giovedì 17 maggio 2018

L’ARCA SPAZIALE di Adriana Alarco de Zadra

Flnjg stava fuggendo dalla Luna. Per un’imperdonabile negligenza, aveva fatto un pasticcio organico nel laboratorio della Banca di cellule genetiche in cui lavorava. Ai vermi crescevano ali da vespa, ai pesci code di ratto ed ai tucani, crine da cavallo invece di piume.  Era una pazzia lunatica.
Erano disperati i direttori della Fabbrica di Genetica per Rinnovare il Futuro Lunare, dove era localizzato il laboratorio.  Decine d’anni d’investigazione, studio e lavoro, buttati nella spazzatura per un semplice disguido di Flnjg, il giovane assistente temporale del laboratorio di genetica.
Vedendo il disastro prodotto negli animali dell’arca lunare, che non era quella di Noe, Flnjg uscì di corsa dal laboratorio, seguito dalle scimmie con le ali, conigli per metà sirene, con coda di pesci e lucertole con borse da canguro per portare i loro piccoli.  Gli esseri manipolati si muovevano attraverso i canali di ventilazione ed i tubi della manutenzione, mentre l’assistente scappava dalla fabbrica come se fosse perseguitato dal diavolo stesso. 
Pieno di vergogna e di preoccupazione per il suo atto irresponsabile, decise di rubare una nave spaziale dal porto circolare di piatti volanti, per sparire dal satellite. 
Diresse il suo volo verso il lontano pianeta Terra con la finalità di raccogliere dagli esseri che ivi abitavano con nuovi esemplari di gene non manipolati. Si mise in volo attraversando il cielo verde sotto la luce di altre diverse lune, anelli e satelliti cangianti. 
Flnjg arrivò al pianeta Terra, luogo d’origine degli animali del laboratorio che aveva rovinato mescolando cellule genetiche, razze e mangime.
Si rese conto di essere atterrato su un pianoro, vicino a degli alberi centenari di ficus, con dei tronchi grossi e rugosi, e d’eucalipto altissimi.  Avvicinandosi a una  dimora isolata, Flnjg scorse i gelsomini che si intrecciavano nelle inferriate delle finestre, intontendo col loro odore dolciastro gli insetti che ronzavano intorno.  Dei cuccioli di cane  giocavano uno sull’ altro, mentre qualche ragazzo umano contemplava le nuvole o lanciava pietre contro gli arbusti di cotone silvestre per stanare le lucertole. C’erano animali domestici tutt’ intorno.
Finalmente, Flnjg avanzò con decisione. Al vederlo, i giovani umani sospesero tutte le loro attività e rimasero rigidi a osservarlo, con evidente curiosità. Retrasse i suoi artigli feroci, come faceva quando doveva mescolare liquidi delicati nei tubi del laboratorio.  Gli servivano solo per coraggiosa difesa personale, quando doveva graffiare e combattere contro chi si azzardava ad intromettersi nel suo territorio.  Qui non apparivano necessari, e passarono inosservati.  Le prominenze sulla sua lunga testa senza capelli erano dissimulate sotto il copricapo di metallo brillante con occhiali da ingrandimento che avvicinava le immagini, gli odori ed i suoni lontani.
-   Mi chiamo Victor, e tu, chi sei? - domandò al forestiero, un giovane umano senza paura né vergogna.
Flnjg non sapeva cosa rispondere.  Aveva capito la domanda, attraverso il traduttore simultaneo inserito nel suo casco, ma non era ancora nelle migliori condizioni per spiegare a quell’essere, la sua malvagità intrinseca e spregevole come credeva lui, che invece era il suo carattere distratto e pasticcione.
-   Sono Flnjg e provengo da un satellite lontano, - disse finalmente.
-   Sei arrivato dalla Luna?
-   Questo è vero, - rispose l’extraterrestre, anche se non si azzardò a dare altre spiegazioni perché non capiva se quegli umani conoscevano l’intricata rete di trasporti e comunicazioni fra pianeti e satelliti che esisteva nel firmamento.
-   Allora, vieni con noi, a condividere la cena in casa della nonna.
-   Non voglio disturbare, anche se mi servirebbe qualche spiegazione sull’ubicazione di certi uccelli, rettili e mammiferi che abitano in colline e vallate.
-   La nonna sa molte cose e può spiegarti quello di cui avresti bisogno.
-   Bene.
- Mi puoi dire se questa è l’ora di portare invitati a casa della nonna, birichino? - ammonì dalla porta una vecchia donna dalla pelle scura, osservando lo sconosciuto che arrivava assieme al ragazzo.
- Deve avere una fame da lupo, - spiegò Victor. - Non vedi com’è magro?
- Dovrà prima lavarsi bene quelle mani che sono verdi di sporcizia e togliersi pure quel cappello che ha in testa, se deve sedersi a tavola.
- Non è un cappello, Ignazia, invece è un casco.
- Toglietegli il casco, allora.
Certamente nessuno dei ragazzi che osservavano assorti il nuovo arrivato, ebbe la sfacciataggine di togliere il casco all’ospite e lui sedette al tavolo della nonna con la testa coperta, per non spaventare gli altri con i suoi gonfiori e prominenze.
-   I miei nipoti assicurano che lei proviene dalla Luna, - affermò la nonna, dopo aver salutato in forma circospetta il forestiero di colore verde e squame  cangianti. Questi aveva convenientemente adattato il rice-trasmettitore e traduttore simultaneo nel suo casco, per cui la conversazione con gli estranei poteva svolgersi normalmente.
-   Così è, mia signora, - rispose Flnjg con educazione, - ma di una Luna più lontana che questa vostra vicina.
-   Quale circostanza lo porta qui sulla Terra?
