuraj di quella parte del Paese, e la fattoria doveva essere pronta per dare loro la migliore accoglienza possibile.
Ci fu un gran daffare per sistemare gente negli ambienti sia pure vasti e accoglienti della grande casa padronale. Gli Ukhuraj in tutto non erano più di una mezza dozzina, ma ciascuno di loro aveva un folto seguito di umani.
A un certo punto, Desmond venne a chiamare Edgar. Per lui, Shum-um-ttl aveva pensato a un incarico speciale.
La sera fu il momento di una cena sontuosa. Shum-um-ttl aveva fatto apparecchiare nel vasto salone una grande tavolata di deschi disposti a semicerchio: gli Ukhuraj occupavano ovviamente i posti d'onore, e tutto attorno c'erano i più importanti fra i loro servitori umani.
Al centro del salone, coperta da un telo, c'era la sorpresa che Shum-um-ttl aveva fatto predisporre per allietare la serata.
Materialmente, la sorpresa si rivelò una grande gabbia divisa in due scomparti separati da un tramezzo. Nel primo scomparto c'era un essere coperto da un folto pelame nerastro e rozzamente simile a un antropoide, ma con quattro braccia ciascuna delle quali terminava con una mano munita di robusti unghioni dall'aria inquietante, così come inquietanti e minacciosi erano i denti acuminati che spuntavano dalla bocca della creatura: un essere selvaggio la cui razza gli Ukhuraj avevano scoperto su di un pianeta remoto durante i loro vagabondaggi fra le stelle.
Nell'altra parte della gabbia c'era un umano in stato di shock e impietrito dal terrore.
Quando il tramezzo fu tolto, l'antropoide alieno si scagliò sull'umano, gli strappò un braccio poi l'altro e cominciò a farlo a pezzi e a portare alla bocca brandelli di carne sanguinanti, mentre il malcapitato, ancora vivo, si dibatteva in un'agonia atroce. La sua morte fu orribile e lenta.
Gli Ukhuraj apprezzarono moltissimo lo spettacolo.
L'umano era Edgar.
 

lunedì 29 settembre 2014

IL VOLO di Maurizio Setti




 Mancava una manciata di secondi a quella che sarebbe stata l’esibizione più importante della sua vita. Il cuore di Caterina aveva preso a palpitare oramai senza sosta da circa dieci minuti, mentre si trovava dinanzi alla pedana.
 Ella sapeva che quel salto sarebbe stato assai importante e quell’attimo inevitabilmente determinante per l’inizio di una nuova avventura.  Non poteva e non doveva fallire, avrebbe però dovuto dare il massimo, concentrarsi a tal punto da non far caso neanche al più insignificante rumore.
 Doveva scrollarsi di dosso ogni minima tensione, paura, indecisione ed affrontare il numero nel migliore dei modi.
 Il momento era giunto. Si posizionò  sul nastro di partenza e cominciò a calarsi nella parte.
 Era una prassi che durava una quindicina di secondi, ma era necessaria per far trovare a Caterina la condizione psicofisica ideale ed affrontare così il salto in modo egregio.
 Non avrebbe mai desiderato trovarsi dall’altra parte della pedana, e dopo essere atterrata sul materassino rendersi conto di aver sbagliato intenzione o di aver posizionato il piede di appoggio in modo scorretto.                                       
 Era una perfezionista e questa idea non l’avrebbe proprio accettata.
 Il tempo di attesa era quasi scaduto e così pure  la sua breve elucubrazione mentale.
 Il colpo di pistola dello starter ruppe ogni indugio; la mente fresca e lucida dell’atleta incanalò tutte le energie nelle fibre muscolari chiamate in causa per l’esecuzione del numero.  Caterina cominciò la corsa in direzione della pedana e mentre il suo esile corpo prendeva velocità, la sua testa immaginava passo dopo passo il percorso da solcare. Ora si trovava coi piedi uniti sulla pedana e pareva si specchiassero l’un l’altro, era in quell’attimo che si sarebbe intravisto il suo spessore, la sua grazia, la sua anima. Il salto ebbe inizio e come una freccia che scocca dall’arco Caterina aveva ormai preso la sua direzione, niente poteva più essere cambiato. Mentre si trovava in volo,  pareva essere un angelo, la grazia del movimento e l’espressione sul suo volto confermavano questa sorta di metamorfosi.   Forse sapeva, ancor prima di atterrare di aver compiuto il salto più bello, la figura acrobatica più elegante, e come il volo  di un gabbiano raggiunse il suo apice, sparendo all’orizzonte, in attesa di un altro sogno di gloria.

venerdì 26 settembre 2014

STONES di Peppe Murro



Stanno arrivando.

