mercoledì 17 luglio 2013

FRANCESCA di Massimo Licari


Purtroppo questo sarà l’ultimo mio contributo a questo meraviglioso blog dedicato alla letteratura fantastica. A meno che non riesca a stabilire una comunicazione con qualcuno di voi…
Non so se sia conveniente, perché potrebbe causarvi qualche conseguenza: vi trovereste a dover cambiare mestiere e da scrittori divenire medium.
No, meglio di no. Anche perché mi ritroverei con grandi responsabilità per le quali probabilmente non sarei all’altezza: dare numeri del Lotto, mettervi in guardia su quella faccenda che vi tormenta, o, per chi soffre di manie di grandezza, spiegarvi chi è l’assassino, in modo che possiate anche voi aiutare la polizia, come quella Allison diventata famosa in TV.
Prometto, comunque, che continuerò a seguirvi, anche se non potrò più commentare i vostri contributi (non che l’abbia fatto spesso, in realtà).
Questa è davvero l’ultima avventura che mi posso permettere, ma finire in bellezza è sempre stato il mio sogno.
E questa volta ho preparato proprio tutto per chiudere alla grande: due belle pastiglie blu, profumo costoso e carta di credito oro.
Perché Francesca ti regala emozioni indescrivibili, ma ti chiede in cambio il meglio.
La tenevo d’occhio già da un po' di giorni, praticamente dal mio arrivo qui ad Alassio.
Ogni sua apparizione al pub è sempre preceduta dal suo profumo. Qualcuno dice che è Chanel 5, ma io non me ne intendo così tanto.
Quando quella sublime fragranza si insinua tra i tavolini e il bancone, le voci dei maschi che frequentano il pub si abbassano di volume.
Parlare di calcio o di donne in sua presenza è da tutti considerata un’eresia, al pari di una bestemmia pronunciata ad alta voce davanti al vescovo della città vicina.
Ogni sera con un uomo diverso, e con una costante alternanza: una sera con un suo coetaneo e la sera dopo con un uomo molto più vecchio di lei.
Strani gusti la Francesca.
Tutti sanno che è lei a scegliere chi potrà tenerle compagnia. I pochi che hanno provato a prendere l’iniziativa sono stati stroncati in modo così plateale che non osano più nemmeno affacciarsi al pub.
Io sono stato fortunato, perché Mario, il barman, mi ha spiegato tutto, anche se la gran parte delle cose che riguarda Francesca è avvolta nel mistero.
Nessuno l’ha mai incrociata di giorno, e nessuno sa nemmeno dove prende alloggio.
Di lei si sa solo che ogni anno passa ad Alassio i tre mesi estivi.
I pochi avventori del pub che hanno residenza in paese possono solo sospirare al suo arrivo. Si dice che se non sei un villeggiante non si avvicini a meno di un metro, e, chissà come, lei sa sempre se sei un paesano o se vieni dalla città.
L’avevo osservata a lungo, estasiato dalla sua bellezza nordica.
Bionda, occhi blu e carnagione chiara. Forse sui venticinque, magari trent’anni, ma non di più.
Quel seno prorompente, che sta su senza reggiseno. E quel sedere da favola, che spesso generosamente lascia intravedere indossando pantaloncini di cotone sottile.
Avevo imparato a sospirare anch’io quando con movimenti sinuosi e aggraziati si avvicinava al bancone per bere il suo Spritz.
Fino a ieri sera, quando mi si è avvicinata e ha sussurrato:
“Vuoi offrirmi da bere?”
Dopo il terzo Spritz mi ha detto che se ne andava via.
“Se vuoi, puoi stare con me questa sera. Ricordati però che non potrai più dimenticarmi”.
Non so che cosa avreste pensavo voi, io l’ho intesa come la promessa di qualcosa di così estasiante da non poterla più scordare per il resto dei miei giorni.
Ho pensato che in fondo si vive una sola volta, e che raccontare questa avventura al bar avrebbe migliorato la mia popolarità. Così l’ho presa sotto braccio e sono uscito con lei nella notte di Alassio.
Dopo aver girato per diversi locali della Riviera e aver svuotato metà del mio conto corrente, mi ha portato in un Hotel dell’entroterra.
Ragazzi, è stata una notte da delirio.
Se questo fosse un blog dedicato alla letteratura erotica, vi potrei narrare alcune cose, ma così non è e dovete accontentarvi della mia parola.
Questa mattina, dopo aver aperto gli occhi, mi faceva male un po' dappertutto.
Ci credo: dopo le cose che mi ha fatto e che le ho fatto io, non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.
Quando mi sono guardato allo specchio sono trasalito.
Chi mi fissava dall’altra parte non era la faccia a cui ero abituato, ma sembrava quella di mio padre. Quando era ormai invecchiato.
Ho osservato con attenzione il mio viso e il resto del mio corpo, e mi sono reso conto che, quando Mario diceva che quella prosciuga gli uomini, non parlava solo del conto corrente.
Ho capito anche perché una sera sta con uno della sua età e la sera dopo con un vecchio.
Lei mi ha sorriso, come se non fosse cambiato nulla, completamente nuda dal letto che fino a poco fa è stato teatro del nostro incontro.
“Se vuoi, questa sera posso cercarmi un altro compagno” mi ha detto.
Ammetto di averci pensato.
Ma poi mi sono detto: ormai che cosa potrei fare? Andare in pensione?
E così ho deciso di trascorrere questa serata con lei.
So che non ci sarà un’altra alba per me. E che senza pillole blu non potrei reggere al prossimo incontro.
Ma non posso rinunciare a un’altra serata con lei.
Mi farà morire, e non solo in senso figurato.
Aveva ragione lei: non potrò mai più dimenticarla.
Ora è tempo di andare. L’ultima spruzzata di profumo, le pillole in tasca e la Visa nel portafogli.
Ragazzi, ricordatevi di me, ogni tanto.
E se riuscirò a intrufolarmi in qualche vostro sogno, vi racconterò com’è andata a finire.


