martedì 9 luglio 2013

LA VACANZA di Marco Viggi

La capsula del Sistema di Trasporto Metropolitano della Macrocittà Nordeuropea in cui sono seduto esce dal tunnel. La luce del giorno torna a illuminare la cabina, la luminescenza artificiale si spegne.
"Bella eh?" la voce mi distrae dai miei pensieri. Mi giro verso il mio vicino di sedia: avvolto, come tutti, in una tuta attillata. Sorride osservando fuori da sotto due baffi bianchi. Nel volto rugoso risaltano gli occhi azzurri.
I nostri seggiolini, montati su di una leggera intelaiatura bianca, sibilano a decine di metri da terra dentro il tubo di vetro quasi impalpabile. Nell'era dell'energia la materia ha smesso di servire la sua funzione di sostegno, sostituita dalla Forza che ne pervade e sorregge gli atomi.
"Come dice, scusi?" gli rispondo.
Stiamo sorvolando un grande giardino costeggiato da due lunghi palazzi di decine di piani. Le loro facciate a specchio sono coperte da pubblicità, video di servizio, installazioni artistiche.
"La pubblicità della Vacanza: bella, eh?" spiega l'anziano con un sorriso.
Torno a guardare fuori: il video al centro, come sempre il più grande, è quello della Vacanza. La testimonial ingaggiata questa settimana dalla Società Mondiale fornitrice della Vacanza è una bella attrice, con gli occhi lilla in quel volto modello C-11.
"Sì, lo stavo guardando anch'io. Eh, proprio bella." rispondo. Sorrido mentre ascolto l'attrice.
"Non vi posso dire com'è il Pianeta Oltre nella Dimensione Oltre, nessuno lo sa. Qualcuno millanta indiscrezioni certe, ma sapete, sono tutte fantasie." Dietro di lei appaiono immagini delle spiagge di Ehirus Beta con tanto di rumore della risacca. La voce continua con un risolino: "Di certo c'è solo una cosa: nessuno è mai tornato. Ehi, ragazzi, deve essere fantastico stare là!" Ancora, le lune del Sistema Phyrus ed il profumo delle sue piantagioni di fiori. "Ricorda: nessuno vuole tornare dal paradiso."
Guardo ancora l'uomo. Fissa il Lettore della signora seduta di fronte a me: anche lei avvolta nella tuta bianca, sulla trentina; due lunghe ciocche di capelli biondi, altrimenti cortissimi, le incorniciano il viso. Legge una pagina sulla Vacanza: un attore famoso racconta come stia per decidere di partire.
Dico: "Eh, certo gente ricca come quella potrebbe partire anche subito; quelli sì sono fortunati. E pensare che molti non partono."
La signora si gira: "Già. Noi poveretti, invece, dobbiamo risparmiare una vita. Io ho un piano di accumulo: quando andrò in pensione avrò i soldi per partire."
