martedì 10 ottobre 2017
martedì 3 ottobre 2017
LURIDA BESTIA di Antonio Ognibene
Una macchia di sudore incollava
la camicia su quel concentrato di grasso che era la sua schiena.
– Ah-ha, eccolo là. – esclamò
il cacciatore disteso sopra una duna – È enorme. Non ho mica attraversato la
galassia per niente.
Balsa Burner prese dalla tasca
lo smartphone e digitò: «Prepara la griglia, amore», seguito da un emoticon a
forma di maialino arrosto.
La risposta della moglie arrivò
quasi subito: «Magnifico. Non ti affaticare troppo però, mi raccomando» con un
cuoricino alla fine del testo.
Si asciugò il sudore dalla
fronte e avvicinò l'occhio al mirino telescopico.
Sbatté la palpebra un paio di
volte, per liberare la pupilla da quella fastidiosa patina.
Cacciare i sorgool non è uno
scherzo. Ma quando ti trovi sul piatto una braciola cotta alla brace, o anche
al forno, scopri che ne è valsa davvero la pena.
Burner avvertì un lieve
bruciore al petto, e la bocca gli sembrava piena di ovatta, come se avesse fame
d'aria.
"Prenderò dopo quella maledetta
pastiglia" pensò.
– Bravo... così... un po' più
avanti... – disse tra sé, mirando alla testa dell'animale.
Tossì un paio di volte.
– Mi hai trascinato in questo
inferno, lurida bestia – ridacchiò – e io ti brucio il cervelletto.
Strinse l'arma nella mano, posò
l'indice sul grilletto e...
Il corpo dell'uomo era rotolato
ai piedi della duna, e ora giaceva supino sulla sabbia rovente di Ragoo.
Una schiuma rosea gli riempiva
la bocca, e colava giù sotto il doppio mento. Le dita grassocce della mano,
erano ancora strette al centro del petto.
I raggi orizzontali del Sole,
ormai prossimo al tramonto, proiettavano le ombre del canyon sulle dune. Dietro
una di esse, il sorgool continuava a strappare dal ventre del cacciatore nuovi
brandelli di carne e li fagocitava grugnendo e senza masticarli.
mercoledì 27 settembre 2017
ANCORA! di Teresa Regna
Il giorno in cui morii
il sole splendeva alto nel cielo invernale, incurante sia della stagione che
delle previsioni meteo. Avevo compiuto 88 anni due settimane prima.
Ero seduto sul dondolo,
a godere il tepore del sole. Avvertii un dolore lancinante alla sommità della
testa, e mi accasciai sul lastricato del portico in una posa innaturale. Una
morte pulita, rapida.
Osservai per qualche
istante il mio corpo vestito di blu scuro spiccare sulle mattonelle candide,
poi mi avviai verso la luce.
Il buio mi inghiottì,
all’improvviso. Sembrò durare un’eternità.
Mi risvegliai, nudo,
disteso su un tavolo metallico. Curiosamente, non avevo freddo, e nemmeno
provavo la sensazione di scomodità in genere associata al metallo. Non ero
imbarazzato, soltanto seccato.
Ebbi la piacevole
sorpresa di sentirmi in piena forma: il mio corpo era in perfetto stato, come
quando ero giovane e forte. Avrei potuto vincere di nuovo la gara di corsa
campestre che mi aveva fruttato una medaglia, quando avevo trent’anni e tanta
energia da surclassare gli avversari, se soltanto non fossi stato trattenuto da
una forza tanto sconosciuta quanto potente.
Provai ad alzarmi, ma
tutto ciò che mi riuscì fu sollevare un braccio fino a qualche centimetro dal
tavolo. Lo lasciai ricadere: non potevo lottare contro la sensazione di
schiacciamento che ogni movimento mi procurava.
Una voce, che sembrava
metallica quanto il tavolo, rimbombò nella mia testa. Diceva di stare
tranquillo: tutto sarebbe terminato in poco tempo. Il termine usato non era
quello, ma il concetto era simile.
Mi rassegnai,
consapevole della mia debolezza. Pensai che fosse dovuta al fatto che ero
appena morto.