lunedì 15 luglio 2013

ROSSO SANGUE di Paolo Secondini e Luca Filippi

 Gaspara Stampa, poetessa e raffinata cortigiana, odiava il carnevale. Non sopportava il frastuono di voci, risa e grida di quanti, in maschera, affollavano calli, campi e ponti di Venezia. Quell’euforia collettiva, così grande e superficiale, strideva, ora più che mai, col suo immenso dolore.
Affacciata a una bifora dell’antico palazzo, osservava il sole che, declinando, illuminava di vivi barbagli il Canal Grande, screziandone l’acqua di un rosso vermiglio.
- Ora sapete il nome della persona che dovrete eliminare - disse Gaspara Stampa mentre, voltandosi, si allontanava dalla finestra.
L’uomo era in piedi, in mezzo alla stanza, stretto in un nero tabarro, il volto celato da una baùtta, la maschera bianca come l’orribile teschio della Morte. Non aveva ancora pronunciato una parola.
- Quale somma esigete? - domandò, subito dopo, la cortigiana.
L’uomo rimase ancora in silenzio e trasse di tasca un piccolo foglio che porse alla donna. La cifra era esorbitante, ma quel lavoro andava fatto il più presto possibile.
Gaspara prese due sacchetti pieni di ducati, che aveva riposto in uno stipo, e li consegnò all’uomo.
- Il resto a lavoro ultimato - concluse la cortigiana. - Vi aspetto la sera di martedì grasso, verso il tramonto.
Il sicario soppesò il denaro, prima di farlo sparire tra le pieghe del tabarro. Poi si voltò e, uscito dalla stanza, scese le scale del palazzo. Gaspara udì i suoi passi che si allontanavano gradatamente, infine il secco rumore del portone che si chiuse alle spalle dello sconosciuto. Si affacciò nuovamente alla finestra e sentì sulla pelle la brezza della sera.
“Sarò dannata in eterno” pensò la cortigiana, “ma in amore e in guerra ogni cosa è lecita. Persino uccidere.”
*** 
Seduta davanti alla toeletta con ripiano di marmo e un’imponente specchiera, Gaspara Stampa si ravviò i capelli. L’immagine che vide riflessa non le piacque: il tempo passava per tutti. Anche sopra il suo viso aveva lasciato segni implacabili.
Perché gli uomini dovevano essere così miopi? Perché il suo amante di un tempo, il conte Bragadin, non riusciva a vedere, dietro la bellezza che sfioriva, il più profondo sentimento che la pervadeva? Come aveva potuto, il conte, innamorarsi di Veronica Brai, la quale, pur essendo la donna più bella di Venezia, era decisamente una mediocre, senza qualità culturali come Gaspara, che oltre a comporre poesie, sapeva cantare e conversare?
Con uno gesto di rabbia scagliò a terra la fiala di essenza alla rosa che aveva ordinato apposta dallo speziale, per un estremo tentativo di seduzione. Il vetro si infranse in mille frammenti, disperdendosi sul pavimento. Poi Gaspara si avviò a passi decisi verso il camino. La legna ardeva scoppiettando e il fuoco le illuminò il volto, riscaldandole le guance.
La donna si strappò dal petto una catena d’oro sottile. Il pendente scintillò tra le sue dita, catturando la luce guizzante della fiamma: era un crocefisso antico, tempestato di granati e ametiste, l’unica cosa preziosa che avesse ereditato da sua madre. Si diceva che quel crocefisso fosse appartenuto a un cardinale e che il papa in persona lo avesse benedetto.
Gaspara si inginocchiò, arrivando tanto vicino alle lingue di fiamma, e gettò l’oggetto, sacro e prezioso, nel fuoco.
- Se non posso averlo io il conte Bragadin, non sarà di nessuna! - gridò poi, con voce straziata, coprendosi il volto con le mani. - Rinuncio al Signore Iddio Onnipotente... Satana, angelo caduto, solo tu puoi aiutarmi a compiere giustizia! Prenditi pure la mia anima, purché la vendetta si compia. L’infame meretrice deve morire.