Le rispondo: "Io ho firmato per lasciare tutto quello che ho alla Società Mondiale, una volta partito. Sa, non ho famiglia. Mi faranno un bello sconto."
Guardiamo il vecchio. Ha uno sguardo beato: "Purtroppo la Vacanza costa molto, è il suo unico difetto."
La signora un po' si irrigidisce: "Ma sa, lanciare un'astronave contro il Sole e un attimo prima che si disintegri trasportarla in un'altra dimensione è costoso."
Continuo io: "Ma certo, nessuno vuole criticare la Società Mondiale! Anzi, loro mantengono i costi più bassi possibile, studiano ogni possibilità per agevolarci: finanziamenti, assicurazioni."
Il vecchio torna serio: "Ma certo, non mi fraintendete. Sono dei benefattori, altro che!"
Torno a fissare la pubblicità, torno a sorridere. Dietro, sento un rumore. È un ragazzo, sta ascoltando una trasmissione sulla Vacanza. Ormai la Vacanza è nei pensieri di tutti. L'argomento di telegiornali, dibattiti, documentari, quadri, film, canzoni.
Anche la signora davanti a me ha sentito il ragazzo. Lo guardiamo. Lui se ne accorge. Io le dico: "Un altro miracolo, la Vacanza serve anche a fare amicizia."
Il ragazzo accenna al suo Lettore: "Oh, lo sapevate: anni fa c'erano contestatori. Qui dice che sostenevano fosse tutto un complotto da parte del Governo Mondiale, possessore della Società Mondiale. Un modo per accaparrarsi i beni di tutti, far sparire i vecchi non più utili, tenere buona la popolazione..."
Lo guardo: "Sì, ma lascia perdere, col tempo sono spariti. Molti partiti per la Vacanza, invitati dalla stessa Società Mondiale!" Passo alla signora: "Quanto siamo fortunati a vivere in un mondo dove il governo pensa tanto al nostro benessere." Rifletto ad alta voce: "Quando saremo là avremo risorse infinite, non ci ammaleremo più; nemmeno si morirà. Dicono."
Guardo il vecchio, col suo sorriso beato; si sbottona: "Ah, lo vedrò presto. Solo mi spiace, non potrò tornare indietro a dirvelo. Lo sapete: costerebbe troppo, anche solo comunicare."
"Cosa intende?" Insisto: "Forse lei deve partire?"
Il suo sorriso diventa più largo: "Sì. Sto andando proprio alla stazione di lancio."
"Complimenti! Che fortuna." rispondo. "Che bello!" "Auguri!" dicono altri nella cabina, sorridenti. La capsula entra in un altro tunnel in un edifico. Si accende la luce artificiale. Mi rimetto comodo, chiudo gli occhi.
Mi abbandono al mio sogno che so già diverrà realtà.

