mercoledì 27 luglio 2016

L’AMBASCIATORE di Fabio Calabrese

Dall'alto, il pianeta non appariva molto diverso da tutti quelli che ospitano la vita, persino bello, con l'azzurro degli oceani che contrastava con il verde delle zone ricche di vegetazione, e le striature di nuvole bianche che solcavano l'atmosfera, ma quando si scendeva di quota, le cose cambiavano aspetto: le foreste cominciavano a mostrare il loro volto intricato, cupo e minaccioso, le catene montuose si alzavano ripide e acuminate come denti famelici di bocche gigantesche, e si stentava a riconoscere le “città” delle creature native, giganteschi tumuli di fango essiccato, il cui interno doveva essere traforato da innumerevoli gallerie.
L'astronave Franz Kafka decelerò ulteriormente immettendosi in un'orbita bassa che si andava trasformando in un'ampia spirale che l'avrebbe portata ad atterrare sul suolo di quel mondo.
Il capitano, che era un uomo di una certa cultura, pensò per l'ennesima volta che chi aveva scelto il nome della nave doveva essere dotato di un senso dell'umorismo alquanto perverso.
La nave stava sorvolando un'immensa pianura erbosa che pareva sgombra da ostacoli naturali, il luogo scelto per l'atterraggio. Poco più avanti c'era una grande “città” degli alieni. Il capitano ordinò al navigatore di accendere i retrorazzi in maniera da rendere la decelerazione più rapida.
Con un lieve urto, il velivolo terrestre si posò sul suolo del mondo alieno: un atterraggio da manuale.
Una sezione laterale della nave si aprì. La paratia che si era aperta immetteva direttamente nel cubicolo di Gregor, l'ambasciatore. Gregor era una creatura che per le sue anomalie era stato giudicato il più adatto a fungere da ambasciatore dell'umanità per quel particolare tipo di alieni. Durante tutto il viaggio, era rimasto segregato in quel cubicolo sigillato, senza contatti fisici con il resto dell'equipaggio. Anche l'ingresso da cui era salito a bordo era separato da tutto il resto, era la stessa paratia che ora si era aperta per farlo uscire.
Per tutto il viaggio, gli unici contatti che Gregor aveva avuto con il resto della nave e dell'equipaggio, erano rappresentati dai supporti vitali tramite i quali gli arrivava il nutrimento ed erano asportate le deiezioni, e il collegamento audio. L'apparecchio che era stato impiantato al collo di Gregor era un piccolo gioiello di tecnologia, non era una semplice radio, ma trasformava in suoni udibili e in onde radio i movimenti mandibolari di Gregor che era sprovvisto di corde vocali.
L'ambasciatore scese zampettando e cominciò a inoltrarsi nella pianura di quel mondo alieno. La “città” degli esseri nativi non era molto distante.
“Gregor”, chiese il capitano chiamandolo dalla radio di bordo, “Tutto bene?”
“Si, capitano”, rispose Gregor, la “voce” dell'apparecchio aveva un timbro stranamente metallico, “Respiro regolarmente”.
“Bene...”.
Poco più avanti Gregor incontrò uno dei nativi, e rimase sorpreso nel constatare quanto gli somigliasse. La creatura aveva un paio di lunghe antenne con le quali toccò la testa di Gregor.
L'ambasciatore rimase più che sorpreso, stupefatto: quello era un modo di comunicare che non avrebbe mai immaginato, di colpo i pensieri della creatura gli furono chiari nella mente. L'essere si chiamava Kwwlkwx, e Wwwkkllmtp era invece il nome che dava al suo popolo; il pianeta nella loro lingua si chiamava Tmssklptm, tutti termini che Gregor disperava di riuscire a rendere in suoni umani, ma non era questo l'essenziale. L'alieno era sorpreso più di lui di aver incontrato una creatura proveniente da un mondo remoto negli spazi, ma il suo atteggiamento era amichevole, gli trasmise che la sua gente sarebbe stata lieta di conoscere gli stranieri provenienti da un mondo lontano.
Gregor comunicò all'astronave.
“Ho contattato un alieno. Per ora tutto bene, capitano. Sembrano amichevoli”.
Poi si mise a seguire Kwwlkwx diretto alla “città” dei Wwwkkllmtp.
Nelle ore seguenti ci fu un fitto scambio di messaggi.
Il capitano era molto interessato al modo di comunicare telepatico degli alieni.
“Non credo che possa funzionare con voi”, disse Gregor, ma a ogni modo io posso farvi da interprete”.
I terrestri si misero al lavoro, erigendo subito fuori dall'astronave una spaziosa tenda a cupola per l'incontro con gli alieni, mentre il popolo di  Wwwkkllmtp preparava una delegazione per incontrare i nuovi venuti provenienti da oltre lo spazio.
Un'oretta più tardi, Gregor era di ritorno portando con sé la delegazione degli alieni. La tenda a cupola fu aperta e furono fatti entrare alla presenza della delegazione terrestre.
I terrestri fecero appena in tempo a pensare quanto gli alieni fossero grossi, brutti e schifosi. La reazione dei  Wwwkkllmtp fu ancora più rapida e li prese del tutto alla sprovvista. Come un uomo che senza pensarci, schiaccia istintivamente un insetto, così i nativi si buttarono sui nuovi arrivati, dura chitina contro tenera carne, e li fecero rapidamente a pezzi, cominciando subito a divorarli.
Kwwlkwx mise di nuovo le sue antenne sul capo di Gregor.
“Perché non mi hai detto”, gli chiese, “Che il tuo pianeta è infestato da queste ripugnanti creature?”
Imbarazzato, Gregor Samsa non seppe cosa rispondere.
 