La voce mi rassicurò:
ero trattenuto da un campo di forze, lo stesso che veniva usato per analizzare
il mio corpo. Ed ero morto da alcuni giorni, nei quali ero rimasto in
animazione sospesa.
Come si può essere
animati se si è morti?
La mia spontanea
riflessione ebbe una risposta. La morte non è definitiva, ma temporanea. Dopo
aver effettuato i dovuti controlli, sarei stato rispedito sulla terra.
Oh, no! Ancora…
protestai.
Ne avevo di strada da
fare prima di poter aspirare a diventare un puro spirito, affermò la voce.
Chi sei?
Questa domanda non
ottenne risposta, nemmeno un grugnito di disapprovazione o qualcosa di simile.
Aspettai. La pazienza
non mi faceva difetto. Inoltre, non avevo molta scelta: la voce era stata
categorica. Ero condannato ad abitare ancora un corpo mortale.
Trascorse del tempo, o
l’equivalente di esso. Molto o poco non riuscii a capirlo.
Il giorno in cui nacqui
il sole splendeva alto nel cielo invernale.
mercoledì 19 ottobre 2016
SENZA TITOLO di Paolo Secondini
Si ritrovarono, all’improvviso, in un vasto spiazzo bianco e privo di rilievo.
Erano lì, ferme, come cadute dall’alto.
«Che senso abbiamo?» domandò, sbigottita, l’una all’altra.
«Non so… non riesco a capirlo… Forse siamo l’aborto di un raglio?»
«Una cosa è evidente: così vicine e per l’aspetto che abbiamo potrebbero scambiarci
per due elle minuscole,» rispose la i maiuscola alla propria gemella.
sabato 8 ottobre 2016
OSSA DI ZUCCHERO di Frank Bernardi
Non veder, non sentir m’è gran ventura
Michelangelo
Gli abeti, non pochi, erano
però assai spelacchiati, paurosi, come colpiti da qualche virus.
“Non li ricordavo – dissi a mia madre accanto a me in macchina – così
brutti”.
“Cosa?”, chiese lei da sotto le spesse lenti affumicate. Non aveva capito a
cosa mi riferissi.
“Gli abeti, mamma”, precisai, “gli abeti sono spelacchiati”.
“Davvero, Gianna? Non ci avevo mai fatto gran caso...”.
“Forse, mamma, sono sempre stati così”.
“Boh!”, concluse e la vidi addormentarsi in pochi attimi. Russava.
Sette chilometri ancora fino al passo, poi una bella discesa e saremmo
giunte al paese.
E sinceramente continuavo a chiedermi per quale motivo mi fossi offerta di
accompagnare mia madre Alda al paese. Erano ormai svariati anni che mi
rifiutavo di partecipare a quella delirante cerimonia sulla quale nessuno
pareva avere niente da ridire o commentare. Questa volta una molla del cervello
era malauguratamente saltata: di mia sponte, quasi con inspiegabile entusiasmo
– che aveva in qualche misura sorpreso anche una donna semianestetizzata come mia madre - avevo aderito alla paurosa
iniziativa, del tutto inutile nonché demenziale comunque si rigirasse la cosa.
Già vedevo la porta antica che s’avanzava, l’unico rudere decente del nostro
paesello insieme alle vecchie mura. La vettura con figlia e madre la stava
attraversando a velocità assai moderata. Facile figurarsi che quell’arco fosse
soprattutto la porta di un inferno custodito con cura.