Hanno offuscato le stelle con un fuoco accecante e impresso la loro orma nella polvere che mai aveva accolto impronta.

Stanno arrivando con la loro giovanile e stupida arroganza, con la baldanzosa fiducia nel loro destino di vincitori. Come hanno sempre fatto, su tutte le spiagge e in ogni frontiera, sicuri, affamati, pronti a divorare il buio in cui si muovono le loro paure.

Ci sradicheranno dalla nostra terra, ci scaveranno nel più intimo, fatti a pezzi, denudati, alla ricerca di risposte per la loro anima inquieta. Faranno scempio di ogni nostra natura, perché la conoscenza è il loro più alto valore.

Stanno arrivando, terribili, definitivi. 

Ma che ne sanno di come cantava il nostro silenzio, che ne sanno della poesia degli spazi, del magnifico orrore del vuoto ?! che ne sanno di come parlano le stelle nella nostra notte ?! 

che ne sanno di noi, pietre lunari ?! 

mercoledì 24 settembre 2014

CONFIGURAZIONE FILIPPO di Paolo Durando



Non sapeva da quanto tempo stava camminando. Gli sfrecciavano accanto, con fragore, bagliori metallici privi di contorni.
La paura era la sua maggiore insidia, man mano che prometteva di farsi possibile, intorno, il riconoscimento delle cose.
Il contesto si definiva fino a dissolvere ogni dubbio. Autostrada, e cirri bianchi nel cielo.
Stava procedendo, a quanto pareva, sulla corsia di emergenza. Ma perché le automobili continuavano ad avere bordi sfumati? Alcune parevano fiamme, altre freschi globi di setole multicolori. Forse era per la velocità eccessiva. L'asfalto stesso aveva una consistenza vischiosa alla vista, pur dimostrandosi, sotto i piedi, quanto di più solido ci fosse.
Comunque, era in viaggio. Ciò aveva richiesto molto coraggio, anche se non avrebbe potuto evitarlo. Prima o dopo, volente o nolente, sarebbe accaduto.
Una bolla verde, pelosa e leggera, lo superò in un attimo e da lì, stavolta, fu lanciato un richiamo. Un nome esplose nell'aria. Una voce maschile, ferma, aveva pronunciato “Filippo!” Non si trattava del nome che non ricordava, ma quello che corrispondeva alla sua mutazione. L'appello non era stato affettuoso, anzi. Più camminava, più il suo corpo, stretto in camicia e jeans,  infradito ai piedi, diventava pesante, mentre le automobili erano proprio automobili, inequivocabilmente Simca, Fiat Brava, BMW. Facevano parte del suo mondo. Filippo dava automaticamente un nome anche alle cose che non aveva mai visto. Riconosceva l'ambiente in cui si stava muovendo, lasciandosi alle spalle tutto quanto era stato. Temeva di essere investito. Sentiva vibrare le gambe ad ogni fragore.  Era faticoso con gli infradito. Il cielo, nel frattempo,  era divenuto uniformente azzurro,  i cirri si erano dissolti, ma all'orizzonte permaneva una debole foschia. Iniziavano a profilarsi filari di alberi e, lontane quanto evanescenti, delle colline.
Si delineò poi una costruzione che scavalcava a ponte l'autostrada. Filippo sapeva leggere e pronunciò, mentalmente,  “Autogrill”. Si diresse verso il parcheggio, quasi tutto occupato. Non si notavano esseri umani. Entrò e vide molti oggetti esposti, cibi di ogni genere, tutto era ben definito, solido, anche al tatto. Si mise a toccare le merci che lo attiravano: peluches, libri, scatole di dolciumi, un maiale di gomma che, se schiacciato, produceva il suo caratteristico verso. Quando alzò lo sguardo, c'erano delle persone che si aggiravano nei pressi ed altre ne arrivavano, rilasciate dal nulla.  Non si sentì affatto confortato, erano evidenti  l'indifferenza e il fastidio nei suoi confronti. Una donna dal viso segnato, in parte coperto dai capelli neri, lo guardò insistentemente, con doloroso disprezzo. Un uomo pelato e mezzo nudo, con vistosi tatuaggi, gli rivolse un sorrisetto incredulo, come se avesse infranto un tabù con la sua sola presenza. Di nuovo, quindi, ebbe paura. Quella paura di sottofondo che non lo aveva mai abbandonato e che  poteva solo riacutizzarsi.