mercoledì 20 luglio 2016

DE INSULA REMOTA di Giuseppe C. Budetta

Antenato monaco materno, morto in monastero cistercense, lasciò in eredità al mio paterno nonno una vetusta pergamena col titolo in gotici caratteri:
DE • INSULA • REMOTA
Alla scadenza esatta del quindicesimo compleanno, il nonno mi regalò la preziosa pergamena su consiglio di mio padre, entrambi speranzosi d’invogliarmi nello studio sia pur tardivo, del latino. Di recente, mi sono ancora cimentato nella traduzione del vetusto testo, sia per curiosità, sia per rinverdire la classica cultura. Mi sono infine accorto che vi si narra di una inesplorata isola, visitata nei tempi andati da Goti fuggitivi. I fatti si riferiscono a poco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente: sanguinosi accadimenti, consequenziali alla riconquista di Cartagine da parte dei Bizantini. Nel 533 dopo Cristo, le milizie di Belisario distrussero Cartagine e fecero strage degli occupanti Goti. Come ordinatogli da Giustiniano, il generale Belisario non solo distrusse la città, ma sterminò i barbari che vi si erano insediati, compreso le donne, i vecchi ed i bambini. I pochi superstiti riuscirono a prendere il mare aperto su una vecchia trireme. I fuggitivi si portarono via l’ingente tesoro sottratto a Roma da Alarico, nel 410 dopo Cristo. Come la pergamena dice, questo tesoro fu nascosto non secondo la tradizione sotto il corso del Basento, ma in mare nei pressi di una misteriosa isola, o insula remota che suppongo sia l’ultima delle odierne Azzorre. Nella traduzione, ho lasciato di proposito alcune brevi frasi in latino. Per pochi nomi comuni e propri come Gothi e monacho, ho rispettato la vecchia dicitura Alto-medioevale. Qua e là, ho inserito le congiunzioni latine et, o atque. Dove non capivo il senso della frase, ho usato il termine quoniam coi punti sospensivi. Ecco cosa il vetusto testo dice.
Alone lunare inargentava l’acquosa et piatta distesa. Mi ricordai di un vecchio detto latino:
Adspirant aurae in noctem nec candidua cursus luna negat.
La prua della grande nave tagliò le placide onde diretta ad occidente.
Mari undique et undique coelum. Lucis egens aer.
 Atterriti dalle stragi perpetrate dai legionari di Belisario in Cartagine arsa, oltrepassammo le Colonne d’Ercole e virammo col vento amico verso il grande Oceano. Scrutavamo atterriti se mai qualche nave romana c’inseguisse. Ci ritenevano usurpatori dei territori imperiali nel nord-Africa, ma eravamo pacifiche tribù provenienti da oltre il Danubio, scacciate dalla furia degli Unni.
Quoniam…Al mattino del quarto giorno di navigazione, s’intravide ad oriente ancora la costa piatta ed arsa della Mauritania e ad occidente, solo la nebbiosa linea dell’orizzonte. Un improvviso vento diresse la trireme nel grembo del grande Oceano, mai raggiunto dagli umani. Povero monacho dei Gothi prigioniero, costretto a seguirli nella rovinosa fuga da Cartagine, messa a ferro e fuoco, mi feci il signum crucis e cominciai a pregare. La divinità che tutto regge accolse le mie orationes magna cum desperatione plenae.          
Al crepuscolo dello stesso giorno, mentre la pesante e vecchia trireme era sballottata delle gigantesche onde senza direzione et meta, la vedetta gridò: “Le isole, le isole…”
Ringraziai la sant.ma immago dell’Immacolata et statim ricordai il monitum che l’Arcangelo Gabriele mi aveva detto in sogno et in aeterna ammonizione:
Chi ad altro tende che non sia solo Dio e la salute dell’anima, non avrà che tribolazione e dolore.
 Al crepuscolo serale, ci fu calma piatta. Il vento ed il mare avevano cessato le infernali, ma brevi sfuriate. Propinque alla costa, spiagge deserte con candida ed immacolata rena. Oltre le vaste radure sabbiose, palme di datteri e siepai intricati. In alto, volteggiavano ancora grossi e sconosciuti uccelli. Si vedevano tre scure isole non distanti tra loro, circondate da placida acqua, luccicante e trasparente. Colori fini et alieni et cum maximo pavore, sembravano appartenere più all’Arte che alla natura, più allo spirito che alla materia. Poteva essere che le silenziose ombre serali significassero che il sospirato approdo fosse più un fatto miracoloso atque eccelso che un evento del caso. I Gothi levarono un grido di gioia che trafisse la sera ed il silenzio angoscioso. Igor, il capo dei Gothi, decise di approdare sull’ultima delle tre isole, la più remota dalla Mauritania da cui cinque giorni prima ci eravamo allontanati. Siccome era quasi notte, si decise di aspettare il mattino seguente per il sicuro approdo. Nel frattempo, alcuni dei più validi guerrieri erano scesi in mare. Per non affogare, si erano aggrappati ad una specie di trave, calata apposta in acqua. Enim, i guerrieri avevano risalito la spiaggia sabbiosa e legato con una lunga fune la prua agli alberi di datteri più vicini. Enim, alcuni dei Gothi avevano dormito in spiaggia con una sentinella di turno, ma la maggior parte, compreso le donne ed i bambini avevano dormito sulla nave. A turno anche sulla prua della nave, una vedetta di guardia restò. Dulcis et clara et serena fu l’alba rosata et la verde, iridescente boscaglia dell’isola extrema ebbe la freschezza dell’anima pura, timorata dal Creatore. All’alba del giorno dopo, Igor fece calare sul bagnasciuga la passerella. Cominciarono a scendere gli uomini, alcuni dei quali feriti nell’ultimo et strenuo combattimento contro i Bizantini. Subito dopo, scesero le donne con in braccio i bambini. Infine, furono traslati in riva i bagagli e le armi di riserva. Quando l’intero popolo superstite ebbe lasciato la nave, contai quasi trecento persone fuggitive. Si cominciò a scaricare altri bagagli, i viveri, la scarsa acqua da bere et in extremis, il tesoro di Alarico. Igor ordinò a gruppetti di guerrieri di perlustrare l’isola e cercare sorgenti di acqua dolce. Orgoglioso di sé e forse riconoscente al mio Dio, Igor estrasse un coltello e mi liberò dei lacci che mi legavano i polsi. Non so perché non mi avessero ucciso. Superstiziosi com’erano, non mi avevano ucciso temendo un maleficio infernale. In silenzio, ringraziai il Signore:
Pater noster qui es in coelis, santificetur nomen tuum…
    Le sentinelle spedite in perlustrazione erano discese trionfanti, indicando che alla base di un’altura nell’interno, c’era una grossa fonte d’acqua ed un laghetto. Le donne ed alcuni ragazzi si affrettarono con recipienti di creta ed otri a risalire il corto colle per raccogliere il prezioso liquido. Il tesoro dei Gothi accumulato su un telo verso il sottobosco, luccicava sotto i primi raggi solari che divenivano roventi.
Lumina solis super arbores iridescentes vinxit absoluta in apio coelo.
   Il mare si era chetato e la nave, una vecchia trireme romana che forse aveva superato il secolo, sonnecchiava immobile davanti a noi. Udimmo altre grida più concitate. Alcuni dei guerrieri armati di asce e di coltelli, spediti da Igor in perlustrazione sulle costa occidentale, tornavano gridando al portento ed indicando un punto dall’altro lato della spiaggia. Dopo aver parlato con loro, Igor volle andare a vedere e disse verso di me:
“Vecchio, tu sei segnato dagli dei benigni. Vieni dunque con noi a vedere di che si tratta.”
   Mi tenevano in vita perché ero l’unico a conoscere la scrittura e capace di tramandare le loro vicissitudini? Con Igor e la maggior parte dei guerrieri mentre gli altri sostavano in spiaggia, risalimmo un basso costone roccioso e passammo oltre un tozzo promontorio. Vedemmo infine il portento. Una scultura marmorea, più grande e massiccia di qualsiasi tempio pagano, più alta delle piramidi d’Egitto, si levava sul placido Oceano, ad occidente. L’opera magna distava duecento e più braccia dalla riva. Rappresentava una gigantesca dea, emergente dalle acque marine. Non poteva che essere la scultura tentatrice di un essere demoniaco, nella integrale nudità. Opera di smisurata magnificenza, simile alla Sfinge d’Egitto. La gigantesca scultura in parte emergeva dall’Oceano ed in parte ne era sommersa. Di certo, un potente popolo, con migliaia di schiavi aveva eseguito l’opera eccelsa. Un misterioso popolo, forse nei secoli scomparso. Ardua, possente fatica toccò alle schiere di schiavi nello scalpellare, secondo esatti canoni estetici, il gigantesco et siliceo monumento. La statua raffigurava una dea pagana del tutto nuda, emergente senza verecondia dalle profondità oceanine, come Venere dallo Jonio. Enim, si trattava di un’opera erotica, elevata al cielo per aggraziarsi un ignoto dio barbarico. Sollevai le tre dita in segno di benedizione, onde allontanare gl’influssi del maligno. La gigantesca scultura era come una montagna, o un colle e superava i trecento piedi in altezza. Pensai che all’origine, un masso emergente dal mare fosse stato modellato ad arte da un popolo misteriosamente scomparso dall’isola extrema.   
Il volto inespressivo della scultorea opera era di una giovane dea compiacente, ma lo sguardo era vuoto a perdersi verso il misterioso orizzonte, là dove il mondo finisce ed incomincia la serie dei sette cieli. I piedi per intero fino agli stinchi, sprofondavano negli abissi, a perpendicolo, come le massicce colonne del tempio di Salomone. La dea pagana era immobile ed osservava come in estasi la linea remota che segna i limiti oceanici da nessuno superati.              
Fu allora che accadde il portento. Nel ricordo, persiste il dubito di ciò che vidi. Mirabilia et mirabilia. Fummo senza fiato. La grande scultura si animò, acquistò colorito umano e d’un tratto si girò verso di noi con sguardo umano. Non credemmo a ciò che vedevamo. Ci guardavamo l’un l’altro. Il cielo ebbe sia pur per poco, un cangiante aspetto. Apparve una sottile e lucente trama, come una vasta rete di pescatore: una rete non di spago, ma di luminescente filo. Ad alcuni, parve una ragnatela, o una nuvolaglia nel cielo aleggiante. La lucente trama setosa, diaframma tra questo e l’altro mondo, avvolse l’enorme e muta statua, vivificandola all’istante. L’opera magna ebbe davvero esistenza novella e come un colosso di ciclopica fattezza si mosse e parlò. Verso di noi, con roboante voce, dunque disse:
“Ave, sono Hypnos, sorella di Thanatos e figlia di Chronos, il Tempo infinito. Oltre i sette cieli io sono. Vi aspettavo et nunc vi dico: salverò l’umanità dal baratro prossimo venturo. Io ingrandirò il pianeta con l’aggiunta di un nuovo continente che voi umani solo nel 1492 scoprirete. L’umanità avrà a disposizione nuove terre per espandersi e proliferare. Io manovrerò la Storia affinché nulla della planetaria trasformazione si abbia sospetto. Nel nuovo continente, introdurrò antiche tribù che sembreranno autoctone. Non abbiate timore, ma fiducia.”
Così dicendo, la gigantesca statua tacque e riprese il colore, la staticità e la fissità della materia amorfa. Utqunque, il portento non era finito perché sopraggiunse un forte terremoto. Le onde dell’oceano, poc’anzi chete, presero ad agitarsi frenetiche con incessanti creste schiumose. La statuaria mole ondeggiò e cominciò ad inabissarsi, prima lentamente, poi con maggiore rapidità. Le ginocchia, i fianchi, il prospero seno, il collo, il dolce viso ed infine gli occhi, la fronte arcuata ed i capelli scomparvero sotto il ceruleo mare. Fu come se l’abissale gola dell’Oceano l’avesse ingoiata.
Subito dopo, olim coelum deinde il mare si chetò. Statim, Igor il grande capo dei superstiti Gothi, ordinò che il tesoro di Alarico fosse gettato in mare, là dove Hypnos era emersa e poi scomparsa.
Haec rebus in casu aut in quadam animi pernicone factis perabsurda videntur.
  PS. Ho fatto analizzare da più esperti la pergamena, ingiallita e con piccole chiazze di muffe lungo i bordi. Il responso è stato negativo. Si tratta di una copia, risalente alla metà del XVII secolo circa. Secondo gli esperti, è probabile che qualcuno abbia copiato il testo da una originaria pergamena dell’alto medioevo. Tuttavia, i fatti narrati sembrano inverosimili ed assurdi. Non è credibile che forze aliene abbiano impiantato sulla Terra un intero continente, le Americhe. Un’operazione di maquillage planetaria per salvare i destini dell’umanità.

