domenica 1 settembre 2019

UN PIATTO PER IL FORESTIERO di Adriana Alarco de Zadra

Nei tempi quando mia nonna si ruppe il femore e fu obbligata a sedersi sulla sedia a rotelle, in famiglia si prese la decisione di continuare ad assistere ai pranzi della domenica come se niente fosse. Era affascinante per noi, cugini, l’attrazione che aveva quella casa di legni tarlati e scricchiolanti. Il pranzo che preparava la vecchia Ignazia nella cucina a legna, era speciale. Gli zii non facevano altro che parlare a tavola del raccolto annuale, se il cotone era buono oppure no, mentre noi giovani, dopo aver trangugiato il cibo, correvamo per il vicinato facendo birichinate e divertendoci da morire, rubando il vino per la messa dalla dispensa e spaventando le galline.
Ci sembrò un bene, allora, la frattura di gamba della nonna, anche se adesso che ci penso, fra poco sarò nonna anch’io, e ho nostalgia della figura di quella donna impetuosa che ci sgridava mentre faceva girare la sua sedia a rotelle:
Birbanti! Lasciate stare il gallo da combattimento che resterà senza una piuma sulla coda!
Il tavolo per la domenica in famiglia si preparava il sabato con una tovaglia bianca di cotone. Si disponevano sedici posti con i piatti, le posate e i bicchieri. Veramente, noi eravamo in quindici: la nonna, tre zii, due zie e nove nipoti tra i quali c’ero anch’io che allora avevo dodici anni. Gli zii arrivavano a cavallo e si sedevano a tavola, lavati e sbarbati, e non tenevano mai addosso gli stivali pieni di terra, perché la nonna li sgridava da capotavola, con la frusta in mano, dando un colpetto sulle spalle a chi si azzardava a replicare, mentre lei parlava.
Dopo che si ruppe la gamba, non riusciva ad arrivare fino ai nipoti seduti più lontano dal suo posto e ciò ci riempiva di coraggio. Senza paura né rispetto, interrompevamo i suoi discorsi con i canti del gallo o con un ragliare impertinente, incomodando le zie e ricevendo occhiate furiose da tutti gli altri.
All’altro capo della tavola c’era un piatto per il forestiero. Rimaneva sempre lì per chi arrivava alla casona della fattoria a chiedere qualcosa da mangiare dopo aver camminato probabilmente per ore e ore sulle sabbie fumanti che circondavano i terreni seminati di cotone, poiché molte automobili s’insabbiavano quando il vento paraca copriva di sabbia la strada principale e le faceva deviare perdendo la rotta. La porta di casa restava sempre aperta di domenica, ma l’ultimo posto generalmente rimaneva vuoto. Però, in uno di quei giorni festivi giunse un originale forestiero a sedersi al tavolo familiare. Arrivava d’altri mondi e la sua storia ci sembrò così fantastica e incredibile che, da allora, preparo anch’io un piatto per il forestiero al tavolo domenicale.
Era caduto dal cielo in mezzo al greto asciutto del torrente, proveniente dallo spazio, e la sua nave era rimasta incastrata nelle dune di sabbia. La nonna gli offrì il pranzo e fu così che facemmo conoscenza del nuovo visitatore. Il suo nome era Sedna. Non aveva un capello in testa e il suo sorriso era ampio e sincero. Il colore giallo verdognolo della sua pelle era strano, ma non posso dire che fosse un essere sconcertante. Faceva movimenti lenti e senza fretta, parlava la nostra lingua con un forte accento che immaginammo fosse quello degli inferi e immediatamente decidemmo che era il vivo ritratto del diavolo in persona. Victor, il più piccolo dei cugini, gironzolava intorno al tavolo e quando gli passava vicino, lo pungeva con la forchetta per sapere se gli facesse male oppure no, fino a che la nonna con quattro strilli lo mandò a sedersi composto a tavola.
Il racconto del visitatore fu straordinario e ci riempì d’ammirazione e di stupore.
Mentre ci spiegava com’era quel suo mondo, in un lontano pianeta, mangiava fagioli di Spagna con le mani e rimase con il peperoncino piccante in gola, tossendo, perché quella salsa che metteva Ignazia sul tavolo era tanto bruciante che ci faceva piangere; “ma è così che si mangia,” ci diceva la nonna, “per crescere grandi e coraggiosi.”
Sedna ci raccontò che dal suo mondo stavano cercando nel Cosmo altri posti dove andare a vivere perché il loro pianeta era sul punto di disgregarsi. Ci fece un disegno sulla tovaglia scrivendo con il dito, cosa che ci meravigliò non poco, così da poter identificare il suo luogo di origine.
Quello che realizzò dopo fu miracoloso, o cose del diavolo, secondo se lo raccontava la autunnale anziana oppure le zie ‘beate’. Alzò l’anziana dalla seggiola a rotelle, le mise le sue mani enormi e verdi sull’anca e lei si mise a camminare, zoppicando un po’, ma con i suoi piedi per terra, avanzando un passo dopo l’altro.
Rimanemmo stupefatti. Mai avremmo pensato che si potesse curare la gente mettendo le mani sopra un arto bloccato. Poi provammo anche noi, ungendole con olio e prezzemolo, ma non funzionò mai così bene come quella domenica al forestiero. Subito, la nonna incominciò a camminare da sola un’altra volta.
Sono passati gli anni e il terreno della nonna continua a produrre cotone anche se lei non c’è più. In passato pensavamo che il forestiero l’avesse portata nel suo mondo, fra le stelle e i pianeti dello spazio. Adesso, invece, sappiamo che è morta e sepolta fra i carrubi, nel cimitero del paese che quasi non si vede, perché è in lotta continua contro il tempo e la sabbia per non rimanere coperto completamente dal deserto.
Da quando il forestiero sparì quel pomeriggio nella nebbia caliginosa, non lo vedemmo più, ma rimase nel nostro ricordo come Sedna, il diavolo di un altro mondo che guarì la nonna. Il tavolo domenicale è pronto. Lo stiamo aspettando.
 

lunedì 8 luglio 2019

SOTTO LA MADONNINA di Paolo Durando

La signora delle camelie indugiava sul davanzale. Stava per buttarsi di sotto, dal palazzo Dozzi;  le vie intorno erano piene di armadi, panche, tavoli accatastati. Delle donne parlavano fittamente con alcuni cospiratori. Poi l'eroina rientrò nell'appartamento.
“Non si è mica buttata,” disse agli ospiti una cameriera di casa Vidiserti.
C'era la rivoluzione  a Milano, ma tutto si riduceva, pareva,  ad una questione di fumo. La signora delle camelie, sventagliandosi, sorrideva saputa.
“Avete boicottato le sigarette austriache, ben vi sta!”  gorgheggiò a tabagisti in astinenza, stravaccati a terra, con la pancia gonfia e la lingua penzoloni.
“È proprio come se non mangiassero!” constatò una pescivendola tra le barricate, ridendo e agitando la mano.
“Perché, le sigarette sono forse cibo per l'inteleietura?” domandò un borghese di passaggio. I rivoluzionari erano consapevoli dell'inesistenza di quella parola: inteleietura.
“Ma no, siete voi che siete ignoranti,” disse il tipo lisciandosi grandi baffi rossi, “...vuol dire tessitura del futuro, salvando ciò che conta.”
“Angelo si chiamava!” approvò una ragazza da marito, ammiccando al giovane dello spaccio di alimentari “La Madùnina”, che fingeva di ignorarla. Poi si ritrovarono ancora nell'appartamento di via Montenapoleone. Un uomo longilineo si stava spogliando provocatoriamente e ognuno capiva che si sarebbe presto ritrovato nudo davvero, senza la possibilità di rimediare.
“È inaudito,“ affermò sdegnato il vice governatore O'Donnel, “Fa così per la rivoluzione...”
I presenti batterono le mani, mentre la signora delle Camelie sbuffava, alzando le spalle.

domenica 2 giugno 2019

ABISSI di Cristian Camozzi

 
Non sempre le cose sono come sembrano, il loro primo aspetto inganna molti: di rado la mente scopre che cosa è nascosto nel loro intimo.
 Fedro
 