-   Sono arrivato per studiare la fauna della regione, - affermò con serietà.  Non voleva dare spiegazioni di quanto accaduto nel laboratorio della Fabbrica di Genetica per Rinnovare il Futuro Lunare.  Si sentiva troppo colpevole davanti a quelle persone così ingenue.
Prima di finire la cena, apparve la piccola Rosaura con una lucertola presa dalla coda, fra le dita, che si dondolavano cercando di fuggire.
-   Ecco qui, signor Lunatico.  Ho portato questa mia amichetta per lei.
-   Non devi chiamarlo lunatico, - interrupe la nonna.  - Non è di buona educazione far menzione ai luoghi d’origine delle persone. Poi, qui ha il significato che vuol dire non essere con la testa a posto.
-   Veramente, non deve essere con la testa a posto, giacche non si toglie il casco, - rispose la ragazzina che non aveva capito il vero senso della spiegazione.  Poi scappò verso il giardino, lasciando la lucertola sulle mani del commensale.
Vedendo il suo imbarazzo, Victor lo aiutò e mise il piccolo rettile dentro una scatola vuota dove fece qualche buco perché potesse respirare.  Poco dopo arrivò Claudio con una vipera, uno scorpione e diversi ragni dentro una cesta di vimini.  Flnjg saltò dalla sedia e decise che erano velenosi, per questo li coprì immediatamente con un tovagliolo per non lasciargli scappare.  Non seppe più cosa fare quando Ignazia portò due galline dal pollaio e un coniglio.
-   Lasciatelo finire di mangiare! - ordinò la nonna, ma altri nipoti entravano in casa tirando dalla corda un asino dopo averlo legato ai ganci conficcati nei grossi alberi di ficus dell’entrata, assieme a due cavalli ed una giumenta.
-   Per quale ragione avete portato Nerone, Caligola ed India, se non sappiamo se vuole andar a cavallo! - insistette la nonna infastidita.
-   Così può studiare la fauna della fattoria, nonna, - rispose il malizioso Victor con decisione. Voleva in realtà vederlo cadere dal cavallo, perché la giumenta era una delle più selvagge del recinto e soltanto lo zio Emilio era riuscito a cavalcarla.
-   Manca soltanto che portiate la mucca da latte e le pecore che abbiamo appena tosato perché lo zoologico sia completo!
-   Mangia un po’ di questo miele, amico lunare. Lo fanno le api qui dietro la casa.  Se vuoi ti portiamo a vedere il favo.  Certo che non dovesti aver paura che ti pizzichi l’ape, con quel cuoio che hai addosso, - osservò il più piccolo.
-   Ti potresti portar via l’ape regina assieme ad altre per studiare se possono fabbricare del miele sulla Luna! - raccomandò Claudio
-   T’immagini come deve essere il miele lunare?
-   Stupendo, ragazzo!
Flnjg non si era mai sentito così oppresso dalle circostanze.  Non sapeva come portare almeno qualcuno di quegli animali fino alla sua astronave per trasportarli poi  sul satellite.  Decise che la cosa più facile era scambiare quelli  più piccoli e più  agevoli da trasportare, per qualche oggetto che non avessero sulla Terra.  Immaginò che gli umani dovessero avere molte deficienze come il fatto di non poter comunicare facilmente col resto del loro mondo, di non riuscire a volare da soli, di non essere in grado di cambiare il clima come più conveniva, perciò decise di barattare la fauna con un apparecchio.  Quello che aveva in mente, produceva, a volontà, l’arcobaleno, la pioggia nel luogo specifico ed in quantità da regolare. Così poteva aiutare quella nonna ad annaffiare le coltivazioni nei tempi di siccità portando o allontanando le nuvole dal cielo.  Poteva alzare i venti e riuscire a far funzionare il mulino a vento che produceva troppo poca energia necessaria per la casa.  In questo caso, di notte, avrebbero potuto accendere luci invece di candele.  
Subito i ragazzi risposero che non era sufficiente pagamento per gli animali, anche se il forestiero indicava soltanto i più piccoli, quelli che entravano nelle ceste, nelle gabbie e nei recipienti.  Volevano scambiarli per l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, il Braccio e la Testa di Orione, la Croce del Sud ed un tratto della Via Lattea.
Flnjg si accorse delle difficoltà di quella richiesta. Non aveva immaginato che i ragazzi potessero desiderare di dare un valore monetario agli astri, di sfruttare i crepuscoli ed organizzare i raggi ed i tuoni per approfittare del cielo e dei suoi fenomeni, tutte entità immateriali e irragiungibili  per loro fino a quel giorno, se non con giochi di fantasie infantili. A lui interessava ritornare al suo pianeta e ricostruire il laboratorio distrutto nella Fabbrica, con gli animali che avevano racimolato i nipoti della signora.
La nonna considerò che una forma di piogge e venti locali, prodotti schiacciando qualche bottone, fosse un buon pagamento per una cena ed un po’ di esemplari faunistici, in quel luogo lontano dalla civiltà, perché avrebbe potuto così annaffiare i campi quando voleva, qualche mese in più l’anno, secondo le semine.  Poi c’erano altri vantaggi e meraviglie. 
Il forestiero fuggitivo diede l’apparecchio alla nonna, la quale volle immediatamente far apparire cinque arcobaleni in cielo, anche se era quasi l’ora di dormire, per gran felicità e gioia dei nipoti, della vecchia cuoca Ignazia e della mano d’opera locale che ormai non si sorprendeva più dei prodigi che succedevano ogni momento nelle vicinanze della fattoria. E, finalmente, dopo aver caricato galli, galline e quasi tutto il pollaio assieme a maiali, cavalli, mucca e diversi insetti, videro l’arca spaziale  alzarsi in volo e dirigersi verso il suo mondo lontano.
        