  

mercoledì 6 luglio 2016

IN ATTESA CHE ARRIVI FIORENZA (Seconda Parte) di Renato Pestriniero

Dìkaia
Sta al telefono da oltre mezz’ora. È stato lui a chiamarla. All’inizio hanno parlato delle solite cose, il lavoro, i problemi del quotidiano, insomma argomenti comuni a tutti e sui quali tutti si trovano d’accordo. Ma appena passati alle rispettive relazioni personali, era stato inevitabile entrare nella sfera del privato. Sono cominciati allora gli attimi di silenzio prima di una risposta, la scelta delle parole per non rivelare certi dettagli.
Dìkaia stava uscendo dalla doccia quando lui ha chiamato. È ancora avvolta nell’accappatoio, i capelli stretti in un asciugamano sistemato nell’abituale aggroppamento a turbante. Con gesti meccanici la donna stringe il collo dell’accappatoio, si friziona una spalla, insiste nel sistemare capelli ribelli che escono dall’asciugamano intrecciato. Indugia con la mano all’interno dell’accappatoio per godere dell’umidore della pelle. Succede che, inoltrandosi nel discorso, la mano accarezzi levigatezze rese ancora più morbide dalla posizione rilassata del corpo sulla poltrona. La mano reagisce alle parole che lui vorrebbe dire. A occhi chiusi, Dìkaia risponde a monosillabi.
Il tempo fluisce veloce, vengono colte sfumature che solo una profonda conoscenza reciproca può permettere, benché non derivata da assidua frequentazione. Poi lo scambio filtra su livelli più personali. Dettagli vengono prima sfiorati, poi trattenuti, quindi approfonditi. Il tempo ha ormai perduto significato. Con la complicità della distanza, entrambi si lasciano andare. Misura e inibizioni vengono allontanate nella consapevolezza che, ormai, quel momento magico non può più essere interrotto. Ma c’è ancora un muro da abbattere, ed è un muro di notevole spessore. Sarebbe più esatto dire che la difficoltà di abbatterlo non sta nello spessore quanto nel materiale di cui è fatto.
Lui si sente in dovere di mantenere l’iniziativa per atavica sindrome maschile, ma risulta evidente che ha bisogno di lei per poter continuare. E per lei, che si trova a dover resistere solo per sindrome identica ma antitetica, è difficile evitare sfumature capaci di indebolire ciò che entrambi si son trovati a costruire.
L’aspetto singolare – in un certo senso buffo – è che lui l’ha chiamata solo per non lasciar morire quel giorno nello stesso grigio silenzio di tutti gli altri giorni.
- I tuoi problemi – sta dicendo Dìkaia. – Sono i miei, le radici da cui provengono sono le stesse. Ci toccano in modo diverso in quanto tu sei uomo e io donna, ma la sostanza non cambia.
- Non so. Non credo tu riesca a capire quanto sia insopportabile l’impossibilità di…
- Di… amare?
- Sì
Un lungo silenzio. È Dìkaia a riprendere: - Non ci siamo frequentati molto ma avevo capito. Solo chi vive certe situazioni sulla propria pelle può intuire certe cose.
- Cosa intendi dire?
- Tu lo sai quanti anni ho. Eppure anch’io sono ancora vergine.
La nuova parentesi di silenzio è lacerante. Poi le parole scrosciano e si intrecciano veloci, le frasi si accavallano, il tempo adesso vola nella sua relatività beffarda.
Dopo che, finalmente, tutto è stato detto, lui chiede: - Ne sei convinta veramente?
- Penso sia un nostro diritto.
- Però dobbiamo aspettare fino a domani. In questo frattempo ciò che adesso sembra chiaro e definitivo potrebbe… e poi c’è una notte da passare… di notte tutto si trasforma… Se dovesse succedere mi chiamerai?
- Sì.
Luis
Non era ancora sceso dalla macchina che la vide affacciarsi alla porta. Durante la notte non c’erano state telefonate. E l’alba era giunta cancellando le lunghissime ore del buio, frastagliate di tradizionalismi, perplessità, ambiguità etiche. Poi l’attesa della sera. E adesso Dìkaia era lì ad aspettarlo, affascinante come mai gli era apparsa per la luce che traspariva dai suoi occhi. In essi c’era trepidezza, struggimento mal trattenuto. Sentì il respiro farsi affannoso ma, per la prima volta, non fece nulla per nasconderlo e, anzi, provò gioia nel poter rivelare l’ansia che aveva sempre costituito il suo limite.
La lampada a stelo accanto al divano era schermata da un pesante scialle damascato. Nella semioscurità della stanza i mobili emergevano come masse dai contorni confusi. Dìkaia gli porse una vestaglia. – Fa con comodo, io torno subito.
Luis cominciò a spogliarsi. Quando fu completamente nudo indossò la vestaglia. Provò eccitazione per le carezze del raso. Nel sedersi sul divano, un lembo della vestaglia scivolò scoprendogli una gamba. Si ricoprì e, per evitare che si ripetesse, tenne la mano sul ginocchio. Sopra un tavolo c’erano due bicchieri, una bottiglia di Gilbey’s intatta e una di Jack Daniel’s vuota per un terzo.
- Ieri sera era piena. – Disse Dìkaia alle sue spalle.
Lui si voltò di scatto. – Non così forte, potrebbe…
La donna scosse la testa: - Non preoccuparti, nemmeno se accendiamo la televisione a tutto volume può svegliarsi. All’ospedale sappiamo cosa usare per certi malati. – Dìkaia fece per spostare la borsa di Luis posata in un angolo. – Ma che ci tieni dentro! – Esclamò.
- Oh, roba d’ufficio, il portatile, quasi un archivio. – Si sforzò in un sorriso.
- Direi che ci tieni pure i mobili.- Si aggiustò il collo dell’abito. Il debole chiarore faceva rilucere l’indaco della seta. Era un abito dal taglio semplicissimo che le scendeva morbido fino ai piedi esaltando con giochi d’ombre ogni movimento del corpo e la trasformava, agli occhi di Luis, in una stupenda sconosciuta. Finalmente, di fronte alla disponibilità di una donna, provava un’emozione pulita, normale. – Hai detto che ieri sera quella botiglia era piena.
- Ho voluto stordirmi per dormire e non correre il rischio di telefonarti. Il bourbon ha fatto il suo dovere anche se stamane avevo la testa di piombo. – Scrollò le spalle. – Ma sono bastate venti gocce per rimettermi a posto.
Luis le appoggiò le mani sulle spalle. – Siamo maledettamente uguali anche nelle piccole cose.
- Anche tu Jack Daniel’s?
Luis annuì. La guardò negli occhi, poi fece scorrere lo sguardo lungo quel corpo inaspettatamente insolito. Una cintura sottile la cingeva ai fianchi. Avrebbe voluto slacciarla per accertarsi che, come la seta faceva intuire, Dìkaia fosse nuda.
Lei sorrise. – C’è anche del gin. - Versò il Gilbey’s nei bicchieri. Poi sedette sul divano. La vestaglia di Luis tendeva ad aprirsi e lui si sforzava per trattenerne i bordi.
– Ti sentirai un po’ a disagio – disse la ragazza. - Ma meglio eliminare qualsiasi causa… - Fece un gesto con la mano per esprimere parole che non trovava.