Abbiamo trovato la morte. Lo sapevo. Possibile che fossi l’unico a percepirne i segni premonitori? Se avessi avuto il coraggio di parlarne al mio equipaggio forse sarebbero ancora tutti vivi o forse non sarebbe cambiato nulla: chi crederebbe ad un pazzo?
Ricordo il titolo del giornale: “Nuovo bolide esplode sull'Atlantico”, un manifesto alla potenza distruttiva del meteorite. Un grosso frammento si era inabissato, ma in realtà nessuno sapeva con certezza cosa fosse.
Il mondo scientifico, attratto dall'evento, voleva le sue risposte.
Conoscete il modo di dire ‘non sempre le cose sono come sembrano?’
Non potevano esserci parole più vere.
Trovarono i fondi per la spedizione scientifica.
Trovarono il sottomarino; un rottame sovietico, avanzo della Guerra Fredda. Quando lo vidi la prima volta era chiaro che per tenerlo insieme sarebbe servito più coraggio che bulloni.
Trovarono gli scienziati e l'equipaggio; ognuno con il proprio tornaconto, ma erano competenti e pazzi quanto basta. A me affidarono il comando del vascello. Non ero costretto, ma le mie carenti finanze mi spinsero ad accettare. Nutrivo dubbi sulla buona riuscita dell'opera. Perché? Tredici uomini. Inutili le mie proteste per un altro uomo. I fondi stanziati erano quelli, ma vallo a spiegare alla sfortuna.
Avevamo poco tempo per preparare la missione e passai giorni a studiare intensamente ogni dettaglio con il mio equipaggio. Il nostro lavoro non può essere improvvisato. Trovammo tutti gli espedienti possibili per rendere il vascello idoneo all’incarico. Sembrava riparato con spago e nastro adesivo, ma funzionava, ed in poco tempo la spedizione scientifica era pronta. Dovevamo giungere per primi. Iniziammo la navigazione, armati di speranza e preghiere, di venerdì diciassette e nonostante tutto il vecchio bidone ci condusse in posizione.
Fin dal primo contatto l'oggetto lasciò un segno.
Ordinai l’immersione a 600 piedi e appena pronti, inviammo un robot per una ispezione esterna del meteorite, mentre noi, al sicuro nella sala di comando, tenevamo gli occhi fissi sui monitor. Sotto i fari del robot l'oggetto si presentò diverso da quello che ci aspettavamo. Sprofondato in parte nel fondale fangoso, mostrava una superficie metallica, lucida e molto solida. Incisi su di essa una serie di glifi, come iscrizioni in una qualche lingua. Era chiaro che non si trattava di un meteorite, ma di un manufatto alieno.
Personalmente ero turbato e deciso a ritornare, ma gli scienziati chiedevano più tempo; volevano eseguire altri rilevamenti, compresa attività subacquea esterna al vascello e se possibile il prelievo di una scheggia dell’oggetto. La speranza di un’impennata nelle loro carriere era evidente. Pessima idea, l’istinto mi diceva di ritirarmi davanti all’ignoto, ma la missione doveva continuare e poi mi avevano pagato in anticipo.
Decidemmo di restare per la notte.
Quella notte per me cambiò tutto.
Il sonno irrequieto, continuamente svegliato da incubi. Sensazioni che non mi appartenevano. Ad ogni risveglio ero sudato fradicio.
Il giorno seguente sentivo rumori provenire dall'esterno dello scafo. Conosco i suoni di un sottomarino; il metallo del battello pressato dall’acqua genera strani frastuoni, ma questi erano sinistri, spaventosi. Non ne parlai con nessuno per non perdere il comando.
Non mi era mai successo prima; ero impaurito, anche da me stesso. Le mie certezze iniziarono a vacillare. Forse la situazione mi stava sfuggendo di mano.
Temevo il peggio, perseguitato dalla sensazione che fosse con noi una oscura presenza, ma ugualmente ci avviammo al ritorno. Perché non avremmo dovuto farlo? Dopotutto gli altri erano tranquilli, forse ero solo io che stavo diventando pazzo o forse era tutta la situazione in sé. Eppure quello che provavo era così reale. Non so se un essere organico o un fantasma, ma qualcosa era uscito da quel relitto ed entrato nel vascello. Come? Non saprei spiegarlo. Chiamatelo sesto senso.
Non passò molto tempo che incontrai per la prima volta il terrore puro. A bordo esplose il panico. All’inizio si trattava di guasti dell'illuminazione interna, ma il problema divenne più serio quando gli uomini del mio equipaggio hanno iniziato a sparire, lasciando solo brandelli di carne e macchie di sangue. Siamo stati fatti a pezzi e in poche ore ho perso tutto il personale di bordo e con loro anche il controllo del vascello. E’ adagiato sul fondale e non conosco la posizione. Ho tentato di farlo risalire, ma senza successo. Correndo in sala macchine sono scivolato su qualcosa. Inizialmente pensavo ad una perdita di gasolio, perché le luci rosse, ultime superstiti, non permettono di distinguere bene i colori; era una pozza di sangue. Alla mia destra stava un uomo del mio equipaggio, ma solo metà. L'altra era stata divorata.
È stato in quell’attimo che anche le poche lampade rosse, benché protette da una gabbia metallica, sono esplose, scagliando frammenti di vetro ovunque.
Buio pesto; solo qualche debole spia dai pannelli di comando continuava la sua lotta.
In quel momento ho avuto il primo contatto; ho percepito la sua presenza. Mi girava intorno furtiva nelle gelide tenebre, che aleggiano all'interno del sottomarino. Non l'ho mai vista in modo distinto, se non la sua ombra, più scura della notte, mentre si muove veloce. Sembra avere un corpo antropomorfo, grande come un uomo, con artigli lunghissimi, affilati, fatti per squarciare la carne. Li ho visti bene uscire dalle tenebre nel tentativo di afferrarmi. Credo non abbia occhi, non le servono al buio. Cresce cibandosi di carne umana. Tremavo in preda al panico. L’ho illuminata con la torcia elettrica che tenevo in mano, ma ha trovato la fuga. Quella cosa è lucifuga; la luce la brucia, le provoca dolore. Non so come, ma sono riuscito a fuggirle. Ho creato un tenue cerchio di luce in un angolo stretto della sala macchine con la mia torcia elettrica.
Da quel momento non esco dal cerchio di luce. Fin che sono all'interno del cerchio sono salvo. Tengo delle batterie di scorta, ma quanto dureranno ancora?
Ormai ho perso il conto dei giorni.
Non mangio e il mio corpo stanco ha bisogno di nutrimento, mentre lei ad ogni pasto è diventata sempre più forte.
La creatura cerca di controllarmi. Sento i suoi pensieri nella mia mente. Vuole che la raggiunga, che mi unisca. E' affamata come me. Sento i suoi simili. Sono affamati anche loro. Il meteorite è il loro sistema di viaggio. Sono ancora vivo perché le servo per uscire da qui; le servo per manovrare il vascello e portarlo in superficie; ma poi che succederebbe?
Alterno momenti di lucidità a momenti di follia; poi cado in un pianto disperato fino a perdere i sensi. Al risveglio sono pieno di tagli e ferite; i suoi tentativi per trascinarmi fuori dal cerchio di luce. Vuole portarmi nelle tenebre, ma sono incatenato ad una condotta.
Sto impazzendo. I suoi lamenti lacerano l'anima; sono le urla degli uomini di cui si è nutrita.
All'inizio, nei momenti lucidi cercavo una soluzione, ma è chiaro che non esiste via di fuga.
Non mi farò mangiare vivo. Accarezzo con delicatezza il grilletto della pistola; resta un solo colpo. Penso continuamente ai miei cari. Chi si occuperà della mia famiglia? Devo impedire che raggiunga la superficie. Sa che voglio rinchiuderla e per questo mi ha punito squartandomi con una zampata la coscia destra. E’ irritata al mio pensiero di usare la pistola su di me, la sua unica via di fuga; mi ha gettato contro i resti dell'equipaggio. Ho vomitato.
La pistola mi guarda... non ho il coraggio.
Il respiro si è fatto pesante e l'ossigeno scarseggia. Sarà sufficiente per ucciderla?
Ho lasciato un avvertimento, “non plus ultra”, scritto sui boccaporti d’ingresso. Non più avanti; lo stesso delle Colonne d'Ercole per fermare il passaggio ai mortali.
Le forze mi stanno abbandonando ed è finito anche l'inchiostro. Non lascio il cerchio di luce da chissà quanto. Se state leggendo questo messaggio non avete inteso il mio ammonimento e la creatura ora è libera. La sentirete arrivare: si muove nell’oscurità. All’inizio dei lamenti lontani, poi strani rumori, passi leggeri e scricchiolii intorno a voi. E’ affamata. E’ venuta per cibarsi.
Oggi l’ho vista chiaramente per la prima volta, in un frammento di vetro. Nel suo riflesso.
 

