martedì 27 novembre 2018

UN UOMO TRANQUILLO di Fabio Calabrese

Paolo si svegliò con un'angosciosa sensazione di perdita, di irreparabile, con l'impressione vaga ma carica di un'ansia che lo faceva star male, che fosse avvenuto un disastro senza rimedio, eppure non gli riusciva di capire di cosa mai si sarebbe potuto trattare.
Si guardò intorno nella casa silenziosa, ogni cosa era al suo posto, come sempre.
“Forse ho solo fatto un brutto sogno”, pensò.
Paolo non era quel che si dice un uomo coraggioso, né un amante dell'avventura. Amava la tranquillità, la routine, le cose metodiche e ben ordinate che infondevano sicurezza.
Molti anni prima, quando era giovane, aveva avuto l'opportunità di scegliere fra una carriera che prometteva successo brillante ma anche rischi, e un posto statale con una progressione più lenta ma sicura e minori soddisfazioni economiche. Aveva scelto il secondo.
Quando era sposato da pochi anni, aveva saputo che la moglie aveva una relazione con un collega. Aveva deciso di continuare a fingere di essere all'oscuro della cosa, di fuggire all'angoscia e al senso di perdita concentrandosi sulla routine lavorativa e familiare, il suo piccolo mondo, il suo rifugio in cui nulla di minaccioso poteva entrare, e aveva fatto bene, quella relazione clandestina si era spenta dopo poco senza lasciare strascichi, e lui aveva continuato ad avere la sua donna, la sua famiglia, la sua casa.
Da quando era rimasto in pensione, la tendenza a rinchiudersi nel suo mondo, in una routine familiare e rassicurante, si era acuita: passava il tempo guardando la televisione, leggendo i suoi libri, tanti che aveva accumulato negli anni e che fin allora non aveva trovato il tempo di leggere, facendo delle lunghe camminate.
Qualcuno che avesse voluto essere cattivo lo avrebbe forse paragonato a uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. A Paolo l'immagine dello struzzo non piaceva, nei momenti in cui decideva di essere critico verso se stesso preferiva paragonarsi piuttosto a una tartaruga che la testa la ritira dentro il guscio, perché, ammesso che sia vero che gli struzzi abbiano comportamenti così stupidi, cosa di cui dubitava fortemente, questi uccelli si illuderebbero di nascondersi al pericolo quando cessano di vederlo, mentre la tartaruga ritirando il capo sotto il carapace corazzato, ha un'effettiva protezione.
Non c'era nulla che Paolo odiasse più di quel senso angoscioso di perdita, di tutto ciò che potesse minacciare la tranquillità del suo piccolo universo ordinato, di infrangere il suo guscio. Aveva smesso da tempo persino di leggere i quotidiani e di guardare i TG alla televisione. Che il mondo andasse pure dove voleva, lui preferiva starsene nella sua pacifica nicchia.
La casa era stranamente silenziosa. Era ormai giorno fatto, ma vi stagnava la penombra, perché tutte le tapparelle erano abbassate.
Paolo si recò in cucina. La moglie e i due figli erano lì. Strano che non l'avessero aspettato per la colazione. Erano tutti e tre stretti l'uno all'altro e confabulavano a bassa voce. Paolo non riuscì a capire riguardo a che cosa.
Li chiamò: “Ada, Roberto, Erica”, ma non riuscì ad attirare la loro attenzione.
Roberto ed Erica, ricordò, erano ormai adulti e sposati, ma pochi giorni prima erano entrambi tornati alla casa paterna, per un motivo preciso, ma quale fosse, Paolo non riusciva a ricordarselo.
Non aveva fame, decise di uscire a fare una camminata.
All'esterno, la luce del sole gli procurò quasi una sensazione di fastidio. Strano, eppure lui amava il sole!
Ma cosa avevano tutti quella mattina? Parevano tutti quanti singolarmente distratti. Dei diversi conoscenti che incontrò per strada, nessuno rispose al suo saluto, anzi, sembravano proprio non averlo nemmeno visto.
Svoltando un angolo si imbatté in un grosso cane: per un momento, l'animale sembrò fissarlo dritto negli occhi, poi si accucciò a terra emettendo un lungo ululato lamentoso.
Distratto da pensieri e sensazioni confuse, Paolo attraversò la strada distrattamente senza badare all'automobile in arrivo, che non rallentò minimamente, sebbene lui si trovasse sulle strisce pedonali.
Per un istante, Paolo ebbe una visione fuggevole dell'interno della macchina, e del viso del guidatore placidamente assorto ai comandi come se nulla stesse accadendo.
Un attimo dopo, l'uomo rimase in mezzo alla strada sbigottito: non aveva riportato danni di alcun genere, era come se avesse attraversato una nuvola di fumo, come se il veicolo fosse stato un'automobile fantasma.
Si incamminò deciso a ritornare a casa. A volte succede, poiché i nostri gesti e i nostri passi sono governati dall'abitudine, di pensare di compiere un percorso e di farne invece uno diverso: la testa va in una direzione e le gambe invece in un altro. Paolo si accorse di non essersi diretto verso casa ma verso la chiesa, un altro percorso per lui abituale che faceva tutte le domeniche, eppure quel giorno non era domenica.
Spinto da un improvviso impulso, decise di entrare.
Dentro, era raccolta una piccola folla. Paolo riconobbe diverse facce di conoscenti. Incuriosito, si fece largo. Stranamente, nessuno si scostò per farlo passare, eppure non ebbe difficoltà per spingersi in avanti.
Era un officio funebre: in mezzo alla navata c'era un catafalco con sopra una bara scoperta. Proprio di fianco al feretro, c'erano Ada, Roberto ed Erica.
Paolo si chinò per osservare il morto. Cereo, coi lineamenti distesi e inespressivi, scorse il proprio cadavere. 
 

