lunedì 5 ottobre 2015

IL DIARIO di Peppe Murro

Guardava il mare verde che si stendeva silenzioso verso l'ovest della terra dei Legs: lì scendevano i due soli quando si coloravano di fuoco e si nascondevano per la lunga notte delle terre.
Accovacciato sulle sue ginocchia, aveva stretto il suo viso fra le mani sino a sfiorare gli occhi con le dita: chissà, si chiedeva, se c'è qualcuno o qualche terra al di là del mare, quel mare ostile anche se mai in burrasca, ma pauroso, con la sua calma piatta, le sue nebbie e il movimento lento di palude.
Gli anziani dicevano che oltre il mare non c'era nulla, solo il vuoto e la morte e qualcuno asseriva che la linea d'orizzonte dove scendevano i soli era in realtà una cascata infinita che si perdeva nel vortice del cielo: sentiva un brivido di paura a quel pensiero, anche se non riusciva a distogliersi da quella domanda, se mai ci fosse qualcosa o qualcuno dall'altra parte del mare, se pure esisteva un'altra parte. Mai nessuno aveva tentato di saperlo: quel mare misterioso celava mostri e morte e quasi un religioso divieto lo ricopriva; poteva guardare i suoi tramonti incendiare il cielo ma doveva tenersi dentro quella domanda inusitata e per molti blasfema. Non tentare l'ordine delle cose, così dicevano gli anziani, e quel mare da sempre era proibito coi suoi misteri e le sue onde brevi e silenziose.
Non era contento, sentiva che non gli bastavano quelle risposte, ma non sapeva che fare, se non cercare di scacciare via quel disagio che aveva catturato i suoi pensieri insoddisfatti.
Ormai il cielo era diventato una tenue linea arancione lungo un mare nero e fra poco sarebbe arrivata la prima esangue ora della notte: si alzò quasi di scatto, guardò lontano verso ovest e si avviò lungo la spiaggia, prendendo a calci la sabbia.
Il grido e il dolore furono pressoché simultanei, alzò la gamba prendendosi il piede dolorante mentre cercava di capire cosa fosse successo...cosa diavolo aveva colpito? guardò con attenzione in basso, si piegò per cercare a tentoni mentre si sforzava di non pensare al piede dolorante. Spostò la sabbia, infilò le mani più sotto, fece un largo gesto come a spazzolare e...ecco, qualcosa toccò, con uno spigolo duro: è lì che aveva sbattuto il piede. Scavò attorno la sabbia con curiosità crescente e una fretta inspiegabile.
Alla fine era lì, liberato dalla sabbia che lo aveva semisepolto: un contenitore di qualcosa, una specie di scatola chiusa, non molto grande, di una materia strana. Aveva dimenticato ogni cautela nel toccarlo, ma ora lo prese una giustificata preoccupazione, era pericoloso? gli avrebbe in qualche modo fatto male l'averlo toccato?
Il contenitore era lì, inerte. Lo punzecchiò con un bastone e non successe nulla; provò ad urlare, non successe nulla. Si decise infine ad infilarlo nel suo sacco, anche perché la notte stava scendendo più rapidamente e doveva tornare al villaggio  che già mostrava la sua luce rassicurante.
Camminava guardando ogni tanto il suo sacco con pensieri divisi fra curiosità e una preoccupazione sempre più labile: cos'era? conteneva qualcosa? qual era il suo segreto?
Appena arrivato, cercò di assumere un'espressione normale, rificcando indietro quello strano pulsare che si sentiva dentro. E si guardò intorno, fingendo noncuranza, a scoprire se mai qualcuno avesse intuito il marasma che provava: non accadde nulla, qualcuno lo salutò distrattamente, qualche altro fece un gesto a cui rispose con falsa euforia. Andò vicino al fuoco, prese un pezzo di cibo che addentò con accanimento, aveva fame. Si guardò ancora intorno, cercando con avidità Shervaz, l'anziano del villaggio.
Fu quasi felice di non vederlo, a quell'ora di sicuro si era già ritirato nella sua capanna: meglio, avrebbe condiviso solo con lui quella scoperta. E sperava che almeno da lui gli venissero delle risposte.
Buttò un osso sul fuoco, prese il sacco e si diresse verso la capanna dell'anziano.
Spostò la tenda con rispettosa leggerezza, entrò chiamando, mentre la luce balbuziente di una fiamma gli mostrava a tratti l'interno della capanna. Guardò con attenzione e lo vide. Il vecchio era seduto in un angolo, appena discosto dal fuoco.
Alzò la testa come a chiedergli ragione di quella visita, mentre lui si avvicinava col sacco, schiarendosi la voce: «Oggi,sulla spiaggia, ho trovato questo,» ed aprì il sacco, mostrandogli il contenitore. Gli parve ci fosse un lampo negli occhi del vecchio, mentre tendeva la mano.
Chiese solo, però, con un tono che gli sembrò molto stanco: «Veniva vento dal mare?»
«No, Sherv… c'era una calma quasi opprimente, come ogni giorno,» fu la risposta.
Il vecchio guardava il contenitore, rigirandolo fra le mani, quasi incurante di come il giovane ne seguisse i gesti con una curiosità che sfiorava l'ansia: «Cos'è? di che è fatto?»
Il vecchio taceva, mentre rigirava l'oggetto con la fronte corrucciata: «Eri solo? Ne hai parlato con qualcuno?»