Vetrine e vetrinette, le stesse. Io, la stessa. Mia madre, la stessa. Tutto
è lo stesso, malgrado il tempo, tutto è sottratto al tempo. Io, la donna più
brutta del quartiere e forse anche della città intera, o perlomeno fra le più
brutte. Si comincia dalla faccia, che ha l’indubbio monopolio su tutto il
resto, viso malamente scolpito, non finito. O, più in dettaglio: viso da
criceta, forse da topa di fogna o magari topa da esperimento. Con fila di denti
superiori mai coperti dalle troppo sottili labbra, talvolta violacee talvolta
verdi e quasi trasparenti. Dipende da come cade la luce, se è artificiale o
solare. Dipende. Con mento che si salda mollemente al busto, escludendo la
possibilità di collo. Corpo da scricciolo, sottosviluppato, facile da
stritolare. Con esili braccia, che magari ogni tanto si mettono a tremare. Con
mani minuscole. Con unghiette piccole e ben curate, almeno quello. Con capelli
perennemente unti e calanti (ma perché?). Con gobba. Non così pronunziata,
certo, ma comunque un dettaglio, di cui non c’era bisogno, che si somma ad un
quadro generale già spaventoso di suo. Non si può inoltre tacere della voce,
anzi vocina, piccola, minuscola, tutta frequenze alte, altissime, sgraziate,
tanto da muovere al riso l’ascoltatore. Tutto sembra un cartone animato, ma in
realtà sono io, la più sgraziata e disgraziata delle donne, dotata non di voce
ma di disco che si ode dalle viscere di una bambola Furga.
Poi, come accennavo, ho le ossa di zucchero, graziosissime da frantumare.
Forse faranno, ove maciullate, un rumore da scheletro di quaglia d’allevamento,
pigolante e prigioniera nel pugno dello chef boia. Una stretta più forte e
decisa: e io reclinerò il collo in avanti, docile e cadavere. Cosa che
in realtà non mi è tanto facile realizzare da sola nel
mondo degli uomini, un po’ per rabbia mia profonda, un po’ per costrizioni
oggettive. In altri termini: non m’ammazzo perché spero di vendicarmi, di
rifarmi, di avere giustizia. E perché c’è mia madre, l’odiata. “Non puoi darle
anche questo dispiacere”. Tutti i giorni, domenica esclusa, salva la messa
centrale, fuori casa con codesta per la passeggiata di rito, entro la quale si
fa rientrare anche la cerimonia della spesa e dell’irrisione celata - nei miei
confronti - da parte dei negozianti. Alcuni bottegai sono ormai morti: li ho
conosciuti sin da quando ero bambina e già brutta come oggi, e mia madre,
triste sempre, colpevole sempre, mi portava nei fondi bui e impregnati di
spezie, incatramati, ove mi spettava una sottile fettina di mortadella da
assaggio. Guai se la mortadella non ci fosse stata; trattavasi di una sorta di
compensazione. All’inizio perché ero piccola, poi per il mio stato mostruoso.
Dalla bottega fino ai neon di supermercati ove l’esposizione agli sguardi del
pubblico è massima e ove occorre un robusto allenamento psicologico per non
soccombere, sebbene ciò che la gente pensa sia sempre la stessa cosa: guarda
che mostro, giriamoci dall’altra parte. “Guarda che orrore, poveraccia, ma
certo sarà abituata ad essere osservata”. “Come, del resto, si può evitare di
guardarla”. Come, del resto, si può evitare di guardarmi? Vorrebbe dire essere
privi della vista. E poi c’è al solito mia madre, non bella ma neppure un
mostro come me: tollerabile, in fondo. Coi suoi baffi da vecchia, ma questo è
quasi nulla. Mia madre che cammina dietro di me, mai davanti. Una bella
coppietta, dunque, anche se risulta poco chiaro se io sia la guardiana di mia
madre oppure ella la mia tutrice, l’angelo badante, del resto responsabile
della mia venuta al mondo. La quale genitrice, credo io, non si renda
perfettamente conto del tipo di gravame che mi ha consegnato dandomi alla luce.
O meglio: sente, come un animale, di aver fatto un grave sbaglio, percepisce la
colpa su di sé, ma sa anche come ridurre la questione, nel suo intimo, ad un
nulla. Il tutto le viene naturale e insieme le conviene.
(Fine prima parte
di abbozzo di stesura, estate 2016, Roma)
lunedì 19 settembre 2016
LA PRIGIONE PERFETTA di Peppe Murro
Ho passato la Curvatura
di Nohr.
Nelle mie innumerevoli vite ho visitato pianeti inenarrabili e traversato polveri stellari. Le dimensioni dello spazio-tempo mi sono ormai familiari, la mia ricerca mi ha portato oltre ogni confine immaginabile.
Finché sono giunto qui, ed ho visto.