 

 

mercoledì 9 maggio 2018

COLLE AMARO di Fabio Calabrese

Durante la notte si era scatenato maltempo, uno di quei temporali estivi che quando ci si mettono sono peggio delle bufere invernali. Era piovuto a scroscio, e il vento aveva portato le raffiche di pioggia a battere con rabbia contro i vetri delle finestre. Al mattino la temperatura era scesa di diversi gradi. Per fortuna, io e Daniela ci eravamo portati dietro i giubbotti.
Eravamo, tutto il nostro gruppo, nell'ufficio di fianco al pontile d'imbarco dei traghetti.
L'impiegata dell'agenzia scosse il capo.
“No”, tornò a dire, “non è possibile, le escursioni all'Isola della Forcella sono sospese. Il traghetto non può prendere il mare, oggi il mare è troppo grosso. Domani, l'escursione è spostata a domani”.
Le facemmo presente che quello era l'ultimo giorno della nostra permanenza che l'indomani la nostra comitiva sarebbe stata già sulla via del ritorno.
“Quando è così”, disse lei in tono sconsolato, “non posso fare altro che rimborsarvi i biglietti”.
Ci rivolgemmo verso la nostra guida.
“E adesso che si fa?”, chiesero più voci.
Andare in spiaggia era escluso. Il temporale era passato ma c'era appena uno spicchio di sole pallido fra le nubi, la sabbia dell'arenile era umida, e la temperatura era piuttosto scesa.
“Sentite”, disse lui, “Se vi va, potremmo fare una gita nell'entroterra, potremmo andare fino a Colle Amaro”.
 “Cosa c'è di interessante da quelle parti?”, chiedemmo.
“E' un borgo abbandonato”, rispose l'uomo, “con delle rovine medioevali di un certo interesse archeologico”.
Si accese una discussione. A qualcuno la cosa interessava, ad altri no.
“Non c'è problema”, disse la guida, “chi non è interessato, può rimanere in albergo”.
A me non andava di passare l'ultimo giorno di vacanza tappato in albergo, ma Daniela era di parere opposto al mio. Immaginavo che per lei l'idea di una scarpinata con pranzo al sacco fosse molto meno allettante di una partita a bridge con le altre ospiti dell'albergo, e di un giretto alla boutique.
“Ma non ti preoccupare, Roberto”, mi disse, “vai pure, ci vediamo quando tornate”.
La nostra comitiva si divise. Il gruppo che salì sul torpedone, fra cui io, era decisamente meno della metà, e in netta maggioranza uomini, c'era solo una ragazza, quella tipa biondina che mi parve avesse una simpatia particolare per la nostra guida-autista.
Mentre filavamo, vidi che la campagna attorno aveva un'aria selvatica e arruffata.
“Colle amaro, che strano nome!”, commentò qualcuno.
“E' stato chiamato così”, rispose la guida, “dopo che il villaggio medioevale è stato distrutto. Prima pare che si chiamasse Colle Ridente”.
All'improvviso fu come se un colpo di fucile echeggiasse alle mie orecchie, mi sembrò che quel nome evocasse una serie di ricordi dentro di me, ricordi che non riuscivo ad afferrare, eppure a tratti stranamente vividi.
Guardai la campagna attorno, mi parve di ricordare che ai miei tempi non era così selvatica e invasa dai rovi, molta più gente di adesso viveva nelle campagne, e ogni zolla era coltivata per trarne sostentamento, ma non riuscivo a capire quali fossero “i miei tempi”.
“E com'è successo?”, domandò ancora qualcuno al nostro mentore.
“Non si sa di preciso”, rispose l'uomo senza staccare gli occhi dalla strada e le mani dal volante, “ma a quanto pare fu una disputa confinaria con quelli di Borgo Alto, di quelle che oggi si risolvono con perizie del catasto e carte bollate, e a quei tempi si risolvevano a lancia e spada. Il signore Ariberto che comandava gli uomini di Colle Ridente fu sgozzato da una freccia nella battaglia del Sasso Grigio, un'altra località qua vicino, e la sua truppa fu disfatta, poi gli uomini di Borgo Alto andarono a saccheggiare il paese e il maniero di Ariberto, di cui vedremo i ruderi”.
Non so perché, ma istintivamente portai la mano alla gola; il collo è sempre stato la mia zona delicata, facilmente soffro di laringiti.
L'asfalto finì lasciando il posto a una strada bianca sterrata, dopo una curva della quale Colle Amaro fu davanti a noi.
Del villaggio non era rimasto quasi nulla, solo pochi antichi spezzoni di muro che emergevano tra l'erba e i rovi. Del castello, la cinta muraria esterna era del tutto scomparsa, rimaneva un troncone smozzicato del mastio. Inspiegabilmente, provai una specie di fitta al cuore.
Forse per compensare i gitanti del fatto che le rovine non apparivano particolarmente suggestive, l'autista-cicerone, una volta parcheggiato il mezzo era diventato molto loquace.
“C'è una leggenda molto poetica riguardo a questa vicenda”, disse, “Amalia, la vedova di Ariberto era una donna bellissima, e il signore di Borgo Alto era segretamente innamorato di lei. Mandò a informarla che se avesse acconsentito a sposarlo, non avrebbe fatto alcun male agli abitanti di Colle Ridente, i due borghi sarebbero divenuti un unico feudo, e la pace sarebbe stata ristabilita. Amalia gli fece sapere che mai, a nessun patto avrebbe sposato l'assassino di suo marito, allora lui fece incendiare il paese e il castello e passare a fil di spada gli abitanti. Da allora la località ha cambiato nome. Colle Ridente è diventato Colle Amaro”.