«No, solo io e te sappiamo di questo,» rispose il giovane, sentendo come all'improvviso un senso di importanza. Gli era piaciuto rassicurare il vecchio, anche se la sua faccia pensosa in qualche modo non lo rendeva tranquillo. Cos'è? gli sarebbe piaciuto chiedere ancora, ma tacque: sapeva quando era meglio tacere.
D'improvviso, con uno scatto, il contenitore si aprì quasi facendolo sobbalzare: il vecchio infilò la mano e tirò fuori qualcosa che assomigliava a un libro, uno di quello che erano gelosamente custoditi in quella capanna.
Shervaz lo aprì con cura, con una mano che sorprendentemente gli sembrò improvvisamente leggera, sfogliò qualche pagina, mentre la sua espressione diventava sempre più dolorosamente cupa.
«Cos'è?» chiese quasi con forza il giovane.
L'anziano continuò ancora un po' a sfogliare: «È la morte,» disse, «è il male,» e senza dargli modo di rispondere o reagire scagliò quei fogli sul fuoco.
Sorpresa rabbia sgomento accompagnarono il suo grido, mentre il giovane tentava le fiamme: «Ma perché? Che hai fatto? Perché?»
E senza riflettere mise le mani sulla fiamma cercando di salvare quell'oggetto che si consumava in uno sfrigolio leggero di cenere.
Riuscì a strappare qualche foglio al fuoco, mentre sentiva il dolore lampeggiare sulla sua pelle: raccolse quanto poté, lo strinse al petto e fuggì via, inseguito da un inutile: Fermati, pazzo, del vecchio.
Corse a nascondersi, ansimando d'ansia e di dolore, cercò ai limiti del villaggio l'angolo più nascosto. Si guardò il petto, sporco di cenere nera, con brani di carta bruciacchiata appiccicati al suo sudore:doveva sapere cos'era, doveva capire il comportamento dell'anziano.
Delicatamente prese in mano quei fogli e la sua prima sorpresa fu che i caratteri erano identici ai loro anche se la lingua era diversa. Cosa c'era scritto?
Voleva capire e intuì che forse il solo che poteva aiutarlo era il vecchio Shervaz: di sicuro doveva sapere qualcosa che gli nascondeva.
Tornò alla capanna, il vecchio lo guardò con un'aria stanca: «Sapevo che saresti tornato
«Devi insegnarmi quella lingua, io devo leggere quei fogli, altrimenti tutti sapranno che cosa ho trovato.»
«Vi troverai solo altre domande, o solo orrore.»
Non lo guardò neppure, certo che non valeva la pena insistere: «Siedi!» gli disse.
E così, per tutta la durata della lunga notte della terra dei Legs, il giovane imparava, scavando da un libro del vecchio che gli aveva posto come sola condizione che solo alla fine avrebbe letto i fogli  trovati.
E un giorno, mentre il primo dei soli si annunciava alle spalle della terra, schiarendo di un tenue viola il cielo, il vecchio chiuse il libro e lo guardò. Non disse nulla, lui si alzò con un gesto che voleva essere di ringraziamento e di soddisfazione, ed uscì dalla casa dell'anziano.
Non c'erano che flebili rumori nel villaggio, un'aria sonnacchiosa sembrava coprire ancora tutto come una coperta calda. Si avviò, respirando forte, verso la riva del mare. Lo trovò ancora scuro, quasi terribile; si sedette e aspettò.
D'un tratto il cielo sembrò squarciarsi di luce, e il secondo sole fece scivolare strisce dorate sul mare,che diventava a mano a mano sempre più livido e opalescente, come ogni giorno.
Stava lì, di fronte a lui, quel mare che lo inquietava col suo movimento di palude (Il Melmoso lo chiamavano i ragazzi nella loro gioiosa irriverenza); aprì il sacco e tirò fuori con cura pezzi di fogli bruciacchiati. Ora poteva togliersi ogni curiosità, se lo era meritato, Provò anche ad ordinarli, ma era una fatica impossibile. Cominciò a leggere
«...se si alzasse un po’ di vento… sono giorni che mi pare di non essermi mai mosso… devo…»
Troppo poco per capire, ne prese con cura un altro: «Gli anziani dicono che dove sorge il sole non c’è che orizzonte, e qualcuno afferma che da lì c’è un baratro…»
«...che volevo partire mi hanno dato del matto, predicendomi che sarei morto nel nulla… Devo sapere se…»
Maledì in cuor suo l’anziano e il fuoco, anche se cominciava a capire: dove tramontano i due soli esiste un’altra terra, quel mare non è infinito e loro non sono soli;e  tra quell'altra gente c’era stato qualcuno che aveva tentato il mare e, ora ne era certo, era morto nella traversata.
Continuò a leggere.
«...sono stanco, forse davvero non esiste un’altra terra…. paura di… non ho più forza di scriv…»
Con un nodo alla gola, come se avesse perso un fratello, prese l’ultimo foglio:
«...ho visto l’alba dei due soli allargarsi sul mare, ne ho visto lo splendore e la desolazione; forse questo mi ripaga del…»
«...ho sete…»
Sentiva lacrime, provava rabbia, eppure si sentiva sollevato: di la dal mare c’era un’altra terra e forse quel mare ostile, livido e crudele poteva essere vinto.
Si alzò in piedi, lasciò cadere l’ultimo foglietto annerito.
Guardò il mare: da lì avrebbe avuto le sue risposte, o forse lì avrebbe incontrato il suo destino.