D’un tratto le finestre della stanza si spalancarono, e il vento freddo della notte, quasi con un ululato sinistro, sferzò il viso della cortigiana che cadde a terra, priva di sensi.
***
 Di nuovo Gaspara Stampa era affacciata alla bifora dell’antico palazzo. Osservava il cielo e il mare arrossati dal sole al tramonto.
Il carnevale, finalmente, volgeva al termine.
Quella sera si era vestita come per un’occasione eccezionale. Aveva i capelli raccolti in una elaborata acconciatura e intrecciati con fili di perle. Indossava la collana di coralli che le aveva regalato, tempo prima, il conte Bragadin.
Appena avuta la certezza che la rivale fosse stata eliminata, si sarebbe precipitata dal suo amato, per consolarlo della perdita e godere del piacere di averlo tutto per sé.
Vide una gondola avvicinarsi al portone del palazzo. Il sicario, sempre intabarrato e col volto coperto, era stato ai patti: puntuale, stava per renderle conto del proprio operato. La donna sentì nuovamente un vento gelido sferzarle il volto, e uno strano, inspiegabile ululato.
Senza che ne avesse sentito i passi, avvertì la presenza del sicario alle sue spalle. Gaspara si voltò. L’uomo era di nuovo in mezzo alla stanza, immobile e muto.
- Allora, avete compiuto quanto avevamo stabilito? - domandò lei, il cuore palpitante nel petto.
Il suo interlocutore, con un movimento appena percettibile del capo, assentì.
Negli occhi della donna guizzò un lampo di trionfante eccitazione, le gote si tinsero di rosso, e le parve che tutto il suo essere riprendesse vita, come pervaso da una nuova linfa.
Gaspara si precipitò alla toeletta dal ripiano di marmo per prendere il sacchetto con gli ultimi ducati che aveva promesso al sicario. Si guardò nella grande specchiera con soddisfazione: sembrava ringiovanita di anni. Fu allora che, con un brivido, si accorse dello strano fenomeno. Riflesso nello specchio vedeva solo il suo volto e non la figura intabarrata che pure sapeva essere alle sue spalle. Sbiancò in viso e, di scatto, si voltò.
- Chi... sei...? - balbettò la cortigiana in un sussurro, lasciando cadere a terra il sacchetto con i denari.
I ducati rovinarono sul marmo bianco e rosso di Verona, producendo un suono metallico innaturale. Il sicario fece dei passi in avanti poi, con rapido gesto, si liberò della baùtta: una cascata di capelli ramati caddero sul nero tabarro e Gaspara si trovò di fronte Veronica Brai, con un’espressione di trionfo sul volto, gli occhi grigi e freddi, come lastre di ghiaccio.
- Come è possibile? - disse, stupita, la cortigiana, arretrando di qualche passo.
- Mia cara e ingenua Gaspara - esclamò Veronica, la voce dura, crudele. - Mai invocare forze che non siamo in grado di controllare.
La Stampa vide lo scintillio dello stiletto nella luce ormai crepuscolare. Sopraffatta, non riuscì né a parlare né a difendersi: sentì il freddo del metallo penetrarle nel cuore, mentre la bocca le si riempiva di sangue.
Il volto di Veronica trasfigurò e la pelle di porcellana lasciò il posto a una cotenna terrea, bucata da occhi rossi come le fiamme dell’inferno.
Nessuno si accorse, nell’euforia degli ultimi istanti del carnevale, della gondola che scivolava lenta presso il palazzo della poetessa e della figura misteriosa che l’imbarcazione trasportava.
Stretto nel tabarro nero, l’essere mostruoso, appagato dal sangue appena versato, riprese le forme voluttuose tornando a essere Veronica, bellissima e capricciosa cortigiana, pronta a divorare il cuore e l’anima dei suoi amanti.
Il diavolo, si sa, è femmina.

