venerdì 19 luglio 2013

IL CRATERE COLOMNEV di Sauro Nieddu


Mio padre era un diplomatico, per questo motivo la mia famiglia non ha mai avuto una dimora fissa. Sono nato su una nave interstellare, immerso nello spazio profondo. Ho passato i primi anni della mia vita – anche se di quel posto non ho ricordi – in un mondo alieno di Proxima Centauri, poi mio padre è stato trasferito su Xiloom XI. Abbiamo vissuto su Marte, nelle colonie orbitali gioviane, poi di nuovo fuori dal nostro sistema, su Pulsarium e su un’altra decina di mondi.
Quando sono stato abbastanza grande da lasciare la famiglia, ho deciso di seguire le orme paterne; sono diventato addetto commerciale e ho continuato a vivere come un gitano. Eppure, in questa vita errabonda, c'è un luogo che, nei ricordi, assurge allo status di casa. Si tratta di Marte, dove ho vissuto dagli otto ai dodici anni.
Mio padre era stato trasferito lì col ruolo di assistente dell'ambasciatore, prima che la sua carriera decollasse definitivamente. Erano i tempi in cui Marte non aveva ancora un’atmosfera. La gente era costretta a vivere in quelle gigantesche cupole gonfiabili e chi voleva starsene in giro sull'autentica superficie marziana, doveva farlo indossando una tuta di superficie, il respiratore e le bombole di ossigeno. Da allora sono passati più di cent'anni, tuttavia sentivo di essere in qualche modo legato al pianeta. Ora che mi è capitata l'occasione – sono in viaggio d'affari verso la vecchia terra – ho pensato di farci una sosta per rivedere i luoghi della mia infanzia.
C'era un posto su Marte, che ricordo con particolare affetto, è il cratere Colomnev. A dirla giusta, si trattava di un ben misero cratere, poco più che una buca, ma a quell'età lo vedevo con occhi diversi; il cratere Colomnev era il centro del mondo per noi ragazzi della cupola B4. A volte era un luogo di semplice divertimento – ricordo le gare con gli slittini giù per le pareti scoscese – altre era un luogo irto di pericoli e misteri da scoprire. Era ottimo anche come campo di battaglia, con noi ragazzi che ci dividevamo tra attaccanti, che cercavano di raggiungere il centro, e difensori che provavano a impedirglielo.
Non dovete pensare che ciò che mi lega a questi luoghi sia solamente la nostalgia. In realtà il cratere Colomnev ha lasciato dei profondi solchi nella mia infanzia, solchi che segnano ancora la mia anima di vecchio; il cratere Colomnev mi ha fatto conoscere la morte e mi ha insegnato come essa sia allo stesso tempo inevitabile e casuale.
Cratere Colomnev, a dire il vero, non è nemmeno una denominazione ufficiale, è solo il nome con cui era conosciuto dagli abitanti della zona. A causa delle sue ridotte dimensioni credo che non sia mai stato menzionato nella cartografia locale. I fatti di cui parlavo, che hanno segnato la via vita, riguardano proprio il momento in cui il cratere assunse quel nome, prima di allora era semplicemente "il cratere" o "la buca".
Una sera di molto tempo fa – avevo appena compiuto dieci anni – mi infilai rapidamente la tuta di superficie e le bombole, presi il mio slittino, ricavato dalla corazza dismessa di un vecchio shuttle e corsi da mia madre.
– Ma', io esco a fare due passi.
– Dove sei diretto di bello? No, aspetta, non dirmelo! Scommetto che vai di nuovo al cratere.
Disse sorridendo; doveva avermi visto portar fuori lo slittino. Io annuii.
– Non rientrare tardi, mi raccomando. Tuo padre rientra alle dieci, e a quell'ora voglio tutti a tavola. Io annuii ancora e mi precipitai fuori.
Passai, come d'accordo, da Teo Bruschi, che abitava di fianco a noi, e lo trovai già con lo slittino sottobraccio. Assieme attraversammo di corsa la cupola, poi ci allacciammo i respiratori e corremmo a grandi balzi verso il cratere, a qualche centinaio di metri. Già in distanza si avvertiva un notevole fermento. Quando arrivammo, costatammo con piacere che una ventina di ragazzi, in pratica tutta la cupola (tutti quelli cioè che s’intendevano di slittini) era intenta a darsi battaglia lungo le pareti scoscese. Mancava solo Dion Cortez, ma era normale; i suoi genitori erano un po' strani e non volevano che lui frequentasse gli altri ragazzi, e i gemelli Poisson, che da qualche giorno erano vittime della dissenteria marziana.
Io e Teo ci appartammo nel settore più appartato; entrambi ansiosi di provare le nuove modifiche ai nostri bolidi, prima di gettarci nella mischia. Quando le soluzioni tecniche furono approvate, ci dirigemmo al baracchino di Sumbu. Sumbu Kiplag, si era incaricato, da sempre, di gestire le iscrizioni alle gare e tener nota dei risultati; era un bambino imparziale e nessuno ebbe mai da ridire.