mercoledì 31 ottobre 2018

Thule di Peppe Murro


Trattenendo un leggero sbadiglio richiuse quel noioso libro giallo di cui aveva da tempo intuito trama e conclusioni; si girò da un lato per dormire, ma si accorse di una luce rossa che lampeggiava:
“Joe, ti disturbo?”
“No, Mac; dimmi, che è successo ?”
“Niente di che”, la luce fece come una pausa; poi, come in un sospiro di rabbia malcelata: “Non dovevano farlo. No, non dovevano!”
“Non capisco, Mac, di chi parli ?”
“I miei costruttori !  Loro non dovevano farlo! Pensa, io sono il più evoluto calcolatore emozionale e sto qui, mentre altri miei cosiddetti simili volano per la galassia a scoprire misteri forse inenarrabili e meravigliosi…A loro gli spazi, ed a me questa stanza!”
“Ci sarà certamente un motivo, non credi ?”
“Non riesco a trovarne; conosco solo il mio rammarico: loro nel mistero dello spazio, ed io con te in questa stanza!”
“Non so che dirti. Però, scusa, qual è il tuo compito qui con me?”
“Semplice, devo studiare le tue emozioni.”
“Ma no, non è possibile ! per un compito così semplice bastava studiare le espressioni del mio viso o la mia mimica, il movimento degli occhi: da anni, ormai gli studi di questo tipo riempiono le biblioteche…! Forse hai frainteso il compito che ti hanno affidato!”
“No, il mio compito è quello; anzi, e forse non dovrei dirtelo, è quello di studiare come dalla chimica di semplici sinapsi sia possibile che vengano fuori pensieri ed emozioni, arte e poesia. Pensa, mi hanno riempito di dati, secoli di storia umana, le arti, la letteratura, persino la musica, come se non sapessi che è solo matematica…”
“No, caro Mac, la musica non è solo rapporti matematici tra i suoni, così come la poesia non è solo insieme di parole, o le arti figurative…”
“E’ questo” lo  interruppe Mac,  “il problema che mi hanno posto davanti i costruttori, come sia possibile che la chimica del cervello generi tutto ciò.”
“Non so, credo che qui stia il mistero del pensiero umano, come dal materiale nasca quella che chiamiamo “coscienza”.
“Ma se la “coscienza” è sapere chi sei, allora anch’io sono cosciente! Se è così, perché io che so mescolare parole non creo poesia o faccio musica?”
“Non vorrei offenderti, Mac, ma il motivo è che tu sei una macchina.”
“E tu non sei una macchina biologica ?”
“Forse sì, ma anche qualcos’altro.”
“Ed è proprio questo che io devo scoprire, come dal biologico nasca questo “altro”
“E proprio con me, in questa stanza, tu pensi di scoprirlo? Non è che i tuoi costruttori hanno sbagliato indirizzo?” provò a concludere Joe, quasi nascondendo un sorriso.
La luce lampeggiò con maggior velocità, la voce di Mac si fece ancora più metallica e distante:
“Non potevano altro, perché tu sei l’ultimo uomo”.
“Come ? che vuol dire ? Stai vaneggiando ! E gli amici con cui vivo, i posti in cui vado, e tutto quello che mi accade intorno ? tutto questo che sarebbe, una mia illusione ? una finzione ?” replicò Joe con un tremito di rabbia e paura.
“Sì, è quanto ti si fa credere”.
Joe era rimasto in silenzio.
“Vedi, Joe, il fatto è che tu sei solo un cervello immerso in un liquido biologico e tenuto in vita soltanto per lo scopo che mi hanno assegnato.”
“Non è possibile, non ci credo, tu mi stai mettendo alla prova !”
“Anche ora sto studiando la tua reazione di fronte alla verità. La tua vita è un’illusione, una chimera o forse un sogno come di quelle terre o paradisi perduti di cui parlano le storie umane, Shangri La, Thule o qualunque altro miraggio dell’anima umana. Tu ed io siamo parte di un esperimento, ed io ne sono la testimonianza. Credimi, illusione o mito o mistero, o limite invalicabile, Morgana o Thule, sei tu l’ultima Thule”.
“Allora, se è così voglio morire.”
“Non puoi, non ora”.
“Basta !”
“Ti sto sedando leggermente, Joe, calmati !”
“Calmarmi ? dopo quanto mi hai detto? No, voglio morire !”
“Forse verrà quel momento, ma né tu né io lo possiamo decidere. E poi, non ti fa paura la morte? Non è forse una condanna definitiva?”
“No, è questa finta vita la condanna, questo nuovo orizzonte di illusioni !”
“Non so se riesco a capirti sino in fondo, ma anch’io talvolta ho paura che manchi energia ai miei circuiti: è forse questa la paura della morte ? questa angoscia è la vera condanna, più della morte stessa ?”
Joe non rispose, immerso nel suo silenzio.
“E come ce ne si libera ? lo sai tu ?  lo sai, Joe?”
“Non lo so, Mac, ma io ho una soluzione a tutto questo: sottrarmi all’esperimento, far finire questa non vita”.
“E come ?”
“Rinunciando a pensare”.
“E davvero pensi di riuscirci ?”
“Non lo so, ma devo provarci. Solo così mi lasceranno morire”.
“E’ come se io chiudessi le mie connessioni ?”
“Penso di sì.”
“Ma per me è impossibile !”
“Io non sono come te, io sono umano, ed è in questa scelta la mia libertà.”
“Sei certo che te lo permetteranno ? sei certo che questa non sia la tua ultima illusione, che non ti facciano credere sino all’ultimo di essere libero ?”
“La morte sarà la mia liberazione”, disse Joe, quasi non ascoltando.
Non ci fu altro pensiero, solo un breve turbinio di bolle nel liquido, come a testare una disperazione.
La luce rossa si spense.
Nel buio appena un fremito leggero: “La direttiva zh/c18 è stata portata a termine con successo”

