martedì 16 settembre 2014

INCIDENTE PITTORICO di Sergio Gaut vel Hartman




Era l'unico, autentico ladro di quadri, l'unico vero, capace di entrare nelle grandi opere per rubare fagiani, mandolini, carte e perfino sorrisi. Il guaio è che poche volte trovava cose preziose e troppo si perdeva negli sconcertanti paesaggi dei quadri di Dalí o Van Gogh, quando non restava agganciato agli spigoli dei Picasso o Duchamp. Comunque, la cosa peggiore accadde il giorno che cercò di entrare in un Kandinsky. Trasformato in un punto su un piano, fu inseguito da un branco di trangoli e rombi che subito lo raggiunsero e divorarono senza pietà.

(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

giovedì 11 settembre 2014

DIMMI CON CHI VAI di Fabio Calabrese



Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. (Detto popolare)

La luna, una luna quasi piena, era uscita da dietro le nubi, e ora spandeva nella notte la sua spettrale luminosità.
Il sentiero si stendeva nitido davanti a noi, perché il chiarore lunare faceva risaltare e quasi brillare i ciottoli di ghiaia biancastra che ne costellavano il fondo, ma ai due lati l'intrico di alberi e cespugli inselvatichiti che costituivano quasi una vera e propria foresta, risultava più cupo e minaccioso che mai.
“Dottor Niemeyer”, disse Silas al mio fianco, “è proprio sicuro di voler andare? È ancora in tempo per ritirarsi, se vuole”.
“Andiamo!”, risposi seccamente.
Ci avviammo lungo il sentiero, Silas e io. Procedevamo affiancati e silenziosi come due spettri.
Naturalmente non c'era in giro nessuno, ma penso che se qualcuno ci avesse visti, avrebbe pensato che formavamo un ben strano contrasto.
Vi sono alcuni esseri umani, un gruppo scelto e limitato: artisti, studiosi, persone molto intelligenti, che frequento disinteressatamente per il puro piacere della loro compagnia. Costoro hanno in genere la bontà di elogiarmi per il mio aspetto elegante, dicono che sembro un gentiluomo di altre epoche, e non sanno quanto abbiano ragione.
Silas era vestito con abiti laceri e non troppo puliti, ma anche se avesse indossato un elegante smoking o una marsina, avrebbe avuto ugualmente l'aspetto di uno spaventapasseri: alto, di una magrezza scheletrica, con gli occhi profondamente infossati nelle orbite. Aveva i capelli troppo lunghi e arruffati, la pelle butterata, picchiettata di un'ispida ombra di barba, uno sguardo torvo con un che di animalesco.
Mentre ci inoltravamo, la luce lunare sembrava trarre forme mostruose dalle ombre ai lati del sentiero. Ogni tanto si udiva qualche verso lontano di un uccello notturno o un pipistrello ci svolazzava attorno. Silas mi osservava con attenzione aspettando di vedermi trasalire. Beh, credo che lo delusi.
Il sentiero terminava contro un basso muretto su cui si ergevano le sbarre di una cancellata; era in tutta evidenza un cimitero.
Trovammo senza difficoltà l'ingresso. Silas si muoveva con disinvoltura, era chiaro che quella strada gli era familiare.
Il cancello non era chiuso. Silas spostò l'anta della cancellata, ma mi bloccò tendendo una mano verso di me.
