mercoledì 19 giugno 2013

PEGASUS SF, recensione di Sauro Nieddu



 PEGASUS SF
 La fantascienza italiana indubbiamente è una parente povera di quella di lingua inglese, ma vi siete mai chiesti il motivo? Possibile che gli scrittori italiani siano geneticamente incapaci di scrivere buona fantascienza? In effetti, la motivazione genetica lascia piuttosto a desiderare; in parte perché la presenza di alcuni ottimi scrittori negherebbe questa regola, in parte perché – si sa – noi italiani geneticamente siamo un miscuglio di popolazioni; la storia ci ha lasciato un’eredità di sangue nordico quanto africano.
Quindi?
Colpa in buona parte dell’editoria, che nella sua mancanza di coraggio – si preferisce quasi sempre affidarsi a scrittori esteri già affermati – sbarra quasi completamente la strada agli esordienti. Situazione che non è certo di stimolo alla crescita degli scrittori in erba.
Colpa dei lettori, che troppo spesso pigri, preferiscono farsi guidare dalla pubblicità piuttosto che incuriosirsi di fronte a nomi sconosciuti.
Entrambe queste affermazioni hanno un fondo di verità, anche se a dire il vero la situazione è ben più complessa; basti pensare, per esempio, che un editore di lingua inglese, con a disposizione un pubblico di quattrocento milioni e passa di persone di madrelingua, può ben permettersi di essere coraggioso rispetto all’editore italiano, il cui pubblico è, a voler esagerare, meno di un quinto.
Ma lasciamo perdere questo problema, che comunque è troppo complicato perché il sottoscritto ne possa venire a capo, e proviamo a passare direttamente alla soluzione; servirebbe una buona palestra, un luogo dove chi si affaccia al mondo della scrittura, possa iniziare a farsi conoscere e a confrontarsi col pubblico. Purtroppo in Italia manca da tempo, almeno per quanto riguarda la SF, una palestra di questo genere. O forse dovrei dire mancava. Questa nuova rivista edita da Paolo Secondini – Pegasus SF – infatti, ha tutte le potenzialità per diventarla.
Per quanto sia grande l’impegno profuso da Paolo nelle sue pubblicazioni, da solo non è però sufficiente a concretizzare tali potenzialità. Per far sì che queste non vengano meno, è indispensabile la partecipazione di tutti; dei lettori e degli stessi scrittori, che dando la propria opinione sui vari racconti, aiutino gli autori a correggere i propri difetti e siano di stimolo a migliorarsi. Sono convinto che le capacità e il talento si possano sviluppare solo tramite un franco e costruttivo confronto.
È con questo spirito, perciò, che mi accingo a stendere questa breve recensione. Invito inoltre gli autori dei racconti, a non prendersela a male nel caso di opinioni negative o parzialmente negative sui loro scritti; si tratta comunque di opinioni personali e come tali vanno affrontate. Tenendo sempre a mente, però, che in quanto appassionato di fantascienza, lettore e acquirente di libri, il sottoscritto è da considerarsi come parte del loro pubblico potenziale.
A livello generale, questo primo numero di Pegasus, si presenta come un’antologia di buon livello, nei vari racconti c’è una notevole varietà di tematiche – si spazia dall’introspezione di TRAMONTO, di Gianni Sarti all’azione di IL CAVALIERE DEL FIOCCO, di Damiano Lotto – e di ambientazioni – da quella rurale e contadina di IL SIGNORE DEL TEMPO, di Sergio Bissoli, al prossimo futuro di TERRAMATTA, di Vittorio Catani allo spazio profondo di LA METAMORFOSI, del sottoscritto –.
Come potete vedere quindi, ce n’è per tutti i gusti.
Innanzitutto, mi è molto piaciuta la prefazione di Giuseppe Novellino, col suo gusto della citazione che non diventa mai didattico, e la forma narrativa, nella storia del chierico che si sviluppa senza intralcio dall’inizio alla fine.
Tra i racconti, quelli che ho preferito sono il DIARIO DA UN AVAMPOSTO, di Paolo Secondini, che affronta il tema della solitudine in modo originale e fulminante, e IL DIO IN SCATOLA, di Sergio Bissoli; nonostante un’idea di base non proprio originale, la struttura e la forma, la caratterizzazione dei personaggi, ne fanno un piccolo gioiello.
Devo fare un discorso a parte per TERRAMATTA, di Catani; pur non avendomi preso in maniera particolare – forse perché le vicende dei personaggi sono subordinate alla descrizione dello scenario, mentre personalmente preferisco quei racconti in cui prevale la storia – è obiettivamente un bel racconto, che ha dalla sua una splendida scrittura, un’ambientazione originale ed efficace, nonché l’affascinante idea dei Mutamenti e un finale allo stesso tempo morale e grottesco.
IL REGALO, di Giuseppe Novellino, che per il resto mi è piaciuto molto – contiene un tentativo di immaginare dove porteranno alcune tendenze sociali già avviate, che è davvero interessante – non mi ha convinto nel finale, a mio avviso troppo didascalico.
In MIGLIORAMENTO DI SPECIE, di Danilo Concas, un’idea di partenza non originale avrebbe necessitato di qualche guizzo a livello della costruzione o almeno della scrittura, che invece è,  ahimè, piuttosto discontinua. Ho anche rilevato un’incoerenza logica – o forse non ho proprio capito dove volesse andare a parare il racconto – che, pur non gravissima, mi ha disturbato nella lettura.
IL CAVALIERE DEL FIOCCO, che mi è piaciuto sia nel linguaggio sia nella struttura, mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca in un altro senso; lo riterrei molto più valido come inizio di un romanzo, che non come racconto a sé stante. Mi sono chiesto se per caso l’autore non avesse quell’intenzione…
Riguardo agli altri racconti; trovo che siano tutti lavori di piacevolissimo mestiere, che forse non mi hanno lasciato un segno profondo, ma che ho trovato comunque delle letture molto gradevoli.
Detto ciò, a costo di essere noioso, voglio rinnovare il mio appello: Commentate. Confrontatevi. Fatevi sentire!