Sumbu salutò, ci disse che le due gare a venire erano già a pieno numero e ci iscrisse nel sestetto successivo. Nell'attesa facemmo un giro a salutare i presenti e per raccogliere le novità del giorno: Pic Wang aveva riverniciato di verde e arancio il suo Scrabble e Alice Sitchin quel giorno sembrava volare, sebbene sul MarsReaper, a occhio nudo, non ci fosse traccia di interventi.
Finalmente arrivò il nostro turno e ci schierammo per la partenza. Le gare erano sempre di sei concorrenti. Il numero era dettato dalla larghezza della pista nel punto in cui la parete circolare, in virtù della maggiore altezza della cresta, offriva il massimo dislivello. Una scuola sosteneva che si dovesse partire in otto per favorire il corpo a corpo, ma la maggioranza preferiva che il fulcro della gara fosse la velocità pura, e riteneva giusto che ci fosse una distanza di sicurezza tra i concorrenti. Le manovre irruente erano tollerate, cioè non modificavano l'ordine d'arrivo, ma non certo apprezzate.
Quel giorno, alla prima gara, mi trovai subito sotto pressione; dovevo scendere con Alice, la star del giorno, ed essendo tra i più forti del circuito, avevo una fama da difendere.
La mia WhiteLeaf era uno slittino molto aerodinamico, pesante però, proprio per le ampie carenature. Era un mezzo che dava il meglio di se oltre le venti miglia orarie. La partenza era quindi il mio punto critico; se andava bene, e riuscivo a stare sulla coda dei più leggeri come MarsReaper e BlindBoy, si trattava di una vittoria facile. Con una partenza normale restavo a fondo gruppo ma spesso riuscivo a passare tutti al fotofinish. Se invece partivo male e mi staccavo troppo dagli altri, se andava bene, facevo terzo.
Il mezzo migliore in assoluto, a saperlo guidare, sarebbe stato BlindBoy; anche se non lo avrei mai ammesso – ufficialmente ero strafiero della WhiteLeaf – ero letteralmente roso dall'invidia verso l'intuizione di Pipita Pavlec. Aveva costruito uno slittino piccolissimo, ultraleggero, con una scorrevolezza straordinaria. Con quello era facilissimo lasciarsi tutti dietro in partenza, e contrariamente agli altri ultraleggeri, era capace di prendere velocità fino al traguardo. Ad alta velocità però, a causa della ridotta superfice d'attrito a terra, era impossibile farlo andare dritto; difficilmente Pipita riusciva a terminare una discesa con meno di quattro, cinque sbavature. Se si fosse limitata a due, avrebbe stravinto tutte le gare. Questo, inoltre, è anche il motivo del nome BlindBoy.
Pipita però non era nella mia batteria. Alla mia destra c'era Danny Colomnev; aveva solo sei anni e doveva ancora farsi le ossa con la progettazione. Sempre a destra, in prima corsia, Riviero Gestanti; un undicenne non molto sveglio, che ripeteva sempre gli stessi errori in tutti i suoi mezzi. Non li prendevo nemmeno in considerazione. A sinistra; prima Teo, poi Alice, e infine lo stesso Sumbu. E questi erano tutti e tre da tenere d'occhio. Teo qualche volta riusciva a battermi, con Alice partivamo quasi (io ero il migliore) alla pari mentre Sumbu, benché gareggiasse meno degli altri, era sempre un osso duro.
Feci una partenza magnifica, riuscendo a stare alla pari di Teo e Sumbu, solo a mezza lunghezza da Alice. La gara era mia. Poi mi voltai a destra e vidi che Danny Colomnev, su DraculaVampire, sopravanzava tutti di almeno una decina di metri. Purtroppo non lo avevo visto, doveva aver fatto una partenza fenomenale. Non che fossi preoccupato; il DraculaVampire, una volta in pieno, andava la metà del mio WhiteLeaf. Diedi uno sguardo a sinistra e vidi che solo Alice mi resisteva, Sumbu era appena indietro e catalogai Danny come inoffensivo. Tenni la testa bassa fino a che la prua della MarsReaper non si trovò un buon mezzo metro dietro la mia. Allora tornai a Dracula; sorprendentemente aveva ancora cinque metri di vantaggio, ma ormai la differenza di velocità era visibile a occhio. Mi spostai nella scia di Danny per avvantaggiarmi sugli altri; la MarsReaper non si era rassegnata e cercava ancora di fiancheggiarmi, Sumbu, a sua volta, cercava di mettermisi in scia per tentare un guizzo finale. Affiancai Danny con un brusco scarto, la manovra fece perdere qualche metro a Sumbu e Alice ne approfittò per soffiargli il posto.