“Dottor Niemeyer”, disse, “è proprio sicuro di non voler aspettare l'alba? Andare a caccia di vampiri è più sicuro quando il sole è sorto”.
Feci un gesto di diniego.
“Prima facciamo, meglio è”, risposi brusco.
Oltrepassammo il cancello ed entrammo nel cimitero incamminandoci per i vialetti fra le tombe. Silas si muoveva con sicurezza, una sicurezza certamente dettata dall'abitudine, sapeva esattamente dove voleva portarmi.
Un cimitero di notte sotto la luna, un luogo infestato da una presenza soprannaturale, un luogo che chiunque avrebbe trovato minaccioso e tetro. Di nuovo ebbi l'impressione che Silas mi spiasse per cogliere qualche mio trasalimento, e di nuovo dovetti deluderlo.
Arrivammo davanti a una cappella di marmo bianco, ma sporco e trascurato, aveva la forma classica delle cripte di famiglia.
La porta metallica della cripta era appena accostata. Silas la aprì e mi rivolse uno strano sogghigno.
“Dopo di lei, dottore”, disse.
Dentro era buio, tranne che per la luce lunare che entrava dall'ingresso, ma la cosa non pareva disturbare Silas e di certo non disturbava me.
C'erano alle pareti una serie di loculi che dovevano contenere le ossa e le ceneri di antiche inumazioni, e al centro c'era un unico grosso avello di pietra che doveva ospitare la sola sepoltura recente.
Appoggiai da un lato il mantello e la giacca e mi accinsi ad aiutare Silas.
In due, io da una parte, Silas dall'altra, spostammo il coperchio marmoreo del catafalco in maniera abbastanza agevole, sebbene fosse alquanto pesante.
Dentro il sarcofago non c'era nulla, era vuoto.
Silas m'interpellò in modo sarcastico.
“Ancora non ha capito, vero dottore?”
“Lei voleva incontrare il vampiro”, proseguì, “ebbene, eccolo qui davanti a lei, il vampiro sono io”.
Gli risposi con un'occhiata indifferente che mi ricambiò con uno sguardo folle. Spalancò la bocca mettendo in mostra i canini di lunghezza anomala.
“Che mi dice ora, dottore”, disse ancora, “il dottor Niemeyer, il grande studioso delle scienze occulte e dei fenomeni paranormali?”
Arretrò di un mezzo passo, sconcertato forse dal fatto di non leggere in me alcun segno del terrore che pensava d'incutermi.
In quel momento provavo, come mi accade altre volte, una curiosa sensazione di sdoppiamento: una parte di me era lì nella cripta, ben presente e vigile, un'altra era invece mille miglia lontana da lì e da quella creatura miserabile che non m'ispirava altro che disprezzo.
Qualcuno fra gli umani che conosco, di quei pochi che frequento disinteressatamente, ha paragonato l'espressione che assumo in quei momenti a una scogliera dirupata a picco sul mare: non si può cogliere l'emozione che esprime, ma fa un'impressione di grandiosa estraneità.
Prima di andarmene rimisi a posto il coperchio dell'avello. Ora non era più vuoto, e quel che conteneva non si sarebbe mai più mosso di propria volontà.
Silas, un bifolco che qualche sciocco invece di finire aveva per errore trasformato in uno di noi. Non aveva nessuna possibilità di competere con un maestro con un'esperienza di secoli. 