sabato 6 luglio 2013

IL GUFO PARLANTE di Giuseppe Costantino Budetta


Più penso a quella notte e più mi convinco: la mia esistenza è solo parte di ciò che sono realmente. Mondi paralleli varchiamo senza saperlo e la coscienza percepisce appena le improvvise mutazioni dello spazio-tempo.
Il venerdì raggiungevo la mia casetta in campagna. Una sera estiva del 1995 vi arrivai a mezzanotte. Gli occhi per poco fissarono la sua foto sul cruscotto. Era morta un anno addietro: dovevo vivere sempre con lei, senza di lei. Lasciai la macchina nel viale e mi avviai con la torcia accesa verso la sommità del colle. Conoscevo il sentiero che attraversa la mia proprietà, contornato da querce e siepi centenarie a circa una ventina di metri dalla casa di campagna. Illuminando davanti a me, vidi brillare un oggetto tra le frasche basse di una quercia con tentacolari rami sovrastanti il viottolo. Puntai la torcia e vidi un gufo che più illuminavo e più era lucente, in particolare gli occhi tondi. Più tardi, mi sarei chiesto se non si fosse trattato di un ologramma proveniente da un parallelo mondo, dove spazio e tempo diversa valenza hanno. Il gufo disse con roca voce:
"Buona sera, dottore."
Raggelato gli risposi non so cosa, forse gli dissi:
"Salve."
Corsi verso casa. Pensai:
"Che mi succede?"
Temetti che stavo male. Dovevo reagire a quelle assurdità che la mente mi rappresentava. Mi ricordai del fucile in cantina e corsi a prenderlo. Tornai sul posto stavolta armato. Illuminai la quercia. Il lucente gufo appollaiato mi fissava con occhi come abbaglianti fari. Mi parve lo sguardo di una persona furba che non mi temeva. Disse aprendo il becco:
“Buona sera. Sono la parte di te che hai dimenticato."
D'istinto puntai il fucile e sparai per ucciderlo, scomodo testimone dell’inconscio. Esplosi diversi colpi che rimbombarono a valle, squarciando la notturna pace ed il fiume che sonnolento, non lontano scorreva. Mi fermai e feci luce. Il gufo era ancora lì appollaiato tra i rami non scalfiti dalle pallottole. Realtà cangiante. Realtà illusoria. Realtà nei fluttuanti flussi della mente.
Il gufo ebbe l’aspetto di una donna, come un’Arpia dal volto di fanciulla e corpo di uccello rapace. A poco a poco ne misi a fuoco l’aspetto. Era lei, morta un anno addietro. Lei, amata più di ogni altra al mondo. Ridendo mi aveva detto:
"Sono la parte di te che nella notte vola."
Spiccò il volo verso l'alto, sparendo nella vastità notturna. Caddi a terra svenuto. Rinvenni che il sole tramontava. Ero rimasto senza sensi per oltre venti ore. Mi pesava la testa, ma ricordai tutto della notte prima. Al posto delle tenebre, adesso c’erano macchie di sangue di sole morente sulle creste di secolari querce nel fondovalle. A terra, c'erano le cartucce di fucile esplose e sotto il ramo dove s’era appollaiato il gufo, penne di volatile e macchie insanguinate. E lei, lei che tanto amo pur morta, che mi manca e rende vuoti i giorni, sparita senza tracce. Forse, le macchie insanguinate nel prato erano le sue? E come poteva essere se da tempo morta?
Andai a bere dell’acqua in casa. Cercai di ricordarmi tutto. Cercai di calmarmi. Avevo la barba incolta e lo sguardo stanco. Prima di tornarmene in città, andai in auto al cimitero. Sotto un secolare pino, c’era la lapide con la sua foto che baciai. Sulla tomba, deposi un mazzo di fiori. Vivere sempre con lei, senza di lei. Accartocciata foglia sulla lapide si posò. Sollevai lo sguardo e nell’incerta luce del crepuscolo su un ramo c'era il gufo della notte precedente che mi fissava. Per telepatia mi sussurrò:
“L’invisibile nel visibile appare con la sua realtà sfuggente e misteriosa."
Io faccio parte di questa realtà. Sto nella realtà. Entità aliene in mondi paralleli ci sfiorano, umano contatto anelanti. Realtà plananti tra opposti mondi.