- Sì, impedimenti, intralci… sei ammirevole per il modo in cui hai affrontato questa decisione.
- Non sei il primo che ha indossato quella vestaglia, solo che…
- Non dire altro. – La interruppe Luis.
- Ma io voglio dirlo! Io so cosa vuole un uomo, io attraggo gli uomini e…
- Sei una donna bellissima, lo sei sempre stata.
- La bellezza non conta, anche una statua può essere bella. Io sono fatta di carne e sangue che però diventano marmo appena la mano di un uomo mi sfiora.
- Adesso siamo insieme.
Dìkaia ebbe un sorriso triste: – Devi aiutarmi. Devi aiutarmi molto.
Luis depose il bicchiere, le prese le mani e le strinse forte tra le sue.
 Luis e Dìkaia
Seduti l’uno accanto all’altra, Luis le accarezzava i capelli, le spalle, e solo quando fu lei a guidargli la mano sul seno, riuscì a introdursi fra le morbidezze della seta e della pelle. Teneva il volto affondato nell’incavo del collo lasciato scoperto dai capelli che Dìkaia aveva scostato, ne aspirava il profumo, continuava a mormorare il suo nome.
- Mi fai sedere sulle tue ginocchia? – Disse Dìkaia con voce quasi aspra. E senza aggiungere altro si alzò e con una torsione del busto e un ampio veloce arco della gamba fu seduta su di lui. –Così siamo più vicini – gli sussurrò all’orecchio. – E possiamo evitare di guardarci. Vorrei che tu non mi guardassi… - Dìkaia lo strinse forte per impedirgli di mutare posizione, per non lasciarsi sfuggire l’ultimo appiglio e naufragare.
- L’unica cosa che dobbiamo fare – Luis le frusciò tra i capelli. – È dimenticare che io sono tuo fratello e tu sei mia sorella. In questo momento tu sei una donna e io un uomo, nient’altro, una donna e un uomo che devono aiutarsi per sopravvivere.
Dìkaia assentiva in silenzio alle parole del fratello, lasciando libero il pianto che si era ostinata a trattenere. – All’ospedale qualcuno aveva sparso la voce che sono lesbica, ma non è vero, io ho sempre desiderato un uomo, e so cosa vi spinge a… vedi? – E con adorabile ingenuità abbassò la voce quasi a un sussurro – Ho scelto calze fumé autoreggenti perché so che questi particolari sono importanti, vero… vero? – E poi guardò Luis negli occhi, lo sguardo annebbiato dalle lacrime. – Ma devi essere dolce, amore mio, noi non siamo come gli altri.
Alfredo
21 marzo
Fiorenza carissima, questo diario sarà un colloquio con te in attesa che tu arrivi. Non so quando succederà, ma quel giorno io sarò qui ad accoglierti. Ho voluto cominciare oggi questo diario perché è il primo giorno di primavera. Anche il tuo nome sa di primavera. C’è il sole, i primi tepori nell’aria. Sono felice.
A volte sento dei bisbigliamenti e il mio pensiero corre subito a te, ma poi mi rendo conto che non è possibile, è ancora troppo presto.
Mia diletta Fiorenza, nell’attesa vivrò parentesi di anamnesi, scenderò gradino dopo gradino fin nel profondo per interpretare e vivere e godere i momenti che ci hanno fatti incontrare.
Alfredo
26 aprile
È passato poco più di un mese eppure mi sembra un’eternità. È sempre così quando si attende qualcosa di molto importante, il tempo ha la facoltà maligna di dilatarsi per creare tormenti.
Sempre più spesso sento scricchi e crepitii, a volte dal pavimento, a volte dalle pareti. Ho eliminato tutti i mobili per rendere echeggiante il minimo fruscio e così la casa possa parlarmi, stabilire un dialogo al quale purtroppo non riesco ancora a partecipare. Però il significato lo conosco, la casa mi sta parlando di te, Fiorenza, e ogni giorno riesco a imparare qualcosa.
Quando ho deciso di stabilirmi qui, mi sono fornito delle cose essenziali e ho tagliato il cordone ombelicale che mi teneva legato al mondo esterno. Da quel giorno, e ormai è passato più di un anno, mi sono dedicato esclusivamente a curare ogni dettaglio per il tuo arrivo. Adesso la natura sta sbocciando, ci sono colori e profumi, però i miei occhi sono solo per quel verde cespuglio, lo guardo per ore, lo spio quando il buio della notte me lo nasconde, e la prima ombra che vedo uscire all’alba sono i suoi rami che si rinforzano, le sue foglie che dilagano e avviluppano.
Ti sento sempre più vicina, Fiorenza, ti vedo nei fiori che stanno macchiando il cespuglio, ti sento nei respiri che la casa mi trasmette soprattutto di notte. Questi sussurri notturni mi hanno riportato alla memoria un’esperienza della mia infanzia, quattro anni, forse meno. Una notte mi svegliai e sentii provenire dalla stanza della mia mamma un respiro affannoso, dei lamenti. Pensai fosse entrato qualcosa di orrendo per farle del male. La porta della sua camera era socchiusa, e vidi che mio padre le era addosso e quell’ansito era il suo respiro e i lamenti provenivano dalle labbra di mia madre. Non c’ era nessun mostro. Cercai di riprendere il sonno coprendomi la testa con le lenzuola ma non ci riuscii, nelle orecchie avevo quei respiri e quei lamenti e negli occhi l’immagine terrificante dei miei genitori che, improvvisamente, si erano trasformati in due persone sconosciute.
Quella notte mi sentii solo perché avevo scoperto che, durante il giorno, il mio papà e la mia mamma portavano una maschera per farsi vedere da me come volevano loro.
Fiorenza adorata, prima ho parlato di taglio di cordone ombelicale. È solo una frase fatta perché nessuno può separarsi dal proprio passato, tutt’al più può metterlo da parte, se ne renda conto o meno.
Anche stanotte ho sentito bisbigli, ma, contrariamente a quelli che mi sconvolsero quand’ero bambino, questi mi recano gioia, e cerco di carpirne le minime sfumature. Sei tu, Fiorenza, che ti stai avvicinando.
 Alfredo
12 maggio
Ieri qualcuno ha bussato. Non so chi fosse, non mi sono curato di aprire né di guardare attraverso i fori che ho praticato nelle imposte. I fori li ho fatti per seguire le piante durante il giorno. Da loro vado solo quando è buio. Ormai le conosco come fossero mie creature, e in un certo senso lo sono. Hanno messo radici talmente profonde e robuste che niente può impedire la loro espansione. Già tutto il tratto del muro a oriente ne è damascato, e anche la parte della casa che dà sul giardino è ormai imprigionata da una ragnatela di rami e foglie e da fiori mai visti da queste parti. Pensa, Fiorenza, che devo bucare continuamente le imposte a mano a mano che i fori vengono coperti dalle nuove foglie. Questo mi dà un immenso piacere.