mercoledì 15 maggio 2019

Angst di Peppe Murro


Aprì gli occhi di scatto e si mise in piedi lentamente, quasi con fatica.
Si guardò intorno: cielo e terra erano completamente neri; li divideva soltanto una sottile linea di luce. Si meravigliò della perfetta geometria di quell’orizzonte: né cielo né terra avevano increspature, perfettamente lisci e levigati da sembrare falsi o dipinti.
Abbassò lo sguardo quasi non ce la facesse a sostenere quella visione opprimente.
Vide le sue mani, vide i suoi piedi.
E quasi un urlo di meraviglia e di sgomento gli scoppiò dentro, come fosse incapace di arrivare alla gola.
Era lì, su un piedistallo circolare di un bianco accecante, sopra quello che gli sembrò un monolite che scendeva in basso fino a scomparire al centro di un abisso circolare buio e indefinito. Per quanto spingesse lo sguardo non riusciva a trovare un particolare, un qualcosa che gli desse la misura di quel nero entro cui era sospeso: un orribile, indefinito cerchio oscuro al cui centro c’era lui e il monolite (lo chiamava così, ma a quanto sapeva era una colonna altissima che sprofondava nell’oscurità del niente).      
Sì, non c’era altro che lui al centro di quel vuoto conficcato nel nero circolare della terra e del cielo.
Era troppo meravigliato e sgomento per chiedersi qualunque cosa, ma ora aveva un quadro preciso della sua situazione: un vuoto nero con lui al centro di una base bianca conficcata lì in mezzo, fra quel cielo e la terra appena divisi da una striscia sottile di luce.
Si accorse di tremare di un tremore freddo. E poi le domande che gli urtavano premendo nella testa: Dove era? E cos’era quel posto così indescrivibile? E poi, perché era lì? Come ci era arrivato?
Sentiva l’orrore dell’abisso, la percezione paurosa e terribile, irragionevole di essere circondato dal vuoto.
Alzò lo sguardo come per convincersi che per quanto orribile quella situazione era reale e magari c’era una via d’uscita. Guardò a fondo fino a perdersi nella confusione di quell’ oscurità in cui era sospeso e la cosa gli parve stupida e inutile: era nero il cielo, cupo come la terra.
Un nodo gli saliva alla gola impedendogli persino di piangere e disperarsi: non capiva il senso di tutto questo, e neppure se tutto ciò fosse un suo incubo. Sì, forse lo era; di sicuro lo era.
Si pizzicò le guance, infantilmente, provò a chiudere gli occhi come per un sogno al contrario: stava sognando, certo.
E forse sognò, come fosse la sua liberazione: davanti a lui si stendeva un mare fosco e pigro, con onde melmose che si increspavano appena senza schiume, come a rabbrividire. E il cielo incombeva tetro e buio di burrasca sulla sua testa. E lui, lì, al centro di un scoglio, circondato a perdita d’occhio da quel mare che non gli pareva neppure ostile, tanto era l’indifferenza dei suoi movimenti.
E ancora quel senso di angoscia opprimente, quella sensazione di essere dentro un non-luogo, una circolarità perfetta e insensata, misteriosa.
Come per risvegliarsi riaprì gli occhi e un vortice lo prese: l’abisso, il mare, il suo inutile scoglio o monolite stavano lì ai suoi piedi; l’abisso era lì che lo circondava.
L’abisso era lì, col suo artiglio di gelo sull’anima.

 

 

giovedì 25 aprile 2019

SIVE NATURA di Paolo Durando


Era tra i coloni che, travestiti da pellerossa, gettavano in mare le casse di the. “Così inizia una rivoluzione,” si disse, “a partire dall'acqua.”  E le onde erano nere come l'inchiostro dove lei intingeva l'amata penna d'oca per scrivere di se stessa agli altri.  Un impulso irresistibile la costrinse ad abbarbicarsi ad un parapetto. “Ma devo gettarmi, devo anch'io dissolvermi”.
Di lì a un istante nuotava tra casse e  pulviscolo di the, per poi sprofondare. Dunque morire era quello, un discendere esponenziale. Più ingurgitava acqua, più il suo corpo diveniva un involucro sottile, che andava espandendosi. Ebbe chiara la visione del vasto e ondeggiante reticolato dei suoi capelli, le dita di mani e piedi che si gonfiavano e allargavano, il viso smisurato.
La confezione-membrana delle sue parole non dette,  delle azioni compiute e mancate - quel ricordo elastico e vibrante del corpo che le era appartenuto -  iniziò poi a salire senza attriti.
“Perché dall'acqua si ritorna,” constatò, beata.  Piccole figure umane scure  agitavano le braccia vicino alla sommità, dove pareva sfociare la traccia di luce che la incanalava.
Lei ora poteva arrotolarsi, sentirsi nastro, lingua, medusa.  Infine arrivò in superficie, zampillando. Era a sua volta acqua, liquida armonia, coscienza gorgogliante. Molte bocche, molti occhi, molte braccia. E i loro frammenti. Gocce di sé, che schizzavano ovunque. Intorno si rivelava la rivoluzione dell'acqua, il ritorno festante di una richiesta in sospeso. Natura e origine. Acqua e vapore sullo sfondo di astri in orbita.
“Perché è come dire di sì,” si ripeteva ritrovando l'inizio del percorso, molto tempo prima che le casse di the precipitassero in mare. “Dire di sì al convito degli eoni.” 
Si nutriva ora in un  cielo accecante, sospesa in quella narrazione secolare di piogge.
Acquetta, acquerugiola, acquazzone.   
Acqua sorta, acqua errante. Acqua.