venerdì 5 luglio 2013

MONOLOGHI DAL FILM BLUDE RUNNER


ROY (REPLICANTE):

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia…
È tempo di morire.


RICK DECKARD:

Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l'avesse mai amata. Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le risposte che noi tutti vogliamo: Da dove vengo? Dove vado? Quanto mi resta ancora?... Non ho potuto far altro che restare lì e guardarlo morire.

giovedì 4 luglio 2013

L’AUTOBUS di Giuseppe Novellino

                        
È stata una uggiosa giornata di lavoro in ufficio. Il cielo nuvoloso ha costretto a tenere quasi sempre le luci accese nei locali. E ora si è messa anche la pioggia.
Carlo Maria Tutarelli, ultracinquantenne impiegato del catasto, aspetta alla fermata. L’impermeabile e il cappello sono già completamente bagnati. E il 66 tarda ad arrivare. L’orologio sulla torre della piazza segna le 17.45.
Ma ecco l’autobus sbucare dall’angolo di via Cavour. No, non è il suo, ma il 32 – Circonvallazione Est. Tutte le persone che erano in attesa chiudono gli ombrelli e salgono.
Solo lui rimane a terra.
Un suv passa molto rasente al marciapiede e gli spruzza addosso l’acqua untuosa di una pozzanghera.
– Maledizione! – impreca.
Poi l’irritazione si stempera perché il mezzo pubblico sta arrivando.
Sì, è proprio il 66.
L’impiegato Carlo Maria sale con un balzo e si siede nel primo sedile che trova libero.
Un sospiro di sollievo. In un quarto d’ora al massimo si troverà proprio davanti al portoncino del condominio in cui abita. Potrà rifugiarsi nel suo trilocale da vecchio scapolo. Si riscalderà dei ravioli al microonde, e poi passerà una tranquilla serata nel suo mondo virtuale di Facebook a ciattare con gli amici. O magari finirà per guardarsi quella videocassetta che gli ha prestato il cugino Michele: un film porno che deve promettere qualche emozione. Nel caso prevarrà questa seconda opzione, se lo sparerà in camera da letto, in pigiama, con un paio di birre al doppio malto a portata di mano. E poi… nanna, prima di affrontare un’altra giornata di lavoro noioso in mezzo a scartoffie polverose e colleghi fastidiosi.
Solo un paio di minuti dopo essere salito sull’autobus, si guarda intorno.
Strano, la vettura e semivuota. Ci sono solo otto passeggeri, oltre lui e l’autista. Eppure, a quell’ora di punta tante persone tornano a casa dal lavoro.
Carlo Maria osserva la vecchia che sta seduta nell’altra fila di poltroncine. È trasandata, gli abiti strappati in più punti, le scarpe logore e sfondate. Porta un cappellino decisamente fuori moda. Ma il viso non è brutto, solo alquanto triste, con gli occhi persi nel vuoto.
Gli altri passeggeri sono più indietro, nella penombra, figure avvolte nei loro indumenti inumiditi dalla pioggia. Carlo Maria riesce a capire che due sono anziani, forse marito e moglie; uno invece è giovane, muscoloso, con un giubbotto di pelle e un casco da motociclista sulle ginocchia. Poi ci sono due uomini sui cinquant’anni. Uno dei due è obeso, con la testa china sul petto; l’altro è magrissimo con una faccia grigiastra, pelle e ossa. Indossa un cappotto invernale sopra quello che sembra un pigiama. Più indietro, sulla sua stessa fila, sono sedute due donne, una anziana e l’altra giovanissima, le cui facce sono poco visibili per la scarsa luce.