martedì 9 settembre 2014

UNA BAMBOLA SPECIALE di Annalisa Seveso



     Alison giocherellò con le dita mentre, guardando fuori dal finestrino del taxi, si rese conto che la casa di sua cugina ormai distava solo una manciata di minuti.
Lei e Cora non si erano mai sopportate. Dall’adolescenza in poi avevano sempre cercato di convivere pacificamente, se non altro per evitare le ramanzine delle rispettive madri che erano sorelle. Alison però, a volte, rimpiangeva quell’età in cui la ragione non è ancora giunta, o questo almeno era quello che pensavano gli adulti, così lei poteva infierire sulla cugina coetanea con graffi, schiaffi e tutto ciò che la sua perversa mente infantile le suggeriva. Qualche volta ne era uscita vittoriosa, altre invece aveva avuto la peggio. Ad ogni modo era liberatorio poter sfogare i sentimenti in maniera così aperta, sospirò lasciandosi andare a un sorrisetto nostalgico.
La grande casa in stile vittoriano di zia Mary le si parò davanti, altezzosa e sfacciata esattamente come le due donne che la abitavano. Fece un lungo sospiro pensando alla lunga giornata che l’attendeva. Fosse stato per lei avrebbe passato la domenica a casa o in un pub con qualche amica, ma non poteva proprio evitare di presenziare a quel rituale. Ogni anno, in occasione del compleanno di zia Mary, la donna organizzava una cena e invitava tutti gli amici e i parenti e Alison, nonostante avesse cercato di convincere sua madre a dispensarla da quella incombenza almeno per quella volta, alla fine era stata costretta a partecipare.
-Si tratta solo di una domenica nell’arco di un anno – l’aveva rimproverata sua madre quando si erano sentite per telefono qualche giorno prima.
-Lo so, ma…
-Niente scuse, Alison, per favore. Sai che voglio bene a mia sorella. Mi rendo conto che a volte ha degli atteggiamenti un po’ strani, però le voglio bene.
-Capisco – confermò atterrita sapendo che nulla di ciò che avrebbe detto sarebbe stato sufficiente per far cambiare idea alla sua mamma. Tra l’altro a tutti i parenti era abbastanza evidente che le due cugine si sopportavano a stento ma, per il bene della famiglia, Alison avrebbe partecipato, sorriso, stretto mani, baciato guance, mangiato l’orrenda torta al limone di zia Mary e poi, verso le undici, sarebbe stata autorizzata a fuggire per non rimettervi piede fino all’anno successo.
-Facciamoci coraggio – si disse pagando il tassista e decidendosi a scendere.
Quando Alison entrò vide immediatamente qualcosa che non andava. Tutti parenti erano seduti in soggiorno, ma nessuno di loro parlava, né la degnarono di uno sguardo o di un saluto. Erano fermi, immobili, con lo sguardo vacuo che fissavano lo schermo della Tv con l’espressione da ebeti.
-Mamma…. Zia Mary… – chiamò vedendo che in salotto erano le uniche persone che mancavano. Raggiunse la cucina, guardò fuori dalla finestra e le vide insieme, sedute sul dondolo in giardino. Si tenevano per mano, ma anche loro, come tutti i parenti che c’erano in soggiorno erano in silenzio e con lo sguardo spento.
-Ma che diav….
Quando sentì che qualcuno le posava una mano sulla spalla Alison sobbalzò, si voltò e vide Cora che la guardava con un’espressione malvagia.
- Era ora che arrivassi. Stavamo giusto aspettando te per iniziare i festeggiamenti.
- Che cosa è capitato agli ospiti? – domandò sentendo che il battiti stavano accelerando.
- Perché? Stanno benissimo, non trovi? Tu sei l’unica che hai bisogno di rallentare i ritmi e rilassarsi. Vuoi qualcosa da bere?
Alison la osservò con  sospetto. Per esperienza sapeva che non c’era nulla di cui stare tranquille quando Cora usava quel tono mellifluo e quel sorriso palesemente fasullo.
- No, grazie, sto bene così.
- Ho fatto delle modifiche nella mia stanza. Ti va’ di venire di sopra con me, così potrai vedere con i tuoi occhi che bel lavoro ha fatto l’architetto che ha chiamato mamma.
- Io… a dire la verità… preferirei andare ad assicurarmi che mia madre stia bene.
- Non te la starai facendo sotto dalla paura? – le domandò Cora con aria volutamente sprezzante.
Alison si rese conto che la cugina la stava provocando, ma non le avrebbe dato soddisfazione.
- Ovviamente no – le rispose guardandosi attorno con circospezione. C’era qualcosa di molto strano e Alison doveva trovare qualcosa con cui, all’occorrenza, difendersi alla cugina così, non appena Cora le voltò le spalle per precederla al piano di sopra, Alison afferrò velocemente le uniche due cose che forse le sarebbero potute tornare utili: l’accendigas a fiamma e un coltello sporco che era stato dimenticato sul piano della cucina.