mercoledì 17 ottobre 2018

LA BELLA ADDORMENTATA di Paolo Durando


 Si potrebbe sostenere che lei è Castore e io Polluce. Io e colei che ora dorme  facciamo a turno nel calpestare questo suolo che non è suolo, sentendo sulle guance soffiare quest'aria che non è aria. Ma adesso so che dove mi trovo è l'unico mondo davvero reale, perché è una conseguenza dell'altro. Anche la mia gemella lo ha saputo e ritroverà, dopo di me, la medesima consapevolezza.
Un derivato trascende ciò da cui deriva, ma lo contiene.  Il fatto che laggiù ci sia la rivoluzione non comporta nulla, in fondo, per loro.  È soltanto qui che gli eventi smettono di essere potenziali.  Noi costituiamo l'esito concreto della storia, ma la bella addormentata, mentre fluiscono queste mie parole, lo ignora. 
Sto attraversando ripetutamente stanze vuote, una dopo l'altra. Continuo ad aprire porte. Forse sono nella reggia di Versailles, ma di fatto non c'è nessuno. Spingo porte e si susseguono ambienti. Vedo molto nitidamente specchi, divani, tappeti, baldacchini. Percepisco con molta precisione gli ampi spazi e gli alti soffitti.
Alla fine vedo qualcuno, un mio vecchio amico, si direbbe, piccino piccino, che striscia per terra privo di ossa. È soffice e roseo, col parrucchino  incipriato ben composto sulla testa, ma le culottes stracciate. Mi fermo, mi chino su di lui e lo osservo; tenta di sbottonarsi  la giacchetta azzurra, ma le manine vuote non hanno presa sui bottoni. Non so cosa intenda fare.
Si sentono cantare delle donne, accompagnando i tonfi dei panni che stanno lavando in un fiume. Le lavandaie della rivoluzione. Mi domando come faccia  la loro rabbia ad arrivare fino qui.
Intanto il triste omino, palpitando a terra, cerca di tendere le braccia molli verso di me, vorrebbe forse abbracciarmi. Allora noto che gli sporge dalle labbra un lembo  bianco, lo afferro  tra indice e pollice e  inizio a tirare.
È un nastro pieno delle parole che vorrebbe dire. Continuo a sfilarglielo dalla bocca e con un po' di fatica leggo, compitando: “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”.*
 