Carlo Maria guarda attraverso i vetri del finestrino e vede negozi, persone con gli ombrelli che si rincorrono o si incrociano con passo frettoloso. Ma la via non gli sembra del tutto familiare. Che il 66 si sia messo a fare un altro percorso?
Ma adesso si rende conto che l’autobus non ha ancora fatto una fermata. Eppure sta viaggiando da qualche minuto, forse dieci.
Scopre il quadrante dell’orologio da sotto polsino della camicia: sono ancora le 17.45.
Forse si è fermato, pensa.
– Mi scusi – si rivolge alla donna con il cappello fuori moda, – mi sa dire che ora è?
Quella gli dedica un sorriso neutro. Guarda il suo orologio e dice:
– Sono le 9.32.
Caspita! Come fa quella a rifilargli un orario tanto fasullo?
Allora volge lo sguardo all’indietro, con aria interrogativa.
La giovane donna, seduta accanto all’anziana, coglie al volo la sua richiesta.
– La signora, probabilmente ha l’orologio indietro. Per me sono le 16.25.
– Io, invece, faccio le 11.40 – si intromette il motociclista.
– E io le 7.05 – dice l’obeso.
E poi si sente un’altra voce, ma Carlo Maria non capisce a chi dei rimanenti appartenga.
– No, l’ora esatta è la mia: le 13.55.
L’impiegato del catasto trattiene il fiato. Che lo stiano prendendo in giro? Aspetta un momento e poi guarda di nuovo il suo orologio: riporta sempre le 17.45.
Fuori, la pioggia sembra torrenziale, uno strano chiarore illumina le facciate delle case, la gente e i veicoli che vanno e vengono.
Il veicolo pubblico continua a procedere con un’andatura regolare, il che a Carlo Maria sembra un po’ strano, essendoci molto traffico. Finalmente si ferma. Ma si apre solo la porta di ingresso. Quelle di uscita rimangono chiuse. Nessuno si alza, naturalmente neanche Carlo Maria, perché non è la sua fermata.
Sale, con fatica, un signore molto anziano con un bastone e va a sedersi accanto all’impiegato.
Il mezzo si rimette in moto.
Dopo un po’ Carlo Maria gli chiede:
– Sa dirmi l’ora?
L’altro lo fissa a lungo, con aria stranita. Poi guarda il suo orologio.
– Sono le 18.15.
– Quello di Carlo Maria, invece, è sempre fermo sulle 17.45.
Non resta che il conducente.
L’impiegato si alza e, traballando, si avvicina al posto di guida.
– Mi scusi… – ma le parole gli rimangono in gola.
Il conducente dell’autobus 66 non ha volto. Solo una liscia superficie madreperlacea si stende fra il collo e il cappello d’ordinanza.
– Non vede cosa c’è scritto? – gli risponde. – Non parlare al conducente. Torni a sedersi e stia buono.
Carlo Maria Tutarelli di anni cinquantacinque, impiegato al catasto, non può fare altro che ubbidire.
Intanto il mezzo continua la sua corsa, in un ambiente cittadino sempre più trasfigurato da una luminosità lattiginosa. Ma le case, gli angoli, le piazze, non sono quelli di sempre. E il traffico non intralcia l’autobus.
Solo alle fermate, sale qualcuno… sempre uno alla volta. A tutti Carlo Maria chiede l’ora. E tutti dichiarano un orario diverso dal suo e da quello riportato dagli orologi degli altri passeggeri.
Vorrebbe scendere, ma non può. Nessun altro scende.
Quando l’autobus si ferma per far salire un nuovo passeggero, le altre porte non si aprono. E poi non è mai la sua fermata…
Adesso si chiede: cosa avverrà quando il veicolo sarà pieno, con tutti i posti esauriti, quelli a sedere e quelli in piedi?