Alison seguì in silenzio Cora e quando la ragazza aprì la porta della sua stanza non vide nulla di terrificante, così fece un lungo sospiro e si rilassò dandosi della sciocca. Forse si era preoccupata per nulla, pensò voltandosi e solo allora il suo sguardo si paralizzò. In un angolo della camera c’era uno spazio adibito a una specie di grosso manichino dall’espressione inquietante.
- E quella? – domandò indicando con l’indice l’angolo della camera.
- Non ti ricordi di lei? È Amina, la mia bambola.
- Non dire stupidaggini. La tua bambola era circa trenta centimetri di plastica, quella è alta quasi quanto me.
- Perché è cresciuta. Le ho dato tutto il mio amore, le mie attenzioni e adesso è diventata grande e per questo ha bisogno di nutrirsi di più – rispose e con un rapido movimento chiuse a chiave la porta della camera, mentre sulle labbra le si dipingeva un sorriso diabolico. – Lo sai qual è il suo piatto preferito? Il cervello.
- Cora piantala! – le intimò Alison cercando di mostrarsi calma anche se dentro sentiva il cuore che le batteva come un tamburo. – Se è uno scherzo non mi fa ridere.
- Non sto scherzando. Tu sei una ragazza intelligente, lo sei sempre stata e così ho deciso che oggi la mia piccolina meritava un regalo speciale. Avanti Amina, va a prendere il tuo premio – disse con voce dolce sorridendo al quella specie di  mostro.
La bambola cominciò a muovere le gambe e le braccia e dopo essersi sgranchita si incamminò verso la sua preda.
Alison si guardò attorno disperata. Erano al primo piano. Forse saltando dalla finestra avrebbe potuto salvarsi. Certo si sarebbe rotta una gamba, un braccio, ma sempre meglio che offrire il suo cervello come dessert a quella specie di bambola demonica. Si frugò in tasca e si punse con la punta del coltello. Si mise a riflettere e si rese conto che quel manichino aveva una consistenza troppo dura per poter essere trafitto.
- So a cosa stai pensando, Alison – le disse la cugina con un sorriso. –Se vuoi scappare fallo pure, comunque devi sapere che ti faresti molto male precipitando nel cortile. Inoltre, tutti i parenti che ci sono al piano di sotto sono stati drogati e così, se non ti offrirai come pasto per la mia Amina, sarò costretta a farle mangiare il cranio di tua madre e poi anche quello di tutti gli altri invitati.
Alison iniziò a muoversi all’indietro fino a quando raggiunse la finestra.
- Pensa bene a quello che ti ho detto – le ricordò Cora scuotendo il capo. –Non costringermi a fare del male a tua madre.
- Sei una psicopatica!
- No, sono solo una madre apprensiva. Tu non sai cosa vuol dire voler bene al prossimo, non l’hai mai saputo perché sei sempre stata un’egoista.
Mentre Cora parlava la bambola le era sempre più vicina. Quando allungò una delle sue fredde mani di plastica e le afferrò una ciocca di capelli Alison sentì che quello era il momento: prese dalla tasca l’accendigas, lo accese e iniziò a far ondeggiare la fiammella davanti agli occhi inanimati della bambola.
- Che cosa le vuoi fare? – gridò Cora terrorizzata al pensiero che qualcuno potesse fare del male ad Amina.
Alison non la degnò di risposta, piuttosto si concentrò sulla bambola.
- Mi senti? – le domandò e Amina iniziò a muovere il capo in segno d’assenso. –Bene. Hai  paura del fuoco? Lo sai che è pericoloso? - La bambola annuì di nuovo. -Allora se non vuoi che ti faccia del male, d’ora in poi dovrai ubbidire a me, siamo d’accordo? – altro cenno d’assenso. – Vuoi bene alla tua mamma? – sì. –La vuoi avere sempre con te? – annuì. –Allora mangiala. Mangia il suo cervello, così potrete stare sempre insieme.
Sul volto di Cora si dipinse il terrore, mentre Amina le si avvicinava e con una rapida mossa l’afferrava per la nuca e si avventava su di lei.
Alison rimase immobile, terrorizzata, disgustata, mentre davanti ai suoi occhi si consumava quella scena raccapricciante.
Ora Cora era distesa sul pavimento priva di vita, ma con una strana espressione di felicità. Alison scosse il capo, mentre sentiva che il suo stomaco faceva le capriole, poi quando vide che tutto era finito si avvicinò alla bambola e le incendiò i capelli. La vide agitarsi e dibattersi mentre il fuoco la avvolgeva completamente e quando sul pavimento non rimase che una grossa macchia di plastica fusa, ricominciò a respirare. 
Aveva sempre odiato le bambole, pensò lasciandosi cadere stremata sul pavimento.