martedì 18 giugno 2013

GIOVEDI’ 8 AGOSTO di Giuseppe Novellino

Certo che il computer, a volte, fa brutti scherzi. Quello che ha tirato a me, recentemente, ha dell’incredibile.
Cazzeggiavo su Facebook, quando è scomparsa la schermata e il monitor si è fatto buio, come se la macchina si fosse spenta.
Un virus, ho pensato.
E lo penso ancora, altrimenti dovrei prendere in considerazione qualcosa di veramente insostenibile.
Insomma, mi si è presentato davanti un testo scritto. Sono riuscito a salvarlo, prima che scomparisse d’incanto, così come era venuto. Ora ve lo propongo, perché possiate meravigliarvi anche voi, amici del forum. O spaventarvi, non so.
E chi è questo Simone Del Greto, autore del testo? Può darsi che il tutto sia il frammento di un racconto. È ciò che penserete anche voi. Ma quella data mette i brividi. Uno scrittore di horror, o di fantascienza, non fissa l’azione in un tempo così preciso e vicino a compiersi. A meno che non si tratti di un frammento risalente a tanti anni fa, il cui autore indicava la data di un futuro ancora lontano, e dunque solo funzionale alla storia. Ma allora avrei dovuto trovare il manoscritto in un cassettone, non sul monitor del computer.
Certo, una spiegazione ci sarà. Più probabilmente riconducibile allo scherzo di qualcuno di quegli smanettoni che mandano in giro virus e che entrano nei cervelli della NASA.
Nel momento in cui scrivo sono le 18.45 di sabato 1 giugno 2013.
Ed ecco il file in questione.

Giovedì 8 agosto 2013 – Mezzogiorno
Simone Del Greto sta per cliccare su invia per fare partire la mail.
Destinatario è la redazione del quotidiano La provincia di Sondrio.
L’uomo è nel complesso soddisfatto di quello che ha scritto, ma vuole rileggere.
La gente di Bormio è in allarme. Tuttavia continua a mantenere i nervi saldi. Turisti non ne arrivano, ovviamente. E quelli che ci sono se ne stanno andando attraverso i passi del Gavia, dello Stelvio o dell’Aprica. La via per la Svizzera, invece, è bloccata. I vicini elvetici hanno chiuso la galleria di San Gallo, il Passo della Forcola, il valico di Campocologno e forse anche quello di Castasegna. È il popolo più prudente e discreto del mondo, non vuole mettere a rischio la tranquilla villeggiatura di pensionati bernesi e di famigliole bavaresi amanti dell’aria salubre delle Alpi.
Le autorità dell’Alta Valle hanno istituito un massiccio posto di blocco nei pressi di Le Prese, all’imbocco della lunga galleria che sfocia nella conca di Bormio.

A questo punto Simone cancella conca di Bormio e sostituisce con Magnifica Terra, termine utilizzato fin dai secoli passati per denominare quel contado fra le montagne. Forse, con la nuova espressione intende esorcizzare l’estremo degrado a cui sta andando incontro il famoso luogo di villeggiatura.

Fanno passare i mezzi, ma controllano minuziosamente le persone che si trovano a bordo. Respingono tutti coloro che sono portatori di ferite o traumi d’ogni genere.
A Sondrio, invece, la situazione sembra davvero tragica. Gli zombie si stanno moltiplicando e presto raggiungeranno Tirano, essendo piuttosto deboli gli sbarramenti in quel settore. Il Passo dell’Aprica è stato già messo sotto controllo dai bresciani. Mentre tutte le ispezioni sono concentrate tra Colico, Delebio e Nuova Olonio, al confine con le province di Lecco e Como, all’imbocco della Valtellina.
La situazione, a mio parere, sta sfuggendo di mano. L’infezione (perché di questo pare si tratti, ormai) è del tutto sconosciuta. La gente contagiata cresce in quantità per il fatto che gli zombie riescono quasi sempre a sfondare le difese, ghermire i poveracci rimasti in vita, azzannarli, divorarli in parte o interamente. Pare che vadano matti per le interiora. Con le mani, che sono diventate orribili strumenti di macelleria, staccano teste, sfondano toraci e addomi come se niente fosse…

Rileggendo queste ultime frasi, Simone è tentato di cancellarle o di esprimere i concetti con immagini più generiche e blande. Invece, lascia le cose così come sono.