venerdì 2 ottobre 2015

PEGASUS INTERNATIONAL - Francese 4






SERENA GENTILHOMME
Moi, Salvatore, ton Sauveur


 
Ma Maria,
Tout va bien.
08h00 : emmené notre enfant à la crèche.
08h30 : retour chez nous.
08h33 : debout devant la porte béante de la salle de bain, je t’entends gueuler, sous la douche, notre chanson, Ti amo, dont, désormais, je ne suis plus le destinataire. Toi, tu ne me vois pas, moi, si, malheureusement : derrière le rideau en plastique, tu te déhanches dans une danse obscène – digne de ces putes étrangères qui nous infestent, transformant notre beau pays en bordel. Je me sens plongé dans un de ces cauchemars où les choses et les visages familiers se font méconnaissables, comme ta voix, devenue insupportablement vulgaire depuis que tu as commencé à me tromper avec n’importe qui, via cet engin du diable qu’est Facebook.
Mais pourquoi nous as-tu tellement crottés, notre enfant, ce petit ange, et moi ? Pourquoi nous avoir traînés dans la boue t’exhibant sur ce réseau social – dont, par bonheur, j’ai réussi à te soutirer le mot de passe –  où de tristes individus, soi-disant amis, t’envoient des messages honteux, avec des cœurs et de petits visages grotesques souriant au milieu de nounours volants ? Que manquait-il à ton parfait bonheur ?
Je vais te le dire, moi : rien, même que tu as été protégée par moi comme nulle autre femme. Qui peut se vanter d’avoir un mari qui, malgré son quotidien surchargé – un  pompier étant sollicité à tout moment du jour et de la nuit –  t’assistait en tout, payait toutes nos factures, celles du boulanger comme celles du médecin, chez lequel je t’accompagnais, exigeant d’assister à tes visites afin de préserver ta pudeur d’épouse et de mère, ces titres sacrosaints que tu as obtenus grâce à moi et que tu as honteusement piétinés ? Je t’épargnais même la peine de te rendre chez le coiffeur, puisque le fait de te couper les cheveux moi-même, en plus d’épargner mon argent, me rendait fou de désir : rasée, ta petite tête ressemblait à celle des religieuses chez lesquelles j’ai été élevé jusqu’à mon adoption – enfin, j’imagine, car je ne les ai jamais vues sans voile, malgré mes efforts de les épier quand elles allaient se coucher.
08h35 : allé chercher le chapelet accroché aux mains de la statuette qui surplombe notre lit, celle de la Madone Aux Sept Douleurs, avec ses poignards plantés dans la blancheur immaculée de sa robe couvrant des seins que j’ai toujours devinés : hauts et fermes, pleins de promesses maternelles, comme les tiens, dévoilés la première nuit de mariage et…
08h37 : récitant le chapelet, je contemple tes formes impertinentes, remuant sous le jet que je ressens de plus en plus chaud, pire que le sperme tes bâtards d’amants. À mon corps défendant, je pleure, car, dans quelques minutes, tu n’existeras plus sur terre. Ce sera horrible, pour moi et pour notre enfant – pour lui, surtout –, mais, au moins, je t’aurai évité la mort la plus néfaste, celle de ton âme !
Dans l’église de mon village, en Italie du Sud, il y a une fresque exemplaire, où les Anges du Paradis et la Madone réservent leur meilleur accueil aux Mamans et aux Épouses Fidèles. Tout en bas, les salopes adultères et leurs salauds rôtissent dans les flammes de l’enfer, embrochés par les diables. Ça, c’est de la vérité évangélique, comme je te l’ai toujours répété, et toi, tu étais d’accord sur ce principe… Enfin, tu avais l’air d’être d’accord, au début de notre mariage. Désormais, je me dis que, chez toi, tout était fausseté et hypocrisie, ce à quoi j’aurais pu m’y attendre, mais comment savoir ce que cache une apparence, quand on croit avoir trouvé Celle qu’on a toujours recherchée? La première fois que je t’ai vue, toi – ni belle ni moche, cheveux courts mal coupés, pas de maquillage, petits yeux myopes irradiant une douceur infinie par-derrière d’épaisses lunettes, fagotée dans des vêtements démodés – je t’ai de suite identifiée à l’épouse idéale, la DDD de mes rêves : Dévouée, Discrète, Docile…
Façonnable à l’envi.
Après notre premier baiser d’amour, tu m’as avoué que tu n’étais plus vierge. J’ai été épouvantablement déçu, mais je me suis dit que j’avais une vie entière devant moi pour te façonner, même si, la première nuit de mariage, j’ai vu qu’il y avait du boulot, de ce côté-là : violemment enfourchée, tu bavais de plaisir, tortillant du cul et râlant des mots genre encore, encore, je viens, je viens, des trucs dignes des films porno, et je sais ce que je dis, j’en connais tout un rayon… Le jour d’après, je t’ai dit qu’il fallait que tu te donnes une contenance quand on faisait la chose, et toi, en femme amoureuse – au moins au début de notre mariage – tu as cherché à rester calme et passive, avec un sourire de résignation souffrante peint sur ton visage, identique à celui de la Madone Douloureuse qui a toujours veillé sur nos nuits consacrées par notre lien indissoluble.