domenica 7 settembre 2014

LADRO DI LUCE di Fabio Lastrucci



Le foglie dei platani fuori alla finestra proiettavano sagome in movimento sui muri della cameretta. Erano ombre amichevoli, che piacevano a Matteo, come le silhouette delle tapparelle ritagliate dai lampioni notturni. Certo, ci voleva fantasia per figurarsi che quei trafori fossero la pellicola di un film, ma al ragazzo l’immaginazione non mancava. Anche quando pensava che a tarda notte venisse a vegliarlo un enorme lupo su due zampe, per controllare che dormisse dal lato giusto del letto.
Il pomeriggio illuminava di una tonalità dorata la collina di Posillipo. Un tramonto particolarmente lungo stava indugiando dietro le facciate delle case, come se si fosse impigliato nelle antenne che coprivano i tetti.
«Merenda! Me-ren-da!» urlò Matteo steso tra i giocattoli sparsi sul tappeto.
Al terzo imperativo, la mamma entrò nella stanza facendogli cenno con un dito di abbassare la voce.
«Guarda, che se continui a starnazzare così, porto via il televisore nuovo e dico al papà di rimetterlo nella stanza da pranzo. Ricevuto?»
 Il ragazzo si alzò in piedi e si fece strada tra i soldatini e gli albi di Mandrake.
«Posso vedere la tivù?»
«Hmm. E in cambio?»
Patteggiarono per una riordinata della stanza e una mezz’ora di studio dopo il telefilm. Italiano e geografia. Matteo raccattò svogliatamente il suo esercito, qualche 45 giri dello Zecchino d’Oro e i due Stanlio e Ollio di gomma (orfani di bombetta) per gettare il tutto nel baule di vimini dei giochi. Nascose poi sotto al letto il mangiadischi insieme ai giornalini e i sacchetti di patatine Pai. Infine tirò alla meglio il copriletto su un giacimento di calzini.
L’elenco dei compiti a casa, occultato da parecchie cancellature fatte ad arte, stava ben conservato in cartella tra le pagine del diario Vitt.
Gli esercizi di grammatica potevano aspettare.
Alle cinque e mezza aveva acceso il televisore e aspettava che il nuovissimo schermo si riscaldasse riempiendosi di immagini in bianco e nero. 
Quel massiccio “S-M 2000” lo entusiasmava, essendo il modello più avveniristico e invidiato del palazzo, forse di tutto il quartiere. Era apparso ai genitori la mattina di qualche giorno prima, inattesa vittoria di un concorso non bene precisato. Appena dopo la consegna, aveva finito con lo spodestare il valvolare Philco relegandolo giù in cantina.
Ora spiccava in cameretta con quel suo incasso in legno chiaro e bakelite innervata di rilevi cromati. Per gli adulti era giusto un bel mobile. Matteo invece ne aveva un idea diversa. Per lui quello schermo rappresentava qualcosa in più che un semplice nuovo elettrodomestico.
Era il futuro.
Mentre la sorellina piccola dormiva, Matteo con una fetta di pane e burro tra le mani ed il nuovo episodio de "La Frontiera" che stava per andare in onda, lasciava che il mondo quotidiano iniziasse a retrocedere
Se la caveranno, sicuro.
Se la cavano sempre, no?
Perché non dovrebbero proprio ora…?
Quello che più piaceva della Star-Wolf a tutti gli spettatori dai sei ai dodici anni era che il suo equipaggio uscisse sempre illeso dalle situazioni più assurde.
Non questa volta, però. Andava male, pensava Matteo. Molto male.
E non pareva neanche l’unica novità dell’ultima puntata.
L’azione era partita in quarta un attimo dopo la sigla del programma. Un vero pugno nello stomaco.
Giusto il tempo di fare scorrere i titoli di testa, che nello spazio profondo de "La Frontiera" era schizzata un’astronave grigio scuro mai vista prima. Non era né Kluster, né Ohigon e pareva avvolta da una rete di luce che crepitava, tallonata a uno sputo di distanza dalla Star Wolf in pieno assetto di guerra.
Forte!
Chi potevano essere quegli inseguiti, messi così male in arnese? Non di certo una delle razze che si contendevano con la Lega Galattica il dominio della Frontiera. I Kluster col loro cranio bitorzoluto avevano navi diverse, così pure gli Ohigon e i loro stormi di bianche Libellule metalliche.
Il Commodoro Stark, apparve sul ponte di comando mentre abbaiava una gran quantità di ordini nell’interfono.
Intorno, regnava un’agitazione insolita mentre il personale di bordo si dava da fare intorno ai quadri di comando. C’erano pochi dialoghi, il pezzo forte della produzione, molte di più invece le riprese esterne con spericolati movimenti di camera.
Matteo non aveva mai visto niente del genere. Si sentiva elettrizzato, aveva la pelle d’oca. Il suo pane e burro gli era scivolato di mano per finire sul tappeto.
Dalla sala macchine, l’ingegnere capo Ross sudava macchiando la tuta attillata con grosse chiazze scure.
Insolito.
Per la prima volta, si vedeva una panoramica dei suoi famosi “motori Pentatomici”, in genere soltanto nominati. Era una distesa inquietante di centinaia di prismi e fasci di cavi e grosse turbine schermate. Su tutto aleggiava una luminescenza pulsante, simile a quella vista sulle paratie della nave sconosciuta.
Ross chiedeva tempo al Commodoro per contenere le perdite di energia con una doppia griglia di protezione. Questo avrebbe sottratto velocità alla Star-Wolf.
Un ghigno aveva solcato il viso di Stark, solitamente una maschera inespressiva.
«Questo è l’ultimo dei nostri problemi…» aveva detto. «Con Shademaster  che sta per interferire col nostro piano di realtà, siamo nella merda fino al collo…»
Matteo fece un salto sulla sedia. La panoramica vertiginosa che scivolava dalla fiancata dell’astronave fino allo spazio lo strabiliò, non era il solito modellino ripreso in campo lunghissimo. Assai più sconvolgente fu sentire il Commodoro parlare con quel  linguaggio.
Nessuno si era mai espresso così in televisione.