Oggi l’esercito effettuerà dei voli con gli elicotteri sulle strade di Sondrio e dintorni. I soldati cercheranno di abbattere con le mitragliatrici il maggior numero di zombie. Ma non è facile eliminarli. Faranno di tutto per colpirli alla testa, seguendo le indicazioni che vengono dai film sui morti viventi.
Siamo arrivati a questo punto, pensa Simone: il mondo della finzione fornisce utili insegnamenti su come affrontare la realtà.
Sorride amaramente. Poi continua a leggere.

Qualcuno ha già fatto l’esperimento. Pare, infatti, che uno zombie senza testa o con il cranio fracassato non si rialzi. Bisognerebbe però controllare per un lungo periodo. Alla testa mozzata dello zombi non ci si deve avvicinare. Continua a tenere gli occhi sbarrati e la sua bocca è pronta ad affondare i denti nella carne dell’incauto osservatore.
Le cause del fenomeno sono ancora tutte da accertare.
Sembra molto probabile che c’entrino gli scavi per la ricerca dell’uranio dalle parti del lago Scais, vicino a Sondrio.
La ditta E.M.U. (Estrazioni Minerali e Uranio) di Monza ha rilasciato un comunicato in cui spiega che l’uranio in sé non sarebbe responsabile del fenomeno. Più facilmente si è trattato in una specie di errore nell’attività di scavo e di carotaggio. Nel tardo pomeriggio di venerdì 18 luglio è stata fatta brillare una carica di esplosivo per frantumare una parete di roccia. Dietro di essa c’era una cavità che forse era stata creata dall’uomo qualche secolo fa. Non hanno specificato cosa conteneva, limitandosi a dire che forse dall’antro è uscito qualcosa che non doveva uscire… O forse l’esplosione stessa ha innescato una strana reazione chimica. Chissà.
Questa mail, debitamente integrata e limata, può essere usata come articolo per codesto giornale.
Saluti.

Bormio, 8 agosto 2013 Simone Del Greto

Quindi clicca su invio.
Mancano due mesi a questa data.
Se è lo scherzo di qualche buontempone, o se si tratta di un bizzarro virus del computer, alla fine ci faremo quattro risate.
Perché se di altro virus si tratta…

lunedì 17 giugno 2013

POVERE LE MIE CREATURE di Sauro Nieddu.


Ho scoperto questo manoscritto frugando nei recessi più remoti della rete, in un vecchio sito polveroso – figuratevi che si trovava all'ultima pagina della ricerca di Google per "saponificazione" – che dal 1997 non ha più ricevuto alcuna manutenzione. La sua sopravvivenza è stata possibile solo perché era stato caricato su un obsoleto computer pubblico della ASL, di tanto in tanto ancora collegato a internet. Ovviamente la terribile vicenda in esso narrata mi ha incuriosito non poco. Ho indagato a fondo, intenzionato a sapere qualcosa direttamente dalla voce dell'autore, e ho rintracciato un tale Gavino Giovanni Perria, che appunto negli anni novanta prestava servizio come inserviente alla ASL di Cagliari. Il Perria però, pace all'anima sua, è deceduto nel 2005. L'unico familiare – Gavino Perria non si è mai sposato né ha avuto figli – ancora in vita, è l'anziano fratello Italo, che purtroppo di questa faccenda sapeva ben poco. Mi ha però raccontato le circostanze della sua dipartita; il fatto che sia avvenuta per complicazioni respiratorie, causate da strane calcificazioni che ne limitavano da tempo la funzionalità polmonare, getta un’inquietante luce di veridicità su questo racconto.
Per ovvi motivi ho preferito eliminare da questa versione il nome dell'ingrediente incriminato. Gli stessi motivi tra l'altro, mi hanno indotto, una volta rintracciato il computer su cui era memorizzato il racconto originale, a formattarlo; non vorrei trovarmi a soffocare un giorno, in un mondo di candida schiuma.
Sauro Nieddu