Après, notre enfant est venu bénir notre union, accouché dans la douleur, comme la Bible l’impose. Comme on m’avait prévenu que tu voulais la péridurale, je me suis précipité dans la salle de travail en temps utile pour empêcher ce sacrilège, conscient, quand même, que tu avais commencé à glisser sur la pente du péché, en chute libre. Pour réparer, j’ai décidé de te refaire un enfant, me sentant impuissant, dans le sens que mon contrôle sur toi m’échappait. Sexuellement, en revanche, j’étais en forme olympique : jamais je n’ai mieux bandé que pendant ces nuits où je te possédais, toi, absente et rétive, me donnant – enfin ! – la merveilleuse sensation de violer une vierge récalcitrante, toute à son sacrifice.
Mon bonheur n’aura duré que peu de temps, jusqu’au jour où j’ai découvert que tu prenais la pilule en cachette. Je suis allé demander des explications à notre médecin qui s’est bien gardé de m’en donner, sous prétexte du secret professionnel. En revanche, il m’a prescrit des sédatifs que je me suis bien gardé de prendre, même si le stress me dévastait, songeant à ton âme souillée… Le jour d’après, j’ai même affronté l’humiliation d’aller chercher Monsieur le Curé dans sa sacristie pour savoir ce que tu avais pu lui raconter, mais celui-là m’a sorti un autre secret, celui de la confesse. Je me suis abaissé jusqu’à le supplier à genoux, lui notifiant que sa mission est celle de sauver l’âme du pécheur en général et la tienne en particulier, alors il m’a répondu une chose que je savais déjà, que l’Époux doit aimer son Épouse comme le Christ son Église, ce à quoi j’ai riposté que si l’Église n’est plus obéissante au Christ, celui-ci a bien le droit de la punir comme il faut, oui ou merde ? Souriant, Monsieur le Curé m’a dit d’éviter les gros mots et de m’en aller dans la paix du Seigneur. Puis, il a commencé à donner des ordres au sacristain sur comment décorer l’église pour le Saint Noël, mais, comme je ne partais pas, il m’a proposé sa bénédiction que j’ai refusée, bien sûr. Déçu et plein de haine, je suis rentré chez nous, où je t’ai surprise une fois de plus en train de chatter sur ce réseau de merde : éclairé par la lueur livide de l’ordinateur, ton sourire hébété, indécent, m’a donné envie de vomir, et ce fut la tête dans la cuvette, entre deux régurgitations de bile, que je pris ma décision ultime : conformément à mon nom de baptême, Salvatore, je serai ton Sauveur, vu que les autorités compétentes en matière de corps et d’âme avaient refusé de m’aider, se cachant derrière tous ces secrets à la con.
Après cette résolution, je me suis senti en paix, comme je ne l’avais plus été depuis longtemps – calme et détaché, mon esprit s’était composé dans l’invincible patience du Rédempteur. Nuit après nuit, tout au long des heures les plus noires et les plus froides de cet hiver, je suis resté assis sur le balcon de notre chambre, attendant que tu en finisses avec tes sales bavardages. Frissonnant, je fixais un point au-delà des champs qui traînent leur platitude  jusqu’à l’horizon : là dort un canal plein de boue, presque invisible de la route à cause des buissons, mais, pour peu qu’on sache qu’il existe, on peut très bien le surveiller de chez nous. Ce serait ma façon de te tenir constamment sous mon regard : pendant que ton corps se délitera dans la vase, ton âme se purifiera grâce à mes prières, jusqu’à l’instant où elle deviendra aussi luisante qu’une étoile dans une nuit sans lune.
Ça y est. La douche se tait. Tu ne chantes plus. Dans quelques secondes tu sortiras, resplendissante dans ta nudité qui n’est plus la mienne et qui revêt une âme purulente… Avant de t’étrangler, je te ferai réciter l’Acte de Contrition jusqu’au bout, cherchant à ne pas me faire apitoyer par ton désarroi, par ta terreur, mais, dis-moi, ma Marie, que sont quelques instants atroces sur terre par rapport à une éternité de flammes et de tourments ? Grâce à moi, tu passeras tout au plus quelques millénaires au Purgatoire, une vétille…
………………………………………………………………………………..
Tout va bien.
La chose a été plus rapide et plus facile que prévu : l’effet surprise, sans doute.
8h43 : âme épouse sauvée
9h35 : retour chez nous
9h40 : nourri lapins et poules
9h45 : connexion au site Rencontres catholiques que je fréquente depuis toujours et où j’ai posté cette annonce :
Homme seul, sapeur pompier, très croyant et fidèle, cherche femme vierge si possible, catholique pratiquante, simple, maternelle et sans ambitions professionnelles.
Parcourant la liste des profils, je vibre de satisfaction : nombreuses sont les femmes dignes de moi qui m’ont répondu, mais j’ai déjà repéré ma préférée, une ni belle ni moche, mal coiffée, mal habillée, aux yeux très doux derrière ses lunettes de myope…
Façonnable à l’envi.