domenica 14 luglio 2013

GIOSTRA DEI MORTI di Sergio Bissoli

Una sera d'inverno, per una coincidenza fortunata, mi trovo in compagnia di tre vecchi amici. Parliamo di libri, di donne, di giovinezza, di amori...
La vecchia cucina è riscaldata dal fuoco scoppiettante del camino. Sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi ci sono lasagne fatte col torchio, anatra arrosto, patate fritte, funghi, peperoni e bottiglie di clinto e greco bianco. Il risultato è una serata trascorsa in allegria e una cena forse un po' troppo pesante.
Finito di mangiare, dopo sigari e caffè, ci è passata la voglia di andare a dormire. Da un cassetto della credenza, qualcuno tira fuori un mazzo di carte unto, e due amici incominciano una partita a scopa. Io preferisco fare una passeggiata insieme a Tommaso, per favorire la digestione.
È una notte di gennaio, gelida e stellata. Per le strade del paese non si vede anima viva. I lampioni sono accesi uno ogni tre, le vetrine hanno le saracinesche abbassate, le finestre degli edifici sono tutte buie. Il campanile della vecchia abbazia sta battendo la mezzanotte e i paesani sono già andati a dormire.
Camminiamo sulle pietre sconnesse del marciapiede e i nostri passi disturbano il silenzio profondo della notte. Abbiamo continuato la nostra chiacchierata, ma più sottovoce, quasi intimiditi dalla maestà della notte. Il vento fa volare fogli di giornali lungo il marciapiede e anche un fazzoletto bianco con impronte di rossetto.
La via sbocca in una piazza debolmente rischiarata dove al centro sta una fontana ghiacciata che rappresenta Nettuno. Gli zampilli d'acqua sono tutti congelati in un intrico di stalattiti, sopra lo specchio ghiacciato.
Lentamente attraversiamo la piazza e imbocchiamo una via all'opposto che si ingolfa nel buio. Porticati scuri, edifici chiusi, giardini rinsecchiti dalla morsa dell'inverno e panchine solitarie luccicanti di brina.
La strada costeggia adesso i ruderi della vecchia abbazia. Solamente il campanile è rimasto in piedi. Il tetto dell'edificio è crollato e le arcate gotiche ritagliano curve nere nel cielo stellato. Una luna calante, marcia e deforme, si è levata intanto dietro l'abbazia e rischiara i ruderi di luce giallastra.
Noi ci fermiamo per ammirare lo spettacolo degli archi acuti, dei contorni dentellati sui muraglioni in rovina. Tutto appare immobile, statico, congelato. O forse no. Qualcosa si muove lassù in alto. Sono i tralci di edera che pendono dai muri, ma non è solo questo... Qualcuno sta ballando sui tetti delle case vicine, al chiar di luna.
Ma no, si tratta solo di figure di carta che si agitano nella brezza notturna. C'è un filo teso fra una finestra e il ramo di un olmo e vi sono appese delle sagome bianche di carta.
Sennonché le sagome non rappresentano figure allegre, tutt'altro... Scheletrini, pipistrelli, fantasmi, omini gobbi e panciuti ritagliati di sbieco, a zig zag...
Mentre siamo assorti a guardare, all'angolo della via spunta un vecchio con cappello nero e mantello nero. La sua barba bianca luccica per l'umidità, mentre parla con voce roca:
«Che diavolo fate qui? A quest'ora? Guardate le marionette?»
Tom conosce lo strano personaggio e ricambia il saluto:
«Oh, Vittorio, anche voi qui...»
Il vecchio si avvicina ancora di più e sento il suo alito che puzza di vino:
«Già, adesso ci siamo tutti. Aspettiamo che arrivi il Conte Dracula per farci un salasso di buon sangue...»

sabato 13 luglio 2013

PARALLELI – romanzo di Massimo Licari

Non ricordo di aver mai fatto prima di allora sogni in terza persona. Solitamente, quando riuscivo a ricordare qualcosa, era tutto in prima persona. Non saprei dire se è normale o no, ma fino a quel momento era stato così. Sogni piacevoli, strani, eccitanti, orribili. Ma tutto sempre vissuto da me, dentro il mio corpo, dal mio punto di vista.
Quella notte, invece, sognai di me, ma in terza persona.
Potevo vedermi, come se fossi stato lo spettatore di un film. Quello che c’era su quello schermo virtuale ero io: il mio viso, la mia voce, il mio corpo. Soprattutto, i pensieri.


I sogni sono uno dei modi con cui il nostro subconscio ci invia messaggi, perché il sonno riesce a spegnere la mente consentendoci di aprire un varco nella profondità di noi stessi.
Ma i sogni possono diventare un ponte verso qualcosa di diverso, che non immaginiamo nemmeno.
Premonizioni, profezie, realtà parallele.
Il protagonista di questo racconto si troverà di fronte ad altri se stesso e non sempre saranno incontri piacevoli. Facce nascoste della sua personalità o persone reali con una vita propria?