Il mio nome è Gavino, Gavino Giovanni Perria per essere preciso, ed ero un uomo curioso. Maledetta la curiosità! Voglio raccontare questa cosa terribile che mi è capitata nel millenovecentottantanove. Non so se può servire di lezione alle future generazioni, sicuramente serve a me che ho bisogno di sfogarmi perché non l'ho mai raccontato a nessuno.
Cominciò perché non ne potevo più di fare il dipendente statale, con tutti quei dottori che ti trattano da scemotto solo perché non hai studiato. Volevo farglielo vedere io, di cosa era capace Gavino Perria! Mi era venuta l'idea di fabbricare sapone, perché al giorno d'oggi la gente si è presa quest'abitudine di lavarsi tutti i giorni e io, che sarò anche ignorante ma non sono tonto, ho pensato che nei giorni a venire la gente si doveva lavare ancora di più, e quindi una fabbrica di sapone non poteva mai fallire.
Però non avevo idea di come si faceva il sapone: mia mamma me lo aveva insegnato come lo facevano nell'antichità, con la lisciva e lo strutto, ma se volevo aprire una fabbrica dovevo imparare il metodo moderno. Così sono andato alla libreria e mi sono comprato un libro che si chiamava I mille metodi della saponificazione moderna, e poi me lo sono letto tutto.
Allora mi sono fatto il laboratorio nella stanza degli ospiti, che tanto era sempre vuota, e di sera, quando tornavo da lavorare, ho iniziato a provare, per vedere come mi usciva. All'inizio non è andata tanto bene, ma poi a forza di provare ho imparato. Dopo due mesi facevo questi saponi meravigliosi che solo a guardarli facevano luccicare gli occhi, belli bianchi bianchi e quadrati che sembravano fatti a macchina.
Però a questo punto mi sono detto:
«Oh Gavino, a una cosa non ci hai pensato! Se il tuo sapone è uguale agli altri che ci sono in bottega, perché la gente deve comprare il tuo?»
E ho capito che se volevo diventare ricco, il mio sapone doveva essere meglio degli altri. Ma come potevo fare? Le cose che c'erano scritte nel libro erano tutte cose che già si sapevano... allora mi sono messo a pensare cosa potevo fare che gli altri non ci avevano ancora pensato. Pensando pensando, mi è venuta la curiosità – maledetta la curiosità! – di provare a metterci un poco di (...), di quello che usavano da noi alla mutua. Più ci pensavo e più mi sembrava che l'idea era buona; volevo fare questo sapone così bello che poi tutti i grandi signori, tutti i dottori, dovevano venire in ginocchio per chiedermene un panetto. Volevo farglielo vedere io, di cosa era capace Gavino Perria!
Così un giorno ho preso un pochino di (...), che tanto i dottori non se ne accorgevano, e quando sono tornato a casa mi sono messo a fare il sapone. Quando era quasi pronto, prima di metterlo nello stampo, ho aggiunto il (...) nel paiolo. Dovevo solo farlo riposare e vedere che cosa ne usciva. Intanto che aspettavo però, me lo sognavo anche la notte, questo sapone meraviglioso, che tutti i saponai del mondo dovevano venire in ginocchio a chiedermi la ricetta. Me lo sognavo che era bianco come il latte e bastava odorarlo per essere puliti.
Quando tornavo da lavorare, la prima cosa che facevo era andare a guardare il sapone, per vedere come stava uscendo. Per essere bianco era bianco, solo che c'era una cosa che non mi piaceva. L'impasto, invece di essere liscio e cremoso come deve essere per un sapone da signori, era tutto pieno di bolle, e queste bolle, più passava il tempo più diventavano grandi. Sembravano teste di polpo, grandi come le noccioline. Lo guardavo, lo guardavo, e poi una domenica, sono andato di nuovo a guardarlo, e le bolle hanno iniziato a muoversi. Piano piano si sono mosse sempre di più e dall'impasto sono uscite queste bestie che sembravano davvero polpetti, solo che erano tutti bianchi.