 
                            


DANIEL FRINI
 LETTRE OUVERTE A DIEU




Monsieur qui êtes au ciel,
 Au nom de tous les hommes qui habitent ce monde – le vôtre – je me permets de m'adresser à votre très haute Divinité avec l'objet suivant :
— exiger la restitution de la côte que Vous avez soustraite à notre père Adam, alors que celui-ci se reposait au centre de loisirs connu sous le nom d'Eden, et
— faire en sorte que l'Histoire reprenne son cours à partir de l'instant précis qui a précédé ce malencontreux événement.
Nous exigeons également l'indemnisation correspondante, plus les intérêts échus depuis la création (conformément aux calculs de l'archevêque Ussher datant de quatre mil quatre avant la naissance de Votre Fils), ainsi que les honoraires et les coûts afférents. Nous nous réservons, en outre, le droit d'intenter, devant les tribunaux du Ciel que vous dirigez, les actions au pénal correspondantes afin d'obtenir compensation pour l'acte répréhensible que vous avez commis et que nous considérons bel et bien comme un vol. Nous sommes certains que Votre Infinie Sagesse n'interférera pas dans l'administration de la Justice.
J'insiste sur le fait que la côte d'Adam, notre côte, nous a été soustraite, volée, dérobée, escroquée. Et, ce qui est bien pire, abusivement utilisée pour créer un triste personnage lequel n'a, depuis lors, fait que perturber le cours normal et paisible de la vie de l'homme.
Notre père Adam était très bien tout seul, et nous sommes certains que Vous l'aviez doté de l'intelligence qui lui permettait d'assurer lui-même la satisfaction de ses besoins sans qu'intervienne dans Votre Création un nouveau personnage qui n'a fait que brouiller les pistes et qui Vous a, entre autres, fait perdre le contact avec l'excellent produit sorti de Vos mains. Nous n'en doutons pas. Vous avez agi correctement en expulsant Adam et la mégère, puisqu'il ne Vous restait pas d'autre possibilité, compte tenu de la règle régissant Votre ciel. Mais nous sommes convaincus que ce choix vous aurait été épargné si la susdite avait eu un autre comportement.
Confiant en votre discernement.

(Traduction : Pierre Jean Brouillaud)


             Né dans la province de Cordoba (Argentine) en 1963, Daniel Frini est ingénieur en mécanique et électronique. Il collabore à la revue en ligne AXXON. Ses récits sont publiés dans différents pays et, notamment, sur le site UN(E) AUTEUR(E), DES NOUVELLES.

 





Pierre Jean Brouillaud
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giovedì 1 ottobre 2015

MOI, ZOMBIE di Jean-Pierre Andrevon



Aujourd’hui, j’ai mangé mon grand-père.
Enfin, une partie. La plus tendre, si on peut dire que soit tendre un morceau de fesse plissée et l’arrière d’une cuisse qui ne vaut guère mieux.
C’est que grand-père, il doit bien avoir... voyons – pas loin de quatre-vingt-dix. Peut-être quatre-vingt-huit ou quatre-vingt-neuf, je ne sais plus. L’ennui, quand le temps a choisi de s’immobiliser, c’est que le passé se perd dans le brouillard, qu’on s’emmêle les pinceaux avec les dates.
Il n’a pas protesté, le papy, il n’a pas fait un geste quand je lui ai baissé le pantalon et ce qui restait d’un caleçon pourri adhérant à sa chair. Il n’a pas bougé quand j’ai commencé à mâcher ses muscles racornis. Il ne sentait rien, pardi.
C’est l’avantage, quand on est mort. On ne sent plus rien.
C’est marrant, quand j’étais gosse, bien avant que… Bien avant, quoi, grand-père, si je réclamais à bouffer entre l’heure des repas, avait l’habitude de me balancer : « Mange ta main et garde l’autre pour demain ».
Il ne croyait pas si bien dire.