Si allontanò silenzioso e raggiunse la toilette. Si avvicinò all'orinatoio. Seguiva un copione di gesti naturali, profondamente impressi nella sua natura. Sentì il rumore del getto, prima di rilassarsi. Si avvide che l'orina era scura, quasi nera e lo prese lo sgomento. Cercò di allontanarsi e all'improvviso venne aggredito. Una lunga, sottile proboscide era sbucata dallo scarico, avventandosi sul suo sesso. Gridando, la afferrò con due mani e cercò di staccarla. Non ci riuscì e, continuando a tirare, andò all'indietro. Vide fuoriuscire una testa grigia, due piccoli occhi frivoli,  un ventre grasso. Provava un'ombra di piacere, ma il terrore e il disgusto erano più forti. Si gettò per terra, tra le scarpe dei presenti, che commentavano la situazione con voci gutturali, in lingue incomprensibili. Ovunque sperasse di incontrare un afflato di solidarietà gli arrivava il più netto rifiuto.  Invece di aiutarlo a liberarsi da quella bestia,  presero a sputargli addosso, a dargli calci.
Due ragazzine cominciarono a  montargli sopra. Qualcuno gli tirò  un oggetto. Fece attenzione ai volti che lo circondavano, recependo un odio indifeso. Non avrebbero voluto trattarlo così, ma era inevitabile. Alcuni piangevano di rammarico. Anche le adolescenti che lo calpestavano lo facevano perchè dovevano anteporre se stesse a lui, tristemente, senza potere immaginare un'altra soluzione.
Non potè trovare di meglio che radunare tutte le sue estreme forze e dimenarsi nel tentativo disperato di alzarsi e darsi alla fuga. Il risultato fu che tutto il suo corpo fu risucchiato all'interno della bestia. Attraverso le sue viscere, si ritrovò steso di schiena, in un'oscurità viscida. Si alzò a fatica e si mise a correre all'impazzata. Era un cunicolo buio, ma una vaga luminescenza marrone gli segnalava, di lì a poco,  un progressivo allargarsi delle pareti, che diventavano quelle di un vero e proprio tunnel. Ecco ancora l'autostrada. Dentro una galleria, però, dove doveva camminare lungo un bordo sottile, mentre le automobili, noncuranti, sfrecciavano numerose.
Tra lui e i suoi simili non c'erano vie di contatto. Veniva dalla guerra, dall'odio. Era partito per andare verso qualcosa di meglio, chissà, oppure per  confermare la sua condanna.
Stava a galla, sopra abissi che ignorava, la visione amputata per necessità e per scelta. Era stato marchiato e indirizzato. Che fosse stato proprio lui a chiederlo o lo avessero, in realtà,  deciso altri, assieme o contro di lui, poco importava. Era lì e doveva andare avanti, senza ripensamenti.
Quando la galleria terminò, si trovò in un paesaggio straordinariamente definito. Era il mondo visto da quel vacuo mostro, che poi era lui stesso. Una vista acutissima, che scandagliava le pianure, distinguendo fiori e ginestre, pietre e salvia. La saliva che ingurgitava era amara, nel pulsare, ancestralmente animale, delle sue mucose.
Quando un'automobile si fermò al suo fianco e venne fermamente invitato a salire dietro, obbedì senza meravigliarsi. Al volante sedeva un uomo brizzolato, corpulento, accanto ad una donna stempiata, con gli zigomi forti, gli occhi tondi e sporgenti. Promanava da lei un'energia intensissima e, soprattutto, una straordinaria mancanza di benevolenza.
Filippo cercò di richiamare la loro attenzione, ma inutilmente. Gli venne da piangere. Era un bambino di forse cinque, sei anni. Non sapeva quando e in che modo fosse avvenuta la metamorfosi, ma gli sembrava del tutto ovvia. Piangeva sommessamente e continuativamente, del tutto trascurato, con la sua voce di adulto. Infine la macchina accostava in prossimità di una piazzola di sosta.
Fermatosi, l'uomo gli ingiunse di scendere, con gli occhi velati di collera.
“La smetti o non la smetti?” Minacciò. Avrebbe voluto obbedire, ma la paura era troppo grande. Le mani gli tremavano e dalla sua bocca uscivano, suo malgrado, lamenti cavernosi, amplificati da un'inaspettata eco.  Arrivò la prima sberla,  la seconda.  Poi iniziò a picchiarlo anche la donna. Tra la nebbia delle  lacrime la guardava incamerare aria, ululando per lo scandalo che lui rappresentava ai suoi occhi; schiaffeggiandolo, il suo sguardo lo sfuggiva, quasi fosse impegnata in  uno scongiuro e agisse per un eccesso di sorpresa e di indignazione.  Le sue unghie affilate gli scavarono nelle guance. Finì per terra sanguinando dal naso.  Lui lo sollevò tirandolo per i capelli. Vide i suoi piedi penzoloni sul vuoto e chiazze rosse che macchiavano l'asfalto. Venne sbattuto in malo modo sul sedile posteriore e il viaggio proseguì. I due parlavano velocemente tra loro, borbottavano minacce tra i denti, progettavano punizioni. Filippo dovette dar di stomaco. Vide il suo vomito sul sedile e sul tappetino. A quel punto l'uomo accostò di nuovo. Si voltò.  Aveva il volto pieno,  arrossato. Le pupille erano dilatate. Carne della sua carne, sangue del suo sangue, gli afferrò il collo con una mano e strinse, strinse sempre di più. Poco a poco tutto veniva meno. In realtà, la presa si allentò a un attimo dalla fine. L'uomo lo trasse fuori dalla macchina, afferrò una corda dal bagagliaio e lo legò meticolosamente al guardrail. Braccia e bacino. Dopodichè lo abbandonarono.