martedì 9 aprile 2019

IL MISURATORE di Pierre Jean Brouillaud

La nube scintilla. Vapore o polvere di stelle. Sopraggiunge: o meglio, ci attira. Velocità: qualche cosa tra l’erosione e la luce. Lo spazio assume a impulsi una nuova densità. Brusche variazioni di ritmo. Un susseguirsi di accelerazioni e di rallentamenti. Correnti che ci trasportano, ci sviano, ci dirigono. La nube ci assorbe. Bianco sovresposto. Vuoto e pieno.
Un punto luminoso, inoltre, traccia una linea luminosa che presto svanisce. Ma ecco che lo spazio fecondato palpita. Un orizzonte si riallinea, erubescente, venato di blu e di turchese. Il punto rinasce, descrive una curva, un cerchio, una serie di cerchi concentrici al raggio decrescente. Si espande, decelera. Sta per fermarsi. Alla base si forma un rigonfiamento, goccia che tremola, vibra, cade, rintocca e risuona nella membrana dello spazio, timpano e tamburo. La goccia evapora, ma l’urto ritorna, generando un rilievo sonoro, che schiude profondità infinite. Eco moltiplicati dall’alternanza di lungo e di breve.
Nate da una goccia del sole bianco, così ci appaiono le Miriadi. È il nome che sarà dato a questo universo uno e molteplice. Polvere di mondi.
Noi siamo l’Equipaggio. Uno e molti. Quanti? Importa poco. Diciamo cinque. Prendendo spunto dalle dita della mano. Non abbiamo che un nome solo. Parliamo di una voce sola. E forse mai, durante quest’avventura, uno sarà distinto dall’altro.
Abbiamo scoperto il crocevia del tempo. Si situa alla frontiera degli elementi, alla giuntura del cielo, del mare e della terra. In un punto in cui tutti i piani si intersecano.
Siamo passati da questa geometria dell’impossibile. Siamo stati presi nel turbine. Perché il tempo è un vortice. All’inizio se ne percepiscono solo i colori. Li prende dai tre elementi: azzurro, verde, glauco, striato d’ocra. Iridescenza. Un calice fluido. Poi il tempo si scolora. Nel cuore del vortice, si ha la sensazione di restare immobili. Non c’è strumento, cervello che possa misurare, stimare la velocità.
Non è né una caduta, né un’ascensione, perché non ci sono né l’alto né il basso; è un salto nel vuoto. Si entra, si esce. Fra i due, un lampo, un capogiro.
Attraversiamo i quattro anelli. Il primo nero con striature blu notte. Il secondo, porpora e violaceo. Il terzo splende e palpita come il corpo di una grande fiera. L’ultimo è diafano.
Il suolo si posa sui nostri piedi. Torna più volte. Troppo alto. Troppo basso. Si assesta. Rolla un po’. Beccheggia persino. Per oscillazioni, ci cerca. L’Equipaggio fa qualche passo. Il sole si fortifica. Intorno si delineano elementi dello scenario. La luce, la cui intensità diminuisce, traccia contorni e libera piani.
Trasparenza del mattino. Luce blu. L’atmosfera è impregnata di un profumo penetrante. Non viene né dalla terra né dalla vegetazione. Al contrario cala su di loro.
Dinnanzi a noi si innalza una foresta di fusti piramidali. La vegetazione acquista colori più intensi. Ogni tanto cambia di tono. Crepita. Si spacca. Si direbbero involucri di una mongolfiera che si dispiega e si gonfia. La foresta canta il suo brano musicale. E tutto ciò che si offre alla vista sembra ingigantire. Eccetto noi, che siamo sempre uguali.
Di colpo, le piante, gli elementi del paesaggio raddoppiano, si moltiplicano.
Si tratta di una semplice duplicazione dell’immagine. I corpi duplicati però esistono; li tocchiamo, li esploriamo. Si impongono a tutti i nostri sensi.
Con un’eccezione, comunque. Noi siamo cinque. L’equipaggio resta se stesso, mentre intorno tutto pullula.
La natura sorge davanti, dietro, a destra, a sinistra. Siamo soverchiati, circondati, schiacciati, inghiottiti, annullati. Bisogna manovrare in mezzo a una vegetazione sempre più densa. Ci schizza in faccia, sbucando sotto i nostri piedi. Reclama quel poco di spazio che noi ancora occupiamo. Noi cerchiamo una via. Percorso a ostacoli che già ci vede perdenti. Facciamo saltelli per evitare le punte che sbucano. Presto, saremo sollevati, proiettati.
Frinire di cicale. La vegetazione protesta. Non lascia il minimo spazio alle altre forme di vita.
Mezzogiorno. La vegetazione ha cessato di crescere. Qui e là avvengono ancora moltiplicazioni. Invece di un getto, una semplice spinta che abbiamo tempo di parare. Ci vien da pensare che già ci stiamo addentrando nell’estate.
Osserviamo che spesso, una nascita abortisce. La terra sollevata si affloscia. Non vi resta che un rigonfiamento. Le piramidi intanto si opacizzano. I loro tronchi turgidi si riempiono di scaglie che donano loro l’aspetto di palmizi.
È il rigoglio dell’estate.
Invece dei profumi primaverili, nell’aria fluttuano odori acri. Anche se in forme elementari, fa la sua comparsa la vita animale. Cerca di affermare i suoi diritti. Nelle pieghe del terreno, sui versanti più esposti, è il suo turno di sorgere. Fa nascere corone di bolle gelatinose che si schiuderanno alla carezza del sole. Semenza di mezzogiorno. Grave difficoltà questo ritardo di qualche ora – una stagione – sulla proliferazione vegetale.
Degli esseri unicellulari, di grande plasticità, scivolano tra i rami, si cercano per amalgamarsi. Prudente, quasi timida, la vita animale sta occupando il vuoto in una struttura incorniciata dai vegetali.
Una detonazione secca si ripercuote attraverso la foresta delle piramidi. Un tronco esplode. Un altro ancora. Si polverizzano senza lasciare alcuna altra traccia che una tumescenza del suolo. Le esplosioni si susseguono. La foresta sta per saltare, per le violente pressioni interne? Sembrerebbe che, nella maggior parte dei casi, le piramidi scoppino vicino al manifestarsi della vita animale, che però così viene spazzata via. Terrorismo vegetale?
Impossibile prevedere da dove arriverà il colpo che liquiderà tutto o parte dell’Equipaggio. Presso di noi o magari sotto i nostri piedi, alla stessa base di una piramide. Un crepitio precede sempre l’esplosione. Miccia che brucia prima dello scoppio. Senza dubbio le fibre del tronco che iniziano la combustione. Poi il crepitio diviene generale. Stridore di cicale.
Attenzione! Abbiamo appena avuto il tempo di vedere il tronco vicino, che si fendeva che siamo stati assordati dalla detonazione. Coperti di polvere, ci tastavamo. Indenni.
In un avvallamento, le esplosioni hanno distrutto le prime manifestazioni della nuova vita. Ma nei punti dove erano le piramidi esplose, non sono le piante a ricomparire. È la vita che rinasce. Nel fondo di una buca si forma una massa di elementi agglutinati, allacciati, confusi. Si rigira su se stessa. Subito, si contrae. Una semenza blu ne irriga i componenti divenuti diafani. Qualche secondo, e non c’è più trasparenza.
Corpi olivastri. Poi questo microcosmo, che pare mosso dall’energia del desiderio, entra in una fase d’espansione. La massa presto occupa tutto l’incavo che la ospita. È agitata da un movimento interno, centrifugo, che parte da un nodo più denso. Nella fase di espansione, gli elementi si sviluppano maggiormente quando si avvicinano alla periferia. Sembra si vogliano staccare dall’insieme, che la massa vitale sia, a sua volta, sul punto di scoppiare. Ma ecco la contrazione che li frena e li reintegra. Invece quelli che sono arrivati alla periferia, non essendo più irrorati, cessano di riprodursi. Si accasciano, formano una pellicola, una pelle morta.
Poi si manifestano delle tensioni. La pellicola si crepa e lascia apparire uno strato elastico, vivente, che si sostituisce al precedente e proietta minuscoli frammenti di pelle.
Un tepore sprigiona dalla massa in movimento. Essa è particolarmente sensibile quando la massa raggiunge la fase di maggior contrazione. Poi inizia l’espansione e fa scaturire il liquido blu. Gli elementi allora si separano gli uni dagli altri e ritrovano una certa autonomia. Quando si diffonde la semenza perde colore.
Ma a lungo termine, chi farà progressi? L’inarrestabile orgoglio vegetale? O l’animale che malgrado le apparenze, forse guadagna terreno, pezzo per pezzo, incrostato in ogni fessura del suolo, dopo aver riconquistato tutte le posizioni perdute e invaso la foresta esplosa?
Siamo nel centro del pomeriggio. Di fase in fase la massa decresce. Le corone si vuotano e si disseccano. I loro occupanti – almeno i sopravvissuti – si celano in una vita clandestina. Hanno, a loro volta, deposto la loro semenza ancora invisibile e che sonnecchierà fino all’inizio della prossima estate, sotterrata, così ben nascosta da sfuggire alle ultime aggressioni vegetali.
Le forme si restringono. Si assottigliano, e quindi noi diventiamo più grandi. La foresta si è rischiarata. Non resta che un soggetto su dieci. Brindiamo a ogni elemento che scompare. L’autunno si accende mentre l’estate esplode. Emanazioni fluide, esse stesse composite. L’autunno odora di polvere, di bruciato. Scoppi sonori. Scoppiettii. Crepitii di braci umide. Petardi. Il fuoco non si ravviva. L’autunno è come un prurito alle estremità. Spinte centrifughe. Di quale richiamo esterno è seduzione? Tentazione dello smembramento. Sconclusionate, sono tutte le immagini che, dolcemente straziate, si inaridiscono. Alle volte, non ne sopravvive che la metà. Poi svanisce anch’essa. Sempre dei piani che non possono collegarsi. Disinnesto. Là, due immagini le cui metà si rincorrono e tentano di raggiungersi. L’una e l’altra tentano ogni combinazione possibile. Diritto, rovescio. Sotto, sopra. Capovolti. Di fronte, di lato, di sbieco. Sali e scendi. Puzzle, impaziente gioco di pazienza. Flash. Incontri mancati nello spazio e nel tempo. Contrattempi. Due metà sinistre si rifiutano e vanno ad associarsi ad altri elementi del paesaggio. Divisioni seguite da accoppiamenti secondo assurde formule: A1+B2, B1+C2, A2+C1. La meta si separa; si permutano: A1+C2, B1+A2, C1+B2.