*

Grand-père est venu habiter à la maison longtemps après que maman… Mais je mets la charrue avant les bœufs. Donc je vais tout reprendre depuis le commencement. Ça a démarré pour nous quand papa n’est pas rentré. Quand, maman et moi, on a compris qu’il ne rentrerait plus. C’était au début, au tout début, j’avais douze ans, peut-être treize. Ou quatorze. Vous voyez bien que tout s’embrouille ! Une histoire de neurones que les axones ne relaient plus aussi bien que lorsqu’on est… entier, si je peux dire.
C’était au début, au tout début. Papa s’absentait une partie de la semaine, il faisait le département, à essayer de placer aux résidences secondaires les œuvres d’art soldées qu’il se procurait par lots de dix à prix de gros dans des ateliers tenus par des Chinois. Je crois que c’étaient des Chinois. Et un jour, je veux dire un soir, il n’est pas rentré. Son portable sonnait dans le vide, jusqu'au moment où il n’a plus sonné du tout.
Je ne m’en souviens pas, évidemment. C’est maman qui me l’a raconté. Avant qu’elle-même…
Évidemment, on n’a jamais exactement su ce qu’il lui était arrivé, à papa.
Bah,  ce n’est pas très difficile à deviner.

*

C’est à la campagne que ça a commencé. Dans les petits villages. Je veux dire les cimetières des petits villages. Pourquoi ? Je n’en sais rien. Personne n’en sait rien. Peut-être qu’on y enterrait encore les morts proprement. Bien habillés, bien peignés, pommadés. Pas à la va-vite, comme dans les grandes villes. Et je ne parle pas de la crémation.
La crémation… Quelle horreur ! J’en ai vu sortir du four à moitié consumés, dévorés par les flammes, les côtes à nu, le buste accroché au bassin par la colonne vertébrale, les jambes en allumettes noircies. Pitoyables, tenant à peine debout, fumant comme un cigare qui se consume. Et puant la carne brûlée. Mais tant que le cerveau n’est pas touché…
Eux, au moins, peuvent être assurés de durer longtemps, longtemps, tant qu’ils ne se désagrègent pas. Parce qu’il nous est impossible d’ingérer de la viande cuite. Seulement la viande crue.

*

Il y a cette phrase que j’ai souvent entendue dans ma vie : « On s’habitue à tout ». Moi, en tout cas, je me suis habitué assez vite. Parce que, lorsque je suis devenu… ce que je suis devenu, j’étais encore jeune ? Probable. Avec un cerveau pas encore complètement formé, pas encore rempli de ces petites cases inamovibles qui font qu’un adulte est un adulte. Des adultes, j’en ai vu de véritablement enragés en comprenant qu’une fois passés d’un état à un autre, il n’y avait pas de retour en arrière possible. Hurlant, se tapant la tête contre les murs (pleurer, ce n’était plus possible), tentant de se suicider. Pas possible non plus, puisqu’ils étaient déjà morts.
Morts… ou morts-vivants, comme on voudra.

*

Parce que sincèrement, où est la différence ? Une fois passé d’un état à un autre, on vit (ou on mort-vit) presque comme avant. Presque. Évidemment, on ne respire plus, puisque nos poumons ne fonctionnent plus et que c’est notre peau qui a pris le relais. Comme chez les insectes. Évidemment, notre cœur ne bat plus. Mais qui peut prétendre qu’il se soit soucié des battements de son cœur ? Évidemment, on ne parvient plus à parler… encore une histoire de souffle, ou d’air qui ne passe plus dans la trachée. Et quand on essaye, tout ce qui vous sort du gosier, c’est un drôle de bruit de papier froissé. Arrrhhhh… arhhhhhh… Ce genre de bruit. Mais ce n’est pas pour autant qu’on ne parvient plus à se comprendre. Question d’expression, de geste, de posture. Quand j’ai commencé à manger grand-père, il a très bien compris.

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La différence principale, en fait, c’est ça. La nourriture. Nous ne pouvons plus manger que des… Vous savez bien. Une question d’assimilation, je crois. Une fois qu’on a été mordu, même un peu — il suffit que la peau ait été arrachée sur quelques centimètres, que la salive de celui qui vous mort coule dans la plaie avec tous les nécrovirus qu’elle contient — et ça y est, on se transforme. Ce qu’on avalait, ce qu’on digérait auparavant, ça ne passe plus. On s’en rend vite compte. C’est au moins une chose dont je me souviens. Je me sentais mal avec mon épaule toute déchiquetée, et j’avais voulu manger un reste de pizza qui traînait dans le frigo. Terrible. L’impression que mon estomac se retournait, comme une chaussette qu’on met à l’envers pour la garder encore quelques jours avant de la mettre au lavage. J’avais dégueulé la pizza sur le carrelage de la cuisine. Ma mère m’avait regardé d’une drôle de façon. Elle m’avait dit… elle m’avait dit : Arrrhhhhh. Et elle s’était avancée vers moi, les mains tendues, comme pour m’enlacer, me serrer sur son cœur. Je m’étais sauvé pour aller rôder dans les rues du quartier. Même à l’époque, on ne rencontrait déjà plus guère de… de normaux. De vivants. C’est allé si vite ! Et pas plus de non-vivants, qui ont eux aussi fini par se manger les uns les autres. Comme disait grand-père : Faute de grives…
C’est en zonant en ville que j’ai ressenti pour la première fois cette faim dévorante s’installer dans mes entrailles.
Cette faim à nulle autre pareille qui est désormais mon quotidien. Cette faim à hurler, comme le loup dans les bois. Alors j’ai marché, marché, cherché, cherché. Et j’ai fini par trouver un gamin, un plus jeune que moi, qui avait dû comme moi préférer foutre le camp de chez lui. Je l’ai attrapé, je l’ai mangé. Enfin… j’en ai mangé une partie.
Après, ça allait mieux.