Passò il tempo e sopraggiunsero la fame e la sete. Morbidamente, mellifluamente, svariate creature gli furono, infatti,  attorno, garbate, discrete statuine di cera, dalla forma di ballerina  in tutù o di libellula cangiante. Gli si appressavano, prima di immobilizzarsi. Forme e colori  cristallizzavano davanti a lui, restando gentili, perchè di fatto sarebbe bastato mangiare e bere perchè si allontanassero immediatamente. La fame e la sete non erano nemiche, erano una circostanza materiale, risolvibilissima. Non per il bambino che era, che continuava a singhiozzare, non facendosi consolare da quei sorrisi delicati, quasi amichevoli, confidenti in una concretezza a venire, gravida di piaceri. Di solito era così, per chi si trovava nella situazione giusta. Lui cosa avrebbe potuto aspettarsi? Quali piaceri? Sentì il suo sesso inturgidirsi, non era più bambino, ma restava legato e impotente. I  piedi erano scorticati negli infradito. 
Un'altra auto rallentò, con stridore di freni. Dal finestrino una mano candida gli gettò del cibo. Lui protese il viso, ma restava legato, per cui vide spargersi per terra noccioline e cioccolatini. Il conducente mise meglio a fuoco la sua condizione e si fermò poco oltre. La portiera si aprì e ne uscì un tipo alto dalla pelle bianca e la veste nera,  le sopracciglia inarcate. Gli arrivò tutto il portato della sua estrema vanità. Era totalmente preso da se stesso, eppure lo slegò dal guardrail,  con studiata dolcezza.  E  prese ad accarezzarlo sulla testa, mentre lui, finalmente libero, si gettava carponi tra i golosi doni, annaspando con la bocca. L'altro lo osservava misurando la distanza tra loro, provando tutto il piacere possibile dal divario esaltato dalle mani curate.
“Filippo,” disse, “Caro Filippo...”  La sua soddisfazione si localizzò sulla punta della lingua, con cui prese a umettarsi le labbra. Sorrise, ma non era un sorriso amichevole. Poi mugolò, come se stesse venendo. Si concentrò sui suoi spasimi, con gemiti che esprimevano la consapevolezza dell'eccesso, di qualcosa che debordava drasticamente dall'armonia, dalla giustizia, da quanto si poteva ritenere dotato di senso. Il suo godimento era una resa incondizionata. Non era lui ad avere voluto che Filippo fosse in quello stato. Era il destino, una legge di cui non poteva ritenersi responsabile. Eiaculava del tutto privo di sensi di colpa. Restava il fatto che lo aveva salvato. Le strade della misericordia sono molte e imprevedibili. Avevano di sicuro avuto reciprocamente a che fare in passato e, soprattutto, avrebbero dovuto incontrarsi di nuovo. Solo in un futuro indefinibile i conti sarebbero stati pareggiati. Era rassicurante questa intima certezza. Ma non bastava a cancellare umiliazione e disillusione.
Dopo l'orgasmo, il trionfatore si rivolse ad una donna giovane, irruente  su tacchi a spillo, sopraggiunta in quel momento. Questa gli porse un braccio perchè la seguisse.  Andarono via insieme, a piedi. Filippo continuò a vederli marciare pieni di sicurezza. Non cessava, seguendoli,  di guardare i selvaggi capelli biondi della ragazza che ondeggiavano per il passo e per il vento.  Li perse di vista, ma li ritrovò più avanti, mentre riposavano sotto un albero. Concentrato su se stesso, irretito dalla consapevolezza sdegnosa del piacere, l'uomo stava disteso tra le braccia di lei, che gli accarezzava il viso e gli asciugava la saliva ai lati della bocca.
Filippo passò oltre. E vide  nuove pianure desolate, poi alberi tra remoti villaggi sparsi, di nuovo alberi, infine colline. Le automobili, non molto frequenti, schizzavano a velocità incredibile e talvolta lo sfioravano, ma di nuovo non ne coglieva né forma, né colore, nè dimensioni.