“E questa me la chiama una storia poetica?”, chiese un mio compagno di gita, “a me sembra una storia orribile”.
“No”, replicò la guida, “lei deve capire il contesto. A quei tempi i matrimoni erano perlopiù decisi dalle famiglie degli sposi, erano una questione di alleanze di potere, di affari. Ariberto e Amalia invece si amavano appassionatamente. Pare che i cantastorie e i menestrelli locali abbiano cantato per lungo tempo il loro amore infelice e il sacrificio di lei”:
D'un tratto ricordavo, si, mi ricordavo di Amalia come se l'avessi avuta davanti, non facevo fatica a visualizzare il suo viso dai lineamenti delicati e l'ovale perfetto, la dolce curva del suo seno, i lunghi capelli biondi che le scendevano morbidi sulle spalle. Era Daniela che non riuscivo a ricordare, i suoi lineamenti si erano fatti indistinti nella mia mente, come la reminiscenza di qualcuno conosciuto in un'altra vita. 
Il racconto di quell'antica vicenda mi aveva stranamente trasmesso un senso di amarezza, come se fosse stata una cosa che mi riguardasse personalmente, tuttavia provavo una singolare soddisfazione all'idea che Amalia era stata fedele, Mi era stata fedele fino all'ultimo.
Scesi dal torpedone, ci eravamo sparpagliati all'intorno, e vidi che molti, secondo l'abitudine oggi in voga, scattavano foto con gli apparecchi fotografici o con i cellulari. Io, preso da un impulso incontenibile, e ignorando un vistoso cartello di divieto che avvisava anche “struttura pericolante”, raggiunsi il mozzicone del mastio e inforcai l'entrata che era lì ad aspettarmi, e mi parve che fosse una specie di orbita vuota, ormai priva del globo oculare ma ancora misteriosamente dotata di un qualche potere di visione.
Dentro era pieno di pietrame caduto, rovi, muschio, sporcizia di ogni tipo. Me l'ero aspettato ma provai un'altra fitta al cuore.
Gli altri del nostro gruppo, pensai, mi avrebbero aspettato, beh, di certo non se ne sarebbero andati senza il buon Roberto. Roberto? Roberto? D'un tratto ebbi la percezione confusa che nel mio nome, nel nome che avevo portato per tutta la vita, ci fosse qualcosa di sbagliato.
I miei me l'avevano raccontato non so quante volte. Poco prima che nascessi avevano avuto un'accesa discussione sul nome da darmi, poi all'improvviso si erano trovati d'accordo su Roberto senza sapere come, come se qualche misteriosa entità glielo avesse improvvisamente sussurrato all'orecchio, Roberto o un nome simile... Ariberto ecco, mi suonava meglio.
In un angolo c'erano alcuni gradini intagliati nella roccia che scendevano fino a una sorta di cella interrata non più di un paio di metri sotto il suolo. Mi diressi là, io non sapevo dove stavo andando ma i miei piedi sembravano saperlo benissimo.
Al termine dei gradini mi trovai in uno spazio rettangolare tra pareti di terra, vagamente simile al pozzo di un ascensore.
Sapevo che una di quelle pareti era falsa: un pannello di vimini ricoperto di terriccio che si poteva rimuovere con facilità, celava un condotto sotterraneo che in caso di necessità permetteva la fuga dal castello passando sotto le mura.
Le mie dita si mossero veloci, era singolare che dopo tanti secoli tutto fosse rimasto esattamente come lo ricordavo.
Rimossi il pannello e mi addentrai nell'apertura buia, mosso da una volontà che non era la mia.
Ricordavo un lungo tunnel buio che con un percorso tortuoso portava oltre quelle che un tempo erano state le mura del castello, sbucando al riparo di una discreta macchia di alberi, invece dopo pochi passi mi ritrovai all'aperto in pieno sole, con la luce che mi abbagliava.
Alzando gli occhi, vidi profilarsi contro il cielo la familiare sagoma del Masso Grigio, quella grossa rupe scabra che segnava il confine fra i domini di Colle Ridente e quelli di Borgo Alto.
La seconda cosa di cui mi accorsi fu il senso di peso. I miei abiti erano cambiati, e sotto una sopravveste colorata indossavo una maglia di anelli metallici.
Quella cosa attorno a cui le mie mani si stringevano convulse, era l'elsa di una spada.
A pochi passi da me c'era Ottavio, il mio gastaldo: era un uomo ormai anziano, e con una vita trascorsa perlopiù in occupazioni pacifiche. Per l'ennesima volta non potei fare a meno di constatare che l'armatura non faceva altro che evidenziare gli strati di adipe che con gli anni gli si erano depositati sui fianchi e sull'addome, dandogli un aspetto più grottesco che guerriero.
Accanto a Ottavio c'era un giovane guerriero la cui figura formava un singolare contrasto con quella rotondeggiante e poco militaresca del gastaldo. Per un istante, faticai a riconoscerlo, era Iacopo, il mio scudiero, un giovane alto e magro dai lineamenti spigolosi, Iacopo degli Alberico, una famiglia amica che me l'aveva affidato perché mi servisse come scudiero e imparasse da me le regole del cavalierato. Reggeva il grosso scudo rotondo che era il suo emblema familiare, che recava due serpenti che si guardavano affrontati con aria minacciosa e che erano, come ci teneva a precisare, un simbolo familiare ereditato dai tempi delle crociate, due marassi dell'Asia.
“Si ripari, signore”, mi gridò, “quelli di Borgo Alto stanno tirando le frecce!”
Fu l'ultima cosa che udii prima di percepire un dolore improvviso e violento alla gola. 
 