Dalla cucina, la mamma stava tendendo l’orecchio con discrezione. Nessun fracasso, nessun cozzare di macchinine. Bisognava dire che quel video aveva potere ipnotico. Un vero e proprio silenziatore, come lo chiamava suo marito. I bambini non dovevano restarci troppo attaccati, però.
«Matteo, appena finito il tuo filmino, vai a fare i compiti! Mi raccomando…»
Ovviamente, silenzio assoluto. Tutto normale.
La signora Nina non poteva immaginare che il figlio stesse aggrappato al tappeto, perso nel vortice delle inquadrature acrobatiche. Stava sudando freddo, in una condizione incerta tra il panico e l’euforia.
Quel che sembrava un inseguimento, era stato in realtà un salvataggio. Finito male, per giunta. La Star-Wolf non ce l’aveva fatta e dentro la plancia l’equipaggio, come impazzito, scorreva dati sui monitor, digitava comandi. Urlava cose incomprensibili.
Il dottor Wasp, l’uomo di Vesu 2, si strofinava la testa a punta bestemmiando tra i denti.
Parolacce!  Pensò Matteo, Wow!
«Ho qui un rapporto del computer di bordo, Commodoro. La falla dimensionale si sta allargando. E’ colpa di Shademaster . Non lo conteniamo più.»
«Maledetto bastardo! I raggi beta-D?»
«Negativo, signore, guardi lei stesso…»
I due ufficiali, si avvicinarono ad uno schermo. Mostrava una complessa figura geometrica, una sorta di reticolato, che sprofondava in sé stesso inghiottendosi.
Il grigio-perla della rete aveva assunto un’impossibile tonalità verdastra.
Contemporaneamente, le foglie dei platani in strada persero tutte di colore, ingrigendo di colpo.
Un primissimo piano si strinse fino a mostrare il taglio degli occhi socchiusi di Stark, mentre mormorava qualcosa di simile a una preghiera. Quando li riaprì lentamente, il suo secondo ufficiale, insieme a Matteo, mandarono un gemito di sorpresa.
Gli occhiali della mamma s’infransero a terra scivolandole improvvisamente dalle mani. La donna, colta da un capogiro, si puntellò contro un mobile e prese a strofinarsi gli occhi.
Il cuore le batteva fortissimo nel l’andare alla finestra a guardare il cielo.
Azzurri come due zaffiri, gli occhi del Commodoro Stark spiccavano sullo schermo dai toni cinerei. Guizzando nervosi, si fermarono sul viso alieno di Wasp.
«Il nemico è troppo forte,» disse asciutto.
Nei meandri nascosti del televisore brillò una targhetta di metallo fino a illuminare i complessi circuiti interni.
Sulla superficie della placca, l’iscrizione in rilievo “SHADEMASTER – modello S-M 2000” divenne di un vittorioso rosso incandescente.
Dal video, entrambi gli ufficiali osservarono gli ambienti della sala comando colorarsi uno a uno.
«Abbiamo perso, signore.»
«Già. La nostra dimensione verrà alterata, Wasp, e noi non possiamo impedirlo…»
Sempre più appiccicato al televisore rutilante di colori, Matteo tremava. Lo spettacolo era straordinario. Non si rese conto intanto di essersi trasformato.
Intorno a sé, il cielo, la terra, gli oggetti e le persone (compresa la mamma vacillante nel corridoio), erano mutati in un mondo uguale a se stesso eppure molto diverso.
Tutto era diventato bianco e nero.