Improvvisamente, tutto torna all’ordine. Il paesaggio si è calmato. Gli elementi hanno ritrovato combinazioni stabili che, per la maggior parte, consistono in un ritorno alle formule precedenti. Equilibri che l’inverno sta per congelare. Preso dal gioco delle permutazioni, l’Equipaggio non ha scorto il sopraggiungere della stagione notturna. E già scende la sera.
Brevità dell’autunno. Un languore insidioso ci intorpidisce. L’inverno si annuncia con un acciottolio. L’aria si fa chiara e si cristallizza. Fini aghi che pungono la gola e i polmoni. È arrivato l’inverno. Secco. Brutale. Il sangue si ritira con la linfa. Questa volta, siamo bloccati. Presi in una tagliola. Radicati. Solidificati in piedi. Statue straniere, piantate come meteoriti sul suolo delle Miriadi. Freddo? Per noi no. Un benessere che si prova, dicono, a dormire in un buco nella neve. Benessere? Essere appena. Perduta ogni sensazione di temperatura. Il pensiero stesso svanisce. Brina della memoria. Mettere insieme mezz’idea, difficile. Non ci si vede più. Non si sente nulla. Dormire. Smettiamo di respirare, con molta naturalezza. Senza la minima preoccupazione. Dormire. L’uomo questo intruso, infine paralizzato. Sì, vediamo. Ancora. Del paesaggio non resta che un pallido cliché. Immagine fissa. Ultima impressione retinica. Occhio ibernato.
Blu. Trasparenza dell’immagine nel giorno che rinasce. Il cervello scongelato. Associa ma non percepisce sfumature. Che poi si animano.
Difficile legare il pensiero ai movimenti delle forme che si delineano, a quelli dei nostri corpi. Il petto finalmente si solleva. Facciamo una profonda inspirazione. E ritroviamo l’uso delle nostre membra.
Non sapremo mai se il freddo regna su questa parte delle Miriadi. O se l’inverno non è che un’assenza. Ne sapremo qual è la sua durata. Potrebbe essere la più lunga di tutte le stagioni o la più corta.
Mattina. Ecco la primavera, spinta dalla febbre; risveglio o sogno che riscuote il dormiente?
Bisogna muoversi prima del ritorno dei profumi, sfuggire alla seduzione che ci intrappolerebbe sicuramente fino all’estate prossima, con le sue violenze e i suoi vicoli ciechi, e ci coinvolgerebbe nella folle danza delle stagioni.
Immagine sfocata. Dominante rossa. Degli organi invisibili suonano una toccata radiosa. Giungono dei riflessi, venuti chissà da dove, e illuminano un cespuglio di cristallo i cui steli sono faccette che scompongono la luce. Sostiene frutti a forma di baccello. I grani appaiono sotto l’inviluppo iridato che, agendo come una lente, vi concentra i raggi solari. Faville blu. Il sole accende una vetrata. Proprio contro la parete rocciosa, insiste su un ordine di colonne che libera dall’ombra e che avanzano nella chiarezza, sfavillando di tutti i colori del prisma. Si moltiplicano, si ordinano in ranghi serrati, profondi. Al richiamo della luce si solleva una città di vetro, fusa, colata dal fuoco del vulcano. Innalzata, città cattedrale interamente consacrata alla gloria del fuoco che fu suo architetto, alla gloria del sole da cui nasce il fuoco. Risuonante, essa saluta i suoi dèi. Noi, siamo ignorati quando passiamo davanti ai suoi pilastri. E questi non riflettono nemmeno le nostre ombre quando ci frapponiamo alla luce.
La musica si è spenta. Presto, rinascerà, diversa, distante e nostalgica. Il sole è salito. Gira. L’ombra si stende sulla città. Le colonne debolmente restituiscono la luce. Si illuminano dall’interno – gemme in cui fluttuano pagliuzze ambrate. Senza la minima traccia di fumo o di combustione, corrono tra gli edifici, folla impaziente che attraversa in un brivido. I figli di fuoco danzano, instancabili, impercettibili. Non si nutrono che di se stessi. Acconciati di giallo, crestati di blu, oscillano. Corrono allacciati, tornano, si avvitano, si accoppiano. L’atto d’amore li esalta e li magnifica. Si espandono, salgono in avvitamento. Corona di fuoco. La città intera si illumina. Quando si accoppiano, è per fiammeggiare così e per morire. Per rinascere senza posa dal mattino alla sera. Essere collettivo che non persiste. Popolo nomade divenuto sedentario il giorno in cui le colonne hanno saputo imprigionarlo offrendogli il gioco dei loro specchi. Popolo bambino che incanta la magia dei riflessi, con l’infinita mobilità del suo stesso spettacolo.
Quel fuoco che ci ignorava e la cui danza capricciosa ci teneva lontano dalle colonne ha percepito la nostra presenza. Si spinge verso di noi. Rapido, ci traccia intorno dei cerchi. Ci cattura.
I figli del fuoco sono meno numerosi di quanto pensavamo. Si moltiplicano nei prismi di vetro. Appena sfuggono al loro recinto, li si vede un po’ individualizzarsi prima di mescolarsi tra loro. Senza danni, abbiamo superato la prima linea. Istantaneamente, recuperiamo la nostra ombra. Si eleva curiosamente tra noi e le fiamme. Eco che danza coi figli del fuoco.
Imitando la nostra ombra, scomparsa ogni paura, vortichiamo. Passiamo tra le colonne. All’interno, si spaziano, formano una sala in cui ci si muove facilmente. La folla ci accompagna. Non possiamo fermarci da nessuna parte. Se ci arrestiamo, il fuoco ci brucia. Per sfuggire al suo morso, bisogna muoversi restando in mezzo alle fiamme. Ritornare fuoco nel seno del fuoco. Le fiamme ci incatenano. Ci imprigionano. Corrono su tutto il nostro corpo. E fiamme noi siamo, rosse, pettinate di blu. Non tocchiamo più terra. L’aria ci solleva. Il suolo è di brace. Non viviamo più nell’istante. L’istante non esiste più. Si consuma. Prima di nascere, naufraga. Gli corriamo appresso, ma siamo sempre in anticipo o in ritardo di un attimo.
Danziamo, fino allo sfinimento. Stiamo per cadere. Riposo che ci perderà. Immobili, presto ci consumeremo.
Il fuoco volteggia, intorno a noi. Velocità sconvolgente. Onda su onda, il fuoco si espande.
Giriamo. Giriamo. Le nostre ombre si proiettano all’esterno. Presto! Dobbiamo raggiungerle. Le fiamme rinserrano la loro stretta. La nostra ombre svanisce. Abbiamo oltrepassato la barriera. Il fuoco non è altro che un riflesso danzante all’interno delle colonne.
Gli organi iniziano un gioco desolato, mentre la città fonde, consumata dal fuoco delle immagini. Quelle immagini ch’essa proietta, al levar del sole, come ricordo di quelli che la popolarono.
Dalla parete vetrificata, non resta che una massa indistinta, opaca. Noi la aggiriamo. I cespugli di cristallo si incrostano di una materia nerastra e si sbriciolano.
Caos di lave rosse e nere. Discarica. Campi di scorie stridenti, scricchiolanti sotto i nostri piedi. L’Equipaggio risale delle pendici che dividono delle faglie. In fondo a un sentiero cola e gorgoglia una massa vischiosa, leggera come un impasto, scagliata di tanto in tanto da un’eruzione. La colata si spande, precipita fino a un terrapieno, dove, rallentata, si ferma. Transitando, forma delle bolle. Che presto si gonfiano. Divenute sfere traslucide, si ricoprono di una membrana. Dalla bolla nasce un uovo. L’uovo è un occhio la cui pupilla descrive un cerchio completo. La parete si fa sempre più pallida. La macchia nera accelera la sua rivoluzione. Poi torna al centro. Gira su se stessa. All’esterno scaturiscono degli pseudopodi che, subito, si articolano, si ramificano, si allacciano per formare un reticolo. Ma ecco che, lacerando le loro giunture, si individualizzano. Sono altrettanti nuclei che si modellano per concentrazione di materia e che si sviluppano, sicché una sfera vicina si colma di una granulazione lattea e bucherellata, che diffonde una polvere di spore.
Indecise, balbettanti, le forme di vita prodotte dalle sfere interagiscono l’una con l’altra. Non appena le loro periferie entrano in contatto esse lottano e, quasi subito, si compenetrano. Oppure degenerano. Il flusso di semenza disperso non tarda a raffreddarsi. Affinché si attivino le funzioni vitali generatrici di calore, sarà loro al più presto necessario ottenere un livello di complessità sufficiente. Le forme dunque ingaggiano una gara disperata contro il freddo, contro la morte. Fino al momento in cui non sono ricoperte da una nuova colata, così bruciante da consumarle. Su questo terreno cauterizzato dove si accanisce la vita, un sole bistro, venato d’antracite, lampeggia, tanto che il camino, attraverso le scorie, emette una voluta di fumo.
Il cielo acquista toni carnali. Cade una pioggia sanguigna. E presto il suolo fertilizzato germina.
Accade allora un curioso fenomeno di desquamazione. A placche, il tappeto vegetale si gonfia. Si innalza, poi si stacca dal suolo. Trasportate da un turbine, le scaglie volano e danzano, come foglie secche. Per disporsi su un asse mediano. Farfalle, ali senza corpo. È la terra spogliata che, ora, germoglia. La nube di sfumature effimere e multicolori scende, si posa più lontano e ricompone un altro motivo vegetale.
Il territorio si estende in giganteschi polipai, arborescenze madreporiche. Intrichi di corallo e di spugne sempre più densi, terreni spugnosi in cui l’Equipaggio avanza penosamente. Rigidi rami, taglienti che si alternano con masse molli dal tocco gelatinoso. Quando, per sbaglio, rompiamo uno di quei rami, esso sanguina. Anche le spugne sono imbevute di questo liquido rosso.
Piove senza posa. La crescita sembra rallentare. Il suolo ha bevuto il sangue; si ricopre di una schiuma che potrebbe essere una varietà di spuma che emette sbuffi sotto i nostri passi. La stessa sostanza si deposita sui nostri vestiti. La toglieremo a scaglie. Ma poi la lasceremo fare, avendo constatato che essa assorbe il liquido rosso e che in seguito, privata di cibo, subito si secca.