venerdì 12 luglio 2013

LA MACCHINA DI BERG di Renato Clementi


Il ragionier Biraghi, della Compart Olson Limited Co., era forse l’ultimo dei cittadini che avevano resistito tenacemente all’acquisto di una Macchina di Berg. Ora però non c’era stata via d’uscita.
Quella mattina il suo capo, dottor Versili, l’aveva chiamato nel suo ufficio e con modi molto amabili gli aveva detto:
— Ragioniere, lei collabora con noi da molto tempo e siamo felici della sua opera. Tuttavia nel corso di quest’anno vi sono state lamentele, oh, molto garbate s’intende, da parte dei suoi colleghi. La prego di non amareggiarsi e consideri questa mia comunicazione come la voce di un amico. Ecco, alcuni riferiscono che in questi mesi il suo comportamento si è fatto via via sempre più scontroso e offensivo...
Il dott. Versili gli aveva poi ricordato, sorridendo, le molte occasioni in cui s’era lasciato andare a gesti di collera, come quella volta in cui aveva lanciato il fermacarte contro un cliente, o quando aveva calpestato sotto i piedi il dischetto dei file delle consegne non ancora effettuate...
Alla fine il capo l’aveva congedato accompagnandolo alla porta e mettendogli paternamente una mano sulla spalla.
— Mi raccomando ragionier Biraghi, segua il mio consiglio. Si decida ad acquistare una Macchina di Berg. Per la verità questa non è un’idea mia, ma è un preciso ordine del computer direzionale, e lei sa come sono i computer. Non ci mettono molto a licenziare il personale...
Così eccolo qui, il ragionier Biraghi, con la scatola rossa e blu sotto braccio, diretto a grandi passi verso il suo appartamento.
Che la Macchina di Berg fosse ormai diventata una necessità nessuno poteva metterlo in dubbio, neppure coloro che, come il ragionier Biraghi, avevano sostenuto a oltranza l’ideale di una vita semplice e naturale. Anche i più intransigenti dovevano riconoscere che trent’anni prima la macchina aveva risolto un problema di portata catastrofica. Intorno al 2085, infatti, per ragioni che nessuno era riuscito ancora a stabilire, gli uomini cominciarono a perdere la capacità di sognare.
Qualcuno parlò di un virus, altri dell’effetto di onde elettromagnetiche, altri ancora di radiazioni cosmiche. Chi parlò di U.F.O., chi di una nuova arma o di un esperimento sfuggito al controllo degli scienziati. Chi ci vide un piano deliberato e chi un castigo divino. Fatto sta che nel giro di un paio d’anni sul pianeta non c’era un solo essere umano ancora in grado di sognare.
Tutti dormivano, come avevano sempre fatto, ma i sogni erano scomparsi dalle loro notti.
Il fenomeno si rivelò ben più grave di quanto si fosse potuto supporre. L’incapacità di sognare aveva determinato nelle persone un aumento esponenziale dell’aggressività: gli uomini litigavano per ragioni del tutto banali, si ferivano e arrivavano anche a uccidersi, mariti che bruciavano le loro mogli, ragazzi non ancora ventenni che stupravano e ammazzavano a colpi di coltello, persone normali che improvvisamente prendevano un piccone e colpivano a morte i passanti...
Le nazioni stesse s’erano fatte talmente aggressive che il mondo era ormai sull’orlo di una devastante guerra nucleare.
Poi, al momento giusto, Berg inventò la sua macchina. Una trovata straordinaria: si trattava di una cuffietta di fibra metallica che veniva indossata prima di mettersi a dormire; un sensore registrava l’intera gamma di onde cerebrali e le rinviava al cervello sotto forma di suoni e di immagini. La macchina di Berg non si limitava a trasmettere una sorta di film, ma in pratica leggeva e ripristinava quei dati dell’inconscio che non riuscivano più a risalire alla coscienza. I sogni che produceva erano gli stessi che anni prima il soggetto avrebbe sognato spontaneamente, soltanto più intensi. In tal modo i rapporti tra le persone si andarono normalizzando e la guerra fu scongiurata.
Il ragionier Biraghi conosceva bene questa storia, anche se risaliva ai tempi della sua adolescenza, ma in nome di un’utopia alquanto confusa, aveva rifiutato di usare la macchina. Lui era un tipo assolutamente calmo e senza grilli per la testa, inoltre viveva da solo, perché mai avrebbe dovuto usare quel marchingegno che gli penetrava nel cervello? Se doveva dormire senza sognare, beh, pazienza, non avrebbe sognato.
Fino a quel mattino, però, non s’era reso conto che la mancanza di sogni lo stava trasformando in un individuo violento. Forse con il suo capo c’era ancora spazio per discutere, ma non con il computer e l’alternativa era semplice e netta: o la macchina o il licenziamento.
Aveva scelto la prima soluzione, ovviamente, anche se aveva un lavoro da schifo: tutto il giorno a registrare le consegne effettuate e quelle da effettuare, a tener conto di giorni e di ore, a verificare le firme sulle bollette di consegna... C’era da uscirne pazzi! Però adesso che la decisione l’aveva presa, era perfino contento e non vedeva l’ora di usare la sua nuovissima Macchina di Berg.
Chissà quali sogni gli avrebbe trasmesso. Il venditore gli aveva spiegato che non si potevano prevedere i sogni che la macchina avrebbe inviato al cervello, proprio come non si potevano prevedere quelli di una volta, quando la gente sognava normalmente.
Nel consegnargliela aveva aggiunto:
— Questo è un nuovo modello, è stato potenziato e offre maggiore affidabilità. Però l’avverto, ragioniere: i primi sogni in genere non sono mai troppo gradevoli perché sono carichi di complessi nevrotici da molto tempo irrisolti. L’inconscio ha bisogno di scaricarsi e di riequilibrarsi, e il processo può risultare abbastanza traumatico per la psiche. Però non tema, al risveglio si renderà conto che gli incubi rappresentano una catarsi necessaria e il suo umore ne trarrà subito grande beneficio. Vedrà come si sentirà bene. Ecco a lei la macchina, mi raccomando, legga attentamente le istruzioni.
Come aprì la porta del suo appartamento, il ragionier Biraghi imprecò. Accidenti! Peggio di una fornace! Con un luglio tanto caldo proprio adesso il condizionatore doveva guastarsi? Purtroppo il suo stipendio non gli permetteva un apparecchio migliore. Ora però sarebbe stato un bel problema riuscire a dormire con quella temperatura.
Spalancò la finestra e ciò gli diede un minimo di sollievo, poi, con le mani tremanti d’eccitazione, aprì la scatola e ne estrasse una bella cuffietta composta da migliaia di fili argentei intrecciati. Cominciò a leggere il foglio delle istruzioni. L’uso era semplicissimo, bastava mettersela in testa e indossare un braccialetto recante una spia luminosa e un pulsantino rosso, quindi ci si distendeva per dormire e si premeva il pulsantino. Tutto qui.
C’erano delle avvertenze. Poiché la macchina garantiva un sonno molto profondo e ristoratore, era bene indossare indumenti leggerissimi, al fine di evitare soffocamenti, inoltre si consigliava di eliminare dalla stanza oggetti pericolosi su quali ci si potesse ferire (mobiletti con spigoli acuti, bottiglie sul pavimento, ecc.).
C’era anche un’avvertenza per il pericolo dei ladri:
“Poiché la coscienza del soggetto è fortemente e stabilmente impegnata nel sogno, egli non è consapevole di rumori o di presenze estranee. È necessario pertanto mettere in atto tutte le
precauzioni atte a proteggersi da possibilità di effrazioni.” E ancora: “Si raccomanda caldamente di chiudere con cura porte e finestre prima di accingersi a dormire.”
Il ragionier Biraghi era ligio alle istruzioni e fece tutto ciò che era raccomandato nel foglietto, anche se la questione delle effrazioni lo fece sorridere.
“Da quando hanno inventato le serrature psicosensibili” pensò “ i furti sono diventati una rarità.
Io poi abito all’ottavo piano e vorrei proprio vedere un ladro che entra dalla finestra. Beh, facciamo comunque quello che dicono, almeno non ci sarà il rischio che venga un piccione a cacarmi in faccia mentre dormo. Ah ah!”
Chiuse la porta d’ingresso e le varie finestre, andò a lavarsi i denti e a sciacquarsi la faccia, quindi, com’era sua abitudine, riempì un bicchierino di vodka e lo bevve d’un fiato, poi si spogliò e si distese sul letto. Un po’ emozionato s’infilò la cuffietta e premette il bottoncino rosso. Che sarebbe successo ora?
Non avvenne nulla, la macchina non emetteva neppure un debole ronzio, eppure stava funzionando perché il led del bracciale s’era acceso e una rassicurante lucina verde pulsava pigramente.
Faceva però caldo, troppo caldo per dormire. Come si fa a stare nel mese di luglio in una stanza ermeticamente chiusa e con il condizionatore spento?
Il ragionier Biraghi era tutto sudato e respirava a fatica. Dopo dieci minuti si rese conto che in quelle condizioni non si sarebbe mai addormentato e anzi c’era il pericolo che gli venisse un collasso.
Sbuffando s’alzò e spalancò la finestra. Ah, la notte portava finalmente un po’ di frescura! Al diavolo i ladri! Adesso poteva finalmente riposare.
Mentre era sul punto di prender sonno, s’accorse che stava avvenendo qualcosa di diverso dalle altre volte.
Di solito s’addormentava e si svegliava al mattino senza neppure la coscienza di aver dormito. Apriva gli occhi e tutto ciò che ricordava era il momento in cui aveva spento la luce. Ora invece si vedeva prigioniero in una cella lurida e stretta, con pareti di intonaco giallastro, incrostate di muffa.
Era tuttavia consapevole di sognare e pensò:
“Certamente questa cella è un simbolo. Rappresenta lo stato di costrizione in cui si trova il mio inconscio. È come guardare un film.”
Ma non era proprio un film, perché l’immagine gli procurava un senso di angoscia che nessun film avrebbe potuto trasmettergli con tale intensità.
“Questa è solo la mia psiche che reagisce” si disse, ma ciò non bastò a rassicurarlo. Poi la sua coscienza s’immerse nel sogno e il ragionier Biraghi non ebbe più altra consapevolezza se non la cella in cui era rinchiuso.
Le pareti erano sfregiate da un gran numero di crepe profonde e l’uomo sbarrò gli occhi quando vide un grosso scarafaggio uscire da una di queste. L’insetto agitò per un momento le antenne, quindi prese a correre verso l’uomo che lo schiacciò velocemente con la scarpa. Altre blatte cominciarono a sbucare dalle varie crepe e ben presto tutto il pavimento divenne un brulicare di zampe e di antenne, mentre un forte odore di putridume appestava l’aria.
Il ragionier Biraghi, sopraffatto dalla rabbia e dal disgusto, urlava e schiacciava le bestie con una frenesia folle, ma per ciascuna blatta uccisa altre dieci ne prendevano il posto. Ed egli schiacciava e schiacciava, come un grottesco contadino che pigia sotto i piedi un’uva velenosa. Sul suolo s’era formata una pozza nera, putrescente e fangosa, che mandava un puzzo insopportabile. A un tratto il ragioniere s’accorse di una piccola feritoia che riluceva debolmente a una decina di metri d’altezza. La cella adesso aveva assunto una forma circolare che sprofondava verso l’alto, lunga e stretta come un tubo di pietra. In quell’istante l’uomo avvertì un delicato formicolio risalire lungo la gamba e preso dal panico s’avventò urlando contro la parete, come a volerla abbattere con la sola forza della disperazione. Ma non urtò la parete, scoprì invece che, come un ragno, poteva arrampicarsi. Anzi, il suo corpo umano non c’era più, lui era solo un grosso ragno che saliva verso la luce!