* * *

– Poveraccio! – esclamò una delle tre persone che era accorsa a soccorrere l’uomo.
Avvolto nel suo impermeabile bagnato, era caduto sul marciapiede, alla fermata dell’autobus. Il cappello era rotolato in una pozzanghera.
– Deve avere preso un infarto… o un ictus – fece un altro.
Intanto si era formato un capannello di gente, gli ombrelli aperti sotto la pioggia scrosciante.
Poi i rumori della città vennero coperti dal suono lacerante di una sirena d’autoambulanza.

martedì 2 luglio 2013

DU DU LALA LALA di Giuliana Acanfora


Era un pomeriggio d’agosto e io battevo parole a caso sulla tastiera del computer, in cerca di ispirazione per un racconto, quando un motivetto allegro irruppe dalla finestra aperta dello studio. Mi affacciai. Sul marciapiede di fronte, un uomo suonava l’organetto, incurante del sole che gli batteva sulla testa pelata e irregolare. La poca gente che camminava sfidando la calura, lo oltrepassava senza fermarsi e senza lasciare monete nel cartone ai suoi piedi. Nonostante questo, l’uomo continuava a suonare. Alzò il viso, intercettando il mio sguardo. Aveva gli occhi scuri venati di rosso, circondati da un reticolo di rughe e una barbetta rada gli ornava il mento. Sorrise e mi salutò con un cenno del capo, senza smettere di girare la manovella dell’organetto. Ricambiai il sorriso e tornai al computer. Arrivò l’ispirazione e scrissi una decina di cartelle di word senza interruzione. Quando misi la parola fine al racconto mi alzai soddisfatto, canticchiando «Du du lala lala…»: il ritornello dell’organetto. Dalla strada non proveniva più alcun suono. Mi affacciai: l’uomo se n’era andato. Chissà per quanto tempo quel ritornello aveva accarezzato le mie orecchie. L’avevo escluso dalla percezione, preso dal sacro fuoco della scrittura, ma si era insinuato nel subcosciente. Magari era stato proprio quello a darmi l’ispirazione: prima di sentirlo stentavo a dare forma a un’idea, dopo erano arrivate come un fiume in piena. Su di giri, continuai a canticchiare.
Dopo una cena leggera e un film in tv, andai a letto. Di notte mi svegliai e mentre andavo in bagno iniziai a canticchiare: du du lala lala… Mi venne da ridere pensando a come certi tormentoni si annidano nel cervello, ma quando tornai a letto il buonumore si guastò, perché non riuscivo a scacciare il ritornello dalla mente e a riprendere sonno.
Al mattino era ancora lì. Mi accorsi di canticchiarlo mentre preparavo il caffè e quando zittii, continuò a risuonarmi nella testa. Telefonai a un amico, facemmo una lunga chiacchierata e quando finimmo: du du lala lala... Arrivai a maledire le ferie; al lavoro avrei avuto qualcosa su cui concentrarmi, invece non avevo impegni per tutta la giornata. Uscii a fare una passeggiata. I rumori della strada e il vocio della gente riuscirono a farmi dimenticare il motivetto, ma quando rientrai in casa: du du lala lala... Ascoltai altra musica, a volte un ritornello può scacciarne un altro, ma appena ritornò il silenzio il refrain dell’organetto si riappropriò della mia mente.
Uscii in strada e corsi come un pazzo per la città, in cerca del vecchio con l’organetto: a tratti pensavo di prenderlo a pugni e a tratti di supplicarlo di togliermi quel maleficio. Non lo trovai da nessuna parte. Col fiato corto e la maglietta incollata alla pelle per il sudore, mi sentii uno stupido. Passerà, pensai, devo solo cercare di non dargli importanza e smetterò di essere prigioniero di quel ritornello.
Non fu così. Se all’inizio concentrarmi su qualcos’altro serviva a escludere, almeno per un po’, il motivetto, in seguito nemmeno quello funzionò. Mentre scrivevo, leggevo, controllavo l’estratto conto, il refrain molesto si insinuava nel cervello e mi faceva perdere l’ispirazione, il segno, il conto. Niente più funzionava, neanche parlare con le persone. Il ritornello era sempre lì, un sottofondo continuo e ineluttabile. Guardandomi allo specchio vedevo una faccia stravolta, un’espressione folle e occhiaie profonde, giacché anche il sonno era interrotto dalla musica.
Una notte, al terzo risveglio, mi fu chiara la soluzione. Mi vestii, uscii di casa e camminai fino al ponte. Non c’era nessuno. Senza indugio scavalcai il parapetto e mi gettai nel fiume. Per istinto agitai gambe e braccia al contatto con l’acqua, poi mi arresi al vortice che mi tirava a fondo.
Dopo tanto, l’agognato silenzio!
Ero sulla riva, ma sapevo che il mio corpo giaceva in fondo al fiume. Quella che si godeva il silenzio era la mia anima. Nel buio si materializzò un tunnel di luce, ampio e profondo e mi incamminai fiducioso verso il mio destino. Man mano che avanzavo, la luce assunse una sfumatura rossastra e sul fondo intravidi una figura indistinta, che a poco a poco prese le sembianze del vecchio con l’organetto. Riuscii a distinguere, nell’irregolarità della testa pelata due protuberanze ai lati, come piccole corna. L’uomo sorrise e mi salutò con un cenno del capo. Girò la manovella dell’organetto e in quell’istante delle creature incorporee mi circondarono intonando un canto: du du lala lala…