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Manger. Quand on est passé de l’autre côté, on ne pense plus qu’à ça. Il nous faut manger. Tout le temps. Comme un oiseau, qui brûle tant d’énergie à voler qu’il doit reconstituer continuellement ses réserves. Nous, c’est pareil. On doit manger. Sinon, on se délite petit à petit, on pèle par plaques. Moi, je viens de remettre ça avec grand-père. Arrrhhhhh ? L’autre fesse, l’autre cuisse. Arrrhhhhh, merci. Qu’est-ce que j’aurais pu me mettre d’autre sous la dent, je vous le demande ? Le quartier est désert, maintenant. Complètement désert. Plus de vivants, plus de morts-vivants non plus, aussi loin que je puisse aller. Le boucher a mangé sa femme, avant d’être mangé par la famille du courtier en assurances qui habite au-dessus de sa boutique. La famille du courtier s’est mangée jusqu’à ce qu’il ne reste plus que le père – ou la mère, qu’importe – dont la seule préoccupation sera de chercher qui manger. L’épicier du coin ? Il a été mangé par sa fille aînée, elle-même mangée par le clochard qui avait pour habitude de dormir sous le porche de la Banque du Commerce et de l’Industrie. Lequel a servi de repas gratis à une bande de la cité des Tourterelles. Qui s’est ensuite entre-dévorée jusqu’à l’os du dernier non-survivant. C’est comme ça. Pierre mange Paul avant d’être mangé par Françoise qui sera mangée par Célestin, et ainsi de suite.
C’est comme ça.

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Dans les premiers temps, on a du mal à s’y faire. Manger un étranger (avant qu’il ne vous bouffe), passe encore. Mais un proche ? Quelqu’un de sa famille ? On a du mal. Lorsque nous avons été certains que papa ne rentrerait pas, maman a bien dû se décider à sortir, pour chercher de la nourriture. Je veux dire : des aliments normaux, puisque nous étions encore normaux, maman et moi. Malgré le bordel qui régnait en ville, elle sortait. Et un jour… un jour, j’ai bien remarqué qu’elle n’était plus tout à fait la même. Le teint pâle, les yeux glaireux. Et tout un côté de sa robe déchirée, avec des morceaux de chair qui pendouillaient. Je me suis dit « Ça y est. » Pendant quelques jours, maman est restée… ma maman. Mais avec des attentions de plus en plus affirmée. Elle me prenait dans ses bras pour un oui pour un non, elle m’embrassait, me reniflait, elle me léchait les joues avec sa vilaine langue devenue toute noire, m’envoyant en pleine figure son haleine qui puait la charogne: Arrrhhhh, arrrhhhhh… Jusqu’à ce qu’arrive le moment où elle a craqué et a commencé à me mordre. À me déchiqueter l’épaule, pour y boulotter sa livre de viande. Maman, maman, mais qu’est-ce tu fais ? Tu parles. Je savais bien ce qu’elle faisait. Quand j’ai pu me dégager en la rouant de coups de poing et de coups de pied, c’était trop tard. J’avais franchi le cap, j’étais passé de l’autre côté. Et ma faim a commencé à grandir, à me consumer l’intérieur des boyaux. Pas une faim de pizza ruisselante de fromage, de bifteck haché avec un œuf à cheval, de corn-flakes par tombereaux, de barres chocolatées à s’en mettre plein les doigts, non. Une faim de loup, une faim de…
Et c’est comme ça que j’ai mangé ma mère.

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Ça ne s’est pas fait en un seul repas, je vous prie de le croire. Pendant des jours, ou peut-être bien des semaines, c’était à qui mangerait l’autre. J’avais douze ans. Ou treize, ou quatorze, je ne sais plus. Mais j’étais déjà un gars costaud, capable de fiche la trempe à de plus grands que moi dans la cour de récré. Et maman était une frêle petite bonne femme que le vent aurait emportée. J’ai fini par prendre le dessus. Les joues, les seins, le ventre, les fesses, les cuisses… Arrrhhhh, arrrhhhhh… (Traduction : « Je suis désolé, maman mais je ne peux pas faire autrement »). Les tripes, le foie, les lobes pulmonaires desséchés, les doigts de pied un par un en rongeant bien le pourtour des osselets. Et le plus important : la cervelle. Jusqu’à ce qu’il ne reste qu’un squelette entièrement récuré étalé sur la moquette. Et qui semblait me regarder avec reproche du fond de ses orbites caverneuses. C’était gênant, je me suis résolu à le dépareiller et à tout balancer par la fenêtre.
Et le temps a continué de s’immobiliser.