Miliardi di unità organiche affannate da infinite emozioni si incontrano e si scontrano nei giri del pianeta, ma non è questa la cosa importante... anche in altri posti ho visto le emozioni generare crudeltà e illusioni, pure altrove ho visto indifferenza e violenza sposarsi con tranquillità.
La cosa che ho trovato meravigliosa e definitiva è altra: queste unità organiche hanno, come tante, uno sviluppo ed una fine, ma c'è una particolarità: quando sono piccoli si comportano come se ne avessero molti di più, mentre quando sono nel pieno vigore della loro età i comportamenti degradano verso atteggiamenti infantili. Questo, da quanto mi dice il computer neutronico, non è dovuto alla loro natura, ma tutto dipende da un aggeggio che portano in mano e con cui comunicano affannosamente ogni cosa con qualsiasi altra unità. Telefonino la chiamano.
E neppure questa è la cosa strabiliante, ma il fatto che tale comunicazione avviene attraverso un programma di condivisione globale. È questo che li rende felici, è questo che annulla crescita e pensiero.
Sono felici di comunicare qualunque cosa, il più delle volte con un tasso di razionalità prossimo al nulla; e tutti sono ogni momento connessi con gli altri, a dirsi nient'altro che suoni. Ripeto, sono felici in questa loro incomprensibile attività e sembra non abbiano altri desideri, mentre si complimentano a vicenda del solo fatto di comunicare.
È la condizione perfetta e finalmente l'ho trovata.
Certo, come da protocollo, mi sono attivato subito per eliminare ogni possibile ostacolo alla sua esistenza (solo quattro o cinque unità che si affannavano a gridare "chiudiamo facebook"): le ho semplicemente cancellate inserendole nel rumore che quel programma generava, non daranno mai alcun fastidio.
D'altronde, non potevo mica mettere in pericolo la scoperta di questa perfetta prigione, dove tutti sono istupiditi e contenti ?! da piccoli chattano il niente, da grandi cancellano se stessi gridando di esistere con la stessa stupidità... già, quale più perfetta prigione potevo trovare?
Manderemo qui i nostri criminali e li faremo contagiare con questa malattia.
Consegnerò i risultati al mio costruttore, ora posso anche smettere di rinascere.
Nelle mie innumerevoli vite ho visitato pianeti inenarrabili e traversato polveri stellari. Le dimensioni dello spazio-tempo mi sono ormai familiari, la mia ricerca mi ha portato oltre ogni confine immaginabile.
Finché sono giunto qui, ed ho visto.
Miliardi di unità organiche affannate da infinite emozioni si incontrano e si scontrano nei giri del pianeta, ma non è questa la cosa importante... anche in altri posti ho visto le emozioni generare crudeltà e illusioni, pure altrove ho visto indifferenza e violenza sposarsi con tranquillità.
La cosa che ho trovato meravigliosa e definitiva è altra: queste unità organiche hanno, come tante, uno sviluppo ed una fine, ma c'è una particolarità: quando sono piccoli si comportano come se ne avessero molti di più, mentre quando sono nel pieno vigore della loro età i comportamenti degradano verso atteggiamenti infantili. Questo, da quanto mi dice il computer neutronico, non è dovuto alla loro natura, ma tutto dipende da un aggeggio che portano in mano e con cui comunicano affannosamente ogni cosa con qualsiasi altra unità. Telefonino la chiamano.
E neppure questa è la cosa strabiliante, ma il fatto che tale comunicazione avviene attraverso un programma di condivisione globale. È questo che li rende felici, è questo che annulla crescita e pensiero.
Sono felici di comunicare qualunque cosa, il più delle volte con un tasso di razionalità prossimo al nulla; e tutti sono ogni momento connessi con gli altri, a dirsi nient'altro che suoni. Ripeto, sono felici in questa loro incomprensibile attività e sembra non abbiano altri desideri, mentre si complimentano a vicenda del solo fatto di comunicare.
È la condizione perfetta e finalmente l'ho trovata.