Dicevo che ieri qualcuno ha bussato. Poi ho sentito il rumore di una macchina che si allontanava. Più tardi ho visto una busta fatta passare sotto la porta. Sarà stato un altro avviso. Ho buttato nei rifiuti anche quella busta. Ormai telefono, luce, gas e acqua sono stati staccati. Per lasciare più spazio possibile ho eliminato anche i vecchi elettrodomestici che usava mia madre. Per muovermi di notte da una stanza all’altra non ho certo bisogno di lampadine o di torce elettriche, la casa la conosco in ogni sua minima parte. In realtà, non è che durante il giorno ci sia molta più luce con tutte le finestre sigillate. Solo attraverso i fori filtrano lame luminose che creano strani giochi di chiaroscuro. Mi piace guardarli e parlare con loro.
Una volta alla settimana vado a comperare un po’ di roba in scatola e qualche bottiglia d’acqua in quell’ipermercato che rimane aperto anche di notte. È faticoso perché ho dovuto vendere la macchina, ma non è un grosso problema.
Mi sento sempre più sereno, Fiorenza. Il vivere in questa oscurità appena trafitta da qualche filo lucente mi dà la sensazione di viaggiare a ritroso nel tempo, e più torno indietro e mi riavvicino a una nuova nascita più mi sento sereno.
A mano a mano che le ore e i giorni passano – l’orologio è l’unico oggetto che mi permette di indicare le date sul diario – mi ritrovo. Dormo dove e quando voglio, mi denudo se sono spinto a farlo, a volte mi piace giocare con i miei escrementi. Sento che tutto si concluderà tra poco, Fiorenza. Le piante stringono la casa in un abbraccio sempre più affettuoso.
Alfredo
7 giugno
Devo state molto attento perché se qualcosa dovesse danneggiare le piante sarebbe la fine. Per esempio mi sono accorto che un cane riusciva a infiltrarsi all’interno del giardino. Ho pensato che avesse scavato una buca sotto il muretto ma non ne ho trovato traccia.
Ad ogni modo ho studiato attentamente i punti dove il cane si soffermava e ho preparato una trappola. Ho applicato a una tavoletta di legno massiccio un sistema di lame trattenute da molle, ventidue lame lunghe quarantasei centimetri, diciotto sistemate lungo i lati e quattro al centro. Ho sotterrato la trappola sotto due o tre centimetri di terra, mascherata con foglie e sassi mescolati a cibo per cani. Poi mi sono appostato a osservare attraverso i fori. La prima volta non è successo niente, il cane è andato a ficcanasare altrove. Forse non aveva fame. Ma la volta successiva è passato sopra la tavoletta e in un attimo il suo corpo si è trasformato in un grumo di visceri lacerati. Ho aspettato che facesse buio, quindi ho messo tutta quella roba dentro un sacco di plastica e l’ho buttata sotto la tangenziale.
Mi dispiace aver dovuto uccidere quel cane. D’altra parte non posso permettere che le piante vengano danneggiate. Ucciderei chiunque.
Questa notte mi è sembrato di sentire un raschiare alla porta, poi ho capito che il rumore proveniva dalla parte prospiciente il giardino. Ho acceso una candela e sono andato a vedere. E finalmente, Fiorenza, c’è stato il primo segno: un pezzo di intonaco si era staccato e dalla porzione di muro lasciata scoperta ho visto che i mattoni avevano lasciato passare un ramo di Darlingtonia. Adesso sono contornato da bisbigliamenti, scricchi e crepitii, suoni che ho cominciato a sentire quando le piante si apprestavano a prendere possesso dei muri.
Era stata la mamma a voler chiudere la rientranza nel muretto, diceva che vi vedeva la faccia di nostro padre. È stata lei a voler mettere le piante per coprire ogni macchia che potesse ricordarle la sua faccia. E io, Fiorenza, mio fiore, ho fatto quello che lei desiderava. Lei diceva che nostro padre era pazzo, ma tu sai che non era così. Lui non riusciva a vivere nella realtà, e ha sempre cercato di trascinare anche la mamma in quel suo mondo fatto di giustizia e di sogni, di immaginazione. Ricordi cosa diceva? Solo la fantasia è vita, e un’esistenza senza fantasia è convivere con la morte. I nostri nomi, per esempio. Aveva voluto chiamare te Dìkaia e me Jorge Luis. Appena se ne andò, la mamma ha cominciato subito a chiamarci con i nomi che avrebbe voluto darci lei, Fiorenza e Alfredo.
La mamma ha fatto molto male a te, sorella cara, a causa di quella sua morbosa determinazione di isolarti, convinta com’era che dentro di te potesse germogliare la stessa visione del mondo che aveva nostro padre, e ha fatto molto male anche a me, il suo Alfredo, Alfreduccio, il suo Duccio.
 Alfredo
16 luglio
L’ultima volta che ho scritto era il 7 giugno. Non mi rendo conto che sia passato tanto tempo, forse il mio orologio si è rotto. Ma ormai per me il tempo non ha più significato. Le pareti interne della casa hanno partorito centinaia di rami e foglie e fiori. La mamma voleva piante che coprissero il muretto e io ho scelto le specie delle Sarraceniacee. Dalle pareti sono spuntate decine di ascidie gonfie come piccole anfore, misteriose come urne, trasformazioni delle foglie di Nepente, di Sarracenia, di Utricularia, piccole trappole che portano ancora dentro di sé i resti di ciò di cui si nutrono. Io le osservo e so tutto di loro, indago nel loro sacco branchiale, nei loro sifoni boccali e cloacali, spio il loro sbocco sessuale.
È venuto il momento del tuo arrivo, Fiorenza, lo sento, sei vicina, forse domani. Intanto scruto questi fiori che spuntano dalle pareti dopo aver lottato per infiltrarsi tra pietra e pietra con forza lenta ma tremenda, facendo gemere la casa. Adesso carezzo i loro sepali, i petali gialli e rossi, i pistilli muniti di ovario, i loro frutti a capsula, le foglie a imbuto.
Fiorenza, tra poco sarai anche tu fra questi fiori e ci riuniremo. Quella sera in cui proprio qui, in questa stessa stanza dove ora mi trovo a scrivere accanto alla vestaglia di raso – che uso come giaciglio –, abbiamo trovato insieme la forza di amare, il tuo corpo ha avuto solo un trasalimento quando la lama ti penetrò. Tutto era pronto, Fiorenza dolcissima, le piante erano in attesa di essere messe a dimora, e non potevano trovare dimora migliore se non nelle tue membra divise. Ricordi come pesava la mia borsa? E il giorno dopo, quando la mamma, uscita dal torpore che le avevi procurato, scoprì che la rientranza nel muretto era stata coperta dalle piante e non avrebbe più visto la faccia di nostro padre, disse Duccio caro mi hai fatta felice.
 Alfredo e Fiorenza
18 luglio
Non c’è più ragione di continuare questo diario perché sei arrivata.
È successo questa mattina, solo poche ora fa. Nel sacco branchiale di un fiore di Nepente ho trovato un frammento di te. Ho staccato il fiore e l’ho assunto come comunione con quanto di prezioso esso conteneva.
Benvenuta Fiorenza.
 