venerdì 5 settembre 2014

L’INDOMITO di Pierre Jean Brouillaud



Che età avevo quando è apparso per la prima volta dietro la mia finestra? Quindici anni. Si. Pressappoco. Prima, non mi ricordo. Doveva girare nei paraggi. La notte sentivo dei passi e, l’indomani mattina, credevo di aver sognato. Girava già. Mi ammansiva.
Quando è apparso, tra cane e lupo, pioveva. Almeno credo. Ho conservato l’immagine del suo mantello lucente, su cui la lampada appendeva delle goccioline di luce. Egli guardava dall’interno dei suoi occhi inespressivi, globi che riflettevano il bagliore della lampada. Inespressivi? Lo sguardo andava da fuori verso l’interno, alla maniera degli occhi di un cieco. Non più la prima volta delle altre, i cani non hanno ringhiato all'avvicinarsi del visitatore. Ma durante la sua presenza restavano rannicchiati, il naso tra le zampe, l'occhio rotondo, l'orecchio teso. Gelosia? Ho sempre pensato che essi non amassero il visitatore. Lo sopportavano, ecco tutto, come si sopporta un frequentatore abituale, un famigliare della casa.
Naturalmente, eccettuati i cani, nessun altro lo vedeva né lo sentiva. Io soltanto. Restava dritto contro la finestra, in silenzio. Non si scuoteva.
Non ho mai potuto avvicinarlo. All'inizio aprivo un po' la finestra, senza rumore, con l'abilità di un ladro. Un profumo selvaggio, un profumo di libertà – parola sprecata questa volta. Lui non aveva mai conosciuto né il morso né la cavezza né la sella. Indomito. Indomabile.
Non ho mai terminato il mio gesto. Il legno scricchiolava sempre, il vetro spostava un riflesso. Il mio visitatore rientrava nell'ombra.
Una volta, una sola, egli ha avuto il ghigno curioso dei cavalli che alzano il labbro per prendere o  mordere. Se avessi potuto aprire, avrei teso la mano, tentato la mia sorte, sperando di lusingarlo con una carezza. A quel tempo, non sapevo che i cavalli possono leccare la mano, come un cane.
Attraverso il vetro, io gli mormoravo alcune parole. Talvolta mi è parso che le sue orecchie si muovessero. Ma non poteva capirmi. Poi gli ho parlato dolcemente. Sono sicuro che allora mi ha inteso. Ma la mia voce non poteva ricordarla.
Egli è venuto nelle notti di temporale e nelle notti di luna. Verso il cielo gareggiava in velocità con le nuvole, criniera in luce. S'infilava in pieno cielo, sotto la sfera della luna.
Ho voluto dimenticare. Ne avevo abbastanza di questa presenza, di questa inaccessibile amicizia che si nascondeva. Dimenticarlo? Come avrei potuto? Uno di noi (chi?) era l'ombra dell'altro.
Questa sera, egli è tornato, senza rumore. Ma io ho percepito il fruscio dei suoi zoccoli sulla terra morbida. Ho voluto fare una finta, nascondermi, per vederlo senza essere visto, nel vano della finestra. Egli ha scosso la testa.
Attende, davanti alla porta, il nero che splende sul grigio. Come la prima sera, piove. Infine, pioviggina. I fianchi della bestia fumano.
Ora posso aprire. Non se ne andrà senza di me. Egli gratta il terreno con lo zoccolo.
Apro la porta. I cani volevano seguirmi. Li ho rimandati alla cuccia.
Egli è partito.
Ritornerà, come mi torna alla mente la vecchia ballata: Die Toten reiten schnell (1).
I morti vanno al galoppo.