Io li guardavo e non ci capivo niente, una cosa così non mi era mai capitato di vederla! Ho pensato che doveva essere colpa del (...) che ci avevo messo. Poi i polpetti hanno aperto gli occhi e si sono messi a strisciare verso di me, dovevano essere almeno cento e facevano tutti pii pii pii, come gli uccellini quando escono dall'uovo. Ho pensato che avevano fame ma non sapevo cosa dargli, poi ho pensato che forse, già che io mangio la carne, quelli potevano mangiare sapone. Ho tagliato una saponetta a pezzi piccoli piccoli, gliel'ho data, e quelli se la sono mangiata tutta. Poi sono andato in cucina a guardare la televisione. I polpetti mi hanno seguito, sono saliti sulla poltrona dov'ero io e si sono addormentati. Gli ho messo una copertina sopra, perché anche se era estate c'era un po' di corrente, e ho continuato a guardare la televisione.
Anche se il sapone non mi era uscito bene, ero tutto contento perché avevo fatto una nuova invenzione, tutto orgoglioso. Mi sentivo come Dio dopo che aveva creato tutte le bestie.
Era passata una settimana, e i polpetti erano cresciuti. Ormai erano grandi come un melone. Stavano crescendo anche abbastanza educati, mi seguivano per tutta la casa e invece si continuare a fare pii pii pii ogni volta che avevano fame, rimanevano in silenzio e aspettavano l'ora di cena.
Poi un giorno, che i polpetti erano grandi già come un’anguria, mi è venuta la curiosità – maledetta la curiosità! – di portarli fuori per vedere se gli piaceva. E altroché se gli piaceva, erano tutta una felicità. Correvano da una parte all'altra, guardavano il cielo, frugavano dappertutto.
Proprio allora capitò il disastro, si era messo piovere. Una di quelle passate d'acqua d'estate. Con il cielo che si fa nero in un attimo e incomincia a lampare e tuonare.
I miei polpetti bianchi piangevano disperati pii pii pii e correvano verso di me, e l'acqua li squagliava, poveri i miei saponetti. Li prendevo in mano per portarli al riparo ma scivolavano via già tutti liquefatti. Poi hanno cominciato a gonfiarsi e a fare schiuma, hanno smesso di pigolare ma continuavano a seguirmi. Erano diventati più grandi di me, giganti di schiuma, e io ero tutto in mezzo alla schiuma e non riuscivo più a respirare, respiravo schiuma, respiravo sapone. Ho incominciato a tossire e mi sono messo a correre, correvo e tossivo, correvo e tossivo.
Sono corso fino alla fontana, ho aperto il rubinetto per sciacquarmi, che non respiravo più e stavo soffocando. Mi sono sciacquato la bocca ed il naso, poi mi sono sciacquato gli occhi, poi ho guardato intorno. I miei bambini di schiuma erano tutti a giro a giro a me. Non facevano più pii pii pii, ma si vedeva lo stesso che erano disperati, che volevano stare vicini a babbo. L'acqua che scorreva dal rubinetto non li faceva accostare, poveretti, erano l'immagine della disperazione. Ma io cosa potevo fare? Se chiudevo il rubinetto quelli si gettavano addosso come prima e non potevo più respirare. Aveva smesso di piovere, l'acqua della fontana li teneva lontani. Figli miei perdonatemi! Ma il babbo non ne ha voglia di morire soffocato.
Dio mi perdoni per tutti i peccati! Ho pensato che prima o poi il sole scioglieva la schiuma ed ero salvo. Non pensavo mica alla vita dei miei bambini, pensavo solo a salvare la mia, di pelle. Dio mi perdoni.
Ma il sole è tornato, e il sole se n'è tornato ad andare, e i miei polpetti di schiuma erano sempre lì. Allora ho capito cosa stava capitando. L'acqua non faceva seccare la schiuma, la stessa acqua che non li lasciava avvicinare a me. Io li stavo facendo soffrire con quell'acqua, e non potevo privarmene perché se no toccava a me soffrire. Sono restato lì con la tristezza nel cuore a vedere i miei bambini che soffrivano, e non ho avuto il coraggio di chiudere il rubinetto, perché se no toccava a me.
Non so nemmanco quanti giorni e quante notti sono rimasto lì, intrappolato nell'angolino del cortile. So solo che avevo così fame che non stavo più in piedi. So solo che un giorno, un altro temporale ha buttato giù tanta di quell'acqua che ha portato via tutta la schiuma. I miei bambini!
Allora sono tornato dentro casa, piangendo, e mi sono coricato. Ero mancato tanti giorni dal lavoro, e se non andavo a spiegarmi, almeno il giorno che veniva, sono sicuro che mi licenziavano. E il giorno dopo sono andato al lavoro, e il giorno dopo, e quello dopo ancora, ma a fare il sapone non ci ho più provato. Mi era passata la voglia di far vedere a tutti chi è Gavino Perria, mi è passata per sempre.