Giunti, e non senza fatica, sulla cima di un poggio, dominiamo una conca occupata da uno stagno i cui successivi livelli si percepiscono in un digradare di rossi. Immediatamente, la massa liquida si dilata, ricoprendo la prima gamma del color limone. Il sangue freme, scoppia in semi, si abbatte sulle sponde. Poi viene il reflusso. Di riva in riva esala un lungo sospiro. La marea è come una respirazione. Le rive dello stagno sono allo scoperto, eccetto qualche sbuffo di schiuma. Si distingue, comunque, sulla riva destra una specie di ala macchiettata di rosa che freme sotto la luce.
Lungo la riva, raccogliamo dei baccelli trasparenti che costellano l’invaso. Queste piccole lenti biconvesse contengono bizzarre efflorescenze. Che siano i frutti dei cespugli di cristallo visti nella città degli uomini fiamma? Nelle nostre mani, i baccelli emettono dei crepitii simili a quelli dello zolfo bollente. Si aprono. Se ne vede staccare una corolla o piuttosto aprirsi delle labbra che palpitano, leggere, sotto le nostre dita piegate per trattenerle. Una pressione. E muoiono. Non ne resta che un fragile involucro. Ma se apriamo le mani stando attenti a non sgualcirle, esse sfuggono. Vorticando, si posano sul bruno limone sul quale si allargano, si gonfiano, si aprono e liberano una polvere d’oro che sembra polline.
Dirigendoci a destra, abbandoniamo lo stagno. Dalla sua superficie emerge una fitta vegetazione, rilucente, che ricorda enormi banchi d’alghe. Ciò che, da lontano, ci era parsa come un’ala ora ci sembra come un’escrescenza carnosa proliferante a vista d’occhio. Da tutte le parti, emergono prolungamenti, dita così flessibili e così mobili che le si crederebbe di caucciù. Delle dita che palpano la riva, esplorano il mondo esterno a vantaggio di una forma nascente. Una vita che cresce tanto rapidamente che, presto, le sue appendici tattili ci circondano, ci attirano, ci percepiscono. Queste migliaia di appendici appartengono indubbiamente a una colonia di individui uniti da un’unica membrana. Corpo collettivo che ci avviluppa e sta per assorbirci. Forse siamo già all’interno di questo organismo. No. Restiamo alla superficie, trattenuti da una sorta di cordone sanitario.
Non potendo liberarci, cerchiamo di penetrare lo sbarramento. Così vedremo ciò che ci attende al di là. Più che una barriera, a trattenerci è una specie di rete. Impossibile oltrepassarla. Ci lascia ancora una certa libertà di manovra, ma abbiamo l’impressione che essa rinserri le sue maglie, impercettibilmente. Istintivamente, ci raggomitoliamo.
Facciamo evoluzioni tra i flagelli. Che vibrano, come fanno gli anemoni di mare. Presto, inclinandosi tutti secondo lo stesso angolo, ci fanno scivolare sulla loro superficie. Verso quale destinazione? Non esercitiamo alcuna presa su queste umide protuberanze, viscose. C’è forse una possibilità che, finalmente, esse ci espellano e che, risalendo, noi…
Sotto la membrana trasparente, azzurrognola, un liquido incolore irrigha i tessuti, similmente al mare che in profondità inumidisce le sabbie. Un’altra linea di difesa si prepara, dall’altra parte della parete: dei corpi violetti, d’apparenza spugnosa, si riuniscono e varcano la parete per osmosi. Si dispiegano a semicerchio. Sorpresa. Non ci attaccano ma ci respingono lungo la membrana che sembra dissolversi. Gli siamo passati attraverso, e in buona compagnia. Questo ci conduce all’entrata di un budello, prima di svanire tra i tessuti.
Un alone verdastro rischiara una volta rosa. Lungo questo corridoio fluttua un tenue vapore. Subitamente, la parete diviene a sua volta traslucida. Gli anelli che la compongono si stagliano in bruno sul rosa pallido venato di bianco. Sembra illuminata dall’esterno. Dall’atra parte si abbozzano dei contorni, delle ombre delicate. Tutto un universo suggerito. La luce si smorza, intercettata dai rilievi. Strutture color carne, di un rosso più intenso nei punti ombreggiati. Sembrano provenire, per il loro intrico, dalla foresta vergine e, per la loro complessità, da una sala macchine. Tronchi e tubature collegati da liane. Ora, è l’Equipaggio che illumina il proprio cammino. Ciascuno di noi diffonde una fosforescenza che ci fa sembrare fari luminosi. Questa luce avvolge interamente i nostri corpi. Incredibile che essa si liberi così bene attraverso i vestiti. Mentre un denso flusso, appiccicoso, ci trascina, distinguiamo sempre meglio la volta. In avanti e indietro, al contrario, la visibilità si riduce a una distanza che si potrebbe valutare come tre o quattro metri, diciamo l’altezza di due corpi umani. Ma non disponiamo di alcuna altra scala cui commisurarci. Non ci avranno rimpicciolito alle dimensioni di questo microcosmo?
 Lunghe setole tappezzano la membrana. Ondeggiano seguendo i voleri della corrente. Noi ruzzoliamo nelle loro pieghe che frenano la nostra deriva col loro contatto leggermente adesivo. Al nostro passaggio si strappano dei ciuffi. Tra le setole fluttuano ombre. Tutta una popolazione indistinta abita questi recessi. Delle particole fini in sospensione in un liquido diffondono un luce bianca. Dei bastoncelli tracciano dei zigzag o compongono stelle. Si uniscono seguendo regole simili a quelle del domino. Incrociamo calotte trasparenti, fiori ondeggianti in cui petali sono altresì membrane natatorie dove la luce disegna motivi sfuggenti che tinteggiano un accenno madreperlaceo. Dall’ombra alle volte risale una sorta di polipo. Mangia una stella e diventa a sua volta sorgente di luce.
Anche quando è immerso per tre quarti il nostro corpo continua a emettere una luce che colora di rosso il paesaggio circostante. Ma mentre la brillantezza dello scenario si fa più viva, il nostro alone s’indebolisce. Percepiamo tutto il volume di queste cavità dove i flutti si attardano. E, per contrasto, ci sembra che la nostra taglia diminuisca ancora. Nei passaggi difficili, ci raggruppiamo, per moltiplicare la nostra intensità luminosa. I nostri occhi abituati alla penombra distinguono la palpitazione delle cartilagini, i battiti regolari della parete.
Passiamo davanti a grotte popolate di esseri albini che, al nostro avvicinarsi, riguadagnano le profondità. Abbiamo appena il tempo di intravederli. Quelli che si erano allontanati troppo per poter ritrovare subito la loro strada producono uno schermo d’ombra che li protegge dalla luce emessa dai nostri corpi. Si direbbe che si siano trasformati in anelli di fumo opaco. I quali, invece di dissiparsi, si solidificano, prendendo la consistenza di un disco colloidale. Li si può prendere, facendo attenzione, ma dietro non c’è più niente.
In cambio, ci sono altre specie attirate dalla nostra scia di luce. Senza dubbio stavano aspettando questa illuminazione per riprodursi. Davanti a noi, una pila di anelli si disfa per liberare i suoi componenti. E ciascuno di essi forma, a sua volta, un’altra colonna che si scompone di nuovo.
I flutti fanno ondeggiare anche dei pennacchi formati da ciglia argentee che, con un movimento grazioso, assorbono i corpi degli esseri albini.
Altri esseri sedentari hanno inserito i loro peduncoli nei rilevi della parete grumosa. Solo occasionalmente si spostano, invitati dalla corrente, e si danno a una specie di cabotaggio fuori del corso principale. Alcuni, che vanno alla deriva, si attaccano alle pieghe dei nostri indumenti. Questi cespugli animati recano, all’estremità dei loro rami, bolle che si staccano e vagano, leggere come bolle. Quando ci urtano, scoppiano.
Spinti da una contro corrente che viene inspiegabilmente dalla parete, andiamo incontro a una coltre vischiosa. Cerchiamo di evitarla. Ma un turbine afferra l’Equipaggio nello stesso istante della coltre. Sprofondiamo in una sorta di muco. Ma subito, la corrente si inverte. La corrente si spinge verso la parete e ci conduce a dei ciuffi rosa che sbattono rapidamente le loro ali. Sono queste che provocano le correnti. Già ci palpano. Insieme al menu di piccoli esseri, ingoiano anche il muco che esse stesse hanno prodotto. Ma senza dubbio noi siamo troppo voluminosi o troppo coriacei. Ne restiamo fuori, ondeggiando lungo le ramificazioni, quasi immobili. Gli sforzi che facciamo per liberarci purtroppo sono pari alla forza che ci attira. I ciuffi ora si apprestano a digerire i loro bottino. Il flusso è cessato. Approfittiamo della calma che sarà di breve durata per tornare alla corrente principale. Ma anche i ciuffi non tardano a espellere il liquido assorbito. Così il reflusso ci libera.
Questa volta, siamo aspirati verso la parete opposta. E quasi ci fracassiamo su una griglia d’osso tesa attraverso una gola spalancata. Una bocca e, dietro di essa, un ventre a forma di tasca, un animale che si limita a questo. Ma la griglia, simile ai fanoni di una balena, serve da filtro. E noi le sfuggiamo.
Malgrado la sua trasparenza, il flusso che ingrossa e ci trasporta non può essere che sangue: trasporta enormi grumi, amassi di fibrine che ci squilibrano e che occorre evitare.
Vorticando, stanno per agglutinarsi sulla riva. Attenzione! Non lasciamoci trascinare verso quel caos semovente o ne saremo avvinghiati, soffocati. I ciottoli ruotano su se stessi, urtano sulle sponde con un suono morbido. Da una piega della parete esce una nuvola di animaletti di un biondo dorato. Che spaventosa ingordigia! Per questa loro voracità la massa di fibrine sparisce a vista d’occhio.