lunedì 30 aprile 2018

LA PIÙ BELLA DEL REAME di Paolo Secondini

Pianeta Hor - Galassia di Gedeon.
«Mio fedele Bulok,» esordì la regina Heribel, «dimmi di questa ragazza giunta da poco sul nostro pianeta: questa Tel di cui si parla con grande ammirazione.»
Il cervello del veggente fluttuò nel liquido denso di nutrimento emettendo strani rumori: gum, flop, lap, slem, lip.
«Volete davvero saperlo, mia sovrana?» disse alla fine.
«Mi pare di avertelo chiesto, stupido ammasso cerebrale! Sei sordo, per caso?»
L’offesa produsse in Bulok una fluttuazione risentita.
Burp, stup, ulp, slam!
«Non occorre che voi mi insultiate, dolce regina. L’ho domandato prevedendo la vostra reazione.»
Heribel restò un istante in silenzio poi, con tono stupito della voce:
«La mia reazione?»
«Già, sicuro! Come sempre cattiva e intransigente.»
 «Intransigente?»
«Verso di me, è ovvio!»
«Come puoi affermarlo, ingrato?»
«Come posso?!... Guardate in che stato mi ha ridotto la vostra terribile ira! E pensare che ero un bell’uomo, alto e robusto… Ogni volta che una risposta vi è stata sgradita, avete ordinato che si tagliasse, per punizione, una parte del mio corpo: mani, braccia, piedi, gambe e così via, fino a quando sono diventato quel poco che è contenuto in questo recipiente di cristallo: bocca e cervello.» Per un momento fluttuò nel liquido giallo; quindi, dopo un forte gorgogliamento: «È colpa mia, forse, se le ragazze di cui mi chiedete notizie sono più belle di voi, o graziosa Heribel?»
La regina strinse le mascelle e sbuffò dalle narici.
Bulok aggiunse, imperterrito:
«Volete sapere di Tel, la giovane giunta da poco sul nostro pianeta? Ebbene ve lo dirò, certamente… anche a costo di perdere ciò che è rimasto di me. Ve lo dirò, o mia impareggiabile sovrana.»
«E dunque? Che cosa aspetti, meschino residuo di uomo?» 
Di colpo il cervello smise di fluttuare e ordinò alla bocca – a esso collegata – di parlare con molta schiettezza, come sempre del resto aveva fatto (il che la regina, il più delle volte, non aveva apprezzato).
«È molto carina Tel,» ammise alla fine. «Anzi è decisamente attraente, straordinaria! Sì! Bella, bella, bella! Senz’altro più bella di voi, se è questo quel che vi preme sapere.»
Seguì un istante di assoluto silenzio. Quindi:
«Proprio… proprio tanto bella?» domandò, timidamente, Heribel.
«Sì! Tanto bella da perderci la testa.»
A quelle parole la sovrana non riuscì a trattenere una sonora risata.
«Oh, cosa dici!» fece alla fine. «Bella da perderci la testa!»
«Davvero! Proprio così!... Bella da perderci la testa!»
Dopo un sorriso – questa volta – beffardo:
«Mio fedele Bulok,» disse Heribel, «devo ammetterlo: non ho mai conosciuto un veggente più veggente di te. Sì, sei tanto in gamba da avere previsto, con esattezza, la tua misera fine.»
E con un calcio rovesciò il recipiente di cristallo contenente il cervello che, cadendo sul nudo pavimento, si spappolò.
Cinicamente, la sovrana concluse:
«Anche tu, Bulok, da quel che vedo, hai perso la testa per quella smorfiosa di Tel.»

 