Raggiunse la feritoia e in quel mentre il suo corpo si trasformò nuovamente. Adesso era un uccello, un grosso piccione grigio, per la precisione. Guardò fuori: il cielo era plumbeo e scrosciava una pioggia tanto fitta che non gli permetteva di distinguere alcun particolare, ma non poté indugiare oltre. Sotto di lui si stava gonfiando un mare nero che riempiva velocemente il tubo di pietra con orrendi gorgoglii. Distese le ali e spiccò il volo verso un ignoto grigiore di piombo, allontanandosi velocemente dalla sua prigione. Volò e volò in quel paesaggio unicamente composto di pioggia per un tempo che non avrebbe potuto misurare, quando, a un tratto, le ali gli si staccarono dal corpo e, ripresa la forma umana, precipitò roteando verso un suolo invisibile.
Capì d’essersi svegliato quando udì voci che borbottavano vicino a lui e, più distanti, rumori a lui noti. Erano quelli di una strada cittadina e poteva riconoscere il cigolare tipico del bus che passava ogni mattina davanti alla casa in cui abitava. Un dolore terribile gli circondava la testa e quando cercò di guardare per capire dove si trovava fitte lancinanti gli attraversarono la fronte.
Tutt’intorno il buio incombeva su ogni cosa, talmente assoluto che un pensiero lo raggelò: poteva udire, ma i suoi occhi non vedevano più. Era cieco!
— Via via, lasciateci passare — disse da qualche parte una voce in tono autoritario.
Poi il ragioniere colse un’altra frase nel brusio che lo circondava:
— Sono arrivati quelli della Sicurezza.
Il brusio si allontanò e la prima voce riprese a parlare:
— Guarda, Gaetano, un altro imbecille che non ha letto le istruzioni.
— Dio mio, com’è ridotto! — replicò una voce più giovane che doveva essere quella di Gaetano. — Gli occhi gli sono schizzati fuori dalle orbite. Ma è morto?
— Certo che è morto, dopo un volo dall’ottavo piano come credi che possa sentirsi?
Il ragionier Biraghi fece per sollevarsi, per parlare e gridare: “Accidenti a voi! Non lo vedete? Non sono morto!” Ma subito si rese conto che non gli era possibile alcun movimento. La sua lingua era dura e rigida come cuoio e, al contrario, il resto del corpo uno straccio floscio su cui non poteva esercitare alcun controllo.
— Ma perché l’ha fatto? — domandò la voce di Gaetano.
— Il solito — rispose l’altro. — Ha lasciato la finestra aperta. Questo furbo se n’è fregato delle istruzioni.
Il ragioniere dentro di sé gridava:
“Aiuto! Sono vivo, aiutatemi! Perché state a parlare? Accidenti a voi! Sono vivo!”
Gaetano mostrò sorpresa:
— Ma lo sanno tutti che con le Macchine di Berg bisogna chiudere bene porte e finestre. I casi di sonnambulismo sono frequentissimi, soprattutto i primi tempi in cui uno le usa.
— Beh, questo qui non l’ha fatto. Molti si lanciano dalla finestra credendo di poter volare...
— Certo che s’è conciato per bene. Guarda! Ci sono pezzi di cervello che gli escono dalla bocca! Dio mio, sto per vomitare!
— Fatti forza, Gaetano, tu sei nuovo di questo mestiere. Quando avrai i miei anni di servizio ne avrai viste di cose che un cervello sull’asfalto non ti farà più impressione di una polpetta nel piatto!
— Aghhh!
Il ragionier Biraghi sentì che qualcuno gli vomitava addosso, poi s’accorse che gli stavano staccando dal collo la medaglietta identificativa. Ancora una volta cercò di muoversi: inutile. Erano rimaste vive solo le percezioni, ma per il resto il corpo non gli apparteneva più.
— Uhm, bene — disse la voce dell’uomo più anziano — ho controllato presso il computer centrale. Questo tizio non ha parenti. Meglio, così non dobbiamo avvisare nessuno. Ha il cuore che non batte e non respira più, il cervello poi è distrutto... Te lo dico io: è stramorto, non stiamo neanche a chiamare l’ospedale. Carichiamolo sull’autolettiga e portiamolo direttamente ai forni d’incenerimento.
Queste ultime parole esplosero nella mente di Biraghi come una bomba. “Bruciato vivo! Dio mio, fammi morire ora, subito! Ti supplico!”.
Ma Dio non fu compassionevole con il ragionier Biraghi perché gli fece conoscere ogni cosa. Era ben lucido e consapevole quando lo legarono con le cinghie a una brandina e quando lo sollevarono per metterlo nell’autolettiga, percepì ogni scossone dell’auto lungo la strada, ascoltò Gaetano e l’altro conversare tranquillamente delle ferie, della partita di domenica e delle donne.
Viveva intensamente e con terrore ogni più piccolo evento e urlava, urlava... Ma gli urli disperati di Biraghi non potevano superare la soglia del pensiero e per quanto strepitasse, supplicasse e pregasse, la sua voce restava imprigionata nella sua mente.
Ecco, erano arrivati. Lo sollevarono, lo misero da qualche parte, qualcosa lo spinse... Biraghi sentiva il cuore battere all’impazzata, ma non avevano detto che il suo cuore non batteva più? Se il suo cuore era un muscolo spento, un giocattolo rotto, come faceva a sentire sulla pelle quel leggero tepore che lo stava avvolgendo?
“Aiuto!”
Il calore divenne più intenso, più intenso, più intenso...
“Aiu...to!”