Certo, come da protocollo, mi sono attivato subito per eliminare ogni possibile ostacolo alla sua esistenza (solo quattro o cinque unità che si affannavano a gridare "chiudiamo facebook"): le ho semplicemente cancellate inserendole nel rumore che quel programma generava, non daranno mai alcun fastidio.
D'altronde, non potevo mica mettere in pericolo la scoperta di questa perfetta prigione, dove tutti sono istupiditi e contenti ?! da piccoli chattano il niente, da grandi cancellano se stessi gridando di esistere con la stessa stupidità... già, quale più perfetta prigione potevo trovare?
Manderemo qui i nostri criminali e li faremo contagiare con questa malattia.
Consegnerò i risultati al mio costruttore, ora posso anche smettere di rinascere.
giovedì 1 settembre 2016
NERO COME LA NEVE di Piero Persiani
***
Fuori dalla finestra la neve,
bianca, scendeva copiosa, silenziosa e morbida. Era una condizione che capitava
di frequente da quelle parti, e la sua villetta, isolatissima, era proprio in
uno dei punti più alti della zona, sul passo del Cimino. Non una grande
altitudine, ma abbastanza. Era solo, era il tramonto, che arrivava presto nelle
serate d'inverno e col cielo grigio di nubi. La luce del lampione esterno
illuminava la danza dei fiocchi che cadevano irriverenti sul dietro della casa
e sul casotto per gli attrezzi. Viveva solo, per tutti, ma lui solo non era. Li
aveva visti. Li aveva visti tornare da dove credeva di averli definitivamente
chiusi, cancellati, sepolti. E invece li aveva visti. Erano tornati. Gli
avevano detto che erano state le urla a farli tornare. E con le urla il
ricordo. E con il ricordo la rabbia. Ed erano tornati. Era quasi impazzito,
allora. Quasi? diciamo pure la verità, era impazzito. I capelli dal terrore
erano divenuti improvvisamente bianchi, bianchi come la neve. Aveva smesso la
professione, era un musicista di livello, affermato. Sua moglie lo aveva
abbandonato. Era ricorso alle cure di uno specialista, uno psichiatra. E
questi, naturalmente incredulo di fronte al racconto dei fatti, gli aveva
imposto di affrontare i suoi incubi. I suoi incubi. Così aveva fatto, e quando
erano tornati, una volta, ci aveva parlato e stretto un patto. Gli aveva
proposto la rinuncia alle lezioni di violino, che impartiva regolarmente
soprattutto a figli di immigrati e bisognosi, e loro, in cambio, sarebbero
scomparsi. Sulle prime non accettarono, volevano vendicarsi a tutti i costi.
Lui ribatté, e gli chiese di pensare a quanti dei loro cari avrebbero sofferto,
lui morto e venuta a galla la verità. Non molti di loro avevano parenti o
familiari ancora in vita, non molti, ma alcuni sì. Avrebbero sofferto ancora. E
allora acconsentirono. A patto che lui non si fosse mai allontanato da lì per
continuare altrove. Scomparvero. Lui restò solo, ma solo non si sentiva. Oramai
era buio già da un po' e decise di andare a dormire. La neve scendeva copiosa,
ma se una cosa aveva imparato, era che nulla di bianco può coprire una
coscienza nera. Fu un assopirsi. Poi la sensazione. Erano anni che la temeva,
erano anni che l'aspettava. Sapeva che prima o poi, in qualche modo, in
qualche maniera, sarebbero tornati. Non avrebbero mai tenuto fede al patto. E
ora erano lì. Tutt'intorno al suo letto. Lo guardavano, feroci, con il loro
ghigno, la loro rabbia. Trasparenti, opachi, eterei. Alcuni con ancora indosso
gli indumenti laceri con cui erano morti. Quelli del giorno in cui li aveva
uccisi, dopo averli sottoposti ad ogni genere di abusi e sevizie. Gli dissero
che il patto era rotto, infranto. Del resto con uno come lui non si fanno
patti. Solo la forza, capisce, uno come lui, ed ora erano lì per ucciderlo.