mercoledì 18 aprile 2018

IL MATTO CHE SAPEVA VOLARE di Peppe Murro

I miei occhi scivolavano lungo pareti di un bianco che respingeva ogni sguardo; in un angolo, in alto, un buco con delle grate, troppo piccolo anche per far passare il benché minimo raggio di sole.
E mi chiedevo quale terribile persona meritasse un simile castigo; mi chiedevo per quale delitto o quale idea meritasse di stare in quell’inferno immacolato.
Un letto, una sedia: e guardavo le scarpe, stranamente incrociate, appoggiate sbilenche al pavimento; e più su le mani magre sulle ginocchia, e più su ancora quello sguardo umido di vecchio che guardava un’altra storia e un altro luogo. Volevo domandare della velleitaria guerra a Wall Street o delle illusioni sull’autoritarismo sociale. E mi chiedevo perché, e volevo parlare, ed avevo domande; chiedergli del mare di Liguria o di Pisa e delle sue passioni, chiedergli di cosa gli avesse trasmesso Dante e in quale inferno lo avesse accompagnato. Guardavo però il viso assente e provavo vergogna, e non avevo coraggio.
Non avevo coraggio, e per quel vecchio ero solo una figura nella stanza: nessuno dei due aveva parole.
Una lama di luce cadde sulle sue mani, vidi che le guardava, ma non riuscivo ad intuire i suoi pensieri. Poi guardò in alto e sembrò che il sole inondasse i suoi occhi… di quale delitto si era macchiato quel vecchio, quale fosse la colpa di chi aveva così in alto volato, mi andavo ancora domandando, e forse sapevo già la risposta, che il delitto era stato il volare, come lo è sempre, come lo è dovunque.
Finalmente mi guardò, mi sembrò che mi dicesse che non era mai stato pazzo, e che in fondo non era importante lo fosse o meno, mi sembrò che mi parlasse…. o mi sembrò soltanto.
Si girò verso il letto, quasi a nascondersi da quel fiotto di luce, non mi fece neppure un cenno di andare,
mentre ancora mi domandavo “Quale l’idea e quale il tuo delitto, Ezra ?” 
E morirono, a migliaia,
E i migliori fra quelli,
Per una vecchia puttana sdentata,
Per una civiltà rattoppata,

Fascino fiorito ridente in bocche miti,
Occhi vivi scomparsi veloci sotto la palpebra della terra,
Per qualche centinaio di statue spezzate,
Per poche migliaia di libri a brandelli
 

sabato 7 aprile 2018

VERNISSAGE di Paolo Durando

“Ma… È sicuro che è qui?”
“Certamente! Andiamo.”
Agnolo seguì Porzio verso l’antro che gli aveva indicato. Era quello, dunque, l’ingresso della galleria d’arte.
Dentro faceva molto più fresco. Le pareti di roccia erano umide, stillanti umori.
“Sgorganti confluenze parallele in alvei futuri.”
La voce di Porzio risuonò autocompiaciuta e perentoria. 
Agnolo, dall’inizio di quella giornata, come sempre, si era sforzato di assecondare il suo fausto mentore. E ora attendeva rassegnato lo scaturire, nella semioscurità, di nuove prove di forza.
Perché doveva capire. Prima capire, poi imparare. Lapalissiano. Porzio, invece, forte del suo approfondimento, sia pur nella precarietà delle sue possibilità di espressione, comprendeva tutto. Trovava in quanto vedeva più che altro delle conferme.
L’uno era un poveraccio, l’altro un Dio in Terra, o poco meno.
Agnolo arrancava pieno di buona volontà,  sbrindellato, con un cappello a larghe falde schiacciato sulla fronte da cui debordavano riccioli stantii.
“Devo imparare, devo imparare.”
L’amico era più alto e di una lungimiranza quasi estatica. Conosceva i meandri e le arguzie giuste. Le acque sante dell’arte et similia. Era abile ad ascendere e poi a ridiscendere per finta, giusto per divulgare e porre la sua firma in calce.
La mostra pareva dispiegarsi all’infinito, in quel tunnel. Nell’Italia miserrima del 2052, che si arrabattava tra problemi di sopravvivenza, non si rinunciava all’arte.
Agnolo osservava compunto le opere esposte lungo le pareti screpolate, radi coagularsi di epifanie. 
C’era ora un pollo morto su uno spiedo virtuale. Sembrava un rifiuto ma era, con ogni evidenza, “il portato raccolto di un subliminale della materialità. L’eccedenza materica che trova un riscontro nella marginalità dell’apparire, più che dell’essere.”
Porzio aveva decretato.