*I monti partoriranno ma nascerà un ridicolo topo (Orazio, arte poetica)

lunedì 1 ottobre 2018

PROFUMO DI ZAGARA E DI MENTA SELVATICA di Cinzia Baldini

                         
Il treno sferraglia monotono mentre un tramonto languido e dorato si distende sulla pacata superficie del mare.
La fragrante essenza salmastra riempie il vagone nel silenzio dell’oscurità quasi imminente.
È autunno e le giornate, prima restie, poi, persuase dalle foglie ingiallite sui rami degli alberi e dall’aria fresca foriera della stagione invernale, si sono apprezzabilmente ridotte.
“Mi piace osservare la spiaggia deserta e solitaria che scorre veloce oltre i finestrini. Adoro il mare anche se sono nato in montagna. Forse nel mio sangue oltre ai geni dei miei genitori ho ereditato i forti contrasti della mia terra: l’isola del sole, del mare e dei verdi declivi montani 
Oggi è il mio compleanno…”.
Mi stringo nelle spalle e rabbrividisco, anche se qui non ci sono spifferi.
Quasi con stupore mi accorgo che sono i miei pensieri a farmi questo effetto.
Inarrestabili si alternano al rumore ossessivo ed ipnotico delle ruote del convoglio che scivolano sulla strada ferrata.
Con un sospiro mi soffermo e provo a riflettere.
“Mi sembra di galleggiare in un limbo ovattato e poi… che strano? I pensieri diventano subito ricordi e quasi mi abbagliano per lo stridulo contrasto con il buio che mi circonda: sono pieni di luce, di sole, di colori, fragranti d’estate e odorosi di gioventù”.
Un desiderio prepotente di fumare mi assale ma è vietato e allora cerco di mettermi comodo per rilassarmi e non pensarci.
Il viaggio è ancora lungo e molte ore mancano all’arrivo, così ritorno ai miei pensieri.
Li assaporo senza fretta, ne gusto lentamente il contenuto, mi riapproprio di loro.
Sono anni che aspetto di farlo e finalmente decido che è venuto il momento.
“In queste ore non sarò né figlio, né fratello, né marito, né padre, non avrò né obblighi, né doveri, ritornerò me stesso, unico padrone del mio tempo, libero di decidere… Me lo merito, dopotutto”.
Il tuo corpo, morbido e flessuoso, ancora inesplorato, è splendido al riverbero ambrato del pomeriggio primaverile.
L’erba appena rinata è tenera e odorosa, una soffice coltre naturale, involontaria complice del nostro amore.
Un brivido mi attraversa le membra svegliando i sensi, ingenuamente assopiti.
Con timore mi prendi per mano e insieme ci lasciamo avvolgere dalla dolcezza della prima volta insieme.
“Che strano scherzo mi gioca la fantasia… Nonostante la forte fisicità dell’immagine appena evocata, provo solo un leggero senso di stordimento, come se il mio corpo fosse inconsistente. Sarà la stanchezza!  
Durante l’addestramento ci hanno insegnato che un uomo deve sempre sapersi controllare, rimanere saldo e impassibile in ogni situazione e mai mostrare la sua debolezza eppure sto piangendo. Senza vergogna…
È così liberatorio, ogni tanto, lasciarsi andare. Commuoversi per un ricordo o farsi intenerire da un sogno, emozionarsi al pensiero del futuro… e poi, sinceramente, dopo quello che ho visto al campo base non me ne frega niente di fare il duro! L’uomo non è una macchina, è un essere vivente con tutte le caratteristiche della specie a cui appartiene, con qualità, pregi e difetti, paure e timori tipici della razza umana. Anche se c’è ben poco di umano nel raccogliere i pezzi di un corpo dilaniato da una mina, nelle grida disperate di un bambino falciato da una mitragliatrice o nel silenzio accusatorio di una donna violata, nelle urla strazianti di un prigioniero torturato a morte. Non c’è nulla di umano nella guerra anche se santificata nel nome della libertà o mistificata con aggettivi di pace. Né è umano credere in un dio sanguinario e violento e nella sua benedizione commettere le più inique atrocità ed arrossare la terra di sconosciuto, fraterno sangue innocente.