Resisteva e, man mano che il tempo passava, si sentiva sempre di più se stesso, si riconosceva pienamente. Coglieva, in sintesi,  il compito che lo attendeva, senza poterlo volgere in parole. Questo potenziamento avrebbe trovato corrispondenza, di lì a poco, anche all'esterno. Lo presagiva arrivando in una grande città, i cui palazzoni periferici erano a ridosso dell'autostrada. Enormi condomini gravavano sulle tre corsie. Poteva percepire lo sguardo di molte persone che si stavano affacciando alle finestre. Ne sbirciò le minuscole teste, lontane macchie nere in controluce. Una donna si sporse sul davanzale, indicandolo: “E lui!” gridò. E subito dopo, da altre finestre, dei volti si agitavano e presero a urlare: “E' lui, è lui!”. Protendendosi verso l'alto vedeva uomini di ogni età, smunti, paffuti, calvi o con parrucchini e, soprattutto, molte donne anziane, dall'espressione preoccupata. “E' lui!”. “E' Filippo!” E altre finestre ancora, invece, si chiusero. Una dopo l'altra, numerose tapparelle furono abbassate, molte teste si eclissarono. Il riconoscimento non era stato affettuoso. Lo ricordavano per il disprezzo di cui era universalmente oggetto. In quelle grida, in quelle fronti corrugate non traspariva la minima solidarietà nei suoi confronti. Andava incontro all'odio profondo di molti suoi simili e all'indifferenza totale degli altri. Quello che avrebbe subito sarebbe stato terribile, ma nessuno avrebbe mosso un dito per aiutarlo. Non avrebbe avuto un consiglio, un aiuto, neppure una parola buona. Era quello che lo aspettava e non sarebbe stato nè il primo né l'ultimo. Era capitato e sarebbe capitato a molti altri reietti, in quanto parti di un meccanismo implacabile di cause ed effetti. Sapeva solo che non poteva che accettare la sua parte, passare sotto quei palazzi pieni di avversione. Il cielo si era fatto limaccioso. Soffiava aria fresca, rabbrividì.  Vide  un gruppo di uomini scuri, malvestiti, che correvano dai campi verso di lui.  Scavalcato il guardrail, lo catturarono avvolgendolo in una coperta, per impedirgli di vedere dove lo avrebbero portato. Lo spinsero lungo una discesa. Sentì un rumore come di una saracinesca che si alzava. Gli tolsero di dosso la coperta. Potè così vedere dove si trovava, una vasta stanza disadorna. Intorno, molta gente cenciosa lo contemplava, seduta a terra presso le pareti.  Parlavano tra loro in lingue sconosciute. Se lo indicavano l'uno all'altro, scambiandosi informazioni od opinioni.
Una ragazza in divisa, berretto a visiera,  gli si avvicinò con aria di sfida. Si arrestò a poca distanza da lui, fissandolo in viso.
“Cosa può confarsi a siffatto errore, in questo imporsi di follia e resipiscenza della provocazione? Cosa potrebbe essere inferto al principio per cui mortifere esalazioni di soprastanti falsi allori, guastano impunemente gli evolventi siti?  Urge combattere, al cospetto del coro dei più.”
Da una parete una voce sofferente pose una domanda: “Perchè mai il liberato apice non ostacola il fisico espandersi dell'ingannevole, rosata tenebra?”
Si fece silenzio, tutti si aspettavano un suo cenno, una  parola. Pareva un processo.
“Non sono sicuro” rispose, allora, “Che non sapendo quali risorse smarrii espandendomi, fossi di buon grado capace di dispersioni malvage. In fondo,  nel conflitto di opposti vettori e interposti quesiti, altro non fu che l'inconsapevolezza mia querula  a  non modellizzare solide intenzioni.”
Non era convincente, lo sapeva bene. In fondo, però, non importava. Avrebbe voluto molto, ma poteva poco. Il suo stesso corpo era lì a dimostrarlo. Non era il corpo che avrebbe immaginato di avere. I piedi nell'infradito erano “alla greca”, cioè con il secondo dito più lungo dell'alluce. Non li avrebbe voluti così.
A quel punto la ragazza sorrise con scherno. Il suo volto ambrato era scosso da piccoli interni sussulti, nel momento stesso in cui scacciava Filippo dalla sua mente. Così, a poco a poco, anche gli altri si misero a ridere, uno dopo l'altro, nella pienezza di un'irrisione profonda, che nasceva da un rifiuto radicale per ciò che lui prometteva di essere, corpo e mente.