Il dottor Versili, della Compart Olson Limited Co., stava conversando con la segretaria. Era nella sua natura essere gentile con i sottoposti e ogni mattina, prima di iniziare il lavoro impiegava qualche minuto per informarsi della salute di questo o di quello, dei loro bambini e dei loro problemi. Quando udì la porta d’ingresso aprirsi alle sue spalle, si voltò in un gesto automatico. Rivolse lo sguardo all’orologio olografico alla parete e poi sorrise all’uomo che era entrato.
— Oh, ragionier Biraghi, dopo un anno di ritardi questa mattina è puntualissimo.
— Certo, dottor Versili — confermò sorridendo a sua volta il ragionier Biraghi. — Avevo proprio desiderio di cominciare il lavoro. E lei come sta, dottore?
— Oh, benissimo — rispose questi. — La vedo distesa, finalmente sorride... Scommetto che ha seguito il mio consiglio.
— Sì, mi sono deciso a usare la Macchina di Berg. Stanotte ho avuto un incubo terribile, ma adesso sto veramente bene. Mi sento...
— Sereno?
— Sì, calmo e sereno. Non ho più nulla da desiderare, tutto va così bene...
Il ragionier Biraghi s’avviò fischiettando alla sua postazione. Amava il suo lavoro. Ora era calmo e sereno, calmo e sereno proprio come tutti gli altri. Totalmente, perennemente e... irrimediabilmente appagato.

giovedì 11 luglio 2013

LA VERTIGINE E L’ATTESA - racconti di Giuseppe Novellino



I racconti di questo libro - pubblicato da Edizioni Creativa - sono ambientati in Valtellina, ma non hanno nulla del bozzetto e della caratterizzazione di sapore locale. Partendo da una quotidianità riconoscibile, essi immergono il lettore in un'atmosfera di suspense e lo portano a contemplare scenari inquietanti e a condividere con i personaggi esperienze a volte estreme, frutti della cattiva coscienza di un'umanità sull'orlo dell'abisso. Si tratta di narrazioni fantascientifiche a tratti beffarde, comunque coinvolgenti, scomode e scioccanti.

mercoledì 10 luglio 2013

SESSO – MASSA – MORTE, un romanzo di Giuseppe C. Budetta


Segnaliamo un interessante romanzo fantastico del nostro assiduo collaboratore Giuseppe Costantino Budetta, SESSO – MASSA – MORTE, ambientato in un universo parallelo al nostro.
Il romanzo è stato pubblicato nel 2011 da Arduino Sacco Editore, Roma.