Danny, proprio nel momento in cui lo sorpassavo, fece un brusco movimento in avanti, come se avesse ricevuto un colpo sulla spalla. Udii un sibilo all'interfono del mio casco, vidi una nuvola rossa propagarsi dalla sua tuta, la seguii con lo sguardo e vidi Alice passarci attraverso e uscirne insanguinata e urlante. Un rantolo all'interfono, poi più nulla. Mi lasciai cadere in terra e rotolai per qualche decina di metri, mi rialzai e corsi verso di lui per soccorrerlo ma quando arrivai, non sapevo cosa fare. Probabilmente non ci sarebbe stato comunque niente da fare. Doveva essere morto in pochi istanti. In seguito si capì che era stato colpito da un micro-meteorite, gli aveva trapassato la tuta e un polmone. Da allora quello divenne il cratere Colomnev.
Ma le cose non furono più le stesse. Alice, che aveva attraversato la nube di sangue, non venne più, e in un certo senso la capivo. Smisero di venire anche i Poisson, Lisa Matsudo, Jill Anderson, persino Teo.
Mio padre, una volta, mi spiegò che la gente ha abbandonato la Terra portandosi appresso le superstizioni. Non c'era nessun motivo perché il cratere Colomnev dovesse godere la fama di posto pericoloso, quando in realtà le probabilità che un altro disgraziato evento occorresse nello stesso posto erano risibili.
Eppure lentamente abbandonammo il cratere. Io continuai ad andarci, anche se meno di frequente, fino alla nostra partenza da Marte. A volte incontravo qualcuno che andava a provare le ultime modifiche del suo slittino, più spesso il luogo era deserto.
La notte dell'incidente non riuscii a dormire; continuavo a rivedere Danny piegarsi in avanti, la nuvola di sangue. A volte ero io a piegarmi bruscamente e a sentire quel dolore bruciante. Non so quante volte mi chiesi se gli eventi sarebbero potuti andare diversamente. Il meteorite non poteva cadere mezzo metro oltre? Danny sarebbe potuto passare un secondo dopo? Lo avrebbe fatto di certo senza quella partenza clamorosa; quale complicato e invisibile disegno governava le nostre vite?
Ovviamente mi chiesi se quel meteorite avrebbe potuto colpire me. Che differenza c'era tra me e Danny? Perché lui doveva morire in un modo tanto casuale e io sopravvivere?
Queste domande mi seguito fino a oggi; a volte riposando in un cassetto chiuso, a volte sono riapparse estemporaneamente, in momenti particolari della mia vita. A volte dei nuovi eventi le hanno riportate alla luce arricchendole di sfumature e impoverendole nel senso.
Il cratere Colomnev esiste ancora. Ora si trova sotto un grosso edificio e assolve egregiamente il suo nuovo ruolo di parcheggio pubblico. Mi guardo intorno, e tra la selva di aeromobili nuove fiammanti, mi è impossibile riconoscere il punto dell'incidente; le pareti sono state lavorate fino a renderle omogenee e cementificate in qualche modo.
All'improvviso mi rendo conto che il cratere Colomnev non esiste più, ha un posto nella mia memoria, ma forse solo in essa, forse la mia morte sarà anche quella del cratere Colomnev. Mi sento spaesato; sono l’unico custode di un luogo ormai scomparso tra le pieghe del tempo. Ma è solo un momento; in realtà non ha nessuna importanza. Il povero Danny non tornerà comunque in vita, e l'universo può fare a meno di uno dei suoi crateri. Se non altro, mentre chiedevo in giro cercando informazioni sul cratere, nessuno mi avvertito di non venirci sostenendo che fosse un posto sfortunato. Mi volto e torno all’astroporto, non vorrei perdermi la coincidenza per la Terra.

3 commenti:

  1. Il racconto mi è piaciuto per la sua atmosfera e per l'impostazione che vagamente ricorda il mitico "Cronache marziane" di Bradbury. La nostalgia per un luogo di giochi, teatro anche di un incidente,produce un effetto magico sulla fantasia del lettore, essendo il sito in un ambiente del tutto alieno, estraneo all'esperienza di tutti noi umili terricoli. E' scritto bene, avvince e produce qualche efficace emozione.

    Giuseppe Novellino

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  2. Ottimo racconto. La passione dei ragazzi per la tecnologia degli slittini arricchisce lo scenario, portando in avanti nel tempo un tipico incontro in strada della nostra infanzia.
    Lo stile è fluido, e la nota malinconica del finale è azzeccata.

    Danilo Concas

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  3. Scritto molto bene. Le figure dei ragazzi e del loro interesse per l'elaborazione degli slittini (che mi ricorda quando con gli amici si elaboravano i motorini, chiamati anche prototipi), è fondamentale nell'economia del racconto. Una buona idea.
    Reso molto bene il ricordo nostalgico del protagonista.

    Antonio Ognibene

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