 

lunedì 27 giugno 2016

DIALOGO TRA DUE ALIENI di Paolo Secondini e Peppe Murro

Pianeta Holigonian III.
Holigoniano: Urp cusp trask olegh mal.
Terrestre: (Sollevando le spalle) Beato chi ti capisce!
Holigoniano: Arp semp ninf dicol gulp.
Terrestre. (Spazientito) Uffa! Come devo dirti che non ti capisco?
Holigoniano: Non…
Terrestre: Non che?
Holigoniano: Che…
Terrestre: Cosa?
Holigoniano: Cosa…
Terrestre: Mi fai l’eco, ora?
Holigoniano: Ora…
Terrestre. (Ironico) Su Terra sono le 12,30; su questo tuo stupido pianeta non so.
Holigoniano: So…
Terrestre: Sai? Cos’è che sai? Un bel niente, sai. Te lo dico io.
Holigoniano: Io…
Terrestre: (Fa un gesto con la mano) Sì, buonanotte!
Holigoniano: Buonanotte…
Terrestre: (Oltremodo irritato) Uffa! Uffa! Uffa!
Holigoniano: Uffa…
Terrestre: Sei uno scemo!
Holigoniano: Scemo…
Terrestre: Ehi, dico: non cominciamo a offendere.
Holigoniano: Offendere…
Terrestre: Basta, sono stanco di tutto questo! Non capisci nulla. Sei soltanto uno scemo che continua a offendermi
Vede l'holigoniano mutar nell’aspetto; sente gracchiare qualcosa intorno, mentre quello diventa un arcobaleno di colori. Con una specie di rantolo, il terrestre si sente rispondere:
«Ssseiiii uuunnnoooo sckemoooo chhh kontiiiinuuuaaa a oooffffeeddeermiiiiiii.»
Poi, d’un tratto, un silenzio irreale, mentre lentamente il suo quasi interlocutore si erge lentamente in tutta la sua statura e con calma, quasi con piacere (almeno così gli sembra) piega l'avambraccio nel segno dell'ombrello.
E di fronte al suo stupore, l’holigoniano si gira e, con le sue quattro braccia, gli fa segno di andare da qualche parte… magari a quel paese.
Terrestre: Vado, vado. Vuoi che ti porti qualcosa? Un accidenti, magari. Sì?
Holigoniano: Sì…
Terrestre: Con molto piacere.

 

venerdì 24 giugno 2016

DATA DI SCADENZA di Paolo Durando




“La luna si vede bene.”
“La luna! Sai che poesia...”
“Non capisco. Tu ti sei accorta come siamo arrivati qui?”
“Mi sento confusa, molto confusa…”
Manca poco a mezzanotte e siete arrivati. Da soli, in piccoli gruppi.  E’ un bello spettacolo.  Cercate di ritrovare un filo, disorientati. Da tempo qualcosa sta cambiando nelle vostre vite e l’avete capito. Ma non sapete cosa vi aspetta.
“Anna?”
“Sì, sono qui, non mi allontano.”
“Tienimi la mano stretta.”
“Stamattina c’era un bel cielo… Mi pareva quasi che tutto fosse di nuovo come prima.”
“Prima di…”
“Senti? Ci sta chiamando.”
“Ma chi?”
“Amore, non riconosci la voce di nostro figlio?”
“Mamma!”
“Andreino, vieni, corri qui!”
“Ce li hai i kinder?”
“Li andremo a comprare, appena usciremo da qui.”
“Davvero? Verrai anche tu al centro Le Terrazze, papà?”
“Certo, compreremo due confezioni da otto barrette.”
“Le trombe allora suoneranno e tutta risponderà la valle, dalla quercia alla formica.  Poi si udrà dal cielo la voce del Figlio e sarà separato il grano dal loglio.”
“E questa chi è, papà?”
“Giocheranno i lupi con gli agnelli, canteranno i leoni e risplenderanno le città, le pianure in rigoglio. Si spaccheranno le montagne e ne scaturiranno le dolcezze dell’abbrivio.”
“Una vecchia pazza.”
“Che puzza di capelli!”
Sta accadendo ovunque  e ancora non ve ne rendete conto. Ma questa è solo la seconda retata, in fondo. Arrivati alla terza, comincerete a prendere coscienza. E allora il gioco si farà davvero divertente.
“Pazza come un cavallo…”
 “Guarda, Nino. Lavatrici, forni a microonde, tablet… Tutti quei comodini accatastati. I miei occhi si stanno abituando.”
“Anche i miei. Sembra una discarica. Ma come ci siamo finiti?”
“In ogni pietra e stelo risuonerà l’avvento. Scorreranno i rivi tra i fiori, danzeranno lievi le farfalle. E si vedrà chi aveva avuto ragione! Crolleranno le menzogne, vasto si spalancherà l’averno.”
“C’è qualcuno? Dove siete?”
“Aiuto!”
“Senti? Ci sono altri. “
“Sì…  E li vedo. Tanti, tantissimi!”
“Ma quando andiamo a comprare i kinder?”
“Qualunque cosa succeda, io ho amato soltanto te.”
“Ti ricordi quando ci siamo incontrati la prima volta? Falling into space at the end of time black as the black in your eyes …” *
“Che strano pensare alla nostra canzone in questa oscurità.”
Tu e lei, lei e tu. Vi illudete ancora di ritrovare la vostra ottusa quotidianità. Tu che ami te stessa in lui. E tu che ti adori nella sua fica. Che pena  le vostre braccia che si agitano, le vostre mani che brancolano.    E  il cucciolo che avete elaborato in una stomachevole notte di passione, la budinosa precarietà della sua movenza, l'insufficienza dell'età   in nervi e tendini.                                        
“Mi chiamo Valentina Ognibene, mi sono persa in questa discarica. Non ricordo come ci sono arrivata. Lei, signora, si ricorda? Come si chiama, signora?”
“Io sono Anna. Nemmeno io ricordo nulla.”
“Non ci siamo arrivati. È stata una deportazione.”
“Lei dice, signore? Io non saprei. Le mie amiche mi chiamavano Smemoranda, come l’agenda. Non mi accorgo delle cose. Arrivo in un posto e non so come.”
“C’è proprio tanta spazzatura, intorno.”
“E noi, signore, siamo spazzatura?”
Questa vostra lingua che è quasi la mia non basta, il più delle volte. Come  esprimere tutto lo scompiciarmi che il solo percepirvi mi procura? Flaccidi, imprecisi, caracollanti, sputacchianti. L’insolubile approssimazione di ogni vostro gesto e parola.
 “Io ci abitavo, vicino ad una discarica. I miei dicevano che non se ne poteva più per l’odore. Mi affacciavo alla finestra e vedevo quelle montagne di cucine, i materassi lerci, i monitor… “
“…perché arriveranno i cavalieri dell’Apocalisse e le loro barbe sfideranno il fuoco, il male dispiegherà le sue folgori attraverso le nubi aperte. Ma il canto dei giusti avrà ragione di ogni tardivo pentimento di ignavi.”
 “Ehi! Ci siamo anche noi!”
“Cazzo! C’è qualcuno?”
“E se li vendessero anche qui i Kinder? Eh?”
Quelle donne insaccate, quegli uomini intubati che si aggirano tra i rifiuti. La loro vista mi brucia gli schermi. Il loro effluvio immondo mi intossica i ricettori.
“Attenta a dove metti i piedi.”
“Sì, è tutto pieno di marciume, anche il muro è appiccicoso.”
“Stringimi, amore.”
 “Sapevo una conta:
Uno due tre
pavoni del re.
Nella bilancia
metti l’arancia.
Le piacciono le conte, signora?”
 Abbiamo riflettuto a lungo sulla soluzione migliore. Non è che una sequenza di numeri. Otto, per l’esattezza.  A ciascun branco secondo i meriti, la docilità e l’adattabilità.  O per puro, insindacabile capriccio. 
La data di scadenza. L’avreste mai detto?
 “Quando ero piccola mi dimenticavo sempre l’astuccio a casa e la maestra mi sgridava. Forse qui è pieno di cose dimenticate. Non pensa, signora, che qui potrebbero esserci tutte le cose perdute e mai trovate?”
“Non lo so, però adesso stai zitta. E tu tieni stretta la mano di papà, non toccare niente!”
 “Beati i poveri, i malati, che conosceranno la ricchezza e la salute nella comunione dei santi, in Terra prima che in Cielo, nella città terrena prima che in quella Celeste.”
“Sono Silvio! Silvio Moneta! Dove siete tutti quanti?”
“Mi dicevano Smemoranda anche perché dimenticavo i nomi dei personaggi delle favole. Ma forse, signora, era solo un gioco. Giocavo sempre. Tu ci giocavi a fare la scema da piccola?”
La chiamavate ‘singolarità’. La temevate e ci scrivevate dei libri.  Adesso è qui e non vi capacitate, nel consueto scollamento tra parole e cose.  
“Nino!”
“Sono qui.  Non senti un rombo strano?”
“Sembra un motore. Io avevo un go-kart col motore, una volta. Ci giocavo sempre, signore. Non mi dimenticavo ancora di niente.”
“Non è un motore. Sono i passi. Migliaia di passi. La folla.”
La Terra sarà l’humus della nostra partenogenesi.  Oltre ai masselli, naturalmente. Una volta ottenuti, questi  lingotti umani ci saranno preziosi per molto tempo.
“Uno due tre
pavoni del re.”
Porzione dopo porzione, costituiranno un buon nutrimento, ma anche pasta per sculture e varia oggettistica, distillati per lubrificanti neuronici. Ci apparterremo a fondo, noi e voi.
Oh sì. Diverremo tutt’uno. 
“Seguirà il silenzio dei mondi e dei demoni. Si dispiegherà la pace del millennio. Le stagioni si susseguiranno nella felicità delle moltitudini.”
“Adesso me li comprate, i Kinder.”
“…”
“…”
Scaduti.
È il momento di procedere.
Il mio led frontale occhieggia, alla massima frequenza.  Tengo i nanofasci in stand-by.  Le leve si abbassano. Ecco.
Aziono la pressa.