Capì che doveva tentare di fuggire. Il processo non era dunque neppure iniziato. La colpevolezza era scontata, come se fosse stato colto in fragrante. Scappando, era attorniato dappertutto da porte metalliche. In alto le facciate dei palazzi parevano sul punto di rovinare, per cancellarlo definitivamente. Gli lanciarono dietro dei cani. Un paio lo raggiunsero subito, azzannandolo ai fianchi. Si divincolò, ne afferrò uno, riuscì ad avere ragione della sua forza, abbrancandolo al collo e spappolandolo con le mani, con una potenza che non pensava di avere, mentre l'animale si dibatteva e ruggiva.  E così fece con gli esseri umani che gli saltavano addosso da ogni parte. Colpiva alla cieca, rompeva costole, cavava occhi, infilava dita in gola. Perdeva ogni cognizione della vita di quei corpi, considerandoli come cose, nient'altro che cose. Le urla, i pianti, i conati non gli sembravano che esiti meccanici di un'impostura. Lui stesso si sarebbe aperto con le sue mani. Fu quello che fece, fermando così l'attenzione di chi lo inseguiva. Davanti a loro si strappò il ventre, esibì le interiora. E continuava a correre, ritrovando l'autostrada, seminando sangue e budella. Cos'altro era, se non uno schifoso impasto? Non poteva credere in Filippo, così come nello scempio che di lui aveva appena fatto. Infatti, lasciandosi alle spalle la città,  con gli ultimi palazzi frementi di vita, ritrovava l'integrità del corpo e della meta. Una sola cosa poteva e doveva fare: andare avanti, sempre più avanti, eroicamente.
Fino al traguardo, fino ai supposti, inimmaginabili, caselli d'uscita.
Ad un certo punto, all'orizzonte, si intuì un subbuglio, un tumulto grandioso. C'era sicuramente, laggiù, la stazione d'arrivo. Si sentiva un rumore incessante, simile a un tuono,  e si indovinava uno scintillio di gocce d'acqua, sullo sfondo, che si sollevava imbiancando il cielo.
La prossimità dell'uscita venne annunciata anche dal moltiplicarsi delle presenze, dei pellegrini. Notò un viandante sciancato, perso nella sua solitudine, bambini soli e in gruppo,  due donne che si tenevano per mano.  Procedevano lungo il guardrail, evitando di sporgersi troppo verso la strada, col rischio di essere investiti. Erano sempre di più, una fila sterminata di gente  decisa ad esserci, ciascuno con la certezza ormai consolidata della propria identità.  Avevano tutti il loro nome e non si stupivano a sentirlo risuonare nei recessi della propria storia. C'era Agata, c'era Marcello. E c'era lui, Filippo. Erano pienamente individuati. La cosa non piaceva a nessuno,  nonostante ci fosse chi andava incontro al futuro con evidente più serenità, con maggiori e meritate garanzie. Si guardava le mani e le vedeva secche, asciutte. Disse, forte: “Filippo!”. Si chiese perché si trovasse in quelle condizioni. La domanda aveva una risposta che non gli era accessibile. Ormai era del tutto sradicato. Si chiese fino a che punto lo fosse allo stesso grado delle donne che si tenevano per mano, ad esempio. Loro, almeno, erano in due, si facevano compagnia. Si erano guadagnate un sostegno, da qualche parte, in qualche tempo. Siamo quello che abbiamo voluto essere. O no? Nuovi dubbi gli frullavano nel cervello, le domande si affastellavano più confuse e più stanche. In verità, si stava arrendendo. Si avvicinava poco per volta ad una rassegnata attesa. Non restava  che questo, che lasciarsi andare docilmente.
Si cominciò  ad intravedere la lunga fila dei caselli. Erano pedoni, ma in qualche modo ci si sarebbe presi cura di loro. Chi viaggiava in automobile aveva vantaggi e protezioni  impensabili. Loro invece erano i reietti. Sogghignò, guardando di sottecchi i colleghi che lo precedevano. Poi si volse alle spalle e vide che la processione non aveva fine. Piegò istintivamente le labbra in una smorfia di disprezzo.
Man mano che si avvicinavano erano  più numerosi e più a stretto contatto. Faticavano a mantenersi compatti, col rischio di esporsi pericolosamente. Così avvenne, infatti, per una creatura esile, che pareva non avesse mai respirato pienamente. Filippo aveva già intravisto il suo volto emaciato. La giovane sbandò uscendo di qualche passo dalla linea. Venne investita in pieno da un pulmann carico di viaggiatori impassibili, che continuò verso la stazione senza rallentare. Lei giacque a terra e la si vide ridursi lentamente in poltiglia. Si liquefaceva, via via raggrumandosi. Divenne una bolla instabile, sorta di grosso tuorlo che si gonfiava, facendosi trasparente, fino a scoppiare. Rimasero solo poche gocce sull'asfalto, a ricordare una delle reiette, a questo punto non più tale, viaggiatrice senza meta, sventurata senza sventura. Affacciatasi appena alla sua missione, senza sapere che era solo uno sbaglio, forse uno scherzo. In ogni caso, una necessità. 