venerdì 14 giugno 2013

L’UOMO NERO di Sergio Bissoli


Le sere d’inverno vado alla fattoria dello zio Ugo, per fargli compagnia, dopo che è rimasto vedovo.
Appoggiandosi al bastone lo zio apre la porta e mi accompagna nella sua cucina accogliente. Sulla tavola sono preparate tazze di vino caldo e dentro alla fruttiera di vetro ci sono cachi e nespole.
Vicino al camino stanno appese pentole e padelle di rame lucidato. Più in là c’è una finestra e oltre i vetri si vede la campagna ammantata di nebbia. Non si riesce più a distinguere neanche gli alberi di mele cotogne piantati in fondo all’orto.
Zio Ugo si avvicina, guarda fuori e commenta:
«E’ scesa una nebbia fitta. Nelle sere come questa arrivava qui il Capitano...»
Io non lo ho mai conosciuto e allora lo zio incomincia a raccontare:
Nelle sere di dicembre, una nebbia umida, pesante, impediva di vedere anche le case più vicine del villaggio. La campagna era sommersa sotto lenzuoli grigi di nebbia. Era un mondo lattiginoso, silenzioso, che isolava le persone e attutiva i rumori.
Io e altri ragazzi stavamo fuori nel cortile, ad aspettare. Mani e piedi erano gelati e gli occhi lacrimavano per il freddo. Poi, quando scendeva l’oscurità, noi ragazzi perdevamo la speranza di vedere arrivare il Capitano.
Ma proprio allora, appariva, lontano nei campi, un lume biancastro. Il lume serpeggiava, seguendo le curve del sentiero, e noi gridavamo di gioia, impazienti di vederlo arrivare.
Dopo una lunga attesa, finalmente appariva la sagoma scura di un uomo su una antiquata bicicletta nera, con fanale ad acetilene. Era il Capitano: indossava berretto, guanti di lana e un lungo cappotto nero con le code abbottonate ai lati delle tasche. A passi lenti, dovuti all’età, l’uomo si dirigeva verso un edificio scuro dove, dai finestrini, filtravano fessure di luce.
Venendo dal cortile squallido e desolato, la stalla appariva come un rifugio caldo e accogliente. C’era la luce delle candele, il calore prodotto dalle mucche, l’odore secco della paglia...
La stalla di sera era come un’oasi di vita nel buio e nella nebbia delle lunghe notti di dicembre. Gli uomini si radunavano lì, dopo cena, per parlare di sementi o di cacciagione. Altri col coltello ricurvo pelavano i rami dei salici e davano la corteccia alle mucche. Le donne sferruzzavano per fare calze o rammendare maglioni.
Ma appena entrava l’uomo alto e magro, si faceva silenzio nella stalla. Tutti smettevano di lavorare e nella quiete improvvisa si udiva solo tintinnare le catene delle mucche o qualche muggito.
L’uomo appena arrivato si dirigeva verso una sedia bassa, mezza spagliata, in fondo alla stalla. Nelle facce dei presenti si disegnava una espressione di stupore e di attesa, e solo allora, egli lentamente incominciava a parlare, incominciava a raccontare...
Le sue storie narravano eventi prodigiosi, fatti straordinari, incantesimi e magie di un’epoca tramontata.
E noi tutti ascoltavamo le sue storie, romantiche o feroci, bizzarre o meravigliose. Era come un rito che si ripeteva nella profondità delle notti invernali e al quale tutti noi eravamo abituati.
Ma un inverno più brutto del solito, con neve e ghiaccio oltre la nebbia, il Capitano tardava a venire. Noi ragazzi lo aspettavamo nel cortile dalle prime ombre della sera, fino all’arrivo del buio, quando il gelo ci faceva rientrare in stalla, infreddoliti e delusi. Eppure continuavamo ancora a sperare, per un suo arrivo in ritardo.
Non lo vedemmo più, né quell’inverno, né quelli successivi; non arrivò più; nessuno sapeva chi era, né da dove veniva.
Sono passati molti anni da allora; i vecchi sono morti, i ragazzi sono diventati uomini e molte cose sono cambiate qui.
Ma, nelle sere invernali come questa, a volte, nella nebbia appare un fanale ad acetilene che avanza, avanza e non arriva mai...