Dietro di noi, non resta che un scintillare dorato. Ondeggiamo secondo i voleri del sangue. Ma questo, al minimo muoversi, ci entra dal naso, ci soffoca. E quando ci si sforza di riprender fiato in un’atmosfera densa come un flutto, non si può fare a meno di bere una sorsata esagerata. Una volta, dieci volte, lo risputiamo. Ma finiamo per inghiottire. E ciò che allora accade, non ce lo aspettavamo: ci tornano le forze. Poi anche se l’Equipaggio continua a lasciarsi trasportare, smette di essere un giocattolo per la corrente. Inoltre, il flusso si fa più regolare, più calmo. Respiriamo meglio.
Ecco l’uscita dal tunnel. Ma invece di aprirsi nella luce, si chiude o piuttosto termina in una specie di sfintere che sta per espellerci. La corrente accelera. Il muscolo si dilata, ci avvolge, ci lancia.
E' come un setaccio che abbiamo oltrepassato. Il soffitto della galleria si abbassa, le pareti si rinserrano. La pressione sulle nostre tempie cresce. Poi le gallerie inanellate si ramificano. Molto velocemente, si perdono in un groviglio di fini canali. Qui, vorremmo lottare contro la corrente, ma non ci sono appigli da nessuna parte in questo ambiente colloso, ricolmo di liquido. Poco a poco, il flusso ci disperde.
Si impantana tra gli acquitrini tra i quali ci areniamo, sgocciolanti, appiccicosi. Titubanti, barcollanti, finiamo per raggiungere un canale la cui corrente ci contenderà a questo fango che invece ci aspira. Ci lasciamo scivolare; poco importa dove ci conduce il flusso.
Transitiamo davanti a isole rosse e irte di capsule gelatinose che distinguiamo appena. Preso da un mulinello, l’Equipaggio danza come tappi di sughero. Spesso, si tocca il fondo sul quale si scivola. Un’asperità ci trattiene come relitti. Poi il livello del liquido aumenta. I naufraghi ripartono. Diritto verso la punta dell’isola. Davanti a noi si innalza la costa, luminescente, simile a una gengiva su cui sono piantati rari mozziconi di dente – delle capsule bizzarre. Al loro livello, dei punti si illuminano attraverso la rossa penombra. Tre punti. No, quattro. Stiamo per ammarare a destra. Ma una contro corrente ci devia. È a sinistra che doppiamo il capo. I punti si sono mossi. Ci seguono. Pensiamo a segnali lanciati al nostro arrivo per prevenire dei misteriosi predatori di relitti. In effetti, i punti sono un doppio paio d’occhi. Nel mentre transitavamo vicino alle capsule, li abbiamo scorti mentre si muovevano. Molto netti, si staccavano da una massa indistinta. Uno sguardo intenso. Occhi di gatto.
Ancora delle isole. Le abbiamo raggiunte. Ci sono delle capsule trasparenti, altre opache. Nelle prime, abbiamo intravisto corpi mummificati che mantengono qualcosa di un’apparenza umana.
Prigionieri trascinati come noi fino a questi bassi fondi per morirci incistati. L’Equipaggio saluta questi visitatori che ci hanno preceduto, mentre sfila tra i loro sarcofaghi. E testimoni del nostro fallimento, essi ci rendono gli onori.
L’Equipaggio è caduto in una tasca di tessuto fibroso la cui pareti battono. Dietro di esso, un valva si chiude, poi scompare. Non c’è più nessuna traccia dell’orifizio da cui siamo entrati. Neanche una cicatrice. Dall’altra parte si apre una seconda valva che emette un flusso di sangue. È di poco che abbiamo evitato quella cataratta. Ma la prossima o la seguente ci sommergerà. Che fare? I nostri occhi cercano un rifugio. Lassù, una passerella! Come raggiungerla? Abbiamo una sola possibilità, nient’altro: aspettare un flusso che ci spinga, che ci lanci fino al parapetto e là, aggrapparci!
Un onda ci afferra. Il torrente ci solleva. Attenzione! Ci siamo. Quasi. Hop! Le nostre mani brancolano. Cercano di afferrare. Scivolano. Vortichiamo. Il flusso ci riprende.
Questa volta, sì! L’abbiamo presa! Che sollievo! Il sangue continua a salire. Sale sopra il parapetto, ci schizza. Teniamoci forte! Un riflusso. Infine, riprendiamo fiato. Se così si può dire – in questa atmosfera rarefatta, tiepida, soffocante.
Flusso. Il sangue risale ancora più in alto. Sta per sommergere la passerella, per portarci via, gettarci verso altre paludi. Non è stata che una tregua. Laggiù ci attendono le capsule. Sarcofagi!
Il sangue affluisce. Sale inesorabilmente. Sciaborda. Uno schizzo ci colpisce. Rasentiamo la passerella per appiattirci contro la parete, così da offrire meno resistenza. Ai nostri piedi si apre una cavità. Ci entriamo, a ventre piatto. Sguazzando nelle mucosità. Il suolo è tappezzato di filamenti vibranti che entrano in azione. Il loro solleticare fa rabbrividire di disgusto. Rabbiosi, le schiacciamo a colpi di pugno, sotto le ginocchia. E, malgrado questo, progrediamo.
La cavità sbocca su una vasta grotta irta di stalattiti retrattili che, a intervalli regolari, rientrano nella volta. Si direbbe, d’altra parte, che essa si abbassi e si sollevi. Ma la penombra che qui regna non ci permette di controllare. Presto, qualche luminescenza comincia a insistere sulle asperità di questi denti enormi, piantati in mezzo al palato.
Sul pavimento della grotta, ci imbattiamo nel resto di una dentatura che anch’essa doveva armare questa «mascella» inferiore. Ma questa è fissa. O almeno, non si è mossa da quando siamo entrati. In fondo alla grotta, sotto un piano tagliato, stalattiti e denti sono saldati. Nella penombra si intravedono fantasmagorici scompigli. Come se si stesse cercando, in modo puerile, di distrarre la nostra attenzione dalla cosa essenziale: la ricerca dell’uscita.
Questa volta siamo incastrati. Ci ronzano le orecchie. Da non credere? Sì, è una voce che si propaga sotto la volta. Crea dei volumi. Paesaggi sonori. Ma purtroppo subisce delle distorsioni che la rendono incomprensibile. Attraversa lo spazio, tuona. Si precisa:
«Vi aspettavo. L’uomo è penetrato nella mia circoscrizione dell’universo. Ma nulla mi sfugge. Misuratore dello spazio e del tempo, io sono e non sono. Fatto a modo mio, che non è il vostro. Sono prima e dopo. Al di qua ma anche al di là della durata. Fra le stelle morte e le nebulose a venire, veglio.»
Terminando la frase, un po’ nasale, la voce si deforma a causa dello sgocciolio. Prosegue:
«Voi non mi vedrete, ma io vi distinguo: cinque protuberanze autonome che fanno un corpo solo. So cosa siete venuti a fare. Molto lontano, nelle pieghe del cosmo, esistono mondi, le cui forme si evolvono così lentamente da sembrare immobili. Il giorno succede alla notte, nient’altro. Non stupisce che l’uomo fugga questa routine! Ma nello specchio degli astri non cerca che il suo riflesso, il suo simile. Per allacciare con lui il legame della competizione e dell’odio che lo caratterizzano. Voi vi annunciate col fuoco, col ferro o col pensiero, e il resto che ne segue. E gli altri sopraggiungono, a legioni. Ma avete preteso troppo dalla vostra potenza e dalla vostra malizia.»
L’Equipaggio vorrebbe replicare a questo processo alle intenzioni. Ciò che essi sono venuti a ricercare sulle Miriadi, non è il loro doppio, ma lo sconosciuto, l’inatteso, il mai visto, l’impossibile. La nostra voce resta sorda, appiattita. Annaspa, soffoca. Non può rivaleggiare con colui che tuona al di sopra delle nostre teste:
«Vediamo se sapete rispondere a questa domanda: chi è il primo, il seguito e il tutto?»
Non siamo certo venuti a fare dei giochi da oratorio, a risolvere, sotto nuove maschere, i vecchi enigmi. Ma ecco la nostra risposta:
«Siamo noi i primi, il seguito e il tutto: l’Equipaggio.»
«Ben detto! Era una delle risposte. Il primo, il seguito e il tutto, può designare altrettanto bene le Miriadi – uno e molteplice – o il Misuratore. Una risposta a tre facce. Come vedete, gioco a viso aperto. Avrei potuto dire: non c’è che una risposta. Sono io quella risposta. Io, e null’altro. Ma sarebbe una risposta degna dell’uomo e del suo egocentrismo.»
Dopo un silenzio, la voce scende di un livello:
«Eccovi prigionieri di una gola vivente e smisurata. Che fa al contempo funzione di mura e di guardiano. Siete prigionieri in questa capsula per un altro viaggio, che però è immobile.»
La volta.
«Se pensate che quelle punte acuminate sopra le vostre teste stanno per triturarvi, per ridurvi in poltiglia, vi sbagliate. Questi organi tattili sono strumenti di osservazione e di misura. Determinano la vostra posizione. Presto, scenderanno fino a toccarvi. La forma e la pressione della volta si modificheranno. Vedete, le nostre tecniche valgono quanto le vostre. E attenderemo senza darci pena il raffinarsi del vostro sadismo. A dire il vero, mi prendo la rivincita. Mi avete obbligato a circoscrivermi nella durata, a rivestire una certa opacità per opporla alla vostra. Mi avete obbligato a esistere. Ma so mettermi in gioco. Vi lascio una possibilità. Solo, mi batterò con voi, contro l’Equipaggio al gran completo, in una partita a scacchi. La giocheremo con le vostre regole, ma con i miei pezzi e sulla mia scacchiera. Potete constatarlo: le punte sono rientrate, lo spazio della vostra prigione non si restringe più. Al contrario, le pareti sfumano, la luce si smorza. Non vi sentite più oppressi. E affinché la partita sia leale, potrete disporre di tutti i nostri mezzi. Siate miei ospiti e non miei prigionieri. Se vincete, siete liberi di proseguire il vostro viaggio. Se perdete, vi tratterrò, vi imbalsamerò e vi incapsulerò. L’Equipaggio figurerà tra i trofei delle Miriadi. Ora, precisiamo qualche particolarità del nostro gioco. Voi non toccherete i vostri pezzi. Vi accorgete, del resto, che non si può fare. Si sposteranno da soli, seguendo gli impulsi della vostra volontà. E perché questa si sviluppi chiaramente secondo le strade da voi scelte – è affar vostro – consultatevi. La prima partita non conta. Vi servirà per familiarizzare col gioco e di affinare le vostre tattiche. Pronti?»