1) Lenore, de Gottfried August Bürger, 1747--1794

(Traduzione dal francese di Paolo Secondini)

martedì 2 settembre 2014

IL TELEFONO SQUILLÒ di Matteo Bigarella



Il telefono squillò.
Dopo essersi asciugata le mani sul grembiule, Anna alzò la cornetta e disse: "Pronto."
"Parlo con la signora Anna Frezzolini?" domandò all'altro capo una voce gioviale.
"Sono io."
"Sono Dio. Ho una proposta da farle."
"Senta, non ho tempo con questi sche..."
"Non è uno scherzo, signora. Lei ha trentotto anni, ha perso la verginità a quindici e ha due grossi nei sulla natica destra. Ah, alle ultime elezioni ha votato il Partito Democratico, anche se non l'ha detto a nessuno."
Anna restò paralizzata. "Che cosa... lei come..."
"Volevo farle capire che sono davvero Dio, e che so tutto di lei. Mi ascolti bene. Tra circa cinque minuti, suo marito Flavio avrà un incidente mortale in fabbrica. Nello stesso istante, sua figlia Alessandra - una splendida bambina, se mi è concesso dirlo - verrà uccisa da un pirata della strada. Così sta scritto. Oggi però mi sento particolarmente generoso, e le concedo la possibilità di salvare uno dei due. Sarà lei a decidere chi far vivere."
"Io... io chiamo la polizia."
"Faccia pure, ma così condannerà sia suo marito che sua figlia."
Anna aprì la bocca per rispondere, ma le uscì solo un debole singhiozzo.
"È ancora in linea, signora?"
Anna rimase in silenzio, le dita che tormentavano il filo della cornetta.
"Sì, sento che è ancora in linea. Mi dica: Flavio o Alessandra?"
"Ma... è impossibile!" urlò Anna. "Non posso decidere una cosa del genere!"
"In tal caso moriranno entrambi."
"No!"
"Le lascio ancora qualche secondo per pensare," disse la voce con fare accomodante.
Dev'essere per forza un incubo, pensò Anna. Fino a un minuto fa la mia unica preoccupazione era di non far bruciare il sugo, e adesso mi ritrovo a dover scegliere chi salvare tra Flavio e Alessandra. Anzi, chi uccidere tra Flavio e Alessandra.
"Il tempo scorre, signora. Ha scelto chi salvare?"
Un nome, faticosamente, affiorò dalle labbra tremanti di Anna: "Alessandra."
"La figlia, eh?" Ad Anna sembrò che la voce sorridesse. "Una scelta da madre coscienziosa. Devo dire che lo sapevo già, ma del resto non c'è niente che io non sappia. Ora la lascio. A breve riceverà una telefonata dai colleghi di suo marito."
E chiuse la comunicazione.
Anna posò la cornetta e rimase immobile, la mente vuota, aspettando la chiamata che l'avrebbe resa vedova.