 
*Duran Duran - Big Bang Generation
 
 

lunedì 20 giugno 2016

L’UNIVERSO E LA STUPIDITÀ UMANA di Paolo Secondini - Peppe Murro

«E voglio concludere,» disse il grande scienziato dai lunghi capelli bianchi, «con la mia massima abituale: Due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, ma quanto all’universo ho ancora qualche dubbio
La sala risuonò degli applausi scroscianti dei molti spettatori – uomini e donne – entusiasti. E quando, dopo alcuni minuti, essa si vuotò, Helene Dukas, la segretaria, si avvicinò a Einstein, e in tono confidenziale gli disse:
«Possibile, Albert, che ogni volta tu debba terminare la conferenza con quelle parole? Sono noiose, dopotutto.»
«Noiose?!... Non sono affatto noiose, mia cara. Ognuno di noi, a cominciare da me stesso, ha bisogno di sentirsele dire, continuamente… Giudica tu, Helene, da quanto m’è capitato di vedere: dimmi se non ci sono stupidi, in gran quantità, sul nostro pianeta.»
«Stupidi in gran quantità, Albert?» La segretaria incrociò le braccia sul petto. «E va bene, sentiamo. Cos’è che t’è capitato di vedere?»
Ed Einstein, dopo essersi alquanto schiarita la voce, prese a raccontare:
«Il signor Bennett, un tizio che abita in fondo alla strada, l'altro ieri girava con una sega in mano e una scala sulle spalle, bofonchiando improperi disgustosi e lanciando occhiate micidiali verso la finestra del suo vicino, il signor Wordfish. Dovevo passare di là e senza volerlo l'ho sentito mugugnare: “Gli faccio vedere io la magnolia… che ci vuole a tagliare dei rami? Sì, sì... guarda pure,” rivolgendosi verso la finestra. Lo vedo poggiare la scala e salirvi sopra, sempre in un mare di brontolii. Si mette a cavalcioni su un ramo e comincia a segare… Signor Bennett, cerco di dirgli, veda che... Mi interrompe con una abbaiata mortale: "Lei si faccia gli affari suoi" e continua a segare… Ma, veda, vorrei solo dirle... "Vada a farsi fottere" mi apostrofa… Allora taccio, vado un po' più avanti e mi fermo a osservare: Bennett sega furiosamente il ramo. Il mio inveterato spirito di fratellanza umana mi spingerebbe a parlargli ancora, ma poi un diavoletto malizioso mi dice: "Aspetta, e taci." Non ci crederesti, ma, mentre Bennett lancia l'ennesima occhiataccia alla finestra, il ramo quasi segato cade... e Bennett con lui. Si era messo dal lato sbagliato, era questo che volevo dirgli… Però, che vuoi, anche gli stupidi sanno segare. E sono miliardi.»