Poi, gli dissero ridendo, sarebbero finalmente andati via, lontano, finalmente
a suonare, come lui quel giorno gli aveva promesso, che sarebbero andati via,
lontano, a suonare. Che lui gli avrebbe insegnato. Invece li aveva seviziati,
uccisi e bruciato i corpi. Ma prima doveva morire. Morire. La risata invase la
stanza. Gli si fecero sotto, fin sui bordi del letto, e poi sempre più vicino.
Erano gelidi, vitrei, grigi. Il freddo lo invase, il suo terrore gli bloccò il
respiro, il cuore, se mai ne aveva avuto uno, si fermò. Restò una stanza buia, e
un vecchio morto con gli occhi, spalancati, in cui si rifletteva il terrore di
una terribile punizione.
***
Qualche centinaio di chilometri, ma
ne valeva la pena. L'ultimo tratto di strada era stato difficile in particolar
modo, ingombrato com'era dalla neve, ma ce l'aveva fatta nonostante il suo
furgoncino fosse vecchio e malandato, ce l'aveva fatta. Aveva aspettato il
calare della notte e stava per entrare. Era assai curioso. Quella telefonata,
il giorno prima, incredibile. Il suo fratellino, che poi era il suo fratello
maggiore, che però lui non poteva fare a meno di ricordare come un bambino,
perché erano bambini l'ultima volta che si erano visti e parlati. Erano
all'orfanotrofio di Timinsoara, ed erano uniti come solo due fratelli orfani
potevano esserlo. Non si dividono due fratelli in orfanotrofio, ma l'occasione
era veramente importante, e se tutto fosse andato bene si sarebbero
ricongiunti, anni dopo, d'accordo, ma in un Paese straniero, liberi, e forse
addirittura con una casa e un lavoro. Suo fratello più grande aveva la passione
per la musica, era un portento con il violino, ed era arrivato l'invito ad
andare a perfezionarsi in Italia, un famoso musicista offriva ai bambini orfani
di talento un'opportunità. Così lo vide partire. E poi non si seppe più nulla.
Lui, dal suo canto, non aveva nessuna qualità, o forse la più importante,
sapeva sopravvivere. Ed era sopravvissuto, infrangendo regole, accettando
compromessi, spesso umiliazioni, e a sua volta impartendole. Era arrivato anche
lui in Italia, anni prima, ma non con una borsa di studio, nel vano merci di un
camion. Ed ora viveva di furti, lavori di muratura, piccoli trasporti. Come
avesse fatto il suo fratellino a trovare il suo numero di cellulare, oltretutto
clonato, era un mistero. Eppure quella voce era la sua, seppur così lontana,
profonda, quasi cavernosa. La sua, del suo fratellino. La stessa inflessione,
le stesse espressioni che solo loro, nella loro solitudine di orfani, usavano
l'uno con l'altro. Gli aveva comunicato il nome di una località sperduta tra i
monti cimini. Gli aveva detto che era un buon colpo, un buon bottino. Avevano
riso a quel punto, lui gli aveva detto che se gli proponeva una cosa del genere
un musicista di certo non era diventato. Il fratellino, tra uno scherzo e
l'altro, gli aveva risposto che no, musicista non era diventato, ma che voleva
suonare, a tutti i costi, e che si sarebbero incontrati lì, e lui doveva
portarlo via. Era prigioniero o qualcosa del genere. Avevano di comune accordo
chiuso la comunicazione, non si parlava di certe cose per telefono. E poi c'era
poco da dirsi, si sapeva come andava la vita per quelli come loro. Un
padroncino infame gli aveva probabilmente sequestrato il passaporto e lo
costringeva a lavorare per due soldi. Ma insieme gliel'avrebbero fatta vedere
loro. Gli avrebbero tolto tutto e sarebbero andati a spassarsela, uniti, come
ai vecchi tempi. Non certo senza aver prima impartito una severa lezione
all'infame. Scacciò pensieri e idee e scavalcò il cancello, era buio, il posto
isolatissimo, il silenzio era interrotto solo dal fragrante cedere della neve
sotto i suoi passi. Una breve perlustrazione, costruzione a due piani, un
casotto a dire il vero molto grande per gli attrezzi, giardino curato così
così, del resto era tutto coperto da uno spesso velo bianco. Restò in attesa di
qualche segno di vita, per un po', ma nulla, nessun rumore. Che il fratellino
gli avesse tirato un bidone? Oramai era lì e non sarebbe certo tornato indietro
a mani vuote, non aveva nemmeno i soldi per la benzina del furgone. Infranse il
vetro di una finestra e fu dentro. Faceva più freddo che fuori. Girò gli
interruttori della corrente elettrica e la luce mostrò una casa che andava in
malora. Salì al piano di sopra, quello delle stanze da letto. Sembravano
abbandonate da anni, tranne una. In un letto disfatto ammuffiva il cadavere di
un vecchio, gli occhi spalancati, nero per effetto del freddo, i denti in
mostra da una bocca distorta, un'espressione di terrore. Doveva essere morto da
giorni, forse settimane, col freddo chi poteva dire. Di sicuro morto male.