I caselli ormai erano vicini. Si sentiva gridare, singhiozzare. Una risata maschile, offensiva, si stagliò nel clamore. Qualcuno bestemmiava. Una religiosa vestita di nero intonava un inno con voce acuta. Filippo volle guardarla in viso, conoscerla. Le arrivò alle spalle e la toccò. Lei si voltò spaventata, scorgendolo da una distanza incommensurabile. Le labbra violacee si strinsero serratamente. Era forte, sapeva quello che la aspettava, ma era pronta.
“Cosa vuoi?” Gli chiese, freddamente.
“Voglio vedere la faccia di chi è nelle mie condizioni, o quasi.”
“Merda,” fece lei e si voltò nuovamente, riprendendo a cantare energicamente.
La meta era prossima. La successione dei caselli si estendeva all'infinito e le automobili rallentavano formando  interminabili code. C'erano auto nuove scintillanti e altre vecchie e  scassate, con cofani piegati, portiere distrutte. C'erano quelle di lusso, lunghe e le spider. Dentro si intravedevano visi  inespressivi, gaudenti, disperati, celati dai vetri oscurati, in una corazza invincibile.
Alcuni dietro cantavano, forse per farsi coraggio, si sentì ancora esplodere la tracotante risata maschile. Una donna con un bambino, probabilmente madre e figlio,  si abbracciavano continuamente e piangevano, cercando inutilmente di sostenersi a vicenda. La paura segnava i loro volti,  nella debolezza e nel dolore. Un casello era ormai a pochi passi. Si vedevano delle braccia tendersi di volta in volta e ritirare il pedaggio, sotto forma di oboli estratti dalle bocche, dall'ano. Uno alla volta, spontaneamente, tutti tiravano fuori dal proprio corpo valori colorati, profumati, puzzolenti, splendenti. Se li sfilavano dalla gola, da sotto le ascelle. Con le mani scavavano dentro se stessi per estrarre quel bolo di doni e di scarti. A ritirarli ci pensava il signore in divisa dentro la cabina, corpulento, aiutato da un mingherlino dal pizzo grigio, che presiedeva ad una macchina miscelatrice dove la materia veniva gettata. Dal quel crogiolo provenivano odori e gorgoglii. Venivano poi riempiti  sacchi che degli inservienti trasportavano altrove, probabilmente in un magazzino nelle vicinanze.
Finalmente toccò a Filippo, tra rassegnazione e  sollievo.
Vide che dentro, in un angolo, sedeva una grossa donna nera, con un alto coloratissimo turbante. Si sventagliava per il caldo. E accadde qualcosa. La guardò supplichevole e lei ricambiò con un'espressione che lo rese incredulo. Per la prima volta, non si trattava di uno sguardo ostile. Anzi, poteva essere sicuro che quegli occhi comunicavano comprensione, dolcezza, nonché una vaga apprensione, forse una promessa di soccorso, una concessione fatta di nascosto. Era una donna autorevole, antica, che  aveva senz'altro conosciuto, ma non ricordava nulla.
Infilandosi le mani nel ventre dall'ombelico, anche lui ne estrasse rotoli di filamenti pastosi, cordame, matasse schiumose. Rovistò a lungo e c'era sempre ancora qualcosa da grattare via, da consegnare.
L'ometto dal pizzo grigio buttò tutto nella miscelatrice, con impazienza.
Passando oltre, sapeva che non avrebbe più rivisto l'austera, clemente donna nera.  Gli restava però dentro la sua muta consolazione.
Ora sarebbe uscito dall'autostrada. Si ritrovò in mezzo ad una folla divenuta silenziosa, col respiro stentato, in un'attesa sfinita. Nella foschia, al di là della volta biancastra del cielo, indovinava qualcosa, come l'ombra immensa di una o più teste, le mosse volubili di chi, scrutandoli,  armeggiasse tra i suoi giochi.  E in un lampo gli parve di riconoscere, con assoluto sconcerto, se stesso.
Quindi vide il mare. Non era molto distante, un mare terroso, mefitico, che tracimava. L'acqua stava avanzando furiosamente. Alcuni compagni furono subito trascinati via, Filippo li vide annaspare, divincolarsi in un ultimo tentativo di ribellione. La donna e il figlioletto vennero divisi da un'onda e tentarono invano di ricongiungersi. La risata volgare dell'uomo alle spalle finì col spegnersi in un gorgoglio d'annegato. Anche lui venne travolto. Era un'acqua tiepida, densa, avvolgente. Nel buio e nel calore finì di arrendersi. Ebbe la sensazione di chiudere gli occhi per sempre.
Si risvegliò sin troppo presto, al colmo del terrore. Il liquido stava defluendo intorno e dentro di lui. Non provava alcun senso di liberazione, ma un'angoscia intollerabile. E quella luce violenta... Iniziò allora a gridare con tutte le forze, in un pianto che si ripercuoteva nel passato e nel futuro, nella  sbigottita  confidenza con la  sua voce, una voce assai diversa, adesso, assai più acuta. Una voce sottile. Un vagito.
Infine, era al mondo.