Dissolvenza. Le pareti sono svanite. Sipari ondeggianti che si stagliano su uno sfondo da cinerama. Chiarezza. Sta nascendo un giorno. Siamo nuovamente in uno spazio indefinito. La volta si riduce a vapori che, lentamente, si colorano. Rosso da una parte, bianco dall’altra. Due soli si levano, uno di rame l’altro di lucido argento. Ogni astro libera dall’ombra la propria corte di pianeti che immerge nella sua luce: due di essi sono sormontati da calotte di ghiaccio, alti due non lasciano apparire che i loro anelli. Da ogni lato scocca una cometa che descrive una spirale prima di venirsi a sistemare vicino al sole del suo colore. È seguita da altri due pianeti, più pallidi, con la loro corona di satelliti. Una pioggia di asteroidi si ripartisce nei due campi avversi. Il rosso e il bianco si ordinano su una scacchiera dalle caselle alternate di luce e di ombra. Sole-re, regina-cometa, alfiere con l’elmo di ghiaccio, torre bardata di satelliti, anello-cavaliere, e scintillanti meteoriti per pedoni. Poco a poco i pezzi prendono posto. Ma continuano a girare su se stessi.
«Onore ai nostri ospiti,» dice il Misuratore. «A voi la scelta del campo.»
 Prendiamo il rosso, per sfidarlo.
Su una scacchiera di vetro giocano i toni sontuosi e delicati dell’aurora, i cui piani si intersecano, si compenetrano e confondono le loro sfumature. Ogni pezzo resta al di sopra della propria casella, che essa tinge leggermente. La sua luminosità tende a propagarsi nel senso di marcia. Il sole, che ora sembra di materia cristallina e nel quale si vedono passare riflessi di fiamma, da la tonalità, il suo chiarore all’ambiente. La cometa, la figura più brillante, dalle forme fluide attorno a un centro incandescente, irraggia in ogni direzione. Sotto la sua cappa di ghiaccio scintillante, l’alfiere emette, lungo la sua diagonale, luci intermittenti, salmone o bluastro, a seconda della sua squadra. La torre, d’ambra e d’alabastro, traina i suoi quattro satelliti che si spostano come lenti di un faro nel corso della loro lenta rivoluzione. Gli anelli trasparenti proiettano delle luci aranciate o lattee. I meteoriti, esplorati dagli irraggiamenti delle figure, stanno in guardia.
Apertura classica. Da ogni parte, i pedoni del sole sono avanzati di due caselle. Il Misuratore gioca l’anello del re. Questo pezzo, a differenza di quello tradizionale, non salta. Fluttua. La sua struttura gassosa gli permette di attraversare gli ostacoli che trova sul suo cammino. Si mantiene sfumato e lascia dietro di sé una scia di vapore.
In risposta facciamo uscire l’anello della regina.
Perché avvenga il movimento è sufficiente che la decisione sia formulata con tacito accordo (stiamo ben attenti a non svelare i nostri piani). Non manchiamo certo di allenamento, quante partite abbiamo disputato da poco, tra un viaggio e l’altro! Ma, questa volta ci diamo alla lotta con sfiducia. Sapremo comandare un meccanismo celeste che non obbedisce che alle proprie stesse leggi? Ci sapremo giocare senza che sia esso a giocare noi?
La trasmissione del pensiero è una disciplina di cui l’Equipaggio conosce tutti i contorni. Ma qui i nostri calcoli si coordinano imperfettamente. Cosa che ci preoccupa. Ora fiutiamo le prime astuzie del Misuratore: farci dubitare della nostra coesione, ricordarci che siamo diversi, ognuno col suo passo, il suo ritmo, il suo stile. È vero, nascono dei contrasti mentre prepariamo la nostra mossa. Le variabili si affollano nei nostri spiriti. Si confondono. Bisogna scegliere.
Alla fine ci sembra che uno scacco manovri da solo, prima che l’intero Equipaggio abbia consolidato una decisione. Lasciato aspettare, ha scelto da solo. Oh! Non ha tradito le nostre intenzioni. Non agisce a favore dell’avversario. Anticipa. La mossa delizia alcuni, sconcerta altri. La figura obbedisce ai suoi stessi impulsi. Manifesta la sua indipendenza. Creando una situazione ci mette davanti al fatto compiuto. Altre volte, essa prende una fortunata iniziativa che avevamo preventivato, senza però svilupparla; noi avremmo, a torto o a ragione, optato per un’altra variante. Gli asteroidi si comportano con una certa noncuranza, quando non si mostrano recalcitranti. Così giochiamo una partita nella partita, contro i nostri stessi pezzi. Essi sentono che non siamo capaci di controllarli. Forza! Dobbiamo affermarci, esercitare delle scelte più chiare e più rapide. Proseguiamo il dispiegamento delle nostre truppe.
Gli avversari si osservano.
Ma a dire il vero, lo spettacolo, le evoluzioni ci assorbono più delle nostre tattiche. Il Misuratore lo sa; ne gioisce.
Ogni pezzo interposto capta la luce che si diffonde lungo la colonna, la fila o la diagonale. Si incorpora; rompe o ravviva la tinta. Ne risultano combinazioni che si possono analizzare e che regalano nuove dimensioni al gioco. Per degli occhi preparati si dispiega tutta una strategia dei colori.
La cometa, risplendente, attira gli sguardi. Si sposta a velocità variabile, ora folgorante, ora lenta e maestosa. Avanza di colpo, e ripiega solo se minacciata. Tra le altre figure, gli alfieri sono i più rapidi con i loro spostamenti lineari. Se, per se stesse, le meteoriti intervengono poco nei giochi di luce, però si rivelano molto sensibili alle variazioni di illuminazione. Rubano i toni all’ambiente. In presenza di una figura diversa, si scolorano o si coprono, al contrario, di riflessi incendiati. Si rischia di sbagliarsi, di fare il gioco dell’avversario. E abbiamo anche la sfortuna di perdere un alfiere il cui fulgore ci nascondeva un pericoloso asteroide.
Preso, un pezzo si estingue, scompare dalla scacchiera. Permane un alone sul quale si staglia il nuovo occupante della casella. Quest’ultimo brilla di un fuoco più vivo che ha rubato alla sua vittima. Alla mossa seguente, l’alone svanisce.
Ammettiamolo. Quest’azione per soggetti interposti ci inquieta. Abbiamo l’impressione che la cosa ci sfugga. Ma il vero scontro si gioca contro l’influenza del Misuratore.
L’avversario bluffa. Senza dubbio, ma fa progressi. Fino a qui, la sua tattica ci sembra sconnessa. Lancia attacchi sporadici, impulsivi. Il suo piano di insieme non si rivela. Ma, anche se, da parte nostra, ci barcameniamo, lui occupa terreno. Ha fatto saltare la nostra linea di meteoriti. Dopo uno scambio svantaggioso al quale ci ha costretto (abbiamo perso una torre per catturare uno dei suoi anelli), si è saldamente stabilito al centro.
Attraverso le colonne scoperte, attacca. Ci confonde. Affonda, non esitando a esporre la cometa; lancia l’anello che gli resta in fughe temerarie.
Ma la sua audacia è profittevole. Ci paralizza. Siamo sulla difensiva. L’avversario ha il campo libero.
Le nostre posizioni cadono, una dopo l’altra. Una torre bianca entra in azione. Sul quadrato formato dai nostri pezzi attorno al sole rosso si delinea il pericolo. Proteggiamo la meteorite che copre il sole, senza la quale esso sarebbe messo in scacco dall’anello d’argento alla prossima mano. E la nostra cometa? Inchiodata da un alfiere bianco.
Accerchiati, vogliamo tentare l’arrocco. L’alfiere ce lo impedisce; obbligherebbe il nostro sole a rischiare uno scacco. La cometa bianca ci si avvicina. Non possiamo parare la doppia minaccia. Scacco. Curioso! Il nostro sole impallidisce. Poi diviene terreo.
È chiaro, siamo battuti. La ragione avrebbe voluto che abbandonassimo. Ma l’Equipaggio lotterà fino alla fine. Costringiamo il Misuratore a darci scacco. E lui lo fa.
Era da prevedere. Abbiamo perduto la prima partita. Comunque, abbiamo valutato l’avversario. Il suo gioco denuncia un essere sicuro di sé, disinvolto, che dalla sua vittoria avrà una scusa per rischiare ancor di più.
Contiamo sulle sue imprudenze. Incoraggiamolo.
«Quando volete, signori. A voi i bianchi. Quando giocano vincono, si direbbe.»
I pezzi hanno ripreso la loro posizione di partenza. I bianchi e i rossi stanno per scambiarsi di posto. Si dirigono gli uni verso gli altri. I ranghi si confondono, come in una parata.
Ecco. Nello schema delle caselle, ombre e luci s’invertono. Tutto è a posto.
In apertura, il Misuratore attacca. La sua cometa discende in diagonale a minacciare la meteorite del re. La temerarietà del nemico diviene insolente. Ma per contenere la sua avanzata ci è sufficiente spostare l’anello. L’avversario frappone l’alfiere. La nostra torre entra in linea. Il Misuratore non ha scorto la manovra? Sta per sacrificare l’alfiere? Per trarne quale vantaggio?
L’anello prende l’alfiere. La cometa vibra, danza, poi rapidamente batte in ritirata. Il Misuratore esita. La sua offensiva ha fallito. Perde del tempo prezioso. E l’iniziativa la prendiamo noi.
Attacchiamo a nostra volta, senza posa.
Ora è il nostro vantaggio che valutiamo. Insieme, scateniamo più rapidamente la nostra minaccia, facciamo il più rapidamente possibile la valutazione di tutte le possibilità. Ogni nostra mossa è fruttuosa.
Il sacrificio di un pedone ci consente di aprire nel dispositivo nemico una breccia nella quale le nostre forze si infiltrano.
Scacco al sole. Braccato, l’astro perde di lucentezza. Il Misuratore ci blocca per mezzo della cometa catastroficamente ripiegata. Scacco al sole e alla cometa. Il Misuratore deve sacrificare la seconda. Scacco al sole. La sua luminosità diminuisce gradualmente. Lento e pesante, si sposta. Scacco. Il sole nemico si trascina sulla casella vicina. Sospingiamolo fino al bordo.
Scacco matto!
Il Misuratore è caduto nella sua stessa trappola. Siamo liberi!
Il gioco si spegne.
Esplode una risata.
Notte.

(Traduzione di Giorgio Sangiorgi)