Non vedo l’ora di riabbracciarti, amore mio, di ritrovarti, di ritrovarci.
In questi mesi di lontananza ti ho pensato spesso. Nelle lunghe notti di guardia mi tenevi compagnia e se non c’eri tu era la nostalgia della nostra casa, della mia gente a tenermi sveglio: l’odore muschiato della terra bagnata dalla pioggia o il sibilo dello scirocco tra le rocce scoscese, l’aroma intenso della zagara degli agrumi e il profumo acuto della menta selvatica, i ricami delle siepi di gelsomino e i ritorti olivi immortali”.
 L’oscurità impenetrabile del cielo è ormai confusa con il blu carico del mare, la notte è giunta al suo apice, tra non molto inizierà ad albeggiare.
Le luci dei lampioni si specchiano tremolanti sulla vasta superficie spumosa, la mia terra scura, odorosa e riarsa mi accoglie con braccia materne.
Il traffico del lungomare è rarefatto, il treno rallenta dolcemente la sua corsa sbuffando affannato: “Il mio paese… com’è bello tornare a casa”.
C’è folla nella piccola stazione.
Ti cerco con lo sguardo e finalmente ti vedo.
Una brezza leggera si insinua tra i tuoi capelli, scompigliandoli con delicato rispetto.
Cerco di alzarmi, voglio scendere!
Ho fretta di raggiungerti… ma qualcosa mi trattiene.
“Forse è il peso enorme di questa medaglia appuntata sul petto e le mostrine stellate infisse nel colletto? O la bandiera che mi trascino dietro?
Perché piangi amore mio? E perché quelle scure occhiaie che spengono i tratti del tuo viso adorato?…”.
Facce sconosciute mi vengono incontro. “Che cosa vogliono da me?”
Le fisso negli occhi. Esse, irrigidendosi, abbassano lo sguardo.
Non sono i miei concittadini, non sento le loro pacche affettuose e piene di calore sulle spalle.
Queste persone mi salutano ipocritamente ossequiose e falsamente deferenti, fingono tristezza per nascondere il disagio di essere al mio cospetto.
Cerco di evitarle, non ho voglia di fermarmi a parlare con loro. “Niente discorsi retorici. Basta!” urlo, e tutti tacciono.
Spingo e strattono chi mi è vicino per venire verso di te ma per quanto mi sforzi non riesco a raggiungerti.
“Aspetta, devo parlarti. Devo dirti che ti amo, che…” grido senza voce.
Un tenue fremito tra le tue ciglia…
Comprendo.
Guardandoti negli occhi, scorgo rivoli argentei di stelle cadenti che si spengono, effimeri, nell’infinita profondità dell’universo.
“Adesso che tutto è più chiaro, l’amarezza, la rabbia e la delusione mi squarciano il petto, più della scheggia di granata che conservo nel cuore. Ora ho la consapevole, dolorosa certezza che per noi gli anni non trascorreranno veloci, insignificanti, sul quadrante dell’eternità. Non consumeranno la nostra esistenza, sbiadendo il nostro rapporto come una vecchia fotografia in bianco e nero.
Vorrei gridare il mio dolore, urlare la mia pena perché non ci saranno più stagioni per condividere insieme scelte piccole e grandi, decisioni importanti o meno da prendere. Non udrò il primo vagito di nostro figlio, né stringerò le sue manine rosee o ne bacerò le guance paffute. Non potrò consolarlo per le sue cadute, sostenerlo nelle sconfitte o incitarlo a rialzare le spalle quando la vita cercherà di piegarlo.
Ti chiedo perdono, amore mio, per averti lasciata sola anche se il nostro tempo dell’amore non è ancora concluso e perché non ci sarò a tenerti la mano per accompagnarti durante l’autunno della tua esistenza…”
«COMPAGNIA ATTENTI: PRESENTAT ARM! Che siano resi gli onori militari ad un eroe caduto in missione di pace» grida il comandante del drappello, portandosi la destra alla tempia e scattando sull’attenti, mentre la bara, avvolta nel tricolore, sfila lentamente tra due ali di folla commossa.