domenica 21 settembre 2014

SOLITUDINE di Eduardo Poggi



La lugubre abitazione era illuminata dalla debole luce di una candela. Egli poggiò il candelabro sul pavimento, spostò, trascinandolo, il letto, e chiuse la porta. Depose gli strumenti per cacciare i fantasmi vicino alla candela. Si chinò su di questa e soffiò. La fiamma si spense ed egli riuscì a vedere la punta rossa dello stoppino e il fumo denso trasformarsi in una figura fosforescente emanante un odore di sostanza grassa. Temette gli incubi di sempre. Si coricò. Le spalle rivolte al vuoto della stanza, provò le stesse paure di quando era bambino: qualcosa che si nascondeva sotto il letto; una mano che cercava di toccargli la testa; un respiro freddo sul collo; un odore nauseabondo; qualcuno che lo scopriva bruscamente. Mezzo assonnato, sentì che lo stavano chiamando. Dischiuse le palpebre e vide che la figura fosforescente lo assorbiva, con la stessa forza con cui è risucchiato il genio di una lampada.

(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

giovedì 18 settembre 2014

MORTE ROSSA di Adriana Alarco



La diffusione di nuovi batteri letali, attraverso i condotti dell'ossigeno, è immediata. I moribondi alzano le braccia freneticamente, cercando di sollevarsi e di respirare, aggrappati alla vita. Si agitano, gridano a voce alta, hanno le membra insanguinate, gli occhi fuori dell’orbite. Gli getto sopra pietre e rocce. Alla fine, l’ultimo è sepolto sotto un cumulo di rocce metalliche che brillano alla luce di cinque lune. Un monumento al Disastro.
Fu Poe che inventò la Morte Rossa? E.T. è un giocattolo o un essere malvagio e manipolatore di un’altra galassia? Non posso saperlo. Sono l’unica superstite umana – che respira ossigeno – della Colonia Symca… E restiamo soltanto io e lui.

                 (Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)