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Pendant des mois, mais si ça se trouve je pourrais aussi bien parler d’années, j’ai survéc… oups ! Je veux dire : j’ai résisté. En patrouillant de plus en plus loin dans la périphérie, la grande banlieue, j’arrivais à trouver de quoi manger. Ceux qui se cachaient dans les caves, les entrepôts, les grandes surfaces. J’étais un petit malin, on ne se méfiait pas de moi. Petit, ce n’est pas un mot en l’air. J’étais costaud, c’est vrai, mais n’oublions pas que j’avais douze ans, peut-être treize, au maximum quatorze quand c’est arrivé. Aujourd’hui, j’ai toujours le même âge. Qu’est-ce que vous croyez ? Un mort, ça ne vieillit pas, ça ne grandit pas.
Ça reste.

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À un moment ou un autre, grand-père s’est pointé à la maison. Arrrhhhh… arrrhhhh… arrrhhhh…. (Traduction : « Je ne voulais pas te laisser seul, mon petit. Dans les circonstances présentes, il vaut mieux se serrer les coudes »). Arrrhhhh… (« Pourquoi grand-mère n’est pas avec toi ? ») Grand-père n’a pas eu besoin de répondre, j’avais compris. Pendant quelques jours, ou quelques semaines, ou plus, je l’ai accepté. Il n’était pas beau à voir avec ses vêtements en charpie, son teint de charbonnier, son crâne qui laissait voir l’os et une oreille qui manquait, comme son bras gauche, sans compter des trous partout. Mais c’était mon grand-père. Quand j’étais gosse, il me racontait des histoires de pirates, il me faisait des dessins avec des cavaliers qui chargeaient, bannière au vent. Seulement lui aussi avait faim. Seulement lui aussi a commencé à me regarder d’une drôle de façon, comme autrefois maman. Quand il a tenté de me mordre avec les dents pourries qui lui restaient, pas beaucoup, j’ai dû me résoudre à l’enfermer dans la chambre de mes parents. Alors il s’est mis à taper sur la porte, à taper, à taper, sans cesse, jour et nuit. Brang, brang, brang. Il avait faim. Combien de temps qu’il n’avait pas mangé ? Des semaines, probablement. Des mois, si ça se trouve. Ce qu’il y a de particulier, dans notre état, c’est que, même en souffrant d’une faim perpétuelle, on peut rester des semaines, des mois sans manger. Comme les reptiles, il paraît. Comme le crocodile dans son marigot, qui attend, qui attend. On se dégrade peu à peu, on perd de la substance, mais on résiste. On ne m… Quel idiot je suis ! J’allais dire : on ne meurt pas.

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Brang, brang, brang.

Je ne sais pas si c’est ce martèlement continu contre la porte, qui allait finir par me rendre fou, ou la torture de plus en plus intense de la faim, mais il a bien fallu que je m’y résolve. À manger grand-père. La fesse et la cuisse, pour commencer Arrrhhhhh… (« Je suis désolé, papy, mais j’ai trop la dalle ! ») Arrrhhhhh… (« Fais ce que tu dois faire, gamin. À mon âge, tu sais… ») Alors je l’ai fait. Petit morceau par petit morceau, pour économiser. Au long des jours, des semaines, des mois qui ne passaient plus. Comme pour maman, je l’ai dévoré jusqu’à l’os. Et même les os, je les ai sucés longtemps, longtemps, pour me donner l’illusion de manger encore. Ensuite j’ai eu l’idée de briser au marteau les plus gros, les fémurs, les vertèbres, pour en extirper la moelle. Mais ça n’a pas duré. Et j’avais faim, j’avais faim.
Qu’est-ce qu’il fallait que je fasse ? Il n’y a plus personne, dehors.
J’ai faim, j’ai faim.
À un moment ou un autre, je me suis surpris à me lécher le gras de l’épaule. À me mordiller la chair. Comme autrefois maman. C’était un peu dur, assez salé mais, dans l’état de dénutrition dans lequel je
me trouvais, j’ai trouvé ça délicieux. J’ai mordu plus fort, du tranchant de mes incisives. Je me suis trouvé délicieux.
Il n’y a que le premier pas qui coûte, n’est-ce pas ?

*

J’ai continué. L’épaule, le bras, ce qui me restait de viande sur le torse, entre les côtes, sur les hanches.
J’ai continué.
En me rationnant, en me contentant de peu. Une bouchée par-ci, une bouchée par là. Bien sûr, je ne me reconstitue pas autant que je me mange. Mais en faisant gaffe, je pe
ux durer longtemps. Des semaines, des mois. Des années, si ça se trouve. En restant peinard dans ma chambre, comme le crocodile dans son marigot, qui attend, qui attend.
Oui, dans ce temps immobile, je peux durer longtemps. Pas vrai, grand-père ?
Mange ta main et garde l’autre pour demain.