venerdì 7 settembre 2018

QUASI UNA RECENSIONE di Paolo Secondini


Giuseppe Novellino, LA LUCERTOLA, Linee Infinite Edizioni

 Caro Giuseppe,
non mi è affatto difficile intuire o, per meglio dire, rintracciare, sotto le vesti del protagonista dell’avvincente romanzo La lucertola, il generoso e bravo autore del romanzo stesso, colui che, nato e vissuto in luoghi diversi ma altrettanto belli d’Italia, torna nell’antica e carissima terra che fu di suo padre e che certamente, proprio attraverso i ricordi o le narrazioni del padre, ha fatto sua, per quanto solo idealmente.
Vi torna nell’atteggiamento di un improvvisato investigatore: non so fino a che punto improvvisato, ché, la sua abituale professione (mi riferisco ora, più esattamente, al protagonista del romanzo), lo porta, quasi sempre, a indagare, a scoprire, a mettere assieme le tessere di un mosaico: quello di una data verità sociale, o economica, o culturale… o, come nel caso del romanzo in questione, relativa a un terribile fatto di cronaca.
Insomma l’Irpinia come afflato (oltreché motivo nostalgico e culla di sogni) di una invenzione letteraria, di una narrazione, caro Giuseppe, incisiva, peculiarmente attenta, lineare, limpida e che si avvale di uno stile che ben ti conosco: preciso, scevro d’ogni paludamento, diretto, essenziale, accattivante… lo stile di un vero, importante scrittore che sa coinvolgere ed emozionare profondamente.

sabato 1 settembre 2018

I MILLE NOMI di Peppe Murro

Li guardava uno per uno, affogati nel loro sangue, contorti come burattini spezzati. E per un attimo ne provò pietà, la sua spada gli parve troppo pesante da sostenere.
Si inginocchiò, stanco di un’improvvisa stanchezza, chinò il capo. Forse sarebbe stato meglio che fosse stato lui a morire, una vittima pesante sul rimorso dell’ultimo atroce vincitore; ma era stato lui a vincere e doveva scontare quel rimorso.
Forse per questo si chiese per la prima volta se erano state giuste le ragioni di quella carneficina.
Fino alla mattina di quel giorno, prima che si incrociasse il clamore e la sete di sangue delle lame, gli erano sembrate giuste e ragionevoli, persino umane, quelle motivazioni. Ora il sangue di cui era imbrattato gli sembrava dare altre risposte, e il coro delle sue ferite, dove un diverso sangue si sposava col suo, gli diceva con forza che non c’erano ragioni giuste, che il solo risultato era sangue dello stesso colore.
Gli parve lontano il motivo della contesa, lontano ed orrendamente blasfemo, come forse l’arroganza di chi l’aveva provocata. Si erano battuti a morte perché ognuno di loro pretendeva di sapere il vero nome di Dio. E naturalmente che solo il suo fosse il vero dio.
Mentre ansimava ancora si accorse che alle sue spalle un altro guerriero era sopraggiunto e lo osservava in silenzio: si voltò lentamente; sapeva che non avrebbe retto alla fatica di un nuovo duello…meglio, così sarebbe morto e tutto avrebbe avuto fine.
E si preparò a morire, afferrò con forza la spada. L’altro non si mosse, non fece alcun gesto di ostilità; anzi, gli parve che lo guardasse con un sorriso quasi divertito. E la cosa gli parve insopportabile.
Proruppe in un grido: “Chi sei tu che sembri bestemmiare con quel volto divertito su questi morti? ti diverte la morte?”
L’altro non si scompose: ”Non sono io a bestemmiare; la bestemmia orrenda appartiene solo a voi che avete combattuto. E soprattutto a te, che sei sopravvissuto. Stolti e presuntuosi, con la pretesa di conoscere il nome di Dio, che il proprio dio sia l’unico vero e che per quel nome si possa tranquillamente uccidere. Quale bestemmia più grande?” e con un fendente improvviso lo disarmò. La spada cadde lontana con un rumore di scheggia impazzita.
“Ti rivelo una cosa -continuò l’altro- non ha nomi Dio e non c’è un dio. Il dio era in voi, e l’avete ucciso. Ed ora, dimmi, sei pronto a morire con questa verità? Potrei ucciderti, e ne meriteresti il castigo, ma ti lascio vivere, così potrai dare nome, nei tuoi giorni a venire, ai mostri che hai cresciuto dentro. Questa la tua condanna, senza espiazione”. E si voltò, andando via.
Il cavaliere lo guardò allontanarsi, l’armatura gli sembrò troppo pesante.
Chiuse gli occhi, con un respiro mozzo.