lunedì 1 luglio 2013

L’INQUISITORE EYMERICH di Giuseppe Novellino



 
     Perché l’Inquisitore Eymerich ha avuto, e continua ad avere, tanto successo?
Verrebbe subito da rispondere: perché è un personaggio assolutamente intrigante, che ci introduce in un mondo tenebroso ed avvincente, denso di mistero, e ci porta con mano a vivere avventure in qualche modo compromesse con l’affascinante storia medioevale. E noi, figli di questo tempo postmoderno, stressati, preoccupati, spesso privi di gioia, ci sentiamo attirati dall’arcano, ci lasciamo facilmente sollecitare dall’horror e dalle meraviglie fantascientifiche. Dopotutto, la paura fittizia distrae dall’angoscia reale. Fuga l’ansia, in qualche modo, divertendo.
     È dunque un personaggio di puro intrattenimento, questo Eymerich?
     Con un superficiale e istintivo giudizio si potrebbe rispondere affermativamente. Eppure mi sembra riduttivo giungere alla conclusione che il ciclo dell’Inquisitore Eymerich sia l’ennesimo caso di una fortunata formula di letteratura passatempo. Questo lo affermo con convinzione, soprattutto dopo la mia ultima lettura nel campo: Il castello di Eymerich. Dove la solita erudizione storica, appunto, si accompagna all’osservazione della società ebraica medioevale e della Cabbalah.
     Non dobbiamo dimenticare che Valerio Evangelisti è uno storico. Ha scritto saggi e volumi di storia. Solo in seguito si è dedicato alla narrativa, senza abbandonare il suo interesse primario, anzi, facendo di esso il custode del suo mondo immaginario. Infatti, un inquisitore di nome Eymerich è veramente esistito. Si dice che un domenicano con questo nome bazzicasse effettivamente le contrade spagnole e francesi nel XIV secolo.  Certo, non viveva le avventure del personaggio di Evangelisti, probabilmente non aveva lo stesso carattere. Insomma di lui sappiamo poco o niente.
     Ma veniamo al nostro. In un mondo assolutamente riconoscibile, nell’atmosfera di quel XIV secolo (la storiografia ci dice che fu un periodo inquieto, terribile, e davvero, per certi versi, tenebroso), sul transitare del medioevo verso l’età moderna, si muove un arcigno, deciso e dotto domenicano, il quale si definisce nemico giurato del maligno e paladino di Santa Romana Chiesa. E fa bene il suo mestiere. Combatte le forze demoniache sotto qualsiasi forma (o assenza di forma) appaiano. Frequenta le corti (anche quella papale di Avignone), si misura con ottusi colleghi, incontra gente di ogni specie. Insomma appare là dove la sua presenza è richiesta. E allora agisce con prontezza, non esita a punire nel nome di quella Verità di cui si sente umile e solerte servitore. Manda al rogo, senza pietà, tutti coloro che hanno fatto mercimonio con Satana.
     Eppure Eymerich esercita su di noi un indubbio fascino, riscuote anche una certa simpatia. E qui, a mio modesto avviso, sta il vero indizio del suo successo. Eymerich si muove, come dicevamo, in un mondo storicamente ben delineato; è spietato ma intelligente, inflessibile contro il male in nome di quell’ordine che i medioevali vagheggiavano nella Città di Dio. E si dimostra altresì furioso contro la menzogna e la corruzione, contro la meschina insidia del malvagio. Alla fine si trova ad aiutare i più deboli che sono le vere vittime del sopruso. Ma lo fa senza sentimentalismo, in modo assai ruvido, rimanendo sempre, incrollabilmente, attaccato alle sue arcaiche convinzioni (che per i tempi ancora arcaiche non erano, pur profilandosi l’alba dell’umanesimo).
     C’è in Eymerich un’inestinguibile sete di ordine. Ed è una sete che in fin dei conti abbiamo anche noi contemporanei, che ci muoviamo nel labirinto di una realtà che non riusciamo più a controllare. Vogliamo che qualcuno metta un po’ d’ordine, appunto, e lo faccia soprattutto in nome della giustizia e della ragione. Vorremmo un mondo aggiustato, insomma. Ma poi ci accorgiamo che questa è un’illusione, che il mistero comunque ci assedia. E mi sia consentito: siamo assetati di verità, in un mondo che si è del tutto votato al relativismo.
     Ecco perché Eymerich ci piace. E bravo Evangelisti che ce lo ha regalato. Come ci ha regalato altri indimenticabili personaggi che emergono da altre nicchie della storia: dal Middle West un po’ cupo di Antracite, al Messico inquieto de’ Il collare di fuoco.
     Nell’apprestarci a leggere la sua ultima avventura, sentiamo quali sono le parole con cui ne chiude una precedente.
     “Du Guesclin sembrò riflettere, quindi disse, semiserio: - Siete davvero un uomo terribile. Eppure Leonor, che ormai si crede un angelo, non faceva che invocarvi… Ditemi, cosa si prova ad amare un angelo? – Eymerich fece una smorfia. – Non lo so e non lo voglio sapere. Ho molta più familiarità col diavolo.- “