Le sue sentenze lo spaventavano, ma Agnolo voleva ingraziarselo, perché non c’era altra speranza per lui. Essere all’altezza di un esistere collettivo, pienamente umano, significava passare per quelle durezze della ricezione. Si trovava molto in basso, mentre l’altro era così in alto, e così inevitabilmente, quasi inconsapevolmente, felice di esserlo, che non si doveva turbarlo.
Agnolo quasi incespicò su alcune pietre sporche di sterco di gallina. Anche quelle, in verità, costituivano un manufatto. Se ne accorse perché Porzio si fermò ad osservarle, ridanciano. Vi riconosceva, come un compagno di merende di vecchia data, il supremo umorismo dell’artista, che giocava al ribasso, dimostrando concretamente come le alte vette fossero soltanto un sogno delle basse, o viceversa.
“Prigionieri di visioni reciproche, che possono risolversi soltanto nell’eso-sè artistico”.
Agnolo annuì, continuando a imparare.
In fondo al tunnel di sicuro attendeva il bel mondo, la congrega ammaliata dei critici, i giornali, forse la BBC. Quel camminamento sfidava il concetto di “galleria d’arte” in modo tale che il quasi buio che lo caratterizzava era quanto mai allusivo. Faceva credere di vedere e invece impediva la percezione del noùmeno, delegando all’esterno, nella quotidianità assolata del surriscaldamento globale, l’abbagliante certezza dei confini.
L’odore di pollaio era un’altra decontestualizzazione, spiegava Porzio. Il riappropriarsi dei materiali, dei colori e degli odori della realtà consentiva il salutare distacco dai limiti della gerarchizzazione dei valori, estetici e non. C’era da essere profondamente certi del passo avanti che quella mostra permetteva.
Poi arrivarono di fronte ad alcune uova nella cornice di triangoli di pan carré. Una era rotta e lo sporco sull’asfalto pareva muco rappreso. Le altre erano invece intatte. Le macchie sulla parete facevano pensare a una recente colluttazione con lancio di uova in quantità. Era una composizione eterogenea. Il combinato scultoreo-pittorico esprimeva il ritorno indefettibile dell’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. E, nello stesso tempo, ne dimostrava l’ineffabilità, quindi l’inconsistenza.
“Vedi… l’uovo rotto. L’inattingibilità del costrutto naturale, ovvero l’impossibilità di svolgere logiche convincenti, nelle diramazioni che dall’istante del Big Bang pervengano all’attuale cristallizzazione.”
Agnolo lo guardò ammirato. Ammazza, pure il Big Bang. Del resto era lui che non aveva saputo vedere, cogliere.
Si erano alzati di buon’ora per recarsi in quel luogo, per assorbirne le valenze, le illuminazioni, le quintessenze. Lui era lì per imparare, ancora e ancora. Quando mai si era mobilitato per un obiettivo più reale, più nobile di questo? Porzio gli sorrise assolutorio. Era proprio un bel momento della loro unione solidale. Un’esaltante tappa di un’improvvisata, forse incongrua, amicizia.
Poi uscirono dal tunnel. Agnolo annaspava con lo sguardo. Guardava, di nuovo pronto ad immedesimarsi.
Ma a quel punto qualcosa non tornava.
Non c’era nulla di quanto si era aspettato e l’altro si mostrava più spiazzato di lui, anzi, incapace nascondere la collera improvvisa.
Stretti, accaldati attorno ad uno spiazzo, si vedeva una massa di uomini privi di sorriso,  che si  spintonavano e insultavano  l’uno con l’altro. Era sabato sera. Molta gente povera, da quelle parti,  doveva anelare a tutto questo, intrepida, durante la settimana.
Erano sbucati in  una gallera.
Un luogo di terra battuta e di alberi, di aria umida e orizzonti densi. Agnolo non vide più il suo Virgilio, la cui smentita non poteva essere più incresciosa.
E quando, dopo un poco, non ancora riavutosi dallo stordimento, discostò lo sguardo, li poté osservare,  i galli. 
Precipitati piumosi di aggressività inaggirabile,  usciti dalla notte dei tempi, ignari, per scannarsi vicendevolmente, con arpioni metallici  incollati alle zampe, senza l’onore di una rivolta disperata contro il pubblico carnefice, nel frattempo intento a giocarsi la settimana, la macchina o magari la moglie.
Nel pollaio collettivo, Agnolo vide infatti una sola donna. Stava in disparte, imbarazzata, sventagliandosi. Allora si ricordò di se stesso, della maschera di inettitudine che lo aveva protetto dalla consapevolezza, quella vera.  E distolse lo sguardo, per non piangere.