Tutt'intorno al letto delle foto crudeli, orrende, insane. Un uomo che abusava
di creature piccole, minuscole. Le torturava, rideva in piedi davanti a piccoli
corpi esanimi. Restò immobile, mentre il disgusto gli stritolava piano lo
stomaco. Lui era un duro, lui era un duro, cominciò a ripetersi per reagire,
rimettersi in moto. La finestra della
stanza si aprì piano, mossa da una brezza fuori contesto in quel panorama di
orrore immobile. E andò a sbattere su una custodia, che cadde. Una custodia di
violino. Solo allora si mosse, aprì la custodia e trovò uno strumento antico,
che sembrava di valore, anzi, era certamente di valore. La rabbia gli diede
energia, prese lo strumento e lo ridusse in mille pezzi, furioso. Il cadavere
cadde dal letto, con un rumore soffocato dalle lenzuola, e si fermò in una posa
sconcia, di dolore. Oramai in preda all'ira, cominciò a devastare la casa in
cerca di bottino, bottino, bottino. Lui era un ladro, e a parte cadavere e
foto, bisognava far presto in quelle situazioni. Il respiro si calmò e si
concentrò sull'efficienza delle proprie azioni. Arraffò tutto quello che
sembrava aver qualche valore e dopo pochi minuti era già nel furgone. Era
andata, ma poco denaro, solo oggetti, argenteria, piccoli monili, due orologi,
targhe di partecipazione a concerti che forse si potevano fondere. Il silenzio,
il gelo e il buio lo circondavano. Era notte fonda. E lui era un duro. Si era
fatto spaventare dal cadavere e dalle foto, ma ne aveva viste e vissute di
storie così, in orfanotrofio era roba quotidiana. Sorrise e scese di nuovo dal
furgone, finalmente calmo. Una casa isolata, pedofili o meno, nessuno gli
avrebbe impedito di vuotarla per bene e a fondo. Pochi istanti dopo stava
forzando la serratura di quello che sembrava il casotto ove riporre gli
attrezzi da giardino, anche se un po’ troppo grande. Aperta la porta e girato
l'interruttore della luce stavolta si illuminò la stanza del tesoro. Non era un
casotto per gli attrezzi, era un piccolo museo. Ai muri, appesi, decine di
violini con relativa custodia. Si fregò le mani. Un attimo. Poi invece iniziò a
piangere. Accanto ad ogni strumento la foto del piccolo proprietario. Foto di
bambini sorridenti, ben vestiti, spesso con un violino, in posa con un adulto,
probabilmente il vecchio più giovane. No, non era un museo, era un cimitero,
l’orrenda sala di trofei di un mostro. Una prigione, dove erano rinchiuse le
anime di quei piccoli sventurati. Cercò, e nemmeno troppo a lungo. Suo fratello
gli sorrideva, dalla foto, era contento che lo avesse trovato. Allora fu certo,
solo allora, e seppe con esattezza cosa doveva fare. Ripose tutti i violini
nelle custodie, con la relativa foto, tranne una, che dopo aver baciato infilò
nel portafoglio. Poi trasportò tutto nel furgone. Li avrebbe venduti o
regalati, non importava, e avrebbero suonato ancora. Chissà dove, ma lontano da
lì. Anche quello che gli era più caro. Soprattutto quello.
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