mercoledì 12 giugno 2013

UNA STORIA VERA di Massimo Licari


«La guerra è davvero uno schifo» mormorò tra sé e sé il sergente.
Qualche giorno prima il Ministero della guerra aveva disposto con un telegramma il suo trasferimento dalla caserma Mameli a Milano alla caserma Ruffo a Roma.
Era la prassi seguita normalmente quando affidavano una missione al Sergente Gaetano. Solitamente si trattava di portare ordini e disposizioni del ministero ai comandanti militari che guidavano le truppe sui diversi fronti di guerra.
Così, almeno una volta al mese, il sergente veniva catapultato in prima linea.
Africa, Grecia, Spagna, ce n’era per tutti i gusti.
Gli venivano affidate alcune veline con i comandi del ministero e lui doveva consegnarli direttamente al fronte a chi di dovere.
La sua missione terminava con la consegna degli ordini, ma tornare indietro non era sempre così facile e scevro di pericoli.
Quella volta era stato inviato in Eritrea, o, come veniva chiamata a quel tempo, nell’Africa Orientale Italiana.
Nella zona di Cheren la battaglia contro le forze britanniche infuriava da giorni.
Gli eserciti italiani difendevano come meglio potevano le posizioni, ma la superiorità e la determinazione dei britannici lasciavano poche speranze.
L’artiglieria continuava a martellare il fronte italiano giorno e notte, privando i soldati del sonno e costringendoli a uno stato di costante tensione.
Il sergente, subito dopo il suo arrivo, era stato a rapporto direttamente dal generale Lorenzini, al quale aveva consegnato gli ordini di Roma.
Il generale aveva letto le veline e aveva scosso la testa, probabilmente contrariato per quanto gli era stato ordinato.
Dopo qualche minuto di attesa, aveva congedato il sergente.
«Grazie sergente. Il capitano Lanzi la aiuterà a sistemarsi. Appena possibile la faremo rientrare.»
«Comandi» aveva detto il sergente scattando sull’attenti.
Aveva cenato con un pezzo di pane e uno di formaggio. Al fronte non si poteva avere di più.
Si era sistemato come meglio poteva per superare la notte.
Sperava di poter prendere la via del ritorno il mattino successivo.
Gli era già successo di dover rimanere al fronte per diversi giorni, prendendo parte alle azioni di attacco o di difesa con i battaglioni in prima linea. Non era un eroe e soprattutto non era fiero di quello che era stato costretto a vedere in combattimento.
I nemici erano uomini come lui e non ci si può mai vantare di aver ucciso un tuo simile, anche se di lingua e nazionalità diversa dalla tua.
Nell’esercito era approdato fuggendo dal seminario nel quale l’aveva mandato sua madre. Era il secondogenito e per lui era stata scelta la carriera clericale.
Il suo spirito libero e ribelle, però, l’aveva messo in grande difficoltà negli anni di seminario, al punto di decidere di mollare tutto.
L’unica possibilità che gli avevano offerto era stata quella di arruolarsi come volontario, cosa che aveva fatto senza pensarci molto.
Era entrato nei bersaglieri e aveva frequentato il corso sottufficiali.
Poi era scoppiata la guerra e sentiva di essere caduto dalla padella alla brace.
E ora si trovava per l’ennesima volta in prima linea.
Quando il primo colpo di artiglieria era esploso non molto lontano dal campo, era saltato in piedi con il cuore in gola. Si era guardato intorno e aveva visto gli altri ragazzi della IV° divisione Coloniali che lo fissavano quasi stupiti della sua reazione.
Non c’era ironia nei loro sguardi, solo muta rassegnazione. Erano ormai abituati a convivere con quei tuoni che scuotevano la notte e a vivere minuto per minuto con l’idea che prima o poi il nemico avrebbe fatto centro.
La notte passò lentamente. Con gli occhi sgranati il sergente aveva visto gli altri addormentarsi, ed era rimasto solo a contare i colpi che ritmicamente rompevano il silenzio.
Con i nervi a pezzi, salutò il sole che si affacciava lentamente.
«La guerra è davvero uno schifo» mormorò tra sé mentre il campo riprendeva vita.
Voleva andar via il prima possibile.
Si avvicinò alla tenda degli ufficiali per parlare con il capitano Lanzi.
Mentre era in attesa, vide arrivare di corsa un caporale.
Si stupì un po' quando lo vide fermarsi accanto a lui. Pensava che dovesse conferire con qualche ufficiale e invece sembrava essere arrivato proprio per lui.
«Sergente, deve venire immediatamente con me» disse affannato per la corsa che aveva fatto.
«Che succede?» chiese lui di rimando.
«Venga con me, presto!» disse l’altro.
Anche se era un po' perplesso, decise di seguirlo. Forse c’era qualcosa per lui.
«Dove andiamo, caporale…»
«Caporale Lazzari, sergente. Mi segua.»
Si allontanarono di corsa dalla tenda ufficiali, superarono una piccola collina lì accanto e si fermarono.
Non fece in tempo a dire nulla, perché un enorme boato lo colse del tutto di sorpresa.
La collina l’aveva riparato dallo spostamento d’aria e forse anche dalle schegge che erano volate in tutte le direzioni.
Si spostò di qualche metro per vedere il punto in cui c’era stata l’esplosione e vide la tenda ufficiali completamente distrutta. Una carica di artiglieria aveva centrato il campo, nel punto esatto dov’era stato lui fino a qualche istante prima.
Quel caporale gli aveva salvato la vita.
Si girò verso di lui per ringraziarlo e per chiedergli come aveva potuto immaginare quello che sarebbe successo, ma non vide nessuno.
Cercò lì intorno dove fosse finito, ma di lui non vide traccia.
Tornò al campo e aiutò gli altri a soccorrere i feriti.
Dopo qualche ora, chiese di conferire con il capitano Lanzi.
Il capitano dispose per il suo rientro immediato in Italia.
«Capitano, vorrei ringraziare il caporale Lazzari prima di lasciare il campo» disse il sergente prima di congedarsi.
«Non abbiamo nessun Lazzari qui» rispose laconicamente il capitano.
Il sergente Gaetano rientrò in Italia dopo qualche giorno.
Conservò il ricordo di quel caporale per il resto della sua vita.
Non tentò mai di dare una spiegazione razionale a quello che era successo.
Ma ogni volta che raccontava ai suoi figli quella storia, un velo di commossa gratitudine traspariva nell’espressione del suo viso.