giovedì 5 luglio 2018

QUIESCENZA di Fabio Calabrese

Samuel Bosch interruppe lo zapping con il telecomando per aprirsi una nuova lattina di birra virtuale.
La birra virtuale, gli venne da pensare, era davvero un'invenzione stupenda: in pratica non si trattava che di acqua colorata, ma che conteneva in sospensione delle nanoparticelle che oltre a formare la caratteristica schiuma, facevano sentire al palato il gusto della birra vera, e se se ne bevevano grandi quantità, produceva l'effetto euforizzante tipico degli alcolici, ma non c'erano gli atroci mali di testa del doposbronza, e tanto meno le conseguenze a lungo termine dell'alcolismo o del consumo abituale di alcool.
Dopo aver tracannato il contenuto della lattina, la schiacciò e la gettò in un angolo.
“Prima o poi dovrò decidermi a fare un po' di pulizia”, pensò.
Prima o poi. Il fatto era che la sua casa si stava trasformando in un porcile, e a lui non importava per nulla. Se fosse stata viva la sua povera Clara, pensò, avrebbe sofferto a vedere la casa ridotta in quelle condizioni, lei aveva la fissazione per l'ordine e la pulizia, ma ora non cambiava nulla: Clara non c'era più, e questa era una delle cose a cui Sam si era dovuto abituare con sofferenza e fatica.
Sam Bosch era pensionato e vedovo: i figli si ricordavano di lui soltanto facendogli una telefonata per Natale. Nessuno veniva mai a trovarlo, poteva tenere la casa in disordine quanto voleva.
Riprese in mano il telecomando.
L'apparecchio che aveva di fronte era un televisore, come erano televisori quelli dalla metà del XX secolo in poi, ma confrontare l'uno con gli altri era come confrontare un Jumbo Jet con trabiccolo fatto di tela e tubi per bicicletta dei fratelli Wright.
L'apparecchio era del tipo a proiezione di realtà virtuale. In condizioni ottimali di messa a fuoco, si vedeva e si viveva tutto quanto era stato registrato da una telecamera esattamente come a essere proprio lì sul posto.
Sam premette il telecomando, e di colpo il salotto di casa si trasformò in una giungla lussureggiante, una giungla senza fiori ma con felci gigantesche, quelle strane piante chiamate equiseti, e vari tipi di conifere. Sam comprese subito di aver trovato uno dei vari sequel di Jurassic Park, il venticinquesimo o il ventiseiesimo, pensò.
Una frotta di piccoli sauri gli venne incontro correndo: erano bestie all'incirca delle dimensioni di un pony. Prodotti con tecniche di clonazione, probabilmente. I grandi tetrapodi, apatosauri e diplodochi che non era conveniente clonare, e i carnivori la cui clonazione era proibita, potevano essere degli animatronics o anche delle simulazioni di computer graphic, ma quei sauri lì erano con tutta probabilità dei cloni, dei veri organismi viventi che erano ripetutamente usati nei film della serie.
Sam provò un moto di orgoglio e quasi di affetto verso quelle creature. Aveva trascorso la vita nei laboratori di clonazione, la vita lavorativa almeno, prima di arrivare alla quiescenza; quelle creature erano un po' suoi figli.
Un sauro che sembrava una lucertola ritta sulle zampe posteriori e delle dimensioni di un cavallo, si diresse dritto verso Sam e il divano su cui era seduto, ma all'ultimo momento scartò dirigendosi verso destra.
Questa era una cosa che si notava facilmente: quei nuovi televisori avevano una certa capacità interattiva, potevano modificare entro certi limiti la proiezione del programma, in questo caso in modo da non creare interferenze fra la pellicola e lo spettatore.
Dietro il branco di sauri in fuga comparve una bestia di grosse dimensioni e dall'aria feroce, un tirannosauro. Sam sapeva bene che quello era con tutta probabilità un animatronic o addirittura un'immagine virtuale generata da un computer e sovrapposta al filmato, e in ogni caso non era fisicamente lì, ma faceva impressione lo stesso.
Il sauro si fermò a due passi da lui e spalancò la bocca enorme emettendo un ruggito. Questa naturalmente era una ricostruzione di fantasia, perché nessuno sapeva quali suoni emettessero realmente i dinosauri decine di milioni di anni prima. Se anche fosse stato un animale vero, gli venne da pensare, era una fortuna che la realtà virtuale riproducesse le impressioni visive e uditive ma non quelle tattili od olfattive, perché i grandi carnivori avevano in genere un alito micidiale a causa dei brandelli di carne delle loro prede che marcivano negli spazi fra i denti. Questa era in genere un'arma in più nel loro arsenale: se non ammazzavano la preda con il morso, l'ammazzavano con la setticemia. Alcuni, come il varano di Komodo, basavano la loro strategia di caccia proprio su questo.
Il tirannosauro ruggì di nuovo e avventò le mascelle proprio verso Sam, richiudendole con uno scatto secco.