lunedì 26 marzo 2018

NEON E LA VIPERA di Adriana Alarco

"Fate attenzione ai serpenti!" dice un ragazzo che cammina a piedi nudi lungo il sentiero in mezzo al bosco di eucalipto.
La valle fertile con terrazze coltivate e campi verdi e gialli può essere vista tra i cespugli in lontananza. L'altopiano dove si costruisce la diga è circondato da montagne che nascondono le loro cime sotto le nuvole peregrine. Ha piovuto da poco e la strada è fangosa. Lui mi sorride quando vede i miei capelli serpeggianti che ballano col vento. Con la mia infinita curiosità femminile, lo guardo con gentilezza. Deve avere un nome.
Mi chiamo Neon perché sono nato sotto la luce al neon che avevano appena portato al villaggio la settimana di Natale di otto anni fa, secondo quello che racconta mio babbo."
Lo ascolto, divertita. Mi sembra quasi impossibile quella sua vita che immagino ingenua ed innocente. Intanto, lui sceglie un bastone di eucalipto e lo pulisce con il suo coltello. Poi me lo dà:
“Così non inciampi negli arbusti e, soprattutto, tieni lontano le bisce. Sai, bisogna stare attenti, mordono anche ai loro parenti!  E guarda sempre dove metti i piedi. Io vedo dove vado soprattutto per le mie capre, che si spaventano a causa delle serpi. Le porto a bere tenendole d’occhio perché sai, anche il fiume è infido, a volte si alza così tanto che porta via tutto con la corrente”.
Certamente, l’acqua limpida del fiume è essenziale per la vita di tutti. Dopo un po’, scopro il villaggio vicino con le sue case di adobe essiccato al sole, circondate da fiori gialli e aloes che si arrampicano su per il pendio.
"Da quando sono arrivate quelle macchine che fanno tanto rumore come i draghi, le capre si spaventano e scappano. Devo continuare a correrle dietro. Mi piaceva questo posto quando non c'era nessuno perché era così bello e così tranquillo ma, soprattutto, perché tutto ciò che vedevo era mio. Ora, invece, non riesco a scendere giù a valle con le capre perché gli uomini che lavorano con quei draghi meccanici iniziano ad urlare e mi dicono di andare via. Le mie caprette si offendono".
È un cantiere pericoloso ed anche le ruspe, se ti avvicini, e io lo so.  Non lasciano avvicinare neanche a me. Neon sembra un ragazzo senza paura, ma dovrebbe essere più responsabile. Non bisogna passeggiare vicino al cantiere di lavoro. Possono scappare e rotolare delle rocce enormi. Dove avrà conosciuto i draghi?
Se te lo dico mi devi credere. Guardo le nuvole e alle volte prendono le forme di esseri mostruosi.  Anche di draghi con le code e che sputano fuoco.
Penso che è sempre in giro con i suoi animaletti, su e giù per le colline, ma sempre senza scarpe.  Io guardo i miei stivaletti e mi sento protetta.
"D'altra parte, io non sto così male adesso perché ora ho le scarpe. Stai guardando i miei piedi nudi? Il fatto è che io ho le scarpe anche se non le indosso tutti i giorni. Solo le metto con altri pantaloni senza buchi, quando il babbo mi porta al paese. Perché se mi vedono con i buchi e senza scarpe possono dire che sono figlio di nessuno. Mia mamma è morta a Natale, otto anni fa e non la ricordo. Mio padre è buono e ogni tanto mi porta fino al paese per fare di me un uomo e mi compera mezzo bicchiere di bibita e i tamales di mais."
Deve avere una bella vita, tranquilla e felice in questo posto sotto il cielo limpido e alte montagne col cappello di neve.
"Cosa vuoi che faccia tutto il giorno? Accudisco gli animali e aiuto il babbo as coltivare patate.  Ne abbiamo una infinità, di varietà diverse e tutte buone.  Patate e formaggio sono una delizia da mangiare. Però, comunque, se si va in giro bisogna stare attenti alle vipere... anche se loro nascono dai nostri stessi capelli.”
Ha troppa immaginazione, mi sembra.
“Il babbo le caccia con un bastone a doppie punte e vende il loro veleno alla farmacia del paese. Ma io ho troppa paura e non mi avvicino.  Credo che possono anche volare...”
Mi sa che vede draghi dappertutto.
“Una volta ho incontrato un serpente… mi si avvicinò minaccioso ma io riuscì a fuggire. Ho urlato perché avevo paura quando fischiava con la sua lingua nera fuori della bocca.  Forse mi ha riconosciuto e sapeva che ero io perché sicuramente era nato da un mio capello."
Intanto, io ascolto farfugliare il ragazzo di come mette i suoi capelli nelle pozzanghere ed il giorno dopo ci sono dentro le vipere.  Immagino che sia una idea tutta sua di fare allevamento di serpenti, vedendo i miei capelli ondulati guizzare e sballottare con il vento.  Il fatto è che non saprei se queste vipere delle pozzanghere riconoscano le persone e sappiano chi sono.
"Credi che non sia possibile che mi abbia riconosciuto? Non sai quindi che ogni serpente è un capello? Non ridere, perché io non lo credevo fino a quando ho visto quella maledetta biscia che mi guardava fischiettando. Un serpente nella pozza d’acqua, nato dai miei capelli! Da questi miei capelli! Così gli ho dato un nome: Neon di Viper."
 Da qualche parte dovrò trovare questa biscia con l’incredibile nome di Neon di Viper. Deve essere una nuova specie di rettile, così come questo ragazzo Neon è una nuova specie di ragazzo andino cresciuto aggrappato alle nuvole, circondato da draghi e con una grande e vivace fantasia.
"Giuro che il serpe mi ha riconosciuto ed ho allontanato le mie caprette. Ma ora dovrei tornare al campo, dal babbo, perché devo aiutarlo a seminare.  Intanto ti saluto e mi raccomando: stai attenta perché ogni tanto queste vipere mordono anche i loro parenti!”
Saluto il simpatico Neon che corre su per la montagna dietro le sue capre. 
Nella prima pozzanghera fangosa che trovo nel tragitto verso il cantiere, entro con gli scarponi e muovo tutto per vedere se viene fuori Neon di Viper, ma non si vede.
Prendo una manciata dei miei capelli e li butto nell’ acqua.  Poco dopo vedo uscire la testolina di un piccolo serpe che muove la sua linguetta biforcuta.  Allora, il ragazzino aveva proprio ragione! Questo è un paese di draghi e miracoli!
Torno al cantiere per raccontare al mio compagno e agli altri lavoratori la nuova esperienza che ho vissuto in questi mondi aspri, ma puliti e semplici, così lontani dai nostri macchinari, schermi e laboratori scientifici.
Sento che ridono sotto i baffi e il mio compagno mi suggerisce di togliermi il fango di dosso. Nessuno crede che quella vipera della pozzanghera fangosa sia nata dai miei capelli!
In camera, mi guardo allo specchio.  Vedo i miei capelli aggrovigliati di Medusa che svolazzano intorno alla mia testa.  Qualcosa è nata da questa mia essenza serpeggiante e sono felice di aver procreato un essere in questo mondo lontano, diverso, puro e divertente dove abita un ragazzo chiamato Neon, nato una settimana prima di Natale sotto la luce al neon e che vede draghi dappertutto, e dove si trova anche un serpe di nome Neon di Viper, in una qualche pozzanghera di acqua piovana.

 

domenica 18 marzo 2018

FLOWERS di Teresa Regna

I have ever loved flowers. Behind my house there is a little garden in which I grow roses and petunias, carnations and tulips, daisies and violets. I have only one orchid, a rare and precious variety of orchid, which blooms once a year.
I water flowers every day, I cut the withered branches and leaves, I manure the ground at the beginning of every season. I use the best ground I can find for my flowers: they have to grow luxuriant, sweet-scented, with bright colours. In one word: perfect.
I am not sure to love them now. I like flowers, of course. But my present situation is a bit strange: I am imprisoned in the powerful spires of a giant dionaea, which is crushing me slowly. I think I will be its morning breakfast.
I have ever liked flowers. And now I know that flowers like me too.