lunedì 10 giugno 2013

SEGNI D'ARIA di Giuliana Acanfora



Il vento spostava le nuvole a gran velocità, creando un gioco di ombre in movimento sulla pianura sottostante, rigogliosa di fili d'erba che si piegavano come accarezzati da una mano invisibile. Una superficie all'apparenza morbida, ma colma di spighe e rametti che intrufolavano le punte dentro i calzettoni bianchi e irritavano la pelle. Nicholas si grattò la caviglia con il fianco della scarpa e tornò immobile, le gambe da stambecco in tensione nell'attesa dello scatto. I riccioli, piccole fiamme, gli frustavano il viso pallido punteggiato di efelidi. Non era ancora il momento. Non voleva rovinare, con una partenza incauta, tutto il lavoro.
A sinistra il canneto costeggiava il fiume e ne chiudeva la vista. Era lì che Nicholas aveva cercato due canne, resistenti e flessibili, che avessero il diametro del suo dito mignolo. Alla sera aveva chiesto aiuto al padre per tagliarle, legarle e rivestirle di carta rossa. Aveva dato all'aquilone la forma classica a losanga. Più tardi, nella sua cameretta, l'aveva rifinito, aggiungendo tre frange di filo, cui aveva legato dei fiocchi di carta velina gialla e azzurra. A lavoro ultimato si era concesso un sorriso enorme e nello specchio a forma di dinosauro erano apparsi i due incisivi inferiori, che stavano ricrescendo, e la finestra lasciata da quello superiore, che aveva perso due giorni prima.
Il vento aveva smesso di girare in tondo, come un gattino che insegue la coda, e tirava forte in un'unica direzione. Nicholas si buttò avanti, nella mano destra l'aquilone, nella sinistra il rocchetto con il filo. Il cuore gli balzava in petto al ritmo delle sneakers che battevano il terreno. Lanciò l'aquilone, che oscillò nel vento e prese quota: una macchia cremisi nell'azzurro sfilacciato del cielo. Gonfiò il petto, troppo emozionato per sorridere.
Ti veglierò dal cielo. Le parole della mamma gli si formarono nella mente, con il timbro della sua voce carezzevole e gli sembrò di sentire la mano di lei che gli scuoteva i ricci. Il mio fuoco, lo chiamava. Per questo lo aveva fatto rosso: se la mamma era vento, l'aquilone era la chioma di Nicholas da scompigliare ancora una volta.
Le lacrime affiorarono sul ciglio degli occhi e lui ci passò sopra il dorso della mano. Grosso errore! Aveva permesso al filo di allentarsi e l'aquilone stava sbandando. Nicholas lo strattonò e ne perse il controllo. Lo vide avvitarsi e precipitare nel canneto.
Por... – Si bloccò. A mamma non piaceva che lui dicesse le parolacce.
Corse al canneto. Si mosse di spalle, per incunearsi negli spazi sottili lasciati dalle canne, un braccio alzato a proteggere il viso dal contatto con le foglie. Arrivò vicino al fiume, in una zona dove si apriva una piccola radura. L'aquilone era lì, illeso.
Mancava poco a raggiungerlo, ma appoggiò il piede sopra a una zolla di terreno franoso, storse la caviglia e scivolò lungo la pendenza che conduceva al fiume. La mano cercò a vuoto degli appigli e la caviglia, già provata dalla storta, incontrò lungo la corsa un ostacolo pungente e duro che fece urlare Nicholas di dolore. Strinse la mano attorno a uno spuntone di legno e tenendosi a quello arrestò la sua corsa, finendo con le gambe dentro al fiume. Fece leva sui gomiti per issarsi fuori dall'acqua. La mano destra, sporca di terra, era graffiata in più punti e dove i graffi erano meno superficiali usciva qualche goccia di sangue. Bruciava. Era bagnato dalle ginocchia ai piedi, aveva i pantaloni fradici avviluppati alle gambe e sentiva l'acqua muoversi dentro le scarpe. Ma il vero macello era nella caviglia destra: provava un dolore costante e fitte acute al minimo movimento. A quell'altezza i pantaloni erano strappati in un lungo taglio e sulla tela beige si andava allargando una chiazza di sangue.
... ca vacca! – sbottò Nicholas. Attese che il dolore si attenuasse, per alzarsi e tornare a casa, ma più il tempo passava e più la caviglia diventava gonfia e dolente. Non ce l'avrebbe fatta, da solo, ad andare via da lì. E di sicuro suo padre non l'avrebbe cercato prima di cena, credendolo a giocare con gli amici. Quanto tempo doveva passare prima che desse l'allarme? E quanto, prima che qualcuno lo cercasse nel canneto?
Aiuto. – Il grido gli uscì strozzato. Schiarì la voce, urlò più forte: – Qualcuno mi sente? Sono qui!
Trattenne il respiro, le orecchie tese a cogliere un segnale. Udì solo il fruscio del vento tra le canne e lo scorrere del fiume.
Aiuto! – gridò ancora, poi si accasciò a terra e scoppiò in pianto.
Qualcosa lo pizzicava. Il pianto l'aveva estraniato, non avrebbe saputo dire per quanto tempo era restato incosciente a se stesso. Alzò il viso, impastato di lacrime e terra, e tornò a sedersi. C'era un nugolo di zanzare che ronzava attorno alla caviglia insanguinata. Estrasse dalla tasca il fazzoletto di stoffa. La mamma non mancava mai di mettergliene uno pulito nella tasca dei pantaloni, e da quando lei non c'era più era lui stesso che si ricordava di farlo, più per ripetere il gesto della mamma che per la reale necessità di avere con sé un fazzoletto. Lo aprì e lo sventolò sopra alla caviglia, per disperdere lo sciame. Una zanzara era rimasta appoggiata. Avvicinò la mano: tre, due, uno... presa! Strinse i denti mugolando: darsi uno schiaffo sulla caviglia non era stata l'idea del secolo.
Il cielo si era fatto di un azzurro più denso e opaco. Era ancora chiaro, ma non avrebbe tardato a imbrunire. E lui non voleva trovarsi lì quando fosse venuto buio. Chissà quale altra razza di animali schifosi si nascondeva nel canneto. Suo padre un giorno gli aveva detto di aver visto dei topi. E se ci fossero stati i serpenti? I coccodrilli dentro il fiume? Se fosse arrivato un lupo a mangiarselo vivo? Le lacrime gli velarono ancora gli occhi.
Il vento gli scompigliò i ricci, la carezza della mamma, poi si spostò verso l’aquilone. La carta rossa iniziò a sbatacchiare. Nicholas si sporse per prenderlo, ma prima che riuscisse a toccarlo, l’aquilone si sollevò. Superò le canne, salì in alto, e quando fu ben visibile a distanza si fermò oscillante, come un segnale. Suo padre l’avrebbe riconosciuto. Il rocchetto rotolò verso Nicholas, lui lo prese in mano e guardò in alto. Sorrise e annuì.
Passò ancora del tempo. Erano voci quelle che sentiva? Era così confuso e stanco da non essere più sicuro di nulla.
Ma sì, erano voci! Di persone che si stavano avvicinando. Ne sentiva i passi, e rumore di canne spostate o spezzate. Il cuore gli saltò un battito quando riconobbe, tra le altre, la voce di suo padre.
Papà! – urlò con tutto il fiato.
Nicholas?
Sono qui!
Santo cielo, cos'è successo?
Mi dispiace, papà. Non ti ho aspettato. Volevo far volare l'aquilone e...
Non fa niente Nic, me lo racconti a casa. – Il padre s'era chinato accanto a lui. – Mettimi le braccia al collo.
I due uomini insieme al padre fecero strada, aprendo un varco tra le canne. Nicholas, in braccio al padre, aprì la mano in cui teneva il rocchetto, che cadde a terra srotolandosi. L'aveva stretto così forte da avere i segni delle unghie conficcate nel palmo.
Grazie mamma – sussurrò, alzando il viso al cielo.
L'aquilone dondolava lento nella carezza del tramonto.