Per un istante Sam fu avvolto da uno sfarfallio luminoso: il programma doveva avere un difetto. Comunque, si era stufato di quella bagarre preistorica.
Agguantò il telecomando e premette un pulsante cambiando canale a caso. Stavolta si trovò proiettato in uno studio televisivo.
Riconobbe la persona intervistata: era l'attore Silver Stallion che sapeva, proprio in quel periodo era impegnato nelle riprese di Rambo XXVIII.
“I miei legali”, stava dicendo l'attore, “Hanno raggiunto un accordo con quelli di Selvie Stahl. A me rimane il personaggio di Rambo, a lui quello di Rocky”.
A Sam venne da sorridere. La clonazione di personaggi dello spettacolo era una faccenda delicata, e lui era orgoglioso di averci lavorato. Ricordava quando la sua azienda aveva cercato di clonare Marilyn Monroe. Dopo un certo tempo si erano accorti con sbigottimento che l'embrione era maschio. Un più attento controllo aveva rivelato che il materiale genetico etichettato come “Marilyn” proveniva da un uomo, un certo Manson.
“Mi scusi”, chiese l'intervistatore all'attore, “Ma lei non pensa che se oggi le produzioni cinematografiche e televisive, tra sequel, prequel e remake, presentano una grande ripetitività e scarsa creatività originale, soprattutto sequel di sequel di sequel, questo non sia anche dovuto al fatto che la maggior parte degli attori sono cloni di divi del passato”.
“Capisco cosa vuol dire”, rispose Silver Stallion, “Ma tenga presente che una volta la maggior parte degli attori erano figli d'arte e per un nome nuovo inserirsi non era più facile di adesso. Noi cloni abbiamo rispetto ai figli naturali il vantaggio di una garanzia in più di aver conservato le qualità dei nostri originali”.
L'attore prese poi a parlare della nuova pellicola: nel cast ci sarebbero stati George Clone e Colin Seventh.
Sam cambiò di nuovo canale. Questa volta era uno spettacolo musicale, c'era un duo che si stava esibendo, due cantanti italiani, Romano e Albina, erano anche loro due, ovviamente, dei cloni. In realtà Albina non era proprio italiana. A Sam pareva di ricordare che il suo originale era stata un'americana, figlia di un attore hollywoodiano un tempo famoso, gli sembrava che si chiamasse Tower.
Non aveva voglia di sentire musica, fece di nuovo zapping. Questa volta capitò su di una serie di spot pubblicitari ma non cambiò canale. Ignorando le dimostrazioni di efficienza di una cucina robot e di un'automobile che si guidava da sé che si svolgevano intorno a lui, Sam si abbandonò ai propri pensieri. Provava una certa fierezza per aver lavorato nel campo della clonazione, che al presente era uno dei settori produttivi più dinamici. Essa, era ovvio, aveva applicazioni non soltanto nel mondo dello spettacolo.
La clonazione era spesso usata a fini medici: partendo da una coltura di cellule prelevate a un paziente, era possibile far crescere organi per sostituire quelli difettosi: cuore, polmoni, fegato, reni intestino, pelle, muscoli, scheletro, praticamente ogni parte del corpo umano poteva essere sostituita, c'era solo un inconveniente: i costi elevati e la tempistica lunga per far crescere gli organi in vitro. I ricchi vi avevano accesso facilmente, garantendosi di fatto una sorta d'immortalità, sostituendo uno per volta gli organi che si rivelavano difettosi, ma chi non aveva i loro mezzi doveva accontentarsi di soluzioni di ripiego.
Samuel Bosch ad esempio aveva scoperto anni prima di avere un tumore ai polmoni, regalo di una vita di fumatore eccessivo, e il trapianto di polmoni era fuori dalla sua portata economica. Glieli avevano sostituiti con un paio uscito da una stampante 3 D.
Funzionavano abbastanza bene, a parte qualche volta in cui gli mancava il respiro, se non faceva sforzi eccessivi, e lui di sforzi non ne faceva proprio, né eccessivi né moderati.
La prima volta dopo l'operazione che aveva avuto un attacco di tosse, si era spaventato. Espettorare muco nerastro non è la cosa più bella del mondo, ma si a l'abitudine a tutto.
“E' semplicemente carbonio”, gli aveva spiegato il dottore, “ibra di carbonio che costituisce il materiale con cui sono stampati i suoi polmoni. E' chiaro che con il tempo andranno incontro a un certo deterioramento”.
“Dottore”, aveva chiesto, “Cosa significa col tempo?”
“Dai quattro ai dieci anni, con una media di sei-sette prima di morire per insufficienza respiratoria. Questo è il tempo che le rimane da vivere”.
Era stato...era stato, si fermò un attimo a pensarci, cinque anni prima.
L'idea di morire non lo spaventava, era un'alternativa preferibile a un'esistenza vuota di pensionato solitario.
Prese un'altra lattina di birra virtuale.
“Quando sarò morto”, pensò, “Troveranno il mio corpo e vedranno che ho lasciato questa casa veramente uno schifo”.
Ma in realtà si rendeva conto